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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Aurelio Alonso: Chiesa 2012

Aurelio Alonso: Chiesa 2012

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Chiesa 2012: uno sguardo al cattolicesimo cubano

Aurelio Alonso

[Temas, 24-03-2012]

 

Un testo analitico, che ricostruisce le trasformazioni della Chiesa, dello Stato e dei loro reciproci rapporti tra la prima e la seconda visita papale (ma partendo anche da più lontano). Senza troppe polemiche né reticenze. Aurelio Alonso è considerato a Cuba un diplomatico che segue i rapporti tra Stato e Chiesa.

 

A cinquant’anni di distanza dal Concilio Vaticano II, la polarizzazione delle posizioni delle gerarchie cattoliche latinoamericane di fronte ai cambiamenti rivoluzionari, ed anche a svolte più moderate, meglio definibili come progressiste, restano molto distanti da quell’ aggiornamento, e paiono dimostrare come, alla fine, il cambiamento della Chiesa, che tante speranze aveva suscitato, restasse limitato, nell’essenziale, a un riferimento storico congiunturale. La Chiesa ha vissuto, in termini generali, una “restaurazione” postconciliare, piuttosto significativa nell’ambito dei rapporti capitalistici di dipendenza nel continente.

In questo quadro, seguendo il corso della storia di questo mezzo secolo, mi azzardo a dire che, attraverso suoi specifici percorsi, il caso di Cuba ha rappresentato per la Chiesa una sfida diversa: dietro l’apparente restaurazione, che potrebbe desumersi motivatamente dai suoi congiunturali reclami, ha rivelato una dinamica di ricostruzione dei legami con una società che è cambiata e continua a cambiare, senza rinunciare alla propria identità e capacità di resistenza, alle sue conquiste in fatto di giustizia sociale e a un certo metro di equità, salva l’incidenza esercitata su questa dall’ampliarsi del mercato. Noi cubani ci scopriamo in una cornice diversa da quel che si può osservare nel resto del continente, per la capacità dimostrata dal nostro sistema di resistere, con le sue acquisizioni, allo scollegamento più rapido; e ad appoggiare uno Stato radicalmente diverso dai modelli “occidentali” nella linea della sua rappresentatività e delle sue potenzialità di partecipazione. Accanto alle doti e alle carenze nella sua gestione, questo ha il merito di essersi sbarazzato degli interessi specifici di una struttura dominata dallo sfruttamento di classe e dai centri del capitale.

Per quanto riguarda i rapporti Chiesa-Stato, la situazione attuale è il risultato complesso di uno sviluppo effettivo e consistente. Negli anni Sessanta, per la maggior parte della popolazione cubana credente, il dilemma si presentava come una contrapposizione: “cattolicesimo o rivoluzione”, e questo perché il fatto che l’assimilazione statale del marxismo nel canone ortodosso sovietico, dottrinalmente ateistico, anziché contribuire ad attenuare il dilemma generalizzava la contrapposizione in termini di “religione o rivoluzione”. Nel quadro di questa polarizzazione, l’accento discriminante non solo investiva il cattolico, ma tutti i credenti religiosi.

Nonostante quel clima di tensione, che raggiunse il suo apice tra il 1960 e il 1962, non mancarono criteri e azioni, sia da parte degli ambienti cattolici sia da quelli marxisti (i politici istituzionali e gli accademici, gli eterodossi e gli ortodossi) che, in qualche misura, contribuivano a tenere aperto il dialogo. Aveva ragione il teologo italiano Giulio Girardi quando osservava come, al di là degli impegni di classe che garantivano l’appoggio delle istituzioni ecclesiastiche, le chiese “non si oppongono alla rivoluzione, in primis perché questa colpisce gli interessi della borghesia e dell’impero, ma perché propone un sistema di valori, una interpretazione della realtà, una concezione dell’uomo nuovo e un progetto educativo che sono alternativi a quelli delle chiese”.[1] Aveva evidentemente ragione, soprattutto guardando a lunga scadenza, perché il rinnovo generazionale avrebbe mutato la natura di questi rapporti. Con il passar del tempo, infatti, si sarebbe ridotto l’effetto di una reazione classista di fronte a una rivoluzione radicale, di un rigetto che sarebbe rimasto nel passato (e nell’emigrazione). Dopo il primo decennio, avrebbe cominciato ad avere maggior peso per la chiesa la sfida di riconciliarsi con un sistema che imponeva un metro mutato ai suoi rapporti con lo Stato e con la nuova società sorta dalla trasformazione rivoluzionaria.

Se si accetta questa tesi, si dovrebbe riconoscere che parte delle ragioni che congiunturalmente si erano potute presentare alla base del dilemma avrebbero anche potuto essere invocate per costituire il punto di partenza della collaborazione. Al fondo, il progetto socialista di giustizia sociale ed equità, in contrapposizione a un altro che abbia per bussola la logica del profitto conserva una sintonia con “la scelta in favore dei poveri”.

Non va dimenticato che la critica di Fidel Castro alle proiezioni contestatarie della gerarchia ecclesiastica agli inizi degli anni Sessanta si basava sulla compatibilità della proposta rivoluzionaria con le radici sociali del cristianesimo primitivo, e in alcun modo su argomentazioni ateistiche.

In America Latina, la “scelta in favore dei poveri” si manifestò, innanzitutto, nella nascita di un progressismo cristiano, sorretto dallo spirito innovatore del Concilio Vaticano II, e sotto la spinta alla riflessione favorita dalla Teologia della Liberazione. Naturalmente, sopprimere quella corrente divenne un obiettivo centrale della tendenza restauratrice dominante in Vaticano a partire dagli anni Ottanta. Né Chiesa cubana - la sua gerarchia – lasciò spazio a tale movimento, rispettando l’accordo sostanziale con la Santa Sede nella linea conservatrice di un percorso di convivenza.

A partire dagli anni Ottanta, divenne molto percettibile il risveglio della spiritualità religiosa e, all’interno di questa, l’iniziativa della Chiesa cattolica. Mi riferisco a segnali evidenti, e in alcuni casi a dati comprovati, di aumento del numero delle comunità religiose, all’emergere di nuove manifestazioni della fede e alla disinibizione di un numero crescente di persone che si riconoscono credenti e che, dall’inizio degli anni Novanta, non dovevano sfidare la discriminazione che, in passato, comportava il fatto di esternare la propria convinzione religiosa. Fino ad allora, la chiesa aveva dovuto guidare questo risveglio affrontando le restrizioni imposte dal predominio di un progetto ateistico. Lo sviluppo dell’impostazione della chiesa che si riprendeva si riflette nel documento conclusivo dell’Incontro Nazionale Ecclesiale Cubano (ENEC) del 1986, indicativo di un’articolazione del rapporto con la società cubana di allora.[2]

Il riavvicinamento avveniva nonostante Cuba vivesse allora – va ricordato – assoggettata al sistema di dipendenza dal COMECON, e che i primo Congressi del Partito consacrassero l’ideologia ateistica. Questo forse dipendeva dalla stabilità che quel legame si pensava comportasse per l’economia cubana, collegata con un sistema internazionale che si credeva più solido. Fatto sta che la comunicazione fra la Chiesa e il Governo evolveva positivamente, in modo che, dalla seconda metà degli anni Ottanta, venne avanti l’idea della visita pastorale di Giovanni Paolo II a Cuba, inizialmente prevista per gli inizi degli anni Novanta, anche se poi è riuscita a concretizzarsi solo nel 1998.

Il Papa viaggiatore aveva ormai girato tutti i paesi latinoamericani salvo Cuba; era stato cinque volte in Messico e quattro in Brasile. La visita all’Isola, un avvenimento religioso e sociale della massima rilevanza, rientrava ormai nel processo di aperto risveglio spirituale della fede religiosa e, a rigore, non si può considerarla la causa di questo. Né il risveglio si colloca al momento del crollo economico cubano degli inizi degli anni Novanta, anche se quella situazione divenne un elemento di significativa incidenza. L’infrangersi del pacchetto di soluzioni sociali dei problemi materiali della popolazione cubana contribuiva ad accentuare la ricerca di vie d’uscita, effettive o simboliche, per via individuale.

Quello che normalmente definiamo risveglio non costituisce esclusivamente – e non sempre essenzialmente- un effetto dell’aumento numerico, anche se questo è, regolarmente, l’elemento più evidente. Il risveglio riguarderebbe, oltretutto, l’intero spettro religioso cubano, dove il peso della religiosità di radice africana è decisivo, e che comprende la rapida crescita della fede pentecostale e di altre confessioni protestanti non tradizionali.

La stessa designazione di un nuovo cardinale cubano nel 1994, trent’anni dopo la morte del suo predecessore, rientrava nel processo del recupero istituzionale, dato che completava il quadro gerarchico dell’ambiente cattolico, per accogliere il papa in una “Chiesa nuova”.

Entrambe le cose rappresentavano ormai i segnali della rivitalizzazione cattolica nell’Isola. Fin dalle sue prime omelie, dai suoi primi editoriali e documenti pastorali, il discorso del cardinal Ortega fece sentire il dispiegarsi della dinamica del rafforzamento ecclesiastico e laico

Nel 1989, la struttura diocesana del paese era ancora composta da cinque diocesi e due arcidiocesi con i relativi prelati, praticamente la stessa di trent’anni prima. Attualmente ci sono nove diocesi e tre arcidiocesi e il numero dei sacerdoti, che era rimasto fermo per anni, è salito ad oltre 400 (oltre il doppio), e l’aumento non è più un problema aperto per la fede cattolica nel paese: Nel 2010 è stato inaugurato un seminario diocesano e alla cerimonia inaugurale ha assistito Raúl Castro, in veste di Capo di Stato. Sono sicuramente indici di recupero istituzionale.

Anche il movimento laico cattolico, che era diventato pressoché invisibile, si è rianimato, grazie a intellettuali giovani e attivi. Il numero delle pubblicazioni cattoliche è aumentato in maniera apprezzabile, e il loro coinvolgimento nei problemi sociali, politici, economici e culturali fornisce spesso apporti su temi polemici presenti nella società cubana. Un ulteriore segno di recupero istituzionale.

Per la visita di Papa Giovanni Paolo II si sono visti la Chiesa e lo Stato cubano lavorare, in modo coordinato e con lo stesso intento, forse per la prima volta dal 1959. Si è dissolto il falso dilemma ricorrente sulla stampa prima della visita: per chi significherà un successo o un fallimento? Alla fine, a fallire è stata l’incredulità. Molti dilemmi si risolvono quando si dimostra che non esistono.

Anche qui, per la prima volta in quattro decenni, forse la popolazione cubana potrà trovare sui mezzi di comunicazione un messaggio diverso da quello ufficiale. Il papa ha effettivamente dominato la scena mediatica per cinque giorni.

Il cardinal Tarcisio Bertone ricorda, nel suo recente libro sulla visita di papa Wojtila: “Fidel Castro ha mostrato affetto per il papa, che era ormai malato, e Giovanni Paolo II mi ha confidato che forse nessun Capo di Stato si era preparato tanto a fondo per la visita di un pontefice”.[3] Bertone commenta che Fidel conosceva le encicliche e i principali discorsi del papa, ed anche alcune delle sue poesie. In recenti dichiarazioni alla stampa cubana il cardinal Ortega ha sottolineato l’interesse del papa Benedetto XVI a inserire nella sua agenda la celebrazione del quarto centenario dell’apparizione della Virgen del Cobre, la patrona di Cuba. È evidente il significato speciale di questa visita, visto che non credo che Ratzinger sia, come il suo predecessore, un papa viaggiatore.

Nelle omelie, negli editoriali e negli interventi del cardinal Ortega – a partire dal 1994 – si trovano agevolmente passi che dimostrano il livello raggiunto dal discorso ecclesiastico cubano in termini di comprensione, negli stessi alti e bassi della vita sociale ed economica di ogni giorno che si vivono nel paese.

In precedenza, la pastorale dell’episcopato del 1993, El amor todo lo espera, di fronte alla sfida posta ai cubani dal crollo socialista, significò un arretramento rispetto al documento finale dell’ENEC, che rappresentava fino ad allora il testo di riferimento d’obbligo della dottrina sociale della chiesa cubana. La stampa ufficiale lo accolse in malo modo. Ancorché quel documento non abbia soppiantato l’altro del 1986, marcò tuttavia alcuni punti di riferimento per il futuro progetto sociale della chiesa.[4]

Va segnalato che la pastorale cattolica cubana conserva un taglio tipicamente ecclesiocentrico.

Tranne un ristrettissimo gruppo di laici, l’intelligentsia cattolica cubana (laici e clerici) formatasi negli ultimi decenni si orienta in maniera alquanto ortodossa rispetto al pensiero pontificio, che articola la dottrina sociale della chiesa. Questo si traduce in una certa impermeabilità al dissenso. Un senso critico sbilanciato e un alto grado di omogeneità dottrinale tra gli intellettuali cattolici. Partendo da questi presupposti, va valorizzata la realtà e la potenzialità della comunicazione tra questa chiesa e il mondo del quale fa parte.

In questo quadro, andrebbe definito che cosa si intenda per normalità nei rapporti con lo Stato e la società. Si tratta di concordanze consensuali con il progetto sociale, e di un esplicito rapporto di collaborazione? O piuttosto di un’intesa basata sulla combinazione di quote di rispetto e di tolleranza tra lo Stato e l’istituzione civile, che rende ancora problematico il suo affiancamento al sistema?

Penso che si tratti di una normalità accidentata, anche se assolutamente non contraddistinta né dall’immobilismo né dal rigetto. È evidente il moltiplicarsi di canali di intesa tra il cattolicesimo e le complicate dinamiche socioeconomiche del sistema cubano. Questo spiega l’accettazione governativa, nel 2010, del ruolo di mediazione del cardinale (in rappresentanza della chiesa) perché manifestazioni di opposizione venissero tollerate e anche perché si verificassero soluzioni per la scarcerazione di prigionieri processati per azioni di opposizione attiva in violazione della vigente legalità. Nella relazione centrale con cui ha inaugurato il VI Congresso del PCC, Raúl Castro ha accennato a tale intervento dicendo: “Lo facciamo all’insegna di un dialogo di reciproco rispetto, lealtà e trasparenza con l’alta gerarchia della chiesa cattolica, che ha contribuito con il suo lavoro umanitario affinché questo intervento si concludesse in armonia , e i cui successi, in ogni caso, spettano a questa istituzione religiosa”. In quel discorso, si inserisce tuttavia una precisazione circa i “punti di vista non sempre coincidenti” tra Stato e Chiesa, ancorché “costruttivi”.

È legittimo ritenere che la valorizzazione di questo episodio in un documento così rilevante nella politica del paese vuol dire che non ci si deve limitare a un dato congiunturale, ma che invece costituisce un segnale della normalità raggiunta. E deve essere questo, in buona misura, lo scenario di rapporti in cui si svolgerà la prima visita del papa Benedetto XVI a Cuba.

 

Traduzione di Titti Pierini, 30/3/12

 

 

 

 



[1] G. Girardi, Cuba después del derrumbe del comunismo. ¿Residuo del pasado o germen de un futuro?, Editorial Nueva Utopía, Madrid, 1994, p. 109.

[2] ENEC, Encuentro Nacional Eclesial Cubano. Documento Final, Tipografia Don Bosco, Roma, 1986.

[3] Agenzia EFE, 22 aprile 2011.

[4] “Informe Central al VI Congreso del Partido Comunista de Cuba”, in Granma (ed. especial), La Habana, 17aprile 2011.



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