Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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L'altro papa

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La visita di papa Giovanni Paolo II

 

Dalla seconda e terza edizione della mia Breve storia di Cuba, Data News, Roma, 2004 e 2006, riporto le pagine sulla precedente visita di papa Giovanni Paolo II.  Era già sul sito, qui, insieme a molti, altri articoli analitici su Cuba, protagonisti e periodizzazione, e rischiava di non essere letto ora. Segnalo in particolare che, sulla base di osservazioni di cubani o di grandi amici di Cuba come Giulio Girardi e Frei Betto, già allora esprimessi il timore per un accordo di vertice: “non mi parrebbe un passo in avanti che il pluralismo negato per decenni per una miope imitazione del modello sovietico fosse oggi realizzato affidando alla gerarchia cattolica il compito di rappresentare chi non si riconosce nel regime. Non sarebbe un grande allargamento della democrazia: per la sua stessa struttura la Chiesa non rappresenta un modello di democrazia migliore di quello sovietico (anche se più efficiente, perché sperimentato da diciassette secoli).

 

 

[…] Eppure Robaina (verso cui, ripeto, non provavo molta simpatia) aveva saputo tessere pazientemente i contatti che hanno preparato la visita del papa. [Robaina era il giovane ministro degli Esteri destituito improvvisamente nel 1999. In appendice una ricostruzione della sua vicenda emblematica, che si è ripetuta poi nel 2009 anche per il suo successore Felipe Pérez Roque. NdA].

Per evitare equivoci, va detto subito che Castro ha “dovuto” invitare il Papa. Non poteva avere certo molte illusioni su di lui e sulla politica vaticana, e sapeva bene che le sue dichiarazioni contro l’embargo non avrebbero avuto implicazioni pratiche, ma erano finalizzate a facilitare un viaggio a cui Giovanni Paolo II teneva molto, soprattutto dopo i ”crolli” del 1989. Ma l’incontro in Vaticano, la cena con non so quanti cardinali, e l’invito al papa sono stati molto utili per rompere l’isolamento di Cuba, aggravato dal passaggio della Spagna (tradizionalmente aperta a Cuba perfino negli ultimi anni di Franco) a posizioni oltranziste allineate agli USA, più grave nel momento in cui Aznar assumeva la presidenza di turno della Comunità europea. Erano iniziative utili per sfuggire alla morsa, ma ovviamente con un prezzo.

L’atteggiamento dei marxisti nei confronti di questa decisione può essere paragonato a quello verso le misure economiche decise da Castro nel 1993-1994. Cuba non aveva molte altre scelte. Ciò non toglie che una parte delle ripercussioni di quelle riforme hanno creato nuovi problemi.

Con lo stesso spirito va vista la scelta di incoraggiare il viaggio del papa. Non ha senso dire, come è stato fatto, che il governo cubano non doveva invitarlo, o che doveva fare questo o quello, ma non è neppure opportuno nascondere i problemi che il viaggio ha creato o, per meglio dire, ha rivelato.

Giovanni Paolo II è un politico sperimentato, che ha a sua disposizione un apparato che rappresenta una delle migliori reti di informazioni esistenti al mondo. E’ stato molto cauto nei suoi discorsi, e così è stato il suo principale rappresentante nell’isola, il cardinale Jaime Ortega. Il papa ha così attenuato (senza rinunciare ad esprimerle) le sue rivendicazioni di pluralismo e di “diritti della Chiesa” (compresa l’imposizione di limitazioni del diritto dei non credenti all’aborto, al divorzio, ecc., alla faccia della tanto proclamata “libertà in Cristo”). La potenza e complessità della Chiesa ha permesso anche un gioco delle parti, facendo dire le cose più dure all’arcivescovo di Santiago.

La cautela non toglie che nei discorsi del papa, nella messa in scena prima rifiutata e poi accettata dal governo cubano, nella prudente forzatura realizzata con gli slogan rilanciati dalla folla, gli applausi che a volte diventavano ovazioni prolungate, sono state poste le premesse di una proiezione politica del cattolicesimo cubano.

La Chiesa infatti ha catalizzato le diffuse inquietudini sulla “libertà” (cioè sui pesanti limiti alla possibilità di espressione di opzioni diverse) e ha dimostrato una forza politica e anche organizzativa superiore alla sua base reale, sicché ora di fatto si erge a fianco e di fronte al regime. Per non perdere la sfida, durante il lungo braccio di ferro sulle modalità della visita papale, Castro ha deciso di cavalcare la tigre: dopo aver creato mille ostacoli sui luoghi prescelti per la apparizioni del papa (in particolare era stata negata a lungo la Piazza della Rivoluzione), ha invitato i cubani a partecipare in massa ai raduni, per assumersi almeno una parte del merito della straordinaria affluenza prevista. Un gesto intelligente, ma non risolutivo. Si è visto che se era possibile controllare gli striscioni e i cartelli, non era altrettanto possibile controllare tutti gli slogan, la lunghezza degli applausi, il modo con cui certi passi del discorso papale venivano salutati dalla folla in piedi che agitava le bandierine a doppia faccia, cubane e vaticane: nonostante l’abilità degli operatori cubani, gli unici ammessi alle riprese, quell'entusiasmo coloratissimo contrastava visibilmente con il quadrato scuro dei dirigenti rimasti seduti.

Un altro particolare emerso dalle riprese colpiva perché appariva viceversa ricalcato sui noiosissimi rituali ufficiali introdotti a Cuba sul modello sovietico dagli anni Settanta: i doni offerti al papa dai laici che portavano prodotti tipici delle loro province, e le frasi di impegno a tutelare la dignità della donna, dei giovani, perfino dei bambini, ecc. da parte dei loro rispettivi rappresentanti (il bambino che ha letto spaurito il suo messaggio era identico a tanti pionieri ascoltati in decine di occasioni politiche a Cuba). Al papa polacco questi rituali non apparivano certo nuovi, ma era visibilmente soddisfatto, perché non era il regime a organizzarli, bensì la Chiesa, che si candidava quindi a concorrente perfino su questo terreno.

Castro ha dovuto fare una lunga e costante ritirata su molti terreni, tanto più scomoda perché le decisioni precedenti non erano popolari. Si pensi alla soppressione della festa del Natale, imposta nel quadro di quella fase estremista iniziata dopo la partenza e la morte del Che con la cosiddetta offensiva rivoluzionaria (cioè la soppressione di ogni pur minima attività artigianale e commerciale) e culminata nel 1969-1970 con lo sforzo volontaristico della grande zafra dei 10 milioni di tonnellate di canna, che disorganizzò tutta l’economia non meno del “grande balzo” cinese del 1958. Castro ha detto che la festa del Natale è stata ripristinata in via eccezionale e provvisoria per un solo anno, ma era inverosimile che si riuscisse a sopprimerla dopo che si è visto con quanto slancio è stata accolta a livello di massa.

A Castro peraltro va riconosciuto il merito di avere espresso, nel saluto iniziale e ancor più nel commiato, alcune delle ragioni di fondo delle idee socialiste e indipendentiste con straordinaria grinta e dignità. Ma anche quello di avere preparato la venuta di Giovanni Paolo II con un lavoro di molti mesi per rendere cosciente il partito e le sue organizzazioni di massa della portata della sfida: il 10 ottobre vengono solennemente deposte nel mausoleo di Santa Clara le spoglie del Che, che erano rientrate a Cuba quattro mesi prima. Qualcuno in Bolivia ha ricordato che Guevara aveva sempre detto che le spoglie del guerrigliero appartengono alla terra in cui muore combattendo, ma milioni di cubani si sono affollati lungo le strade dall'Avana a Santa Clara per salutare il feretro.[1] Il V Congresso del partito, che aveva appena riconfermato Castro alla sua testa, si è sciolto per far partecipare i delegati alla cerimonia. È un momento di forte riaffermazione dell'identità e dell'orgoglio nazionale.

Nei mesi successivi venivano indette anche le elezioni, che si sono tenute l'11 gennaio 1998, a pochi giorni all'arrivo del papa, e hanno avuto il consueto risultato del 98% dei votanti, con solo un 3% di schede bianche o nulle. Questo dato ovviamente non significa molto, tenuto conto della forte pressione per sospingere gli indifferenti e anche gli scontenti a presentarsi alle urne. Ma la scadenza elettorale, a prescindere dal risultato scontato, è un'occasione per attivizzare tutte le strutture del partito, i CDR (comitati di difesa della rivoluzione), ecc., impegnandoli a contattare a uno a uno gli elettori, per rintracciare chi fosse fuori città per lavoro o per cure, e segnalarlo alla struttura più vicina, per preparare il voto a domicilio per anziani e infermi, ecc., ma soprattutto per tastare il polso a quei cittadini che si erano un po' persi di vista. Bisogna dire che ancora una volta questo sistema, se come termometro degli umori della popolazione è come minimo un po' approssimativo, ha funzionato come strumento di mobilitazione e di controllo sociale.

I problemi lasciati dalla visita del papa

La Chiesa cattolica non è forza maggioritaria tra i cubani e tra gli stessi credenti, ed è stata screditata da secoli di collaborazione con l’oppressione coloniale, di ostilità alle rivoluzioni del 1868 e del 1895 (anche se il “precursore” Felix Varela era un prete e José Martí era cristiano). Non solo esiste ed è in molte realtà assai consistente un mondo evangelico variegato, battisti, avventisti, pentecostali, Testimoni di Geova (tuttora perseguitati per il rifiuto delle trasfusioni e dell’omaggio alla bandiera, ma Giovanni Paolo II non se ne preoccupa, dato che dove può la Chiesa organizza essa stessa la loro persecuzione), ma la maggior parte degli stessi cattolici appartengono in realtà a vari culti sincretistici, dalla notissima santeria alle chiese “spirituali” o “spiritiste” diffuse nelle province orientali. La Chiesa cattolica è tuttavia di gran lunga la più organizzata e, grazie al notevole apparato di direzione mondiale, la più lungimirante e la più capace di raccogliere frutti politici dalla crescita del sentimento religioso.

Va detto chiaramente che sono ovviamente a favore del pluralismo politico. Non ho mai condiviso le spiegazioni diffuse a Cuba sul crollo del sandinismo come dovuto all’esistenza di libere elezioni (il sandinismo aveva vinto le prime elezioni ugualmente pluraliste, e ha perso le seconde per effetto del prolungarsi della guerra, e per le conseguenze del devastante liberismo economico accettato su pressione dei suoi sostenitori europei), anche se so che una parte della stessa “sinistra” cubana che si richiama a Guevara dice ancor oggi che il superamento del partito unico, frutto di un processo storico complesso e di molteplici fattori, non è un problema immediato e tanto meno sentito dalle masse (casomai, dicono, sarebbe urgente il ritorno a quel pluralismo nell’informazione che caratterizzò i primi anni dopo la vittoria della rivoluzione, fino alla partenza di Guevara).

Non sono contrario per ragioni di principio al pluralismo dunque, ma come non mi piacerebbe se i nuovi partiti fossero importati da Miami e arrivassero con le tasche piene di dollari (come la “contra” arrivò a Managua alla vigilia del crollo), non mi parrebbe un passo in avanti che il pluralismo negato per decenni per una miope imitazione del modello sovietico fosse oggi realizzato affidando alla gerarchia cattolica il compito di rappresentare chi non si riconosce nel regime. Non sarebbe un grande allargamento della democrazia: per la sua stessa struttura la Chiesa non rappresenta un modello di democrazia migliore di quello sovietico (anche se più efficiente, perché sperimentato da diciassette secoli).[2]

Gli arresti selettivi, che hanno colpito economisti e giornalisti di formazione comunista e hanno risparmiato invece quello che tutti conoscono come il principale promotore del “Progetto Varela, Oswaldo Payá, perché legato al Vaticano, fanno temere che a Cuba si sia delineato una specie di embrionale “dualismo di potere” con la gerarchia cattolica.[3]

Una critica da sinistra dei teologi della liberazione

Alcune critiche fraterne all’impostazione della visita e in particolare alla sottovalutazione della pericolosità dell’ideologia reazionaria del papa furono espresse il 26 gennaio 1998, la sera dopo la partenza di Woitila dall’isola, da quattro esponenti della teologia della liberazione (Giulio Girardi, Frei Betto, François Houtart e il sociologo brasiliano Pedro Ribeiro de Oliveira, tutti vecchi amici della rivoluzione), invitati a cena da Fidel.[4]

I quattro avevano anche avuto esperienza diretta del ruolo nefasto del papa in Nicaragua, dove aveva trattato con arroganza il governo sandinista, i sacerdoti impegnati nella rivoluzione, gli stessi familiari delle vittime dei controrivoluzionari. La loro previsione era che a medio e lungo termine la chiesa locale assumesse più nettamente la parte polemica degli interventi papali, utilizzandoli come base della catechesi e della sua lotta per l’egemonia. La loro valutazione è stata poi confermata dalla dichiarazione fatta dal papa appena rientrato a Roma (“La visita a Cuba mi ha ricordato la mia prima visita in Polonia, e spero produca analoghi frutti”).

I quattro non avevano dubbi che l’obiettivo di fondo di Giovanni Paolo II sia l’abbattimento del comunismo o di quello che a lui pare tale. Per questo, secondo loro, non andava sopravvalutato il tono pacato delle polemiche, dettato da considerazioni tattiche.

Da veri amici di Cuba, i quattro teologi hanno anche invitato a riflettere sugli applausi che hanno salutato le critiche del papa alla rivoluzione, espressione di una minoranza, certo, ma non insignificante: “rivelavano un malcontento più diffuso e profondo di quanto pensassimo, anche se solo in pochi casi quel malcontento implicava un rifiuto del progetto socialista e un desiderio di restaurazione capitalista”.

Ne deducevano la necessità che “all’interno della rivoluzione e dello stesso partito si aprano maggiori spazi di dibattito e di critica, per evitare che quelle espressioni di malcontento debbano rifugiarsi nelle strutture della Chiesa cattolica”. Uno dei quattro chiese anche a Fidel se continuava a pensare che il papa rappresentasse, come aveva detto, il più forte mal di capo per l’imperialismo. Alla risposta affermativa di Fidel un’altro dei teologi, che conosceva bene da anni e da vicino questo papa e le sue ambiguità, gli ha detto che al massimo è un mal di capo curabile con una sola aspirina.

Castro ha insistito nel valorizzare la critica papale al bloqueo, al debito, alla corsa al riarmo, alle armi nucleari, al neoliberismo, alla dittatura del mercato, alle guerre di aggressione e di conquista. In molte sedi internazionali egli aveva avuto l’impressione di una singolare coincidenza tra la voce di Cuba e quella del papa, come era accaduto a Roma alla conferenza della FAO, dove aveva incontrato per la prima volta Giovanni Paolo II.

Girardi però sottolineava che le critiche del papa, sempre più frequenti negli ultimi anni, non colpivano il capitalismo in quanto tale ma il “capitalismo selvaggio” (come se potesse essercene un altro), non il liberismo ma il neoliberismo, ecc., mentre il comunismo è stato ed è sempre condannato in blocco non per le sue deviazioni, ma per la sua essenza, come “intrinsecamente perverso”. In definitiva, i quattro teologi hanno detto a Castro che una critica così moderata del sistema rappresenta un contributo alla sua razionalizzazione più che al suo superamento. Castro è sembrato in parte convinto, ma ha detto comunque che gli argomenti del papa potevano essere utili per avvalorare la lotta di Cuba contro il liberismo e il capitalismo.

Cuba dopo la visita del papa

Durante la sua visita a Cuba il papa ha recuperato molti consensi a sinistra per le sue pur vaghe parole contro il neoliberismo e l'embargo. Capiamo bene che per Fidel Castro quella visita sia stata preziosa, non foss'altro che per dimostrare alle migliaia di giornalisti accorsi per “assistere alla sua caduta” che il regime era forte e in grado di resistere bene anche agli attacchi dell’episcopato reazionario. Il papa, come ha detto chiaramente al ritorno, voleva fare ”come in Polonia” (crede evidentemente di essere stato lui a far cadere un regime che era invece per conto suo marcio e incapace di riformarsi). Non è riuscito al primo tentativo, ma si è ripromesso di provare ancora. La controprova: il silenzio di Woitila nel 1999, al momento dei primi arresti di dissidenti e dell’inasprimento delle pene per i crimini comuni, che ampliava di molto la gamma dei reati per cui era applicabile la pena di morte. Giovanni Paolo II, che pure aveva condannato tante volte in sintonia con l'episcopato americano la pena di morte negli Stati Uniti, in questo caso ha taciuto. Evidentemente ha pensato che la stretta repressiva fosse un segno di debolezza e che aprisse lo spazio per fare a breve scadenza quel che non gli era riuscito nella prima visita per la combinazione tra orgoglio nazionale e attesa che la sua venuta rompesse veramente il blocco.

In realtà, quasi tutte le speranze generate dall’arrivo del papa sono state deluse, in particolare per la verifica dell’assenza di risultati concreti ai fini della cessazione del bloqueo. Al momento della visita, c’era stata una grande emozione e attesa anche tra i non cattolici: l’80% delle porte dei quartieri poveri dell’Avana erano contrassegnate da un adesivo con il ritratto del papa e la scritta “Juan Pablo II, estamos contigo”. Manuel Vázquez Montalbán, nel suo bel libro sulla visita del Papa (e molto altro...) ha descritto una scuola di arti plastiche dell’Avana vecchia dove era arrivato guidato da Eusebio Leal, l’historiador oficial de la Ciudad considerato il viceré della città vecchia che conosce palmo a palmo.

Alcuni bambini avevano “disegnato a modo loro l’incontro tra il papa e Castro. Qualche volta, Giovanni Paolo II e Fidel sembravano dei pupazzetti travestiti da Fu Manchu, Fidel con la bandiera cubana, il Papa con la croce. Altre ancora il Papa somiglia troppo al Che, come se all’alunno fosse stato difficile superare l’immaginario della coppia dominante. Ho avuto anche occasione di vedere un papa che sventola la bandiera pontificia, di fronte a un Fidel con la tonaca nera, entrambi personaggi di un doppio retablo delle meraviglie ideologiche”. [5]

Un anno dopo, il papa era stato dimenticato, gli adesivi in gran parte staccati, della fine del bloqueo restava solo una pallida caricatura, la distribuzione non disinteressata di pacchi e di medicinali nelle parrocchie. E la delusione delle speranze di cambiamenti rapidi lasciava spazi a un ulteriore aumento della microcriminalità, che induceva a una stretta repressiva sociale verso le jineteras e i ladruncoli. Per arginarli, veniva creata la nuova polizia preposta alla protezione del turismo, non ben vista dalla popolazione perché retribuita molto più della normale polizia, ma anche di un medico o di un docente. E il turismo veniva incoraggiato in ogni modo, dal monumento a John Lennon (rappresentato in bronzo a grandezza naturale su una panchina dello stesso materiale su cui ci si può sedere per farsi fotografare al suo fianco), alla piazzetta dell’Avana Vecchia dedicata a lady Di, “l’unica adultera morta vergine e martire”, come ha scritto Vázquez Montalbán, che era rimasto un po’ perplesso di fronte a questa novità, ma è stato poi tranquillizzato: “Arrivano sempre più turisti britannici. Verranno qui in pellegrinaggio e lasceranno all’Avana un sacco di sterline”.[6]

 

 

Appendice

La vicenda di Roberto Robaina

Anche a Cuba in quei giorni c'era chi dubitava della lungimiranza di un’azione che aveva scongiurato un pericolo non grave, ma provocato reazioni ben più dannose. Al momento della brusca destituzione nel giugno 1999 di Roberto Robaina, il giovane ministro degli Esteri, considerato per varie ragioni il “delfino” di Fidel, molti cubani e qualche commentatore estero pensarono che fosse caduto in disgrazia per avere espresso in precedenza perplessità per alcune campagne che avevano reso più difficile il suo lavoro, e per episodi come questo. Dato che non c’è stata mai nessuna dichiarazione pubblica di Robaina, è difficile sapere se questa interpretazione aveva qualche fondamento.

Come per un altro “delfino” di Castro destituito all’improvviso, Carlos Aldana, le informazioni ufficiali erano reticenti, vaghe e accompagnate da insinuazioni infamanti. Aldana era sparito per anni dall’Avana per dirigere un’azienda agricola in una lontana provincia, Robaina aveva passato un lungo periodo in silenzio con incarichi imprecisati lontano dalla capitale, mentre sua moglie veniva coinvolta in uno scandalo legato al turismo sessuale proveniente dal Messico, che sarebbe stato organizzato o tollerato dall’agenzia di viaggi Rumbos di cui era dirigente (ma è stata alla fine prosciolta da ogni responsabilità personale). Poi egli era tornato all’Avana per frequentare l’Accademia di politica estera che forma i diplomatici, un “recupero” che suonava una beffa per chi aveva diretto per sei anni la politica estera del paese.

Roberto Robaina era stato scelto da Castro nel 1986 come segretario dell’Unione dei giovani comunisti (UJC), dove si era affermato come innovatore organizzando concerti di strada all’Avana. Chiamato da tutti col diminutivo affettuoso di Robertico, Robaina era molto amato soprattutto da molti giovani, che apprezzavano la sua oratoria brillante e scorrevole (ma in realtà abbastanza inconsistente), perché sembrava rompere con una tradizione di retorica e di frasi fatte. Nel 1993 era diventato ministro degli Esteri in un momento difficile e aveva svolto abbastanza bene il suo compito, almeno guardando il numero dei paesi con relazioni diplomatiche con Cuba, che si raddoppiò in quegli anni. Era anche un garbato cicerone che accompagnava gli ospiti ritenuti illustri o importanti (come Benetton e simili) nelle strade dell’Avana Vecchia.

Poi di colpo, nel giugno 1999, era stato destituito con una motivazione che non voleva dire nulla: “sollevato dai suoi incarichi in attesa che gli siano assegnate nuove funzioni”. Il testo pubblicato dal Granma diceva che la misura era stata presa a causa della “complessità attuale della situazione internazionale e delle tensioni che essa provoca, della sua importanza crescente per l’avvenire del paese e del mondo, della necessità di un lavoro più profondo, rigoroso e sistematico che questo settore esige”. Cioè non diceva nulla, dato che “la situazione era complessa” anche sei anni prima, quando Robaina era stato messo al posto di Ricardo Alarcón de Quesada, che invece era diventato ministro degli Esteri dopo una lunga permanenza a New York come rappresentante cubano presso l’ONU, che gli aveva dato grandi conoscenze (oggi Alarcón è presidente dell’Assemblea Nazionale, carica non troppo significativa per lo scarso peso effettivo dell’Assemblea, per cui comunque le sue grandi conoscenze della politica internazionale non servono molto).

Bizzarramente, al posto di Robaina fu messo un trentaquattrenne ancor meno esperto di questioni internazionali, Felipe Pérez Roque, che veniva dalla FEU (l’organizzazione degli studenti universitari), ma era stato “allevato” da Fidel che lo aveva inserito nel suo “gruppo di appoggio”, una specie di segreteria informale, di fatto al di sopra di tutti gli organi dello Stato, e poi lo aveva chiamato come suo segretario personale incaricato di rispondere alle lettere inviate dalla popolazione al líder máximo per segnalare abusi e chiedere giustizia.

Che la destituzione di Robaina non fosse stata motivata dalla sua incompetenza (che c’era all’inizio, magari, prima che facesse pratica per ben sei anni) ma da un suo possibile ruolo politico riformista (“gorbacioviano”, si è detto a Cuba) analogo a quello attribuito a Carlos Aldana, si è potuto dedurre da un episodio singolare: nell’agosto 2002 è stato convocato davanti al Comitato centrale, che gli ha tolto ogni incarico e lo ha espulso con ignominia dal partito. Robertico, uomo di apparato, conosce le regole e si è dichiarato umilmente colpevole. L’accusa fatta circolare nei suoi confronti rivela una sostanziale degenerazione del clima politico a Cuba: in una conversazione telefonica del 1998 con il ministro degli Esteri spagnolo Abel Matutes, tra colleghi quindi, Robaina non avrebbe reagito a un complimento di Matutes che gli diceva di vederlo come possibile successore di Fidel Castro. Un’intercettazione del 1998, usata forse nel giugno 1999: perché è poi stata tenuta in serbo per altri quattro anni prima di riprenderla per decretare la sua definitiva morte politica? Mistero.[7]

Un’altra voce ha collegato la sua disgrazia all’arresto nel suo paese del governatore dello Stato messicano di Quintana Roo, Mario Villanueva, accusato di narcotraffico e altri gravi delitti, di cui era stata chiesta l’estradizione negli Stati Uniti. Villanueva era stato molte volte nell’isola vicina, e poteva essere ”incoraggiato” a denunciare complicità cubane nei suoi traffici. Quindi, come era accaduto per Ochoa, Robaina poteva essere un capro espiatorio, su cui scaricare eventuali responsabilità.[8]

L’ipotesi più probabile – in assenza di spiegazioni esaurienti – è quella di Carlos Alberto Montaner, vecchio e rancoroso oppositore dell’esilio, che non ha nulla a che fare col nuovo dissenso, ma è un commentatore brillante: egli ritiene che Fidel abbia emarginato Robaina come aveva fatto con tutti i potenziali esponenti di una corrente riformista, da Ochoa a Aldana.[9]



[1] Nessun cubano ha espresso perplessità per il rientro dei resti del Che, anche se qualcuno ha osservato che per onorarlo sarebbe stato meglio pubblicare i numerosi suoi scritti rimasti inediti.

[2] Contrariamente a quello che pensano gli apologeti della repressione, è proprio questa, che può colpire molto i semplici cittadini indifesi ma si ferma di fronte alla grande forza della Chiesa, che può accrescere notevolmente il peso di questa. L'esperienza polacca viene evocata solo per attribuire al papa la responsabilità della crisi, ma non si ricorda che dopo 40 anni di regime sedicente socialista il peso politico della Chiesa, che era modesto tra il 1918 e il 1939, e modestissimo nei primi anni dopo il 1945, per il suo rifiuto della riforma agraria, è cresciuto verticalmente. Rinvio per questo al mio Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939–1981), Lacaita, Manduria–Roma, 1988.

[3] Un altro sintomo di questo nuovo peso della Chiesa è rappresentato dalla scarcerazione di 300 detenuti  richiesta dal cardinal Sodano durante la visita del papa come gesto di buona volontà in vista di nuovi incontri. Erano contenuti in una lista più ampia: di essi 75 erano definiti da Sodano ”prigionieri politici” (da Robaina ”controrivoluzionari”), i rimanenti venivano liberati per motivi umanitari.

[4] Il resoconto della discussione, steso da Giulio Girardi, è apparso in diversi paesi, e in Italia su “il manifesto” pochi giorni dopo l'incontro. Cito tuttavia dall'originale spagnolo inviatomi dall'autore, ora sul sito: Fidel y el papa

[5] Manuel Vázquez Montalbán, E Dio entrò all’Avana, Frassinelli, Milano, 1998, p. 29.

[6] Ivi, p. 17.

[7] Che tristezza. Viene in mente il processo che nell’anno 897 il papa Stefano VI intentò contro il cadavere del suo predecessore, papa Formoso... Robaina era vivo, ma ugualmente non ha parlato...

[8] È possibile che all’arresto di Villanueva fosse collegata anche l’inchiesta sulla moglie di Robaina.

[9] Montaner ha insinuato malignamente che la grande “trovata innovativa” introdotta da Robaina a Cuba, e che in sostanza consisteva nel lanciare il grido “Chi non salta è yanqui” spingendo tutti a saltare (ribattezzata “el brinco [salto]  ideológico”) abbia irritato Castro: ci sarebbe una foto in cui salta anche lui come un canguro, ma con un’espressione disgustata dalla stupidità della cosa. È solo un pettegolezzo, ma divertente.

I brani riportati si trovano alle pagine 165-175 della terza edizione.