Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> L’Argentina recupera il suo petrolio?***

L’Argentina recupera il suo petrolio?***

E-mail Stampa PDF

L’Argentina recupera il suo petrolio?

La presidentessa argentina Cristina Fernández Kirchner ha annunciato che prenderà il controllo della compagnia del petrolio YPF, che dal 1999 è sotto il controllo del gruppo spagnolo Repsol. In un intervento nella Casa Rosada il capo dell'esecutivo argentino ha annunciato “l'esproprio” del 51% delle azioni della compagnia che passeranno nelle mani del governo: il 49% di questa fetta sarà distribuito tra le province produttrici di petrolio, il 51% resterà allo Stato centrale.

Il governo argentino, la cui decisione è stata preceduta da mesi di voci e inchieste giornalistiche, ha spiegato la misura con il fatto che nel 2010 il paese si è visto obbligato a importare combustibili per un totale di 10 miliardi di dollari. La decisione è stata presentata come recupero della “Sovranità degli idrocarburi della Repubblica Argentina” con la finalità del raggiungimento dell'autosufficienza. L'esproprio riguarda esattamente quel 51% della totalità di YPF che corrisponde alla quota di Repsol. La restante proprietà rimarrà in mano della famiglia Eskenazi e di altri piccoli investitori.

Nel 1993 Repsol aveva comprato il gruppo YPF per 13 miliardi 437 milioni di euro. Il Financial Times allora lodò il presidente del gruppo, Alfonso Cortina, per aver condotto la fusione dell'anno. Il gruppo Petersen (della famiglia Eskenazi) fu scelto nel 2008, con il consenso del governo, che mantenne diritto di veto, per “argentinizzare” la gestione, ed estese la sua quota al 26%. Recentemente c’era stato un relativo deterioramento delle relazioni del governo Kirchner con la famiglia proprietaria di Petersen, che tuttavia non è stata toccata.

Per salvare il salvabile è intervenuto perfino il re Juan Carlos. E a un recente infortunio di Juan Carlos in una battuta di caccia all’elefante in Africa ha fatto un riferimento derisorio Cristina affermando che a forze di bugie alla Repsol è spuntata una vera proboscide…

YPF rappresenta un quarto dell'utile operativo di Repsol, che non può probabilmente reggere il colpo dell'esproprio. El País aveva accusato la politica economica del governo argentino (aumenti dei salari superiori al 20% e congelamento delle tariffe e dei prezzi dei prodotti) di essere la causa dei problemi di approvvigionamento energetico. Ma la presidentessa ha reagito con una certa durezza, che ha fatto temere altri investitori (tra cui due gruppi italiani che gestiscono le reti del gas, Camuzzi e Techint).

In Spagna le reazioni sono state furibonde, non solo da parte del governo di destra: il partito socialista ha subito offerto il suo appoggio al governo, mentre il segretario generale del PSOE, Alfredo Pérez Rubalcaba, ha subito telefonato la sua solidarietà al presidente della Repsol Brufau. La posizione di IU è stata invece blandissima, e si è concentrata solo sulle reazioni minacciose e di stampo colonialista del governo, ma limitandosi a “criticare” Repsol che dimenticherebbe di pensare ai suoi impegni sociali, badando solo ai profitti, tanto è vero che ha investimenti o imprese in diversi paradisi fiscali…

Ovviamente le azioni di YPF sono cadute intanto del 19% alla borsa di New York.

Per un giudizio complessivo, aspetto i commenti più articolati di diversi compagni argentini: intanto posso solo dire che – anche se prevalentemente propagandistico, e lontano dall’essere una vera nazionalizzazione – questo gesto può avere una notevole risonanza in tanti paesi che sono stati ugualmente derubati. Ma per essere qualcosa di diverso dalla celebrazione della guerra delle Malvine utilizzata di recente a fini di politica interna, questo gesto deve anche affrontare altri aspetti del terribile saccheggio subito dall’Argentina nel periodo della dittatura militare e durante i regimi liberisti che hanno portato all’esplosione del 2001: ad esempio il vero e proprio furto di Aerolineas Argentinas da parte di Iberia…

Su questi antecedenti rinvio a Il debito argentino: retrospettiva e 2001. La crisi dell'Argentina.

(a.m. 17/4/12)

Nel frattempo è uscito un ottimo articolo di Gennaro Carotenuto, che credo molto utile per la ricostruzione dell'antefatto:

Argentina: quello che alla Spagna non piace ricordare

Cristina Fernández de Kirchner ha annunciato ieri l’inizio di un processo che porterà ad una rinazionalizzazione di fatto del 51% della compagnia petrolifera YPF, svenduta da Menem nel 1992 alla spagnola Repsol. Dalla Spagna giungono quasi venti di guerra contro il governo argentino ad accultare da una parte la fragilità e l’incapacità del governo Rajoy ad affrontare la crisi e dall’altra la verità sulla privatizzazione di YPF e sull’azione delle multinazionali iberiche in America latina. Con la memoria di un elefante (che la battuta dispiaccia al Borbone non importa), ricordiamo alcune verità che Madrid non gradisce.

Molti anni fa, alla metà degli anni novanta, viaggiai da Buenos Aires a Madrid su di un volo Iberia fianco a fianco con un ingegnere petrolifero dell’AGIP. Mi spiegò molte cose su quell’industria e in particolare mi spiegò quella che già allora era la politica di rapina della compagnia petrolifera spagnola Repsol, che aveva beneficiato, pagando milioni di dollari in tangenti, della privatizzazione a prezzo di saldo della compagnia petrolifera nazionale YPF voluta dal governo Menem nel 1992. Mi spiegò dettagli tecnici su come l’Agip interrasse il petrolio estratto in attesa di tempi migliori (il prezzo del greggio all’epoca, prima che il ciclone chavista riattivasse l’OPEC, sotto la presidenza di Alí Rodríguez, era bassissimo) mentre la politica degli spagnoli era seccare fino all’ultima goccia le riserve argentine e poi andare altrove.

È così che Repsol è diventata una delle più importanti compagnie petrolifere al mondo pur battendo la bandiera di un paese che in sé non possiede una goccia di petrolio. Pagando profumate tangenti ai più corrotti dei politici, profittando fino all’ultimo della stagione neoliberale, imponendo patti leonini sul mercato del lavoro, con uno scarsissimo rispetto per l’ambiente, prosciugando materie prime non rinnovabili dei paesi che ahi loro, avevano aperto le porte. Nessuno più di Repsol può essere perciò allergico alle parole con le quali Cristina Fernández de Kirchner ha annunciato il percorso legislativo che porterà al recupero della proprietà pubblica del 51% di YPF (giacimenti petroliferi fiscali): sovranità, beni comuni.

Tra la posizione di Repsol, e le bellicose, volgari (spesso brutalmente maschiliste) dichiarazioni che giungono da Madrid in queste ore contro Cristina Fernández vi è tutta la differenza tra la notte neoliberale del prosciugamento delle risorse (altrui) come se non ci fosse un domani, e la necessità di qualunque paese di recuperare per lo Stato la sovranità su una politica energetica di lungo periodo che il libero mercato impedisce totalmente per le energie non rinnovabili.

Repsol inoltre sottopone in maniera brutale un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Negli anni ‘90 Telefónica, compagnia spagnola, aveva imposto nell’Argentina della parità col dollaro, in un regime di finto duopolio con France Telecom, il prezzo per telefonata più caro al mondo. Quando all’alba del 2002, crollato sotto le mobilitazioni popolari del “que se vayan todos” il regime neoliberale, il peso argentino ridusse il suo valore ad un terzo, l’allora primo ministro José María Aznar, mise sul primo aereo il suo lobbysta di fiducia, Felipe González. L’ex primo ministro socialista spendeva tutto il suo prestigio per convincere gli argentina che… “ok, svalutate pure, ma a patto che le telefonate più care al mondo le continuiate a pagare in dollari”, di fatto con un ulteriore aumento del 300% per gli svalutati portafogli argentini. Alla fine di quell’estate australe oltre 300.000 famiglie argentine si videro staccare il telefono che non erano più in condizione di pagare a un prezzo di mercato “fuori mercato”.

È tutta così la storia da vampiri delle multinazionali spagnole (ed europee) in America latina, dai disastri ambientali e di servizio commessi dall’idroelettrica Unión Fenosa a quelli di Iberia con Aerolíneas Argentinas, la miglior compagnia aerea del sud del mondo che fu comprata solo per essere completamente svuotata da Iberia. Nel 2006 l’allora presidente Néstor Kirchner dovette espropriare la multinazionale francese Suez che da mesi sapeva perfettamente di star fornendo acqua da bere inquinata alle case di quasi un milione di argentini. È questo il modello, lo stesso che ha fatto accumulare alla sola Texaco, nel solo piccolo Ecuador un debito per danni ambientali per 700 miliardi di dollari.

Eppure in quello di YPF come in ogni altro caso la ricostituzione della sovranità dei paesi del Sud del mondo (in Argentina è successo con la compagnia aerea, con le poste, con i fondi pensione e la salute) comporta sempre la stessa risposta: populismo, socialismo, antimercato, antidemocratico. Sarebbe invece democratico per gli europei imporre di pagare le telefonate più care al mondo, democratico far bere acqua inquinata, democratico svuotare imprese, licenziare decine di migliaia di lavoratori (o licenziarli al venerdì e riassumerli al lunedì a metà stipendio), trattare interi paesi come dei fazzoletti usa e getta, prosciugarli e buttarli via.

Resta un’addenda. Il miracolo di lungo corso dei quali gli spagnoli vanno tanto orgogliosi, e che qualcuno ascrive perfino ad una presunta buona semina franchista, che in pochi anni ha creato un quinto paese grande e ricco in Europa Occidentale, aveva i piedi d’argilla ma soprattutto un’etica debolissima. Il miracolo spagnolo è stato dovuto essenzialmente a due fattori. Da una parte un eccellente uso dei fondi di coesione europei, un piano Marshall del quale nessuno come la Spagna ha saputo beneficiare e che l’Italia nel nostro Sud ha sprecato.  Dall’altro la Spagna democratica ha liberato le sue energie economiche soprattutto tornando ad esercitare una politica di rapina in America Latina. La Spagna è il paese che più si arricchì dal trentennio di distruzione neoliberale delle società d’oltreatlantico. Le multinazionali iberiche, da Repsol a Telefónica, sopravanzano perfino gli Stati Uniti nel continuo esercizio di corruzione e lobby. È questo il contesto nel quale i governi integrazionisti latinoamericani stanno ricostituendo da un decennio la sovranità della regione, affrontando mille difficoltà in pace, democrazia e riducendo ovunque gli agghiaccianti parametri di povertà e disagio sociale che la notte neoliberale aveva lasciato. Se volete chiamateli populisti e antidemocratici. Se ne giovano.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

--------

Colonialismo patriotero

 

La "Marca España" es la "Marca Repsol" (y viceversa)

 

 

Miguel Romero  http://www.vientosur.info/

 


 

Los rumores de una nacionalización de la filial argentina de Repsol por parte del gobierno de Cristina Kirchner ha generado reacciones que ayudan a entender el mundo en que vivimos.
Sobre las andanzas de Repsol en Argentina y en otros países, no es necesario extenderse ahora: hay libros y artículos bien documentados que pueden encontrarse, por ejemplo, en la web del Observatorio de las Multinacionales en América Latina (OMAL), www.omal.info.
Sí hay que destacar dos aspectos: el primero, y principal, la constitución de una especie de Troika a los pies de Repsol, integrada por el gobierno del PP, el PSOE (ya se sabe, consensos de Estado) y la Comisión Europea, amenazando al unísono al gobierno argentino si no se pliega a los intereses de la multinacional, despreciando absolutamente el derecho del Parlamento argentino a legislar lo que considere conveniente sobre una empresa que hace negocios, espléndidos negocios desde hace años, en su territorio.

El segundo, que es en realidad un aspecto concreto del primero, es una clarificación del significado real de la “Marca España”, gran objetivo propagandístico de la política exterior española, que al parecer será presentado en sociedad en los próximos días. La envoltura del asunto, el “relato” dicho en términos de moda, es que toda actividad con un proyección exterior (embajadas, cultura, cooperación al desarrollo,…) tienen que actuar al unísono a favor y bajo el palio común de la “Marca España”. Bueno pues, ahora se confirma que la “Marca España” es la “Marca Repsol”, y mañana será de Telefónica, Endesa, Prisa, Santander o quien lo necesite entre las transnacionales consideradas “españolas”. Recordando a Naomi Klein, hay que responder a esta milonga de las marcas con un claro y fuerte: “¡No logo!”

En los años 50, el presidente Eisenhower nombró secretario de Defensa al presidente de General Motors, entonces la empresa más potente -en la fabricación de armas, entre otros negocios- y símbolo del capitalismo norteamericano. El personaje rechazó cualquier posible conflicto de intereses entre sus nuevas responsabilidades políticas y las empresariales con una frase que se hizo célebre y que cito de memoria: “Lo que es bueno para los EE UU es bueno para General Motors, y viceversa”. Lo fundamental de la frase es el “viceversa”, que indica quien manda.

Ahora el coro de Sáenz de Santamaría, Margallo, Valenciano, el portavoz de la Comisión Europea y el resto de la tropa vienen a decir que: “Lo que es bueno para España es bueno para Repsol…”, y sobre todo, “viceversa”.
Hay que rechazar este colonialismo patriotero, sin matiz alguno (¿a cuento de qué viene que Llamazares pida a Repsol que convenza (sic) “a los gobiernos español y argentino que tiene compromisos de rentabilidad, pero también sociales") .

Como muy bien dice Ecologistas en Acción en el comunicado que reproducimos a continuación, la nacionalización de YPF sería una buena noticia, cualquiera que sean los motivos del gobierno argentino.

La expropiación de YPF sería una buena noticia

Ecologistas en Acción se muestra favorable a la expropiación el 50’01% de las acciones de YPF por parte del Gobierno argentino a costa del 57’46% que le pertenecen a Repsol. Este es un paso necesario en el avance hacia un mundo post-petrolero más justo.

Ecologistas en Acción considera que es imposible avanzar hacia un mundo post-petrolero mientras el control de los campos y de la actividad petrolera esté en manos de empresas privadas. De este modo, el control público que una empresa como YPF es un paso adelante.

Pero la organización ecologista es plenamente consciente de que las razones por las que el Gobierno argentino se está planteando la nacionalización no son precisamente las ambientales. A pesar de ello, la expropiación sería una buena noticia, ya que un Gobierno en un país con una democracia parlamentaria es más susceptible de avanzar hacia el desmantelamiento de empresas públicas contaminantes gracias a la presión popular, que una corporación privada que solo se rige por la ley de máximo beneficio.

Además la noticia es positiva desde una perspectiva de justicia social. Ecologistas en Acción recuerda que Repsol, una pequeña empresa petrolera entonces, pudo comprar YPF gracias, entre otras cosas, a que el Gobierno de Carlos Ménem puso en venta la otrora empresa pública a precio de saldo y en un proceso plagado de irregularidades. Durante este tiempo, los beneficios de la explotación de los recursos argentinos no se han quedado en Argentina, sino que mayoritariamente han salido fuera de sus fronteras, mientras los impactos de la extracción sí han afectado a la población local. Además, las decisiones sobre temas estratégicos para el país americano, como los energéticos, tampoco se han realizado allí. Por ello, simplemente desde esta perspectiva de justicia social, la nacionalización de YPF es una buena noticia.

Por último, Repsol no es una empresa “española”, sino que es una empresa de sus accionistas. No existe ningún control público sobre sus actividades, ni sus beneficios redundan en la ciudadanía española de forma significativa. Además el 42’00% de las acciones está en manos de fondos de inversión que no tienen su sede en España, a lo que hay que sumar el 9’48% que está en manos de Pemex. Es decir, más de un 50% de la compañía pertenece a personas o entidades radicadas en terceros países.

Para Ecologistas en Acción, la defensa de los intereses de Repsol por parte del Gobierno solo puede ser explicada por una visión colonialista de las relaciones internacionales y por la supeditación de las instituciones públicas a los intereses privados de las empresas, en este caso Repsol.


http://www.ecologistasenaccion.org/article22936.html

Subir

 



You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> L’Argentina recupera il suo petrolio?***