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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Argentina: bilancio di un decennio (1)

Argentina: bilancio di un decennio (1)

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Argentina: bilancio di un decennio

 

Questa è la traduzione della prima parte, dedicata agli squilibri strutturali, di un ampio documento del gruppo di Economisti di sinistra argentini (EDI) che era stato reso pubblico all’inizio di aprile, quindi prima dell’annuncio delle misure decise da Cristina Fernández Kirchner nei confronti della Repsol. Le altre parti saranno pubblicate appena completata la traduzione e la sua revisione. La suddivisione di un documento così lungo ha d’altra parte anche lo scopo di facilitare una lettura meno affrettata, che può essere utile per capire bene la logica di questa “nazionalizzazione” e più in generale della politica della presidente argentina: alcuni settori della sinistra infatti tendono a volte a esaltarla acriticamente insieme a quella degli altri governi “progressisti” dell’America Latina, soprattutto per reazione alle grossolane denigrazioni della stampa italiana ed europea schierata col proprio imperialismo.

Ricordo anche che avevo pubblicato già dei commenti al recupero di YPF fatti da alcuni degli Economisti di sinistra come Claudio Katz e Guillermo Almeyra, che avevano in comune un atteggiamento cauto, senza alcun pregiudizio ostile ma neppure senza dimenticare chi aveva regalato alla Repsol (e ad alcuni capitalisti argentini) la prestigiosa impresa petrolifera di Stato, una delle più antiche e solide dell’America Latina. Si veda, oltre a Almeyra sulla Repsol (in italiano), anche Katz: la "nueva" YPF, e la ricostruzione della storia di YPF in YPF, pasado y futuro, queste due in castellano. Naturalmente c’è anche il mio primo commento “a caldo” subito dopo l’annuncio: L’Argentina recupera il suo petrolio?*** (i tre asterischi indicano che l’articolo, già in circolazione, è stato integrato nelle ore successive con nuovi testi).

(a.m.20/4/12)

 

 

ARGENTINA - Emergono i limiti del “modello”

Un bilancio degli Economisti di Sinistra

(Economistas de Izquierda - EDI)*

 

 

Ormai trascorso un decennio dalla eliminazione della convertibilità, si generalizzano gli interrogativi sul corso dell’economia. Le fasi di espansione senza intoppi (2003-2008) e degli annullamenti controllati degli accordi (2009-2011) sono alle spalle e le crepe del modello acquistano visibilità. Costituiscono aree critiche gli idrocarburi, il settore minerario e le ferrovie, cui si affianca l’estensione della coltivazione della soia, mentre perde dinamicità il recupero dell’impiego produttivo e numerosi sono gli ostacoli affrontati dalla reindustrializzazione.

Il crescente intervento straniero e l’accresciuta concentrazione economica, il fallimento del tentativo di ricreare un soggetto borghese nazionale, il predominio delle società che determinano i prezzi sono tratti sempre più accentuati, mentre la polemica sulle eccedenze e la fuga di capitali alimenta il processo inflazionistico e la perdita di competitività deteriora la situazione delle esportazioni industriali e minaccia il livello occupazionale.

Vi sono sicuramente problemi congiunturali. Quale che sia la valutazione dell’impatto che possa avere la crisi capitalistica mondiale, nessuno fa parola della “blindatura argentina”. L’oscillazione delle divise ridurrà l’avanzo primario e la situazione fiscale peggiora. Senza incrementare le risorse della Tesoreria sarà difficile ripetere gli introiti del 2009 ed evitare il calo imminente della produttività con spesa pubblica o espansione del consumo.

Si è esaurito l’attuale modello economico? Esistono margini per lo sviluppo in uno schema che continua a puntare sull’”estrattivismo” [l’attività ininterrotta e prioritaria di estrazione mineraria - ndt]? Hanno raggiunto un tetto i miglioramenti delle condizioni sociali e le importanti conquiste popolari degli ultimi anni? Di seguito, esponiamo un bilancio, ponendo l’accento sui problemi più preoccupanti che ha di fronte l’economia argentina.

 

Parte I: Gli squilibri strutturali

 

Il saccheggio degli idrocarburi

 

La situazione energetica del paese non è al collasso, ma ha raggiunto un limite che segnale un acuto stato di crisi. Questo si manifesta nella debolezza della produzione degli idrocarburi, nell’insufficienza sia della capacità di raffinazione installata sia delle reti di trasmissione e distribuzione dei fluidi; come pure nello stato embrionale delle energie alternative. Tuttavia, in un paese la cui fonte energetica è fortemente dipendente dagli idrocarburi (90%), soprattutto dal gas, è lì che si concentra il nocciolo duro della crisi latente.

L’Argentina è un paese che dispone di petrolio, come sappiamo ormai da più di un secolo, ma non si può dire che sia un paese petrolifero, visto che il livello delle sue riserve comprovate non autorizza una simile definizione. Certamente, alla fine degli anni Ottanta ha conseguito l’autosufficienza e pochi anni dopo è diventato un paese esportatore. A rigore, si esportavano riserve (si calcola si sia esportato il 50% di quelle accertate di petrolio e il 15% di quelle di gas) e il risultato è stato indubbio: perdita dell’autosufficienza e trasformazione dell’Argentina in importatore netto di gas naturale, benzina, gasolio.

La bilancia energetica argentina non presenta dunque più le eccedenze di 2 miliardi e 41 milioni di dollari del 2010: nel 2011 è stata negativa per 2 miliardi e 31 milioni (fonte INDEC [Instituto Nacional de Estadistica y Censos]). Quel che si preannuncia sono forti disavanzi crescenti. Le importazioni di gas boliviano sono raddoppiate e i sussidi statali al settore energetico sono aumentati in modo esponenziale. Il problema non si limita a minacce di tagli in estate o a mancanza di gas in inverno. È emerso un grosso intralcio per l’intera economia, derivante da strutturale scarsezza di combustibile.

Le riserve, dunque, sono scese da 20 anni negli anni Novanta, a 10 nel 2009 e da 17,2  nel 2000 a 7,8 nel 2009, rispettivamente. Questo crollo è stato diretta conseguenza dell’assenza di esplorazioni. Negli anni Ottanta si erano aggiunti 1.026 pozzi, nel decennio successivo 989 e, in quello seguente, 494.

La REPSOL è la principale responsabile di questo crollo. Si è impossessata di YPF (Yacimientos Petrolíferos Fiscales) quando il barile, che ora si aggira intorno ai 100 dollari, ne costava solo 20, e ha dedicato la propria gestione a svuotare i pozzi già scoperti. Ha sistematicamente mandato all’estero i propri utili e investito in altre zone (Stati Uniti, Brasile, Messico, Caraibi, Africa). L’Argentina è sempre figurata come la principale fonte di introiti della compagnia e la rendita del sottosuolo nazionale è stata destinata ad aprire traffici ad altre latitudini. Negli stessi bilanci dell’impresa si informa che questi guadagni sono derivati dallo svuotamento dei pozzi già esistenti. Tale estrazione ha garantito un altissimo livello di redditività. Nel solo periodo 2008-2010 l’impresa ha ottenuto profitti netti per 13 miliardi e 380 milioni di pesos e ha distribuito il 90% di questi.

Un’altra frode complementare fu perpetrata dai capitalisti argentini alleati del governo (famiglia Eskenazi). Entrarono nella compagnia acquistando il 25% delle azioni, con fondi ricavati dalla distribuzione degli utili; non investirono un solo peso e finanziato il proprio acquisto con crediti liquidati nello svuotamento dell’impresa.[i]

Il governo partecipò direttamente all’operazione, eliminando intralci legali e decidendo aggiustamenti dei prezzi nei distributori. Pensava che questa “argentinizzazione” avrebbe consentito il recupero del controllo su un settore devastato dalle privatizzazioni. Ma il rimedio fu peggiore del male, poiché gli imprenditori nazionali accentuarono il parassitismo di quelli iberici. Negli ultimi mesi il disastro prese a ripercuotersi sull’economia e costrinse il governo a premere per aumentare il rifornimento. Si indignò con i suoi vecchi soci, tagliò i sussidi alle imprese (programma petrolio, raffinazione e gas plus), denunciò sovrapprezzi del gasolio, contestò pratiche da monopolio (vendere più caro agli autotrasportatori che nei distributori) e costrinse a liquidare le divise d’esportazione. Votò inoltre nel direttivo di YPF contro la suddivisione dei dividendi, minacciò di introdurre forti regolamentazioni e ostentò una retorica bellicosa (“non possiamo tornare ai tempi del Vicereame”).

Si stanno per vedere le conseguenze di questo scontro. Le imprese sono sempre ricorse alla riduzione del rifornimento per ottenere prezzi più alti, suscitando risse con tutti i governi. L’attuale problema ha un’altra portata, dal momento che si sono esauriti i pozzi esistenti. Si richiedono rilevanti investimenti per reperire nuovi giacimenti o per sfruttare affluenti dall’elevato costo di estrazione. La nuova conca di Neuquén potrebbe accrescere sensibilmente le riserve comprovate. Contiene tuttavia combustibile non convenzionale, la cui estrazione comporta enormi rischi ambientali ed esige spese doppie o triple rispetto alla media attuale. Quanto accaduto con ENARSA dimostra l’inconsistenza totale di iniziative ufficiali senza risorse né finanziamento. L’impresa è costituita da un gruppo di aziende senza una reale attività. È titolare di aree off shore, ma non ha realizzato operazioni significative.

REPSOL non sembra orientata a modificare le proprie politiche imprenditoriali per la pressione del governo. Meno ancora si dimostra disposta a contrarre debito per sanare il mancato rispetto dei suoi vecchi impegni. E sicuramente non effettuerebbe investimenti significativi se i prezzi locali del combustibile si allineassero ai livelli internazionali.[ii]

Alcuni funzionari governativi cominciano a cercare di associarsi in modo privilegiato ad altre imprese (ad esempio, Pan American), ad altri gruppi (Bridas) e ad altri finanziatori (cinesi). Ma un mutato favoritismo non risolverebbe il problema degli investimenti mancanti.

La necessità di annullare le concessioni e di nazionalizzare nasce dalla semplice inadempienza di contratti, che stipulano l’obbligo di effettuare investimenti, la cui non realizzazione ha comportato l’esaurimento delle risorse e la presente emergenza energetica. Il paese non solo ha argomenti giuridici più che sufficienti per adottare la decisione, ma può anche ricorrere a tribunali internazionali per la frode perpetrata da REPSOL. Ovviamente, la controversia non potrebbe essere affrontata nell’ambito del CIADI [Centro Internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti – ndt], che ha già predisposto disposizioni favorevoli alle multinazionali prima ancora dell’inizio di qualsiasi processo.[iii]

La ri-nazionalizzazione di YPF è un’alternativa presa in esame da tutti i protagonisti del settore. Si è venuto a sapere che persino i principali artefici della privatizzazione di Menem avrebbero proposto una forma di statalizzazione tale da favorire REPSOL. Noi Economisti di Sinistra sosteniamo che occorre prestare molta attenzione alla possibilità di un’altra truffa, tramite qualche riacquisto della compagnia con fondi pubblici, che alla fine sarebbe funzionale ad altri affari privati.

Alcuni progetti in corso segnalano gli svantaggi subiti per aver perso la compagnia statale, che hanno invece mantenuto il Brasile, l’Uruguay e il Messico. Si sottolinea inoltre la svolta statalista prevalente su scala internazionale, visto che 16 delle 20 principali imprese mondiali appartengono al settore pubblico.[iv] Del pari, si possono concepire vari modelli di futura gestione, dando grande rilevanza a un’associazione petrolifera sudamericana. Pensiamo sia indispensabile riservare particolare attenzione ai movimenti del governo e alle iniziative che possa prendere, che sembrano per il momento non ancora ben definite, mentre per noi è indispensabile precisare se la ri-nazionalizzazione contemplerà o meno indennizzi. Nel primo caso si accetterebbe la truffa già effettuata e il paese resterebbe privo di fondi per realizzare gli investimenti rimandati per esplorare ed estrarre le risorse. Non basta coniare una nuova denominazione (YPF Federale) o sventolare la bandiera del recupero energetico. Bisogna dettagliare la strumentazione per questo obiettivo. L’acquisto dell’impresa (in contanti, per quote o con debito), pagandone in parte o completamente il valore borsistico (11 miliardi di dollari, stando all’attuale valutazione azionaria a New York (Clarín, 14-03–2012), comporterebbe il tracollo delle finanze pubbliche.

Per noi di EDI la sola risposta progressista e in grado di trasformare la situazione è l’immediato annullamento delle concessioni, la ri-nazionalizzazione senza indennizzo di YPF e la devoluzione costituzionale della proprietà del sottosuolo che la Nazione, tramite il Pacto de Olivos delegò alle province con la Riforma Costituzionale del 1994, poi perfezionata con la cosiddetta Ley Corta [Legge breve] del 2006: un’iniziativa del governo allora in carica che il Congresso Nazionale [Parlamento] sancì insieme a detassazioni inedite per l’attività. Il trasferimento del dominio detenuto storicamente dallo Stato nazionale sui giacimenti e i permessi di sfruttamento e le concessioni agli Stati provinciali offrì ai governatori la capacità di negoziare con le compagnie, dando così la stura a ogni tipo di connivenze alle spalle del paese. Per noi la sorte degli idrocarburi deve stare nelle mani dell’insieme della popolazione e la gestione di questo settore strategico deve svolgersi in maniera trasparente e con la piena informazione dell’opinione pubblica.

È evidente che la ri-nazionalizzazione e il recupero da parte dello Stato nazionale della proprietà del sottosuolo andrebbero affiancate dalla reimpostazione di tutto il sistema fiscale, altrimenti si corre il rischio di tagliare il finanziamento delle province, soprattutto nei settori dell’istruzione e della sanità.

Riteniamo queste misure indispensabili per ricostituire l’approvvigionamento. Per altro verso, sottolineiamo lo stretto legame tra la crisi energetica e gli attuali problemi di spesa corrente. Il problema energetico costringe a spendere i dollari indispensabili per importare beni per la produzione agricola e beni strumentali. Per noi, si tratta di una contraddizione insita nello stesso modello neosviluppista e che ancora una volta esprime le difficoltà strutturali del settore esterno.

 

Il collasso ferroviario

 

Il decadimento del sistema ferroviario è un problema annoso, e può datarsi al momento di inflessione degli inizi degli anni Sessanta con il Piano Larkin, primo tentativo di ridimensionare l’impresa in favore del trasporto viario; seguono poi anni di marce e contromarce, con il susseguirsi di politiche contraddittorie che ne hanno accentuato il logoramento. La distruzione lenta ma costante nel tempo fu funzionale agli interessi del trasporto viario, in particolare a quelli delle multinazionali dell’industria automobilistica. Questa opzione portò allo sperpero di risorse già scarse e dimostra l’irrazionalità capitalistica e le sue drammatiche conseguenze sulla perdita di vite umane, l’inquinamento e il degrado ambientale.

Tuttavia, in questa storia decennale ci si può imbattere in un periodo chiaramente differenziato, quello che inizia nella metà degli anni Novanta con le privatizzazioni e che arriva fino ai nostri giorni. In poco meno di tre anni, sotto la veste della concessione, l’impresa statale – monopolistica e con deficit di servizi – si trasformò in numerose imprese di diritto privato. Dei 39.000 km operativi ne rimasero 22.000, di cui se ne sfruttano solo circa 7.500. Dei 95.000 lavoratori delle ferrovie restano attivi circa 14.000. Oggi però si trasportano più passeggeri/km e più tonnellate/km che non in quegli anni. La produttività e il profitto sono aumentati in forma esponenziale ed è stata la rinegoziazione dei contratti agli inizi dell’amministrazione di Kirchner a protrarre queste condizioni.

I servizi redditizi – quelli del trasporto merci - rimasero in concessione a gruppi economici che introducono miglioramenti tecnologici e operativi solamente finché sono funzionali ai loro interessi. Quelli del trasporto passeggeri a medio-lunga percorrenza sono pressoché inesistenti: quelli che sono stati tiepidamente riattivati funzionano in pessimo stato di confort e di sicurezza. Ma sono i servizi suburbani di passeggeri quelli giunti al limite delle loro possibilità.

Nonostante il carattere di prebenda della privatizzazione, la gestione privata delle imprese non ha rispettato i capitolati di licitazione. Non hanno investito, non pagano i canoni stabiliti né gli inventari che sono stati trasferiti loro a bassissimo prezzo e lo Stato destina anno dopo anno per sovvenzionarli partite di bilancio crescenti.

Il collasso delle linee San Martín, Roca e Belgrano Sur, così come gli incidenti che si susseguivano sulla linea di Sarmiento, anticipavano quello che poteva accadere. Indipendentemente da questo, dovendo farsi carico delle linee collassate, il governo non trovò soluzione migliore che darle in gestione agli stessi gruppi imprenditoriali che avevano tratto profitti dalla privatizzazione delle ferrovie e che continuano a sfruttare altri servizi. Una sorta di associazione a delinquere (Cirigliano, Roggio, Techint), con la partecipazione attiva della mafia sindacale che ha perpetrato l’assassinio di Mariano Ferreira [un lavoratore precario ventitreenne che manifestava per il reintegro di alcuni licenziati dell’azienda ferroviaria Roca, ucciso a colpi di arma da fuoco a Buenos Ares il 20 agosto 2010 da una squadraccia protetta dalla burocrazia sindacale dell’Unione ferroviaria e dalla polizia presente sul posto – ndt].

Non si è trattato di una selezione innocente. I Cirigliano hanno raccolto fondi per le campagne elettorali governative, si sono accollati la gestione di imprese fantasma su richiesta governativa (Safe, Flay) e hanno messo la loro flotta aerea privata a disposizione del trasporto di funzionari. La recente tragedia di Once [il nome del quartiere di Buenos Aires nella cui stazione il 23 febbraio 2012 si è schiantato un treno TBA – ndt] ha dimostrato che le previsioni non erano vane. La morte dei 51 passeggeri era stata preceduta da centinaia di morti sulle linee gestite dai responsabili del crimine. È ormai risaputo che i freni e i paraurti non funzionano e che i vagoni e le linee sono completamente obsoleti. I convogli circolano dietro minaccia di sanzioni per i lavoratori che ne denunciano i pericoli, Tutte le compagnie ignorano le norme di sicurezza, per ridurre i costi e aumentare gli incassi con il numero di passeggeri trasportati.

Tuttavia, il caso Cirigliano è particolarmente scandaloso. TBA ha utilizzato le sovvenzioni per pagare un emporio di carrozzerie, immobili e assicurazioni, nel paese e fuori. In pochi anni ha trasformato la sua piccola impresa in un potente gruppo, distruggendo le ferrovie in competizione con i suoi interessi nel trasporto automobilistico urbano. Ha anche effettuato manovre finanziarie (depositi in dollari, acquisto di titoli) col denaro pubblico che avrebbe dovuto utilizzare per la gestione ferroviaria.

Le distrazioni dei fondi contavano sulla diretta complicità dei funzionari. Nessuno può dire che non sapesse. Ispettori, lavoratori, delegati e gruppi di opposizione si erano stancati di presentare denunce; ad esempio l’Associazione del personale dirigente (APDFA), che aveva più volte descritto la violazione delle norme di sicurezza. Si cestinarono gli avvertimenti e li si occultarono. Con simili precedenti è inammissibile la presentazione dello Stato come querelante di fronte a giudici sottomessi al potere. Non vanno dimenticate le cause montate da Aníbal Fernández [potente personaggio peronista, con reiterati incarichi di governo – ndt] contro i delegati combattivi che avevano anticipato quanto alla fine è accaduto. Per coprire le distrazioni di fondi delle imprese incolpava di “sabotaggio” i lavoratori.

Molti oppositori della destra e dei partiti tradizionali che rispolverano queste denuncie nascondono solitamente la loro partecipazione allo sfascio avviato dal menemismo negli anni Novanta, proseguito dall’Alleanza e perfezionato dall’amministrazione provvisoria di Duhalde, con un decreto che esonerava le compagnie dalle responsabilità per non avere adempiuto agli investimenti.

La commozione sociale suscitata dalla tragedia di Once e la reazione dei coinvolti offre l’occasione per ritorcere quel disastro ferroviario. Nella recente storia argentina la mobilitazione dei familiari è stata determinante per imporre giustizia, soprattutto quando il governo incolpa le vittime, attribuisce il disastro all’irresponsabilità dei passeggeri penzolanti, che si accalcano nel salire o riempiono i vagoni nei giorni lavorativi. Inoltre, designa un ex menemista per gestire l’intervento di TBA e allontana Schiavi con tanto di elogi.

Impedire l’impunità è il punto di partenza per ricostruire il settore ferroviario. In luogo di un altro rattoppo nei contratti in vigore c’è bisogno di un cambiamento radicale, che sradichi completamente il modello di privatizzazione che il governo intende mantenere e la destra pretende di consolidare con demagogia e aumenti tariffari. [v]

Gli obiettivi espliciti della privatizzazione proponevano la soppressione del passivo e l’ammodernamento dei servizi tramite investimenti privati; dopo quasi due decenni di privatizzazioni i risultati ne dimostrano l’inoccultabile fallimento, con l’aggravante che si è perso il carattere pubblico di questi servizi e non si tiene conto dell’interesse sociale generale implicito in essi. Come era prevedibile, la logica del capitale dà priorità al profitto al di sopra di ogni altra cosa.

Alla luce di questa conferma, la proposta alternativa di ri-statalizzare il settore ferroviario sotto il controllo di professionisti, lavoratori e utenti suscita adesioni crescenti. Questa amministrazione consentirebbe di eliminare lo sperpero e la corruzione. Al momento attuale è raddoppiata la spesa in sovvenzioni per gestire soltanto il 15% dei tradizionali servizi ferroviari.

Per gli Economisti di Sinistra la ri-statalizzazione senza fondi manterrà aperti i problemi. Occorre definire come si finanzieranno gli investimenti di cui ha bisogno il sistema. Il patrimonio dei Cirigliano e di tutti i gruppi che si sono arricchiti demolendo il settore ferroviario dovrebbe contribuire alla riconversione. Quanto hanno rubato va riconvertito in lavori. Ma la fonte principale di risorse sta nelle sei linee altamente redditizie che trasportano merci. Questo trasporto deve finanziare quello dei passeggeri, mediante la statizzazione di questi trasportatori privati. Secondo noi, solo applicando questo criterio comincerebbe a sradicarsi la manipolazione di uno Stato allocco che gestisce attività in perdita per garantire ai privati i segmenti particolarmente redditizi.

Sosteniamo che un’altra fonte di finanziamento dovrebbe derivare da misure impositive tendenti ad assegnare a ogni specifica modalità di trasporto via terra il proprio ruolo nel quadro di un Piano nazionale del Trasporto (rivendicazione storica degli ambienti ferroviari) che articoli e renda complementari, in funzione dei suoi costi operativi, le distanze e il beneficio pubblico, i diversi modi alternativi.

 

Resistenza alla mega-estrazione mineraria

 

Il terzo campo di tensioni è venuto a galla nelle mobilitazione contro la mega-estrazione mineraria. Tale rifiuto si verifica in varie province, risveglia la simpatia popolare e suscita la solidarietà di molti intellettuali ed artisti. È ricomparsa la coscienza ambientalista, che aveva fatto irruzione nei blocchi stradali contro le cartiere di Gualeguaychú [in Uruguay, ma con inquinamento delle acque dell’omonimo fiume, che segna il confine con l’Argentina – ndt]. L’Argentina prende così ad allinearsi alle battaglie ambientaliste che si sviluppano in America latina.

È spaventosa la devastazione ambientale prodotta dall’estrazione mineraria su larga scala. Le vecchie gallerie scavate per ricercare metalli nel sottosuolo sono state rimpiazzate dalla dinamite, a cielo aperto. Si estende la contaminazione dell’acqua potabile con l’impiego di cianuro, acido solforico, mercurio o altre sostanze per trattare il minerale. Il rincaro dei prezzi internazionali incentiva questo sistema di sfruttamento, che avrebbe già consumato una riduzione del 30% dell’acqua prodotta dai ghiacciai.[vi]

Dal momento che c’è acqua insufficiente per far convivere estrazione mineraria e agricoltura, il governatore de La Rioja ha optato per la demolizione del sottosuolo a spese dei prodotti alimentari. Di fronte a tale scelta, la parola d’ordine “il Famatina non si tocca” [il Famatina è il monte dove una società canadese specializzata in estrazione a cielo aperto intende installare la propria attività – ndt] costituisce una genuina esortazione alla vita.

La motivazione ufficiale pretestuosa per sostenere l’affare minerario (“sviluppa l’interno” del paese) va impugnata. Basti guardare il saccheggio consumato negli ultimi dodici anni in Catamarca dall’impresa Bajo la Alumbrera [deposito di rame e oro estratti a cielo aperto – ndt]. In un solo esercizio la compagnia ha fatturato più dell’intero investimento iniziale. Ha pagato tasse irrisorie, moltiplicando per dieci i suoi introiti e forgiando una “economia d’enclave” per estrarre un concentrato della roccia che disidrata a Tucumán ed esporta da Santa Fé.[vii][1]

Il modello vigente nel settore costituisce una forma estrema di neoliberismo. Le compagnie sono esentate dal pagare imposte e carburanti, godono di stabilità fiscale trentennale, ottengono importazioni senza dazio e versano infime royalties (dal 2,5% al 4%).[viii]

Alcuni portavoce delle imprese sostengono che l’attività ha creato 250.000 posti di lavoro, mentre i dati ufficiali indicano solo 23.374 lavoratori. In Bajo la Alumbrera si sono creati, ad esempio, soltanto 480 posti di lavoro e la spesa per i salari rappresenta il 2,5% dell’ammontare esportato. Anche l’acquisto di componenti produttive locali è stato insignificante e nella regione non si sono costruiti una sola scuola o un solo presidio sanitario.

L’imprenditorialità della Barrick è ancor più scandalosa. Utilizzando il trattato sottoscritto col Cile nel 1997 ha costruito un paese virtuale da entrambi i lati della cordigliera [andina] a Pascua Lama. L’impresa opera con un accordo tributario segreto e garantisce i salari dei gendarmi in un territorio senza dogane. L’impresa si prepara a depredare per un quarto di secolo un bacino acquifero di circa 340 ettari e 400 metri di profondità. I discorsi sulle Malvine non dovrebbero andare insieme al recupero della sovranità su questo territorio? Le Malvine sono argentine, ma anche la zona della Cordigliera fa parte del nostro territorio.[ix]

Gli affari delle compagnie straniere si basano su un sistema di complicità tra università (Tucumán), sindacati e gruppi dirigenti provinciali. Il centro di questa rete sta nel giro presidenziale (Mercado, Mayoral) e i suoi agenti comprendono alla pari governatori pro-K[irchner] e anti-K. Alcuni sono diretti esponenti del settore minerario (Gioja) e altri hanno dimenticato la demagogia contro le imprese nell’assumere la gestione provinciale (Beder Herrera). Tale sottomissione alle compagnie è avvenuta, tra l’altro, in presenza di amministrazioni di diverso segno politico (Corpacci).

Il lascito menemista in questa attività è evidente; fu Néstor Kirchner a permettere alle compagnie di liquidare divise all’estero (2004) e a incentivare l’ampliamento dei progetti che sono cresciuti di un 90% tra il 2003 e il 2009. La tanto pubblicizzata foto con gli uomini di Barrick Gold non è stata estranea al veto disposto da Cristina Fernández de Kirchner sulla Legge di protezione dei Ghiacciai. La protezione presidenziale dei governatori ha precedenti nell’impresa statale di Santa Cruz, che condivide profitti con le miniere locali.

L’atteggiamento più patetico nei dibattiti sull’estrazione mineraria, tuttavia, si è verificato tra gli intellettuali progressisti, che hanno giustificato la repressione, l’intervento di squadracce e l’applicazione della legge contro il terrorismo nei confronti dei manifestanti. Alcuni ripetono il puerile resoconto dell’impresa (“l’estrazione mineraria contribuisce allo sviluppo regionale”) ed altri sognano di sanare le attuali “anomalie” con la partecipazione degli Stati provinciali in nuove compagnie miste. Nei fatti l’ufficializzazione di questo affare non farebbe altro che avallare il saccheggio in corso.

Certi pensatori hanno superato ogni limite, ricorrendo alla cinica denigrazione dell’ambientalismo. Giustificano la mega-estrazione mineraria con l’argomento che tutte le attività produttive inquinano e mettono in discussione l’autorevolezza dei “narcisisti della capitale” per pronunciarsi sull’imprenditorialità del Nordest.[x]

Questo curioso federalismo presuppone che ci siano argentini che possono avere un’opinione e altri no su avvenimenti che coinvolgono tutto il paese. Se uno vive a Buenos Aires non può parlare male della mega-estrazione mineraria di San Juan, ma è abilitato a pronunciare elogi del modello depredatorio vigente in Cile o in Perù. Siccome “inquinano” tutti, sembrerebbe che il riciclaggio della plastica abbia la stessa portata della distruzione delle riserve di acqua potabile e quindi non si debba prestare attenzione agli esempi internazionali di divieto dell’estrazione mineraria a cielo aperto imposto dalle popolazioni del Montana, del Wisconsin o del Colorado; o al fatto che il Parlamento europeo abbia proibito in tutto il suo territorio questo tipo di sfruttamento e ordinato ai Consigli dei Ministri di rendere effettiva l’applicazione di questa disposizione.

Altri intellettuali governativi ritengono che sia giunto il momento di “aprire il dibattito” sull’attività mineraria. Questa scoperta dimentica, però, che nel paese se ne discute da tempo. Grandi campagne di denuncia hanno ottenuto nuove leggi provinciali che introducono restrizioni della mega-estrazione, un plebiscito di ripudio in Esquel (2006) e vari rifiuti da parte di università (Córdoba, Rio Cuarto) dei fondi di Bajo la Alumbrera. L’iniziativa si è sviluppata scontrandosi con tutti i tentativi di stigmatizzare e di criminalizzare i raduni di protesta e la resistenza ha consentito, tra l’altro, di sancire una nuova legge di protezione dei ghiacciai, sostenuta da 300 assemblee ambientaliste e bloccata dalla giustizia di varie province.[xi]

Nessuno di questi movimenti rifiuta l’attività mineraria, ma è semplicemente contraria alla sua variante demolitrice. Questa resistenza converge con analoghe proteste in altri paesi sudamericani, ma con una differenza di fondo. L’Argentina per sostenere la propria economia non ha bisogno di questo tipo di attività mineraria che sviluppa in netta perdita il modello estrattivista esistente in tutta la regione, da quando l’innovazione tecnologica, la speculazione sulle materie prime e la crescita cinese rivalutano l’estrazione di metalli.

L’ingresso di divise generato dal settore non è vitale per la nostra bilancia commerciale. E neppure contribuisce poi tanto al prodotto interno lordo. Per EDI è imprescindibile esigere l’elaborazione locale delle materie prime. L’Argentina non ha bisogno di attività mineraria rivolta all’esportazione, ma di procedimenti estrattivi legati alla reindustrializzazione dell’economia.

La deroga rispetto alla legge vigente costituisce per noi il punto di partenza  per qualsiasi reimpostazione dell’attività mineraria. Esistono 12 progetti operativi, 3 in via di costruzione e 340 iniziative future. Il paese è in tempo per garantire la protezione dell’ambiente vietando il cianuro, la distruzione di monti e tutte le manovre delle imprese, per poter così sviluppare le attività con il consenso e il controllo sociali e d’accordo con gli interessi nazionali. Come per gli idrocarburi, il problema riguarda l’intera nazione e non può essere soggetto a decisioni locali. L’inquinamento non si limita mai all’area geografica originaria dello sfruttamento. Se vi sono consultazioni o plebisciti per stabilire il corso delle iniziative debbono partecipare tutti i cittadini. Il diritto alla vita, all’ambiente sano e alle coltivazioni preesistenti fanno parte del nostro concetto di sviluppo.

 

La fine del conflitto con l’agricoltura

 

La radice della fragilità strutturale dell’economia argentina sta nella sua enorme dipendenza dalla coltivazione della soia, la cui prevalenza si è estesa. Occupa ormai il 56% della terra coltivabile e va avanti a furia di deforestazioni (un milione di ettari tra il 2002 e il 2006) e impiego di prodotti chimici tossici (300 milioni di litri/anno). Il prevalere della soia non si estende ad aree vuote, ma determina la cacciata di contadini e popolazioni originarie, concentrazione di terra in area extrapampeana e brusca riduzione del numero di aziende agricole (il 24% in meno rispetto al 1988).

La riconciliazione in corso tra il governo e i coltivatori di soia tende a superare un forte conflitto. Il riavvicinamento è avvenuto durante il lancio del nuovo piano agroalimentare, che riconferma lo schema della produzione di soia, di cui si propone un aumento generale (157 milioni di tonnellate nel 2020), per consolidare il progresso registrato tra il 2002 e il 2010 (da 70 a 100 milioni di tonnellate) con maggior superficie seminata e incremento della produttività. Ma il programma parla solo di proiezioni del volume e non dice quanti produttori sopravvivranno, in un modello che incrementa la preminenza delle grandi compagnie e i pools di semina.[xii]

Il Comitato di Collegamento (Mesa de Enlace) ha insabbiato la richiesta di abbassare le ritenute per fare osannare il piano, favorendo la prosecuzione di un affare florido. La tonnellata di soia quotata a 160 dollari nel 2001 ha di nuovo raggiunto in questi giorni i 500: il prezzo della terra è salito del 120% nell’ultimo decennio e si registrano profitti senza precedenti per ogni ettaro seminato. Chi guadagna patrimoni non è incline alla protesta.

Il governo ha inoltre disteso i rapporti con il settore soddisfacendo parte delle sue richieste. Sono riprese le compensazioni per la produzione di latte e bestiame, sono stati autorizzati aumenti dei prezzi (carne, latte, pollo, pane) e si sono assegnate integrazioni per le avversità climatiche. I conflitti si sono quindi spostati all’interno del settore (tensioni per la distribuzione del grano tra chi lo produce, chi lo macina e chi lo esporta).[xiii]

Il clima post-elettorale spiega la generale accettazione di una legge sulle terre che aveva suscitato divergenze. I beneficiari di un modello di esclusione, disuguaglianza e sradicamento sono stati concordi nel proteggere la loro principale risorsa dalla concorrenza estera. Preferiscono assicurare la presenza di tanti Grobocopatel e pochi Benetton nell’agro-business.

I produttori di soia continuano a fare pressioni per assicurarsi la leadership economica. Propongono la realizzazione dell’inserimento internazionale dell’Argentina come “granaio del mondo”, espandendo le attività alimentari. Richiedono priorità per il settore, prezzi pieni per i prodotti e liberalizzazione dei mercati.[xiv]

Evidentemente, permangono zone di frizione con il governo (leggi di locazioni, gestione dell’ONCCA [Oficina Nacional de Control Comercial Agropecuario], sussidi per la siccità, tassi di cambio effettivo), ma non c’è più lo scontro del 2008. Si sono riaperti i ponti con il governo, dal momento in cui, prendendo atto della forte mobilitazione delle campagne, si è rinunciato a sostenere il finanziamento delle casse pubbliche aumentando le ritenute sulla rendita agraria. Il governo ha accantonato anche le proposte di reintrodurre il Comitato nazionale delle granaglie per ricreare un’agricoltura diversificata. Si cerca solo di mitigare l’impatto interno degli elevati prezzi di esportazione con un programma di perpetuazione dello status quo, che suscita interrogativi all’interno stesso dell’arco governativo.[xv]

Nel frattempo continua il grande affare dei principali esportatori che controllano il commercio delle granaglie e delle piante oleose.

Gli agricoltori impoveriti sono le vittime di una coltivazione transgenica con imprevedibili effetti ambientali. Nessun governatore protegge i contadini assediati, che raramente sono classificati come “piccoli produttori”. La denominazione si utilizza in compenso per descrivere i medi capitalisti della Pampa, che gestiscono investimenti significativi come contrattisti e/o proprietari di attività di produzione della soia.

È importante per noi chiarire questo concetto, di fronte a tanti progetti di differenziazione delle ritenute per produttori di 600, 1.500 o 2.000 tonnellate. Questi settori rientrano tra le attività più redditizie del paese e non hanno bisogno di alcun aiuto dello Stato. In ogni caso, occorrerebbe fissare per legge una modifica delle percentuali di imposta in seno al settore, senza alcun costo per il resto della società. Se cala il contributo di un produttore medio, che aumenti quello di chi ha di più.

Per gli Economisti di Sinistra uno scenario agricolo favorevole alla maggioranza della popolazione impone di discutere un'altra tematica: come si regoleranno prezzi e mercati, come si ricostituirà un Comitato nazionale delle granaglie e come dovrebbe operare oggi un commercio estero nazionalizzato.

 

La reindustrializzazione frenata

 

La ricomposizione del tessuto industriale – che il governo presenta come sua priorità strategica – si è esaurita. Sicuramente il settore manifatturiero è cresciuto significativamente nell’ultimo decennio (oltre l’80%), per il combinarsi delle oscillazioni cicliche e di politiche statali attive. L’intento neo-sviluppista di restaurare la forza del settore non trova aggancio nella realtà economica. L’industria occupa un ruolo persino inferiore a quello degli anni Novanta e Ottanta.

Non è mutata neppure la scarsa diversificazione del settore. Tre branche concentrano il 75% dell’attività (trasporto automobilistico, metallurgia e minerali non metallici) e il forte recupero di posti di lavoro non è ancora riuscito a superare il livello occupazionale predominante nel 1997. I rami più dinamici operano con tecnologie intensive che richiedono scarsa manodopera e le cinque attività che negli anni Novanta concentravano il 60% della produzione, oggi riuniscono il 67% del totale.[xvi]

Questi risultati dipendono in larga misura dal grado di concentrazione imperante nell’industria e anche dalla mancanza di un piano strategico per il settore. Il valore lordo della produzione delle 200 imprese leader è salito dal 20% degli anni Novanta all’attuale 28%. Questo nucleo di compagnie gestisce, inoltre, il 73% del totale delle esportazioni (2003-2009), nel quadro del grande consolidamento della presenza straniera avvenuto sotto Menem. Tale primato ha registrato cambiamenti molto lievi nell’ultimo decennio. Delle 500 principali imprese che realizzano il 68% degli utili complessivi, 338 sono straniere.[xvii]

Il risultato di questa preminenza è il forte trasferimento di utili all’estero, al riparo dell’attuale legislazione sugli investimenti stranieri e grazie alle circa 50 convenzioni bilaterali di investimento, che concedono piena libertà alle multinazionali. Le rimesse determinano periodiche tensioni dei cambi, cui il governo risponde con esortazioni (ora anche con controlli). Ma non esiste alcuna misura di fondo per uscire dal dannoso sistema di protezione degli interessi stranieri imposto dalla Banca Mondiale.[xviii]

Tutti i bilanci delle imprese indicano elevati profitti degli industriali con l’attuale sistema. Queste relazioni tuttavia rilevano anche come il tasso di reinvestimento locale sia stato effimero. Alcune stime segnalano come tra le 500 maggiori società la percentuale sia scesa dal 24,7% (1993-2001) al 14,7% (2002-2009), mentre il passivo commerciale dell’industria aumentava fino a creare il buco attuale (20 miliardi di dollari nel 2010). Le importazioni si espandono a un ritmo molto superiore alle vendite all’estero, insieme al decrescente assorbimento di componenti nazionali.[xix]

I vecchi problemi di un’industria dipendente, spezzettata e deficitaria, si sono aggravati con la crescente internazionalizzazione del settore. Gli squilibri sono particolarmente visibili nella branca del trasporto automobilistico, che ha ridotto l’utilizzazione di parti prodotte localmente (45% in media) dopo lo sfascio prolungato dei fornitori nazionali. Le regole di investimento nel settore sono particolarmente irrazionali, dato che si stabiliscono in funzione del mercato estero senza tenere conto, ad esempio, della priorità del trasporto pubblico nazionale.

Alcuni economisti K (khirchneristi) ritengono che tali limiti non smentiscano il permanere di un “modello produttivo con inclusione sociale”.[xx] Evitano però di registrare che il governo si limita a convalidare una logica capitalista di mera redditività, che avalla la fabbricazione di auto (anziché di treni) o la costruzione di torri a Porto Madero (invece di abitazioni in quartieri popolari).

L’aspettativa neo-sviluppista di “approfondire il modello” in una direzione industrialista sta sfumando, a pro della “perfetta sintonia”. Molti simpatizzanti del modello ammettono che per contrastare la pressione verso la specializzazione agro-esportatrice ci vorrebbero drastiche misure statali, per il momento meramente potenziali.[xxi]

 

Salari a due velocità

 

Gli economisti governativi sostengono che il “modello ha restituito dignità ai lavoratori, creato nuovi posti di lavoro e aumentato il salario reale”, attribuendo il risultato di questo alla politica economica, ma omettendo di segnalare che si tratta dell’effetto combinato e di interventi statali e di tutta una serie di altri fattori (congiuntura internazionale favorevole, ripresa ciclica dell’occupazione e delle entrate, conquiste delle mobilitazioni sociali).

Nel settore formale il salario è aumentato mediamente del 285% tra il dicembre 2001 e il luglio 2010. A seconda all’indice d’inflazione cui si ricorra per effettuare il confronto (INDEC, calcoli delle province, stime private) l’incremento si situa al di sopra o al di sotto della carestia. Tra gli economisti vi è una certa concordanza nel valutare che sia stata predominante una qualche parità tra le due variabili. Tuttavia, nello stesso periodo si è registrato un aumento della produttività di gran lunga superiore a quello dei salari reali e quindi i costi dei salari sono calati. Il contrasto è più rilevante se la valutazione avviene rispetto ai profitti. I profitti delle imprese sono decuplicati nell’ultimo decennio e il loro patrimonio è aumentato del 200% rispetto al 2003. Che “i salari trascinino il modello” - come pensano alcuni simpatizzanti del corso in vigore – è discutibile o va relativizzato, a fronte di una simile espansione del saggio di profitto.[xxii]

Nel corso dell’ultimo decennio si è consolidata la spaccatura del mercato del lavoro iniziata negli anni Novanta, non solo tra i lavoratori formali e informali, ma all’interno stesso della struttura formale, con la precarietà che si estende nel complesso. Mentre il 20% dei lavoratori meglio retribuiti del settore privato assorbe il 52% della massa salariale, il 20% che si colloca alla base percepisce il 5,2% di questo totale.[xxiii]

Detta suddivisione spiega la centralità assunta da alcune rivendicazioni della CGT sul minimo esente da imposta e gli assegni famigliari, come pure il mancato progetto sindacale di distribuire gli elevati utili tra il personale di ogni impresa. Secondo gli Economisti di Sinistra, la costatazione del prolungarsi di questa spaccatura impone di tenere conto delle richieste della CGT e di dare priorità alla rivendicazione di salari minimi corrispondenti al “paniere [beni e servizi essenziali]” delle famiglie, per cominciare a richiudere lo iato presente in seno ai lavoratori.

Attualmente si calcolano 11,8 milioni di salariati, 7,8 milioni dei quali risultano occupati nel settore formale e 4 milioni in quello informale. Il salario medio in base a cui si calcolano i contributi pensionistici arriva a 5.500 pesos, ma il 55% di questi lavoratori arriva a 4.000 pesos, ben lontani dal “paniere famigliare”, stimato tra i 5.000 e 6.000 pesos. All’altro polo, 1,4 milioni guadagnano tra i 7.000 dollari e i 30.000 e passa pesos. I lavoratori non regolarizzati guadagnano come minimo il 30% in meno rispetto a quelli regolarmente inquadrati. La spaccatura si coglie anche all’interno dei lavoratori del settore pubblico, tra quelli dello Stato nazionale e i dipendenti degli Stati provinciali e quelli municipali (Fonti: INDEC e Direzione Nazionale della Programmazione economica).

Il modello ha quindi consolidato la categoria del “lavoratore povero” (che non corrisponde al “paniere”), di fronte alla figura del “disoccupato povero” prevalente nella crisi del 2001. La riduzione del settore informale, dal 44% al 34,2% (2003-2011) è significativa, ma si relativizza se la si confronta col tasso di crescita dell’economia nello stesso periodo.

In questo contesto, si verificano situazioni estreme di sfruttamento non solo tra lavoratori rurali (giornate lavorative di 16 ore - che potranno ora cambiare con la promulgazione della legge di regolamentazione degli orari - tendoni invece di alloggi, alimentazione insufficiente). Ugualmente drammatiche sono le condizioni di sofferenza dei terziarizzati o di chi lavora in capannoni da schiavi nel settore dell’abbigliamento. Nel Gran Buenos Aires [l’area vasta della capitale e delle sue periferie] torna a concentrarsi una massa enorme di spossessati dell’interno e dei paesi vicini, che sopravvivono con lavori miserabili. Il governo sostiene che mitiga queste condizioni sventurate con una rilevantissima spesa sociale. Ma questa ammissione non fa che confermare l’assistenzialismo proprio del modello e contraddice l’identificazione di questo con l’inclusione sociale e il lavoro vero. Gli assegni per ogni figlio costituiscono effettivamente un’innegabile conquista popolare, che ha offerto copertura a milioni di sventurati, ma non basta per tutti i bisognosi e il loro ammontare rimane periodicamente eroso dall’inflazione.

L’effettivo costo di questo aiuto non va sopravalutato, somigliando in linea generale a quello vigente nella maggioranza dei paesi latinoamericani. Le analogie permettono di dimostrare come il capitalismo in quanto sistema destini attualmente una determinata percentuale del Pil all’attenuazione delle ripercussioni dell’accumulazione e della sua riproduzione in questa fase storica. E comunque, questa conquista sociale ha ricevuto lo stesso critiche pesanti (“i poveri se la spendono in droga”) e obiezioni malevole alla sua crescita (“il sistema è disorganizzato”). Per noi, il punto centrale sta nella carenza di un finanziamento vero e proprio – tra l’altro, sostituito da fondi ANSES (Administración Nacional de la Seguridad Social [Istituto di previdenza]) – e quindi dipendente da risorse di bilancio molto variabili. La reiterata proposta di sostenere il programma assistenziale con riforme della fiscalità, da noi sottoscritta, non ha mai avuto ascolto da parte del governo, e intanto continua a non esserci un’effettiva universalità.

Desta confusioni anche il problema dei pensionati. Di solito il governo concentra tutti i suoi strali polemici contro i destri che fanno demagogia, rinviando gli aumenti sempre negati dalle loro amministrazioni. Questi oppositori non esplicitano mai come finanzierebbero i miglioramenti. Il governo sottolinea come abbia esteso la sua copertura fino al 95% della popolazione e abbia stabilito l’adeguamento periodico dell’ammontare. Entrambe le cose costituiscono progressi significativi, ma ciò non toglie che il minimo arriva alla metà del “paniere” di base di un pensionato e che la media di quanto percepito arriva appena al 40% della media degli attivi. Né chiarisce che cosa succederà alla massa enorme di lavoratori informali che non versano contributi alla previdenza e assistenza sociale.

Gli economisti K riciclano di solito i logori fantasmi neoliberisti (“aumenterà il lavoro in nero se aumenta il costo del lavoro”) se si torna a proporgli di reintrodurre i contributi padronali soppressi da Cavallo. Noi Economisti di Sinistra, viceversa, sosteniamo che questa reimpostazione dei fondi consentirebbe almeno di innalzare le pensioni più basse all’82% del salario minimo, arrivando all’82% indicizzato e interrompendo così la ripetuta e continua violazione di un diritto popolare.

(segue)



[i]* Economistas de Izquierda: Claudio Katz, Eduardo Lucita, Jorge Marchini, Guillermo Gigliani, Jose Castillo, Alberto Teszkiewicz, Julio Gambina, Mariano Féliz, Jorge Orovitz Sanmartino, Martín Ogando, Sergio García, Hugo Azcurra, Guillermo Almeyra, Martín Kalos, Ariel Slipak, Facundo Lastra.

[i] La Nación, 27-2-2012.

[ii] Come hanno regolarmente minacciato i suoi portavoce. Si veda, ad esempio, Daniel Montamat, “El ajuste del relato llegó a YPF”, in La Nación, 23-2-2012.

[iii] Si veda il Rapporto - Cash [Tesoreria], in Página 12, 4-3-2012.

[iv] Autori vari, in Página 12, 29-1-2012,e in Clarín. 20-2-2012.

[v] Un esempio in Diego Cabot, “El galimatías de los subsidios millonarios”, in La Nación, 25-2-2012.

[vi] Clarín, 17-1-2012.

[vii] “Los números detrás de la furia contra la minería de Andalgalá”, in La Nación, 19-2-2012.

[viii] Página 12, 19-2-2012.

[ix] Si veda la documentazione fornita da Miguel Bonasso, “Economía argentina: nuevo colonialismo”, in La Nación, 19-10-2011.

[x] Hernán Brienza, “Famatina hay que pensarla”, in Tiempo Argentino, 11-2-2012.

[xi] Clarín, 27-9-2010 e 10-8-2010.

[xii] Cfr.: Fabiana Arancibia, “Extranjerización y modelo agropecuario”, in Rebelión, 24-9-2011.

[xiii] Clarín, 22-1-2010.

[xiv] Cfr.: Aldo Guadagni, “Para avanzar hay que mirar lejos”, in La Nación, 21-6-10; Gustavo Grobocopatel,  “Proteínas como arma de negociación con el mundo”, in La Nación, 5-8-2010

[xv] Enrique Martínez,: “La macro y la micro”, in Página 12, 1-9-10.

[xvi] Clarín, 28-12-2010; Página 12, 15-1- 2011.

[xvii] Martin, Schorr, aesta.blogspot.com/201, 23-3-2011; Página 12, 4-12-2011.

[xviii] Si veda l’informazione su tale sistema in Página 12, novembre 2010.

[xix] Clarín, 28-12-2010.

[xx] Rubén Seijo, “La economía kirchnerista”, in Página 12, 13-2-2011.

[xxi] Sebastián Sztulwark, Santiago Juncal, “Como profundizar el modelo”, in Página 12 , 2-5-2011.

[xxii] Si veda Pagina 12 ,11-10-2010.

[xxiii] Clarín, 18-5-2010.



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