Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Nuova segnalazione

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Segnalazione di un testo prezioso

Una nuova segnalazione per i visitatori distratti: ancora una volta un mio breve testo, Una truffa sull’art. 18, che voleva solo spingere a leggere la bella e attualissima intervista sulla giustizia a Emanuele Battain (Controriforma della giustizia) utile per capire come già trent’anni fa si delineasse l’attacco all’art. 18, e in generale alla giustizia, con la corresponsabilità dei partiti operai, è stato letto da 130 visitatori, ma poi meno della metà sono andati a vedere l’intervista. Sfiducia nei testi dell’Archivio, o nei testi “datati”? Eppure la segnalazione aveva lo scopo di non concentrare l’attenzione solo sui protagonisti attuali dello scontro politico, ma di cogliere le tendenze internazionali e di lungo periodo.

Allo stesso scopo ho riportato sul sito un testo di Mandel sul debito e il passivo di bilancio come soluzione scelta da tempo dai governi borghesi europei per scaricare i costi della crisi sul movimento operaio. Mandel osservava (nel 1992!) che “la borghesia preferisce ricorrere a prestiti statali anziché pagare tasse: i primi rendono, le seconde no. Nella società borghese del XX secolo l’evasione fiscale è un fenomeno universale. Per questo, il passivo di bilancio praticamente si accompagna regolarmente allo sviluppo del debito pubblico”. E serve poi per imporre politiche di austerità…

Politiche che evidentemente non sono una trovata recente dei soli Draghi e Monti…(vedi Mandel sul passivo di bilancio).

Insisto ancora nel consigliare la lettura di quella bella intervista a Battain (Controriforma della giustizia), anche perché ho verificato che diversi giovani che l’hanno letta sono rimasti affascinati dal rigore di quel compagno e dalla utilità delle sue osservazioni. E dato che chi ha “saltato” l’intervista, ha perso anche le note biografiche su Emanuele Battain che avevo inserito in coda, riporto qui come appendice un breve articolo biografico di Diego Giachetti apparso subito dopo la sua morte su “Liberazione” e una lettera collettiva di alcuni compagni del PRC veneziano, che permettono a chi non lo ha conosciuto di intuire la grandezza di quel militante coraggioso e di quell’avvocato “controcorrente”.

(a.m. 19/3/12)

Appendice 1 -

Liberazione 22.08.2006

Addio a Emanuele Battain, con lui se ne va un pezzo di storia italiana

 

E’ scomparso a 79 anni. Dalle tragiche esperienze della dittatura fascista, della guerra e dell’occupazione nazista, fino all’ingresso nel Prc, per il quale ha lavorato fino all’ultimo: sessant’anni di attività politica ininterrotta

 

Se penso a Emanuele Battain due immagini mi vengono subito alla mente, quella del compagno che presiede riunioni e seminari, con una precisione e una pignoleria cronometrica, vigilando con rigore perché i tempi stabiliti per gli interventi siano rispettati da tutti gli oratori; e quella di chi, con scrittura precisa, raccoglie, annota e sintetizza, sulle pagine dei suoi quaderni, gli interventi.

Poi c'è il compagno Battain che scherza, ride, e chiacchiera informalmente e che racconta, perché Emanuele aveva un passato (e che passato) innervato in più di sessant'anni di storia del nostro paese.

Nato iI 3 febbraio 1927 aveva conosciuto la dittatura fascista, poi la guerra, la Repubblica di Salò e l'occupazione nazista.  

Tra queste tragiche e difficili esperienze, era maturata la sua scelta antifascista, aveva partecipato, giovanissimo, alla Resistenza con simpatie e contatti con l'azionismo di Giustizia e Libertà, optando poi per l’adesione alla Federazione Giovanile Socialista, l'organizzazione giovanile del ricostituito Psiup nell'immediato secondo dopoguerra.

In quegli anni e in quegli ambienti erano stati acquisiti i capisaldi elementari della sua formazione politica: la democrazia quale regola di vita interna ai partiti e alle organizzazioni sindacali del movimento operaio, la partecipazione cosciente e attiva ai movimenti di massa, un anticapitalismo rivoluzionario che si coniugava con una critica allo stalinismo, senza nulla concedere alla campagna anticomunista che si profilava all' orizzonte con l'inizio della guerra fredda e la cacciata dei comunisti e dei socialisti dal governo neI 1947.

Con la Fgs compì un percorso politico breve che si concluse con la definitiva rottura col Psli nel 1948, il partito sorto dalla scissione di Palazzo Barberini.

Con altri giovani compagni socialisti di Venezia, tra i quali Giorgio Modolo e Renato Andreolo, assieme a Livio Maitan, che nel frattempo era diventato segretario nazionale della Pgs, aderì al cartello del Fronte Popolare, formato principalmente da comunisti e socialisti, sconfitto clamorosamente nelle elezioni dell’8 aprile 1948.

Nel frattempo, assieme ad un piccolo gruppo di compagni avendo avuto modo di conoscere le analisi  politiche della  IV internazionale, le aveva apprezzate e condivise, prendendo parte alle iniziative che portarono alla costituzione, anche in Italia, di un gruppo marxista rivoluzionario aderente a quell'organizzazione e alla pubblicazione di Bandiera Rossa.

Conseguentemente, si iscrisse al Pci dove, con la semplicità e l'entusiasmo di cui era capace, militò per tutti gli anni cinquanta e sessanta, seguendo con partecipazione tutte le vicende esterne e interne al partito che si succedettero in quel ventennio: dalla destalinizzazione alla repressione della rivolta ungherese, alla polemica Cina-Urss, fino allo scontro tra Amendola e Ingrao dopo la morte di Togliatti.

Con altri compagni nel corso delle lotte studentesche e operaie del biennio 1968-1969 condivise la necessità di provare a costruire un percorso politico esterno al Pci, partecipò quindi negli anni settanta e ottanta all'attività della sezione italiana della IV Internazionale.

Avvocato di professione, unì la passione politica a quella lavorativa, entrato nell'avvocatura nel 1951, sposò per rutta la vita le cause dei lavoratori, degli studenti, degli "estremisti"di sinistra; fu un riferimento legale sicuro per molti di loro.

Prese parte a processi di rilevanza nazionale, l'ultimo dei quali, ancora in corso e che si augurava di veder concluso, riguarda quello contro lo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera.

Nel 1991 era entrato, come tanti altri compagni della Quarta e di Dp, nel Movimento per la Rifondazione Comunista, poi diventata Prc. Nel Prc ha lavorato fino alla fine, con la determinazione di cui era capace, senza risparmiarsi o tirarsi indietro per ragioni d'età, tanto da partecipare ancora alla recentissima campagna elettorale per le elezioni politiche di pochi mesi fa in qualità di candidato al Senato.

 

Diego Giachetti

Appendice 2 -

Liberazione 23.08.0206

Ciao Emanuele, comunista e avvocato dei "poveri cristi”

Emanuele Battain è stato una presenza fondante dei caratteri democratici, laici, antifascisti della nostra città, fin dal dopoguerra. Un punto di riferimento e di appoggio per tutte le lotte che qui sono state fatte per i diritti e l'emancipazione dei ceti e delle persone più deboli.

L'Avvocato dei “poveri cristi”, l'Avvocato del "patronato del sindacato”, l'avvocato "militante", l'avvocato che i suoi compagni dì partito avrebbero voluto quale proprio rappresentante nelle istituzioni politiche che furono figure di spicco dell'antifascismo veneziano) ma che sempre rifiutò in nome di un attaccamento davvero "missionario” per la propria professione.

Erano anni in cui per un operaio o un giovane studente era difficile ottenere un "equo processo" e, senza Battain, la giustizia dei tribunali sarebbe stata ancora più feroce.

Emanuele ha difeso due, tre generazioni di attivisti comunisti, sindacalisti, anarchici.

La sua vita era: limitare i danni della "giustizia borghese", insegnarci a fare i conti con gli apparati repressivi dello Stato, con i suoi Codici (che lui conosceva così bene, fino a riuscire a neutralizzarli), ma senza nascondere le nostre ragioni.

Anzi, le sue arringhe (speriamo che un giorno sia possibile raccoglierne alcune) si fondavano sempre sulla rivendicazione della legalità costituzionale dell'azione di protesta.

Per Battain la professione era soprattutto il suo modo per stare dentro il grande gorgo della vita sociale, dentro l'immenso universo umano della gente che per lui non era mai "comune", ma persone in carne e ossa, spesso vittime di contingenze mai casuali, schiacciate dalla violenza strutturale del sistema di potere ed economico.

Per lui la politica era "saper fare" del bene e dell'utile a difesa di questa sua gente.

E non vedeva per lui altro modo di fare politica che non fare l'Avvocato.

Battain è stato un comunista amato dai giovani. Perché lui stesso spirito libero, intelligenza critica, instancabile indagatore delle novità, generoso nei consigli.

Ma - crediamo - soprattutto perché di diamantina coerenza.

Per lui essere comunista è stato uno stile di vita; un modo di pensare alle cose e a se stessi.

Senza possibilità di scissione, senza doppiezze.

Ci guardiamo intorno; è proprio il caso di dirlo: come lui non ce ne sono più.

Infine Battain negli ultimi quindici anni, è stato il rifondatore del nostro partito. Il Presidente del Comitato politico provinciale. Un punto di riferimento certo per tutti. Presente a tutte le iniziative, a tutte le manifestazioni, a tutte le riunioni.

Nei suoi meticolosi appunti c'è la storia del nostro piccolo collettivo politico; nei suoi stringati interventi c'era sempre il richiamo alla teoria. Perché Emanuele non era solo genericamente comunista, era orgogliosamente della "Quarta Internazionale", il suo antistalinismo gli aveva fatto apprezzare Trotskij.

Noi, speriamo, riusciremo a trarre insegnamento da Emanuele, ma il nostro più sommesso pensiero va alla sua amatissima moglie Anita, a suo figlio Carlo e ai suoi più stretti congiunti. Ci è mancato un uomo buono.

Ciao Emanuele.

Paolo Cacciari, Gemma Lunian, Pierangelo Pettenò, Roberto Del Bello, Gino Sperandio, Mauro Tosi, Renato Cardazzo in nome di tutti i compagni e di tutte le compagne della Federazione del Prc di Venezia e del Regionale del Veneto