Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Elezioni in Egitto

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EGITTO – Duro colpo per i rivoluzionari

Hingant Romain*

 

Lo scorso 28 maggio, migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare la propria rabbia all’annuncio dei risultati, molto serrati, della prima tornata elettorale, sui quali gravano forti sospetti di frode. Tuttavia, per quanto divise, le forze rivoluzionarie ottengono quasi la metà dei voti.

Se la vedranno, dunque, i Fratelli Musulmani e i militari. Dopo una storica campagna contrassegnata da una serie di sobbalzi, l’arrivo in testa del candidato della potente confraternita e dell’ultimo Primo ministro del dittatore decaduto sembra segnare il ritorno a uno schema sorpassato: gli islamisti contro l’esercito. I Fratelli Musulmani (FM), la principale organizzazione politica del paese, contro l’ennesimo avatar del Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA), componente essenziale del potere da oltre cinquant’anni a questa parte. Di fatto, il secondo turno delle prime elezioni presidenziali libere della storia dell’Egitto costituirà il nuovo terreno dello scontro in atto tra le due principali forze organizzate del paese per il controllo delle istituzioni.

Certuni potrebbero vedere in questo risultato la voglia da parte della popolazione egiziana di un ritorno all’ordine, religioso e sociale per un verso, securitario ed economico per altro verso, in un contesto di disorganizzazione e di profonda crisi economica e di incerta transizione democratica. Tuttavia, le apparenze del processo istituzionale non devono ingannare rispetto all’avanzata di quello rivoluzionario.

L’arrivo in testa di Morsy, schernito come “ruota di scorta” della confraternita,[1] è stato presentato da molti osservatori come una sorpresa, ma è in effetti la dimostrazione della forza dell’apparato dei FM: Una delle lezioni principali di questa prima tornata, però, è che questa forza è in netto declino: mentre i FM avevano rasentato la maggioranza assoluta alle politiche, questa volta hanno ottenuto solo il 25%. Questo vuol dire che, fuori dalle zone in cui sono egemoni, la loro influenza e significativamente calata, soprattutto nelle principali città operaie. Il loro discredito è il frutto di vari motivi di risentimento, il cui cumulo si è andato accentuando dopo il loro riavvicinamento al potere: dalle loro trattative con il CSFA in piena sollevazione rivoluzionaria, fino ai grossolani tentativi di accaparrarsi il processo costituzionale – che si pensava fosse completato a giugno e che è invece sempre bloccato –, si ritrova come filo conduttore la loro profonda incapacità di rispondere alle aspettative sia sociali sia democratiche del movimento rivoluzionario.

Di fronte a Morsy, Ahmed Shafiq, il residuato [del precedente regime] più odiato dai rivoluzionari, è riuscito a raccogliere, sostenuto dalle reti del vecchio sistema, i voti degli strati privilegiati della società egiziana che sentono minacciata dalla rivoluzione la propria posizione, nonché quelli di una parte della comunità copta, preoccupata dall’ascesa degli islamisti. A danno di Amr Mussa, l’ex presidente della Lega araba, favorito in tutti i sondaggi e che, cercando di tenere insieme capra e cavoli (brandendo il ritorno all’ordine di fronte al pericolo islamista, pur rendendo omaggio ai martiri della rivoluzione), alla fine ha ottenuto soltanto il 10% dei suffragi. La vittoria di Shafiq equivarrebbe a un significativo arretramento delle ancora fragili conquiste della rivoluzione e a una minaccia diretta per i rivoluzionari.

 

Blocco rivoluzionario

La grande sorpresa di queste elezioni viene dal nasseriano di sinistra Handeen Sabbahi, storico oppositore di Mubarak (che lo ha messo in prigione a più riprese) il quale, con il suo 23% dei voti, segue a ruota Shafiq.[2] Imperniando il proprio discorso sulla giustizia sociale e l’approfondimento delle conquiste democratiche della rivoluzione, Sabbahi ha soppiantato l’influenza degli islamisti in una parte significativa degli strati popolari, finendo in testa al Cairo, ad Alessandria, a Suez, ecc. Quanto ad Abul Fotuh, ha ottenuto il 17% dei suffragi, finendo in quarta posizione. Ex dirigente dei FM, da cui fu espulso nel 2011 prima di essere riabilitato pubblicamente da El-Baradei, colui che è stato presentato come un islamista moderato ha ottenuto l’appoggio tanto dei liberali, di militanti di sinistra (fra cui alcuni compagni dell’Alleanza popolare), di figure della rivoluzione come il blogger Waël Ghonim, quanto dei salafiti (Al Nur).

Gli ultimi due costituiscono il nucleo essenziale di un “blocco rivoluzionario”[3] che rappresenta quasi la metà dei voti. Sabbahi, che ha costruito la sua campagna avanzando una serie di problemi sociali, assumendosi la rappresentanza della via “né residuato, né islamista”, si ritrova in questo momento ad essere investito per il numero dei suoi elettori, di una missione: dovrebbe svolgere un ruolo tutt’altro che irrilevante in un campo politico in formazione, mentre l’espressione politica dei rivoluzionari è ancora crudelmente mancante. I numerosi movimenti di sciopero che attraversano il paese e le mobilitazioni che non mancheranno di esplodere fino alla seconda tornata, prevista per il 16 e 17 giugno, dimostrano come la rivoluzione non sia disposta ad arrendersi a istituzioni ancora subordinate al CSFA.

 



* Pubblicato in Hebdo Tout est à nous!, n. 151 (31 maggio 2012) (Riportato da Europe Solidaire Sans Frontières – ESSF, Europe solidaire).

[1] Khairat El-Shater, il leader carismatico e strategico dell’organizzazione, si era visto invalidare la candidatura.

[2] Grava il sospetto di frode su 900.000 votanti, soldati e militari (che in genere non hanno diritto al voto). Particolarmente favorevoli a Shafiq, hanno di certo avuto un ruolo decisivo ai danni di Sabbahi.

[3] Cui vanno aggiunti Abu Ezz El-Hariri, il candidato dell’Alleanza popolare, come pure Khaled Ali, l’avvocato specializzato nella difesa dei diritti dei lavoratori.

 

Traduzione di Titti Pierini, 5/6/12