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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Le contraddizioni del modello argentino

Le contraddizioni del modello argentino

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Le contraddizioni del modello argentino

Bilancio di un decennio (2)

 

Ecco la seconda parte, articolata in tre capitoli, dell’ampio documento del gruppo di Economisti di sinistra argentini (EDI)* reso pubblico all’inizio di aprile. La prima parte è già sul sito come Argentina: bilancio di un decennio (si raccomanda di leggerla a chi non lo avesse fatto, prima di passare a questa parte, dato che è una premessa indispensabile). Il testo è lungo ma può essere utile per capire bene la logica della “nazionalizzazione” di YPF, e più in generale della politica della presidente argentina. Ma anche alcune tendenze del capitalismo su cui sarebbe bene discutere nella sinistra italiana. Sullo stesso argomento si veda, oltre a Almeyra sulla Repsol (in italiano), anche Katz: la "nueva" YPF, e la ricostruzione della storia di YPF in YPF, pasado y futuro, nonché il mio primo commento scritto “a caldo” subito dopo l’annuncio: L’Argentina recupera il suo petrolio?***.

* Economistas de Izquierda [Economisti di Sinistra]: Claudio Katz, Eduardo Lucita, Jorge Marchini, Guillermo Gigliani, Jose Castillo, Alberto Teszkiewicz, Julio Gambina, Mariano Féliz, Jorge Orovitz Sanmartino, Martín Ogando, Sergio García, Hugo Azcurra, Guillermo Almeyra, Martín Kalos, Ariel Slipak, Facundo Lastra.

 (a.m.23/4/12)

 

 

Parte II – I problemi della congiuntura

Disuguaglianza sociale e politica tributaria

Gli studi ufficiali tentano di dimostrare che “il modello riduce la disuguaglianza”

Gli studi ufficiali rilevano che la differenza fra il 10% più ricco e il 10% più povero si è ridotto da 37 a 16 volte (2003-2010), che l’indice Gini [di povertà] è sceso dallo 0,54% allo 0,39% e che la partecipazione dei lavoratori alla media delle entrate è migliorata, da 34,5% a 44,9% (2003-2010).[1]

Tali mutamenti hanno seguito un andamento ciclico determinato dal livello di attività e dalle oscillazioni del mercato del lavoro. Prendendo in considerazione una fase prolungata (e non il tranquillizzante confronto con la situazione dopo il tracollo del 2001) si verifica come il coefficiente Gini in pratica non sia cambiato tra il 1994 e il 2010.

Si è verificato un forte peggioramento nel periodo 1994-2002 e un importante recupero successivo, che porta la media attuale molto vicina a quella del 1995. Non ignoriamo gli sviluppi di questi otto anni ma ci sembra che i confronti significativi vadano fatti con il segno storico del “fifty-fifty” degli anni Cinquanta o Settanta, che sono ben lungi dai risultati prodotti dal modello in corso.[2]

In ogni dibattito sul tema emerge la difficoltà degli indicatori costruiti con i dati dell’INDEC, che non sono minimamente affidabili a partire dal 2007. Le statistiche sulla distribuzione funzionale delle entrate (divisione del prodotto tra salari e profitti) sono oltretutto rimaste discontinue dal 1975. Se si prende però la distribuzione personale del reddito misurata dall’indice Gini e la partecipazione dei vari decili della popolazione nell’introito totale la scarsa variazione a lungo termine è confermata. La distanza fra classi medie/medio alte e lavoratori con buon redito che consumano e settori bassi che sopravvivono non è cambiata.

Vi sono altri modi per valutare la disuguaglianza attraverso contrasti negli sviluppi di salari rispetto al prodotto, i profitti o la produttività. Anche qui, il persistere della disuguaglianza balza agli occhi.

Parte di queste disuguaglianze che segnaliamo sono le difficoltà dei settori popolari di accedere a servizi di istruzione, sanitari, delle comunicazioni di qualità. Un paragrafo a parte merita lo stato delle abitazioni. Nel corso di questi anni sono cresciute le costruzioni, ma gli episodi del Parque latinoamericano e quelli di Jujuy e Formosa ne hanno fatto emergere l’insufficienza.

Il confronto con i bilanci delle imprese quotate in Borsa colpisce ancora di più. La redditività di queste ha superato i livelli precedenti la svalutazione di un 90%, è raddoppiata nel periodo 1996-2008 ed è rimasta elevata anche durante la discesa recessiva del 2009. Alcune stime rilevano che i profitti raggiunsero mediamente all’inizio del modello (2002-2006) un 35,8% rispetto al 23,9% del momento della convertibilità.[3]

Noi dell’EDI sosteniamo che la disuguaglianza non può ridursi in maniera significativa se non si toccano questi profitti. Pensare che entrambi possano progredire contemporaneamente, aumentando così il benessere di tutti gli attori economici è un’illusione altrettanto inconsistente della teoria liberista del “travaso” [secondo cui la crescita scenderebbe naturalmente dall’alto della piramide sociale verso il basso, senza bisogno di alcun intervento statale per migliore la distribuzione della ricchezza – ndt]. Si ignora che il sistema del capitale si basa sulle disuguaglianze sociali, e ne è a sua volta fonte.

Gli stessi “rappresentanti del popolo” ricreano apertamente la disuguaglianza quando si concedono aumenti delle loro prebende istituzionali, che naturalmente nessuno prende come parametro per trattative paritetiche. Lo scandalo suscitato da simili privilegi suole nascondere che l’epicentro della breccia sociale sta nel settore privato, dove ci sono dirigenti con remunerazioni mensili da 2 a 10 milioni di pesos. È ipocrita giustificarle con argomenti come quello che il settore privato è libero di fare quel che vuole. Tutte le imprese sono sorte e operano attraverso il sostegno diretto o indiretto del settore pubblico. La disuguaglianza che si proietta fino allo Stato dipende dal mercato.

In molti degli economisti filogovernativi si è consumata una svolta conservatrice per giustificare questa continuità, hanno spacciato per naturale che l’IVA persista nelle altissime percentuali attuali, mentre rimangono gravami particolarmente ridotti sul patrimonio. E naturalmente non sono mutati il sistema di esenzione della rendita finanziaria, i privilegi per la compra-vendita di imprese o l’esenzione dell’imposta sui guadagni dei magistrati. Sostengono che la riforma fiscale è avvenuta di fatto, con la crescita economica, la pressione tributaria e la crescente partecipazione del commercio estero al versamento di tasse varie. È una tesi in sintonia con la presentazione del minimo imponibile sui salari come atto di giustizia.[4]

Questa impostazione livella verso il basso e impedisce ogni riduzione della disuguaglianza. Anziché penalizzare i ricchi si giustifica lo schiacciamento del reddito dei ceti medi. Si dimenticano le vecchie obiezioni alla struttura tributaria non progressiva, in nome di un benessere che nascerebbe dal semplice funzionamento del modello.

Per noi dell’EDI, invece, le brecce sociali comincerebbero ad attenuarsi con una riforma che introduca una maggiore progressività tributaria e con un’assegnazione trasparente ed effettiva, senza mediazioni politiche mistificanti, delle maggiori risorse effettive che entrerebbero.

 

Qual è il senso della “perfetta sintonia”?

 

Il governo ha deciso di affrontare i limiti del modello con politiche filo imprenditoriali di incentivi agli investimenti privati. Per questo la presidente invia messaggi di collaborazione ai soci capitalisti e inviti ad incontrarsi ai settori in precedenza ostili. La posizione amichevole verso i produttori di soia, industriali e banchieri, coincide con attacchi ai sindacati e avvertimenti ai movimenti sociali. La promessa di modificare la legge sulla sicurezza sul lavoro converge con le critiche degli scioperanti che compiono “estorsioni”.

L’obiettivo di questo riorientamento è quello di sostituire con l’investimento la spinta finora data dalla domanda, una variabile che è rimasta sfasata rispetto alle restanti componenti dello sviluppo capitalistico. Pur salendo da un infimo livello (11% nel 2002) a una media significativa (23-24% nel 2010-2011), il miglioramento non basta a sostenere il livello di attività degli ultimi anni.[5] Si è lavorato al limite della capacità installata delle fabbriche, spremendo le risorse esistenti e senza ampliarle con interventi di lungo respiro.

Per questa ragione gli aumenti di produttività dipendono più dal permanere di elevati gradi di sfruttamento che dal rinnovamento degli impianti e delle attrezzature. Molte stime rilevano come l’attività industriale abbia usufruito nell’ultimo decennio degli investimenti accumulati in quello precedente. [6]

Il governo si è scontrato con il prolungato periodo di conflitti generati dalle politiche statali nelle decisioni imprenditoriali. Da un lato si esorta a introdurre liberamente capitale nelle aziende e dall’altro si limita la possibilità di distribuire dividendi e regalie e si cerca di frenare la fuga di capitali. Da una parte si stimolano il consumo e la produzione e dall’altra si fissano quote alle importazioni e si contrattano prezzi. Queste contraddizioni non dipendono da una perversione interventista e neppure da esercizi di un doppio discorso, come assicurano vari guru neoliberisti. Esse costituiscono il frutto oggettivo degli squilibri che l’economia nazionale si trova ad affrontare. Il governo, semplicemente, affronta esigenze di natura contrapposta, Deve indurre ad investire per incrementare l’offerta e frenare il rialzo dei prezzi e, al tempo stesso, deve intervenire per limitare lo scompiglio energetico o lo squilibrio commerciale. Il maggiore intervento statale viene maliziosamente interpretato come un atto di ostilità nei confronti degli imprenditori (“scontro con le corporazioni”), quando in realtà altro non è che una tipica forma di arbitrato, per garantire la continuità dell’attività economica fomentando determinati vantaggi e colpendo qualche privilegio. Come è sempre accaduto, il silenzio compiacente dei beneficiati contrasta con le rumorosa protesta di chi è stato sfavorito. Il primo gruppo elogia il restaurato potere statale e il secondo spara contro la violazione del libero mercato.

Il governo presenta la propria gestione come equidistante dai lavoratori e dai capitalisti. Tuttavia, è molto difficile sostenere questa argomentazione quando si tenta una svolta a favore dell’imprenditore che, se protratta nel tempo, allontanerebbe dal governo i sostenitori di un programma progressista. Si chiama fuori dalla contrattazione collettiva dei salari, ma ha cercato di imporre uno sbarramento. Niente del genere si conosce per quanto riguarda la redditività degli imprenditori. La legittimità dei profitti non è messa in dubbio da un governo che respinge le richieste della CGT (legge di distribuzione degli utili, innalzamento del minimo non imponibile, estensione degli assegni familiari) e si rifiuta di considerare il costo del “paniere” famigliare come base per stabilire il salario minimo o in una trattativa salariale. L’insulto rivolto agli insegnanti – ripetendo vecchie falsità della destra sulla giornata lavorativa e le vacanze -  come prima con la “tendinite” verso i lavoratori della metropolitana, o l’accusa agli scioperi di essere estorsivi, fanno parte di questa strategia.

La cosiddetta “sintonia perfetta” nasconde il maggior favoritismo nei confronti delle classi dominanti. Include la promozione di misure che non hanno la portata di un brusco riassetto, come nel 2001-2002, né il peso dell’aggressione imperante attualmente in Europa, ma che arginano comunque quella continuità di miglioramenti sociali auspicati dai fautori dell’“approfondimento” Il modello inaugurato nel 2003 è entrato in una nuova fase, caratterizzata forse da una linea difensiva di fronte al probabile impatto della crisi mondiale e all’esaurirsi di alcune variabili interne, le cui tendenze, almeno finora, contrastano con il forte sostegno politico del 54% ottenuto alle elezioni.

 

Inflazione da profitti e pressione dei cambi

 

L’inflazione concentra tutti gli squilibri della fase attuale, ma la manipolazione degli indici impedisce di conoscerne le dimensioni. Le valutazioni tecniche che sono state fatte sulle manipolazioni dell’INDEC sono arrivate a stime demolitrici di questa distorsione. Tenendo conto dell’andamento dei prezzi calcolato dagli istituti provinciali, nel 2010 e 2011 l’incremento ha oscillato intorno al 25%. Il problema principale, però, non risiede nel sistema di calcolo ma nello stesso fenomeno inflazionistico, che si è stabilizzato ben al di sopra della media internazionale o regionale.

La scarsità provoca il deterioramento delle risorse popolari, erodendo i miglioramenti salariali e le spese sociali. L’impatto è stato particolarmente significativo per quanto riguarda generi alimentari e abitazioni e comincia ad estendersi ai servizi. La scarsità di risorse annulla gli assegni per ogni figlio e tende di nuovo a collocare la percentuale di povertà intorno al 30% e dell’indigenza intorno al 15%.[7]

Molte cause concorrono nel determinare l’esito inflazionistico, ma i prezzi essenzialmente aumentano per mantenere gli alti tassi di redditività delle grandi imprese. È questa la principale causa del flagello. I gruppi capitalistici con maggiore concentrazione di capitali garantiscono profitti con trasferimenti di cui loro soli possono disporre. L’inflazione attuale non dipende come in passato da una imposizione fiscale (come sostengono i neoliberisti), né riflette una battaglia ridistributiva (come pensano alcuni economisti kirchneristi). Riflette invece forti restrizioni dell’offerta, per insufficienza di investimenti in un periodo di alta redditività imprenditoriale. I prezzi vengono spinti in alto da bassa riserva di prodotti di fronte a una domanda ricostituita. Risulta difficile soddisfare con la stessa capacità installata le nuove richieste d’acquisto. L’inflazione dimostra così come il modello, nonostante le grandi prebende elargite, non riesce ad espandere la fornitura di merci.

Esiste una critica liberista a questo risultato che enfatizza l’impatto avverso dell’intervento statale sull’andamento dei prezzi. Questa impostazione suscita una serie di insulti contro il segretario di commercio, che è diventato il bersaglio principale della pressione mediatica. L’obiettivo della campagna anti-Moreno è quello di ricostruire un clima favorevole alla “libertà dei prezzi”, vale a dire all’impunità delle grandi imprese di rivedere i prezzi senza alcuna restrizione. Qualsiasi proposta progressista deve porsi agli antipodi di questo atteggiamento, senza dimenticare che è stato Moreno a distruggere il sistema statistico nazionale e i quadri professionali e tecnici formati dallo Stato per decenni e che godevano di prestigio e rispetto internazionali.

Da diversi anni il governo cerca infruttuosamente di mitigare l’ascesa dei prezzi, tramite trattative con i vertici imprenditoriali. I capitalisti promettono, ma non mantengono mai. Mascherano gli incrementi o li distribuiscono in vari punti delle catene di commercializzazione. Alcuni economisti governativi ipotizzano che questa distorsione si correggerà da sola attraverso la continuità di un elevato consumo che attragga investimenti. Qui però emerge un’ingenuità simmetrica all’immaginario neoclassico, che spera in ampliamenti automatici della domanda per l’effetto espansivo dell’offerta. Con la versione invertita della teoria del “travaso” si pensa che i capitalisti risponderanno alla corrente continua di acquisti con investimenti spontanei, senza soppesare rischi e redditività.

La nuova scommessa del governo mira alla graduale diminuzione dell’inflazione attraverso contenimenti dei salari che convincano ad investire. Un programma popolare per superare il flagello inflazionistico dovrebbe basarsi su misure più realistiche. Secondo noi, il controllo andrebbe fatto sui costi di produzione e delle intermediazioni. Questo intervento dovrebbe tra l’altro assicurare lo svincolo dei prezzi locali dalle quotazioni internazionali.

Siccome l’inflazione arriva ad oltre il 20% e la rivalutazione annua del dollaro non supera il 7%, forse il 10% quest’anno, si è verificata una sfasatura che crea tensioni cambiarie. Più che un “rallentamento del tipo di cambio” si è verificata una “accelerazione dell’inflazione”. Questo tipo di scarto ricorre da tempo nella storia Argentina e ha accompagnato spesso le fasi di recupero post-svalutazione.

Ricordando queste esperienze, piovono gli avvertimenti contro il ripetersi del sistema della “tavoletta” (tablita) di Martinez de Hoz [ministro dell’Economia durante la dittatura, che aveva fissato la percentuale di svalutazione nel rapporto peso/dollaro per determinati periodi, onde frenare un’inflazione che proseguì, invece, con conseguenze che ancora si sentono – ndt] o contro la convertibilità [tra pesos e dollaro] di Cavallo. L’establishment propone di riequilibrare il prezzo del dollaro con le tradizionali misure di pauperizzazione della popolazione. Non investono, ma si lamentano del “deterioramento della competitività”. Non migliorano il rifornimento locale, ma sono contrari al controllo delle importazioni esercitato dal governo per proteggere i dollari. Lo scorso dicembre c’è stato il primo sondaggio per stabilire quale sarebbero stati portata e ritmi dell’aggiustamento cambiario. I grandi gruppi hanno preteso rapidità, il governo ha respinto l’imposizione e ha avuto la meglio, con misure di corto respiro sorrette dall’elevato livello delle riserve. Ha stabilito limiti per l’acquisto di dollari al dettaglio, ha reintrodotto l’obbligo per le imprese minerarie e petrolifere di liquidare localmente le divise ricavate dalle esportazioni e ha introdotto alcuni controlli tributari. Ha altresì valutato l’eventualità di riproporre i vecchi sdoppiamenti del mercato cambiario, tra operazioni commerciali, finanziarie e turistiche. Si tratta di un’eventualità latente, se i conti correnti (entrate e uscite di divise) vedessero declinare significativamente l’avanzo primario.

Il modello soffre per la fuga costante di capitali, verificabili dal quasi raddoppio delle uscite del 2010 (21 miliardi e 500 milioni di dollari rispetto a 11,400), un dissanguamento che ammonta ormai a 87 miliardi e 300 milioni di dollari dal 2003, e cioè un ammontare rilevante rispetto a riserve complessive di poco più di 47 miliardi.

L’uscita di fondi costituisce il triplo di quelle del Brasile o del Messico. Ci sono già 134 miliardi di dollari all’estero, rispetto a un Pil stimato a 430 miliardi. Tale cifra è aumentata costantemente a partire dal 2001, quando era di 81 miliardi e 875 milioni.[8]

Come fanno altri governi, si cerca di contrastare la fuga di capitali con misure amministrative (dichiarazioni giurate di operazioni) e inviti alla “fiducia nel paese”.  L’inefficacia di queste risposte, però, balza agli occhi. I trasferimenti stanno tendendo ad aumentare, per compensare le ripercussioni della crisi europea. Si stima che lo scorso anno  miliardi di dollari sono andati all’estero dietro richieste delle case madri alle loro filiali. Per questa ragione non è ormai rinviabile la reintroduzione di restrizioni alla rimessa degli utili. Protette da 50 trattati bilaterali sugli investimenti (TBI) che consentono ai fondi di circolare liberamente, le multinazionali gestiscono come vogliono, senza alcuna effettiva limitazione. i movimenti di capitali

Certi economisti affini al kirchnerismo sollecitano la ripresa della legislazione degli anni Settanta, che stabiliva tempi minimi di immobilizzo dei fondi, dando allo Stato facoltà di bloccare i trasferimenti in momenti critici. Finora, tuttavia, il governo non si è azzardato ad assumere un’elementare misura di difesa nazionale.

 

Fisco, debito, banche

 

Il sopravanzo nel bilancio che ha accompagnato per vari anni il modello è regredito e comincia a ripresentarsi il vecchio squilibrio che ha tradizionalmente colpito le finanze pubbliche. Senza il supporto della BCRA (Banco Central de la República Argentina) e gli interessi del Fondo che amministra l’ANSES (Administración Nacional de la Seguridad Social), i conti ufficiali chiuderebbero con un rosso crescente.

Le acute complicazioni che hanno colpito varie province (Santa Cruz, Rio Negro) per pagare stipendi o rispettare i contratti illustrano bene i buchi del fisco. Lo Stato nazionale monopolizza il 70% degli incassi e versa a discrezione con il contagocce i fondi restanti. Il finanziamento pubblico con i risparmi dell’ANSES costituisce una bomba a orologeria. Sottrae capitale a un organismo che dovrebbe affrontare prima di ogni altra cosa il ritardo nella liquidazione delle pensioni. Giornalmente questo istituto riceve più di 500 reclami di inadempienza di quest’obbligo. Il governo sostiene di usare con serietà queste risorse, ma nei fatti ha bloccato la diffusione di 211 relazioni informative dell’Auditoria General de la Nación [l’organo di controllo dei fondi pubblici – ndt].

La portata del problema fiscale è venuta a galla con il piano di taglio dei contributi ai concessionari di servizi pubblici. Il passivo determinato da questi trasferimenti alle imprese è cresciuto in modo esponenziale dal 2003, sotto un ginepraio inestricabile di disposizioni.

È inconsistente l’argomento del governo che presenta queste erogazioni come una necessità della fase post-convertibilità per sostenere il consumo abbassando le tariffe. Quei prezzi hanno sorretto per anni anche le residenze dei quartieri alti e attività di lusso quali gli ippodromi e i casinò. Di fatto, si era mantenuto lo schema delle privatizzazioni di Menem per prorogare gli impegni contratti con le società concessionarie.

La successiva decisione di “argentinizzare” le erogazioni con trasferimenti a imprenditori amici non ha fatto che accentuare lo sperpero di risorse. Lo Stato ha perso fonti di entrate e assicurato duopoli (ad esempio Telefónica e Telmex, che hanno eluso l’obbligo di estendere a tutti il servizio). Le vendite di pacchetti azionari a gruppi nazionali (ad esempio l’ingresso di Electro-Ingenieria in Metrogas) non hanno arrecato alcun vantaggio al settore pubblico.[9]

Di fronte al critico scenario attuale, il governo ha deciso di diminuire le perdite causate dai sussidi riducendoli, con prevedibili ripercussioni sulle tariffe. Le bollette di luce, gas e acqua che arrivano nei quartieri ad alto reddito con incrementi del 150-400% illustrano le conseguenza che potrebbero avere significativi aumenti tariffari. L’adeguamento sarà sicuramente gestito con ponderazione e valutando la reazione popolare e per questo l’annuncio iniziale di mantenere le vecchie tariffe per il 10-15% della popolazione è stato poi esteso al 65%. Se è così, però, il passivo rimarrebbe e bisognerebbe tagliare da qualche altra parte.

I funzionari delineano piani per differenziare le tariffe assistenziali, che resterebbero invariate rispetto ai nuovi prezzi che colpiranno il resto della popolazione. Tuttavia, nel caso del trasporto è evidente che non solo chi percepisce sussidi sociali pretende il contributo, ma si tratta della necessità della maggior parte dei passeggeri, per recarsi al lavoro. I ministri parlano sempre di “adeguamenti redistributivi”, senza però mai chiarire quale sia il costo dei servizi che obbligherebbe a determinare gli aumenti. Questo segreto è protetto da qualsiasi indagine pubblica, per occultare gli enormi guadagni dei concessionari.

Lo squilibrio dell’erario spinge molti funzionari a riconsiderare la scelta dell’indebitamento. Il debito pubblico lordo dello Stato nel 2011, calcolando gli interessi debitori dovuti al Club di Parigi e il numero dei detentori di obbligazioni che non accettano il cambio, si aggira sui 188 miliardi di dollari, circa il 44% del Pil. Un 40% di questo ammontare è in pesos e in larga misura circola all’interno stesso del settore pubblico. Anche se questo trasferisce il rischio al sistema previdenziale, esiste una significativa riduzione del gravame, in relazione al prodotto, alle esportazioni o alle riserve. Considerando il debito “esigibile”, cioè quello espresso in moneta straniera  in mano a privati e organismi, è dell’ordine del 13% del Pil. Anche i pagamenti degli interessi sono molto inferiori alla media del passato o all’ipoteca che in questo momento sta gravando su qualunque paese sviluppato.[10]

Certo, gli interessi del debito di quest’anno raggiungono i 15 miliardi, le scadenze di capitali si rifinanzieranno e gli interessi della quota del debito in moneta straniera si pagheranno con riserve. Quando la presidente giustifica l’inesistenza di investimenti pubblici con i pagamenti che lo Stato ha ereditato da questa catastrofe (19 miliardi e 641 milioni di dollari in BODEN 2012 [buoni emessi dallo Stato nazionale – ndt], sta giustificando un’erogazione che avrebbe dovuto essere a carico delle banche responsabili del corralito [il decreto di Cavallo che, in sostanza, costituiva un drastico giro di vite per gli argentini, per pagare il rifinanziamento del debito – ndt].

Avvertiamo che il reindebitamento comporterebbe il ripetersi del ciclo che ha asfissiato tante volte l’Argentina e sarebbe, per giunta, in contrasto con l’impostazione del “disindebitamento” dichiarata del governo, che impiega divise della Banca Centrale per annullare impegni con l’estero.

Gli esborsi ingiustificati affrontati dallo Stato si ridurrebbero se si annullassero le concessioni di servizi pubblici e le entrate aggiuntive richieste dal fisco potrebbero derivare da una riforma tributaria progressiva, una soluzione finora ignorata dal governo, che si dibatte tra l’alternativa di tagliare le spese con riadeguamenti o mantenerle con altro debito e maggiori anticipi della Banca Centrale. C’è dunque un forte dibattito al suo interno sul corso da seguire. Da vari mesi si tenta il ritorno al mercato finanziario con avvicinamenti al Fondo Monetario Internazionale e contrattazioni del debito pendente con il Club di Parigi. Il passivo di questo è salito senza alcuna giustificazione da 2 miliardi e 260 milioni di dollari a 8 miliardi, se si calcolano gli interessi maturati. Tuttavia, chiedendo la cancellazione anticipata al Fondo Monetario si discute di saldare l’intero conto, senza effettuare alcuna revisione di un passivo in gran parte contratto dalla dittatura e che è molto sospetto.[11]

L’accesa disputa che ha contrapposto il governo e gli economisti dell’establishment sul modo di affrontare i pagamenti, impiegare le riserve o ristrutturare il bilancio si è rianimata con la recente riforma dello Statuto della Banca Centrale. La destra ha lanciato urla fino al cielo per il suo cambiamento sostenendo che pretende di finanziare il buco del fisco con emissioni di titoli. Esige la ripresa di una rigida corrispondenza tra pesos in circolazione e riserve in divise, ma non è mai stata altrettanto disciplinata quando era al governo e il rigore che chiede risponde agli interessi dei creditori, che cercano di assicurare le proprie riscossioni con maggior sostegno dello Stato in moneta estera.

La proporzione stretta che esigono per l’emissione non è un antidoto all’inflazione; nell’attuale congiuntura, la scarsezza ha radici più strutturali che non monetarie. Il pericolo effettivamente riapparirà se la persistente carenza di investimenti porta all’espandersi della monetarizzazione della spesa pubblica.

La proposta governativa parte dal voler eliminare il freno ereditato dalla dittatura connesso all’idea della convertibilità, anche se non ne sradica un altro, la Legge sugli Enti Finanziari, ancora in vigore. In concreto, la riforma amplia la disponibilità di fondi che la Banca Centrale può trasferire alla Tesoreria, sia per il pagamento del debito, sia per tappare buchi finanziari. Negli ultimi anni, però, questa flessibilità si è praticamente strutturata senza alcun cambiamento legislativo. Un obiettivo centrale per il governo è ampliare il bassissimo livello di prestiti a lunga scadenza – e di poterli orientare – nel quadro di elevata liquidità, al fine di allargare il finanziamento statale.

Al termine del processo di riorganizzazione del settore successivo al 2001, è cresciuta la concentrazione dell’attività delle banche. Dei 400 istituti presenti negli anni Settanta ne rimangono solo 90 e i primi 12 gestiscono oltre il 50% dei crediti e dei depositi. Si è consumata la decantazione del sistema, ma non si intravede minimamente l’espansione creditizia. Le banche realizzano affari eccellenti con carte di credito per incrementare il consumo, ma non offrono prestiti ipotecari. Hanno accumulato enormi utili negli ultimi anni tramite operazioni di intermediazione e gestione del debito pubblico. Ma la percentuale del credito rispetto al Pil si riduce al 12% (di fronte al 45% del Brasile).[12]

Anche la riforma della BCRA tenta di riattivare il credito con qualche regolamentazione, riprendendo l’orientamento internazionale verso maggiori supervisioni. Tuttavia, in Europa e negli Stati Uniti quello che ha imperato a partire dal 2008 è il generalizzato soccorso ai banchieri con fondi pubblici, cosa che non andrebbe ripresa in alcun modo come punto di riferimento per il cambiamento del sistema.

In ogni caso, i problemi che sta avendo il modello nella sfera produttiva non si risolveranno con espedienti monetari. L’iniziativa è tra l’altro assai più indietro rispetto all’altra proposta governativa di annullare la legge vigente sugli Enti finanziari, per assegnare all’attività finanziaria uno statuto di pubblico servizio.

Per gli Economisti di Sinistra è indispensabile ampliare l’autonomia monetaria, “pesificare” l’economia e ricostituire il credito. Queste richieste sono però bloccate dagli squilibri strutturali dell’attuale modello. La maggiore flessibilità nell’impiego di riserve che consente la riforma dovrebbe essere impiegata per sorreggere progetti produttivi, non per il pagamento del debito. La sospensione unilaterale dei pagamenti e l’audit e l’istruttoria sul debito è una proposta che conserva la sua validità e che andrebbe affiancata dalle misure di nazionalizzazione richieste per cominciare così a costruire il sistema bancario di cui il paese ha bisogno.

 

 

Parte III – Interpretazioni in polemica

Il cinismo della retorica neoliberista

 

L’opposizione neoliberista non è riuscita a rimontare il discredito provocato dall’applicazione del modello privatistico degli anni Novanta, ma punta sulla perdita di memoria alimentata dai mezzi di comunicazione che si oppongono al governo. Questi gruppi rarefanno il clima politico, sperando di approfittare del logoramento di quest’ultimo. Il messaggio neoliberista ripete il solito ritornello. Attribuisce i guai dell’economia all’interventismo che soffoca i mercati e alla corruzione che impedisce una gestione efficiente. Non risulta particolarmente difficile per loro diffondere denunce contro funzionari impresentabili, mentre nascondono accuratamente le colpe dei loro protetti (ad esempio Macri).

La bordata reazionaria comprende accuse di “chavismo” e grande indignazione contro le misure che “mettono in fuga i capitali”, “logorano la fiducia” o “rapinano le imprese”. Salvaguardare gli interessi dei grandi gruppi economici è il leit-motiv di una campagna con forti ingredienti di demagogia. La difesa dei pensionati contro la rapina di un governo “ossessionato dal fare cassa” è un’aggiunta infallibile nel discorso di vari legislatori, che appoggiarono senza arrossire la privatizzazione del sistema previdenziale e si opposero alla nazionalizzazione dell’AFJP (Administradoras de Fondos de Jubilaciones y Pensiones de Argentina).

Gli economisti neoliberisti si mostrano indignati per il “populismo” del governo, ritenendolo responsabile dell’inflazione e dei disinvestimenti perché promuove una crescita che non tiene conto delle restrizioni economiche.[13] Seguendo tutti i dettami del manuale neoclassico questa diagnosi assume le restrizioni del quadro capitalistico come dato inamovibile. Ricorda la flessibilità di questi condizionamenti solo quando una squadra neoliberista si insedia al Ministero dell’Economia.

È altrettanto usuale presentare l’“attuale populismo” come una variante delle sue modalità tradizionali (Perón) o di versioni inclini all’indebitamento (Menem). Si ipotizza che i tre versanti ne rafforzino la gestione del potere con corruzione, clientelismo e manipolazione.[14]

Forse che gli altri governi degli ultimi decenni non ricorsero agli stessi strumenti? I militari furono forse estranei all’indebitamento? Se si giudicano queste amministrazioni con lo stesso parametro di valutazione del populismo, se ne dovrebbe concludere che questo male ha colpito tutte le amministrazioni contemporanee. A partire da questa constatazione, populismo non vuol dire assolutamente niente.

I liberisti non forniscono inoltre esempi di esperienze migliori. Suggeriscono che il male si potrebbe curare con  una maggiore preminenza del mercato, come se il menemismo o la Alianza non fossero mai esistite. Alcuni continuano a postulare l’opportunità di imitare le politiche di apertura e di privatizzazione vigenti “nel resto del mondo”.[15] Non chiariscono però quali siano gli esempi da seguire. Di fronte alla disoccupazione e all’impoverimento che colpisce le economie sviluppate, non è più così facile tessere le lodi degli Stati Uniti. Dopo il soccorso europeo prestato alle banche non è facile ripetere che gli argentini sono irresponsabili nel gestire le finanze. Prendere in considerazione il corso seguito dal Brasile, dal Cile o dall’Uruguay non suscita ormai alcun entusiasmo.

Con una retorica più cauta i neoliberisti promuovono i soliti “aggiustamenti”. Ritengono che l’emissione si sia allargata, che il ritardo cambiario obblighi a svalutare e che il congelamento di tariffe sia innaturale. Propongono di congelare l’economia e di ridurre il potere d’acquisto.[16]

Si fanno eco di tutte le priorità dei banchieri: ampliare le riserve, ricreare l’avanzo primario e mettersi d’accordo con il Club di Parigi. Tale politica richiederebbe anche un taglio dei consumi popolari, che si sono espansi troppo secondo i parametri della destra. Per questo parlano a vanvera della “smania di acquisti” degli ultimi anni, ricordando il precedente pericolo di altri periodi di “denaro facile” e di “salari straripanti”.[17]

Quest’ottica esalta il consumo di lusso dei ricchi come un dato normale dell’esistenza umana e si indigna con le tendenze d’acquisto che superano il minimo richiesto dai lavoratori per la propria sussistenza. Scialacquare la rendita della soia comprando appartamenti a Puerto Madero [il lussuoso quartiere residenziale di Buenos Aires inserito nelle strutture del vecchio porto. NdT] è un saggio gesto di libertà, recuperare il livello di consumo popolare è un peccato di lesa maestà.

L’”aggiustamento” che propongono mira inoltre a favorire l’agro-business. Alcuni proclamano apertamente questa intenzione auspicando il ritorno a forme di libero commercio, per scardinare barriere doganali e limiti alle esportazioni.[18] Questa posizione esprime i vecchi interessi della lobby agraria contro settori industriali che beneficiano delle limitazioni commerciali. Dallo stesso campo partono critiche contro gli “imprenditori che ottengono prebende” che ricevono sovvenzioni, che i proprietari terrieri hanno sempre considerato spettanti a loro. Queste denunce illustrano come i capitalisti resistano a condividere con i neo arrivati gli accessi privilegiati alla tesoreria dello Stato.

La loro predicazione comprende anche duri pronostici di collasso dell’economia kirchnerista, che ovviamente non si sono finora realizzati. Poiché nessuno ricorda gli errori di questi presagi, la previsione del grande crollo continua a ottenere sempre il suo effetto.[19]

È difficile predeterminare lo sbocco delle tensioni che accumula il modello nel quadro dell’attuale crisi mondiale, ma le fragilità strutturali, gli squilibri e le ingiustizie dell’economia argentina la rendono pericolosamente dipendente dalle oscillazioni internazionali.

Per l’EDI la sinistra deve sganciarsi da qualsiasi identificazione involontaria con questi messaggi neoliberisti. Non basta distinguersi categoricamente nei programmi e nel comportamento; occorre sopprimere qualunque somiglianza nelle definizioni e nei discorsi. Una critica progressista al governo deve porsi agli antipodi delle posizioni neoliberiste onde evitare l’intenzionale commistione delle due impostazioni che fanno i mezzi di comunicazione egemoni.

 

Interpretazioni kirchneriste

I sostenitori del modello respingono la teoria del “vento in poppa” per  spiegare la crescita negli ultimi anni. Ritengono che il motore dell’avanzamento sia stata la politica governativa di incentivazione della domanda interna. Talvolta raccolgono studi che contrapongono quel che è avvenuto in Argentina con il Cile e il Perù per segnalare che solo il 4,1% della crescita del 7,1% (2003-2010) è dipeso da variabili esterne. In realtà, il ciclo ascendente è dipeso da tre processi convergenti: un inedito aumento dei prezzi delle esportazioni, la politica economica espansiva e la ripresa del saggio di profitto successiva al brusco aggiustamento del 2001-2002 (svalutazione generale di salari e capitale). Sono pochi i paesi in cui si sia presentata la combinazione di queste circostanze.

Sicuramente è giusto contestare la semplificazione neoliberista, che attribuisce la ripresa soltanto a fattori esterni favorevoli. Ed è anche corretto polemizzare con le inconsistenti diagnosi dell’establishment, che un giorno descrive le storiche opportunità che circondano l’Argentina e un altro giorno diagnostica l’esplosione dell’economia nazionale. Tuttavia, la versione pro-governativa dipinge un miracolo di politiche attive completamente astratto dal contesto globale e dell’oggettiva redditività recuperata dal capitale. Presume che il modello sia di per sé virtuoso e che generi da solo crescita, riscossioni tributarie e domanda.[20]

Nell’ultimo periodo è emersa l’infondatezza di tale valutazione. La visione filogovernativa ignora questi limiti, pensando che l’economia kirchnerista si rigeneri attraverso virtuose spinte della domanda. Ritengono che la propensione alla domanda assicuri la continuità della retta via.[21] Questo presupposto, però, dimentica semplicemente la natura capitalistica dell’economia argentina e la sua conseguente dipendenza dal metro dei profitti imposto dall’accumulazione. Se il sistema potesse mettersi in moto da solo grazie a semplici miglioramenti del potere d’acquisto non sarebbero necessari i meccanismi che vincolano la domanda alla redditività e agli investimenti. Di solito l’ingenuità keinesiana omette questi nessi.

I capitalisti non sono agenti passivi che reagiscono di fronte a stimoli della domanda: Pretendono un livello di profitto determinato dalla concorrenza e dai costi. Lo scenario post-crisi (2003-2007) di un’economia sospinta dalle vendite è ormai alle spalle e gli incentivi che pretendono i padroni del potere spiegano la politica filo-imprenditoriale del governo. Questa svolta disorienta il progressismo, che identifica la forza del modello con una ridistribuzione delle entrate che è difficile riscontrare. Mettono in risalto aumenti del salario nominale ignorando cosa ne è stato della produttività, dei prezzi e dei costi del lavoro. Presumono che abbiano cominciato a realizzarsi i sogni socialdemocratici di un’imprenditoria benevola, senza considerare che la crescita del consumo si è situata ben al di sotto dell’aumento dei profitti. Alcune interpretazioni più limitate attribuiscono il ciclo ascendente dell’ultimo decennio alla riduzione del debito. Ma il sollievo dell’economia grazie ad alleggerimenti finanziari non è stato gratuito, né saldato dai creditori. È dipeso da un brutale processo di confisca di risparmi, in larga misura consumati dagli stessi gruppi che guidano il recupero. Certi entusiasti dell’andamento attuale contrappongono la realtà argentina al precipizio europeo, invitando a fare a livello internazionale l’apprendistato delle nostre conquiste. Segnalano in particolare il ruolo della presidente nelle riunioni del G 20 e le sue raccomandazioni di politiche anti-“aggiustamento”.[22]

Dimenticano, tuttavia, che i politici della classe dominante argentina portavano avanti negli anni Novanta le stesse scelte sopraffattorie che oggi si perseguono nel Vecchio Continente. L’attuale coincidenza tra socialdemocratici e conservatori europei è molto simile alla somiglianza che avevano radicali e giustizialisti un decennio fa. I gestori del capitalismo sono obbligati in qualsiasi periodo a eseguire ciò che pretende il sistema, e spesso gli stessi personaggi guidano gli aggiustamenti e sono alla testa delle inversioni di rotta.

Invece di prendere atto di questa complementarità, gli economisti kirchneristi sottolineano la contrapposizione fittizia che la presidente ha reso di moda contrapponendo il modello di “capitalismo serio” allo schema neoliberista di “anarco-capitalismo”. L’interpretazione di certi economisti è che tale differenza distingue il progetto di un paese ugualitario da un sistema governato dal primato del mercato.[23]

Qual è però il modello di paese che i progressisti kirchneristi sperano di sviluppare? Fino a poco tempo fa la bussola era costituita dal modello sociale tedesco. Ora è difficile sostenere questa rivendicazione, alla luce dei soprusi che stanno perpetrando i banchieri tedeschi in Grecia e al supersfruttamento del lavoro in Germania. Trovare  qualcos’altro è ancora più complicato, visto che i modelli asiatici di sfruttamento della forza lavoro sono incompatibili con qualsiasi ideale di giustizia sociale. La difficoltà di offrire un modello capitalista da imitare sta nel fatto che tutte le varianti di questo sistema si basano sulla concorrenza, il profitto e lo sfruttamento, cioè tre aspetti che contrastano con l’uguaglianza. Sia il capitalismo “serio”, sia quello “anarchico” non sono che due modalità della disuguaglianza vigente.

 

La rassegnazione degli economisti kirchneristi

Un problema non minore del modello sta nel fallimento del suo tentativo di dar vita a una borghesia nazionale a partire dallo Stato. Lo schema di sussidi, contratti privilegiati e favori reciproci con Cirigliano, Eskenazi, Cristóbal López o Eurnekian, ha dato vita al “capitalismo degli amici”, incompatibile con l’obiettivo di un sistema competitivo in cui lo Stato è arbitro. Questo rapporto con soci privilegiati è traumatico e ha creato situazioni di “capitalismo di ex amici”. Ma i fastidi cambiano solo  la collocazione dei gruppi prescelti e nella maggior parte dei casi aprono una parentesi fino a nuove riconciliazioni.

Il rapporto dei funzionari con Techint è un esempio del corso che assumono queste associazioni. Inizialmente prevalsero rapporti stretti con l’impresa, rafforzati dall’intermediazione presidenziale nell’operazione di indennizzo di SIDOR (Venezuela). Poi comparvero i contrasti per corruzione e le lagnanze ufficiali per la propensione dell’azienda [italo-argentina, NdT] a investire all’estero. Sopravvennero inoltre tensioni per la pressione dei rappresentanti statali nel consiglio direttivo, ma adesso si intravede una nuova riconciliazione. Nelle sequele dei rimproveri non si riesamina mai l’oscuro arricchimento dell’impresa a partire dagli anni Settanta attraverso innumerevoli favori ufficiali.[24]

Il fondo del problema sta nella difficoltà del gruppo kirchnerista di dar vita a un capitalismo nazionale, senza la vecchia borghesia nazionale che dava la priorità al mercato interno. Questo settore ha perso rilevanza e attualmente predominano i gruppi multinazionali. Quando le aree in cui operano questi settori si saturano, cercano di reperire sbocchi all’estero. È un atteggiamento coerente con il comportamento abituale di tutta la borghesia locale che effettua scarsi investimenti, rinnova la propria redditività alzando i prezzi e portando i capitali all’estero ad ogni inconveniente.  Come riconosce un noto promotore dell’industrialismo: “Un premio a chi trova la borghesia nazionale”.[25]

Molti simpatizzanti del corso attuale sono entrati al governo negli ultimi mesi, con incarichi di grande rilievo in campo economico, passando dall’appoggio esterno alla gestione diretta a partire dai ministeri e dalle segreterie. Ormai non si raggruppano in centri studi ma operano in qualità di funzionari assumendo l’integrale difesa del modello. Con questo cambiamento è scomparso il tono moderatamente critico che avevano prima. Esiste una differenza significativa tra affiancare criticamente il progetto ufficiale e assumere l’applicazione diretta di uno schema capitalista che perpetua il dominio dei privilegiati.

Dal potere si coglie più chiaramente l’inesistenza della borghesia nazionale, che Kirchner immaginava come soggetto trasformatore dell’economia. Certi analisti, tuttavia, confidano nella comparsa di questo segmento e nel suo ruolo di guida di uno sviluppo con inclusione sociale.[26] Salta però agli occhi l’assenza di questo fattore e la preminenza conseguente degli stessi gruppi dominanti che gestiscono il potere economico da decenni. Non c’è un altro capitalismo diverso da quello che domina il paese. E questa configurazione non è cambiata sotto il governo di Alfonsín, di Menem, di De la Rúa, di Duhalde o dei Kirchner.

Di fronte a questo dato palmare, molti economisti kirchneristi tendono a rassegnarsi o a sperare in cambiamenti di minor rilievo. Mantengono la speranza di poter disciplinare i potentati economici tramite pressioni fondate sull’“articolazione delle maggioranze popolari” Pensano che per questa via la politica avrà la preminenza sulla sfera economica.[27] Poiché, però, tale speranza va a sbattere più volte contro lo stesso muro, il passar del tempo conferma lo status quo. Nei fatti, nessun importante settore borghese si sottomette al diktat ufficiale. Ognuno rispetta la cortesia e promette di ottemperare alle esortazioni governative, ma nella pratica tutti fanno affari in contrasto con l’interesse generale. Non hanno mutato la loro inveterata abitudine di aumentare prezzi e di disinvestire.

Di fronte a questa constatazione c’è chi ha ricominciato a prendere in considerazione strategie di crescita più basate sull’associazione con il capitale straniero che non sulla promozione dei capitalisti locali. Si valuta questa scelta nella speranza di ripetere il percorso asiatico o la concertazione con le imprese multinazionali, seguita a Singapore e in Irlanda. Il test in questo senso è stato l’avallo generale all’affare minerario.

Questa svolta verso l’avallo dell’associazione multinazionale tende a consolidarsi, via via che avanza l’integrazione con il principale socio della regione. La tendenza unidirezionale di acquisizioni argentine da parte di società brasiliane ha cominciato a compensarsi con alcuni movimenti inversi. Ormai non solo entrano nel paese Petrobras, Camargo Correa, Am Bev, Fibroi o Blanco do Brasil, ma Techint, Eurnekian, Pescarmona, Grobo e Arcor collocano capitali nel principale mercato sudamericano. Il risultato è la trasformazione crescente in multinazionali delle compagnie coinvolte, a detrimento di obiettivi di sviluppo decisi su scala nazionale. Diminuisce l’incidenza di qualsiasi esortazione del governo, proporzionalmente alla importanza internazionale che acquista il suo interlocutore imprenditore.

La storia economica argentina è contraddistinta dagli infruttuosi tentativi fatti dai governi peronisti per puntellare con l’intervento statale il consolidamento di una borghesia industriale concorrenziale. Il fallimento di questo proposito ha sempre portato a svolte conservatrici (Perón nel 1953-1954 e Perón-Isabel nel 1974-1975). La grande incognita da svelare nella prossima fase è se ci troviamo di fronte alla ripetizione di questa sequenza.[28]

 

Parte IV – Quadro della situazione e progetto

C’è un nuovo quadro della situazione nel paese e con il 2012 debutta un esperienza politica diversa da quella vissuta nell’ultimo decennio. Le nuove rivendicazioni che tendono ad acquistare rilievo sono in larga misura poste da movimenti sociali, organizzazioni di quartiere e assemblee di cittadini, ma anche da una realtà che mette in evidenza l’esplosione di contraddizioni e problemi strutturali del modello.

Per la prima volta il governo è sfidato dalla realtà ed emergono proposte di sinistra che erodono la strategia ufficiale, che presenta qualunque conflitto come una contesa tra il passato e il presente progressista. Sottrarsi a questa alternativa costituisce la grande sfida di fronte a cui si trova il movimento popolare.

I lavoratori, gli studenti e i giovani che vogliono quel che spetta loro possono così avanzare nella costruzione di una propria alternativa per queste loro rivendicazioni. Sono già venute a galla le priorità immediate: salari adeguati all’inflazione, commissioni paritetiche senza intralci, agricoltura diversificata, estrazione mineraria limitata con lavorazione del prodotto, rinazionalizzazione degli idrocarburi, statalizzazione delle ferrovie sotto il controllo dei lavoratori e degli utenti, reindustrializzazione con impiego produttivo e riforma integrale del fisco; uscita dal CIADI, nuova legge sugli investimenti stranieri e revisione di tutte i trattati bilaterali sugli stessi, sospensione dei pagamenti del debito estero e nazionalizzazione della banca e del commercio con l’estero.

Un punto centrale per tutti i diversi collettivi è la deroga della cosiddetta Legge antiterrorismo. Tramite la promulgazione della legge 26.734 è stata inserita nel Codice Penale un’aggravante generica e una riformulazione delle sanzioni per il finanziamento del terrorismo nel Capitolo dei “Delitti contro l’ordine economico e finanziario”. L’origine di questa legge è derivata da una richiesta del GAFI (Grupo de Acción Financiera International) per combattere il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo nel nostro paese, ma l’indefinitezza nel suo articolato fa sì che questa legge possa applicarsi alle proteste sociali.

Nelle battaglie per queste rivendicazioni si può andare oltre una società governata dal lucro, retta dallo sfruttamento e segnata dalla disuguaglianza. Si può costruire un’altra economia, lontana dal capitalismo liberista o regolamentato, e più vicina agli ideali anticapitalisti di uguaglianza. Rivendicare esplicitamente questi obiettivi post capitalisti costituisce un incentivo a lottare tutti i giorni per un obiettivo di reale giustizia.

Noi Economisti di Sinistra affermiamo che i problemi di lungo respiro, cosi come alcuni di quelli che si presentano congiunturalmente, hanno una causa strutturale, propria di un capitalismo dipendente come il nostro. Affrontare questi problemi convinti di superarli esige di metterli a fuoco da un punto di vista anticapitalistico e in questo quadro discutere le priorità di un’agenda di trasformazione che perverrà a scontrarsi con le corporazioni e l’imperialismo.

 

Buenos Aires, marzo 2012

Il documento è stato messo in rete dal Boletín solidario di Montevideo. La traduzione è di Titti Pierini. (23/4/12)

 



[1] Roberto Navarro, “Una mejora de distribución”, in Página 12, 31-1-2011.

[2] Javier Lindemboin, “El reparto mejora y está como en 1995”, in La Nación, 15-5-2011; cfr. anche La Nación, 20-9-2011.

[3] Cfr. Andrés Tavosnaska, “Ganan como nunca y no reparten”, in Página 12, 14-9-2010.

[4] Página 12, 6-2-2011 e 24-4-2011.

[5] Página 12, 5-3-2012.

[6] Página 12, 30-5-2011.

[7] Clarin, 3-10-2010.

[8] Clarín, 4-7-2010; Página 12, 30-8-2010.

[9] V. Clarín, 29-12-2810.

[10]  Página 12, 18-9-2011

[11] Clarín, 18-9-2010

[12] Página 12, 15-8-2010.

[13] Guillermo Rozenwurcel, “El populismo económico siempre es auto-destructivo”, in Clarín. 8-2-2012.

[14] Carlos Zaffore,“Cristina tiene nostalgias de Menen”, in Clarín 8-2-2012.

[15] Lucas Llach, “Cuando se jodió la economía K”, in La Nación, 5-2-2011

[16] Juan Llach, “Todavía se está a tiempo de enmendar los errores”, in La Nación, 8-11-2011; Guillermo Kohan, “Bienvenidos al estatismo”, in La Nación, 19-7-2010.

[17] Juan Llach, “Hipotecando el futuro”, in La Nación, 22-3-2011.

[18] Gerchunoff, Pablo: “La economía kirchnerista ha terminado”, in La Nación, 15-1-2012.

[19] Ad esempio Carlos Pagni, “Señales de que el modelo ha muerto”, in La Nación, 7-3-2011.

[20] Claudio Scaletta, “La eficacia del modelo” , in Pagina 12, 24-4-2011.

[21] Roberto Navarro, “Es difícil frenar una locomotora”, in Pagina 12, 25-2-2012.

[22] Notizie del programma TV 6, 7, 8;  TV 6, 7, 8; Héctor Palomino, “Percepción del establishment”, in  Página12, 21-2-2011.

[23] Mónica Peralta Ramos, “Sintonía fina, el comienzo de una nueva etapa”, in Pagina 12, 23-1-2012.

[24] Si veda: “La resurrección de un viejo conflicto”, in Página 12, 26-4-2011

[25] Daniel Muchnik, “Nuestra burguesía nacional”, in La Nación, 13-9-2011.

[26] Federico Bernal, “Conflicto con grupos económicos y desarrollo nacional”, in Página 12, 22-5-2011.

[27] Guillermo Wierzba, “Neo-progresistas del establishment”, in Página 12, 22-1-2012; Ricardo Romero, “Respuesta”, in  Página 12, 15-1-2011.

[28] Si vedano i precedenti in Ámbito Financiero, 16-2-2012.



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