Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Europa: un programma d'urgenza

E-mail Stampa PDF

Un programma d’urgenza di fronte alla crisi

Éric Toussaint e Daniel Millet propongono un piano organico per bloccare l'austerità, che deve prevedere un'alternativa credibile ed efficace. Una piattaforma che muove dall'annullamento del debito, punto centrale, per arrivare alla nazionalizzazione delle banche e ad una effettiva riforma fiscale. Un programma più necessario che mai dopo l’ultimo round delle elezioni in Grecia.

È possibile non concordare con alcune argomentazioni di questo testo, ma il suo scopo è di aprire nella sinistra europea una prima discussione sui compiti nuovi. È significativo l’atteggiamento sulla questione dell’uscita dall’euro, che per una serie di paesi come la Grecia va discusso seriamente, dato che l’euro è una camicia di forza per la Grecia, ma anche il Portogallo e la Spagna. Ma il documento avanza la questione con cautela, perché il dibattito su questo tema attraversa e divide sia i movimenti sociali sia i partiti di sinistra. E quindi raccomanda di unirsi sul tema vitale del debito, lasciando temporaneamente da parte ciò che ci divide, anziché scomunicare come riformista chi sceglie di non affrontare subito questo o quel problema.

La sinistra greca in ogni caso è stata lasciata troppo a lungo sola (anche se alcuni rappresentanti di vari partiti di sinistra europei si sono recati ad Atene: tra essi, per l’Italia, va segnalato Paolo Ferrero). Ma a parte qualche visita, troppo poco è stato fatto finora per creare un forte movimento di sostegno alla sinistra e al popolo greco, mentre molti hanno impartito lezioni scontate e inopportune, e qualcuno ha liquidato sprezzantemente l’esperienza di Syriza come riformista, presentandola come il nuovo Pasok. Invece bisogna creare in ogni paese un forte movimento di sostegno alla resistenza del popolo greco di fronte al governo Samaràs, che costringa tutto quanto rimane della sinistra a schierarsi per la Grecia, contro i complici locali di Samaràs e Venizelos, come nel 1936 per la Spagna repubblicana.

Il testo è tratto da Il megafonoquotidiano

(a.m. 19/6/12)

 

di Eric Toussaint e Daniel Millet (1)

In accordo con le pretese dell’FMI, i governi dei paesi europei hanno fatto la scelta di imporre ai loro popoli politiche di rigida austerità, con drastici tagli nelle spese pubbliche: licenziamenti nella funzione pubblica, congelamento o riduzione dei salari dei funzionari, riduzione dell’accesso a certi servizi pubblici vitali e della protezione sociale, allungamento dell’età pensionabile… Il costo delle prestazioni dei servizi pubblici aumenta (trasporti, acqua, salute, istruzione…). Cresce il ricorso ad aumenti di imposte indirette particolarmente ingiuste, in particolare l’IVA. Le imprese pubbliche del settore concorrenziale sono privatizzate in massa. Le politiche di rigore messe in atto sono spinte a un livello mai visto dalla Seconda Guerra mondiale. Gli effetti della crisi sono quindi decuplicati da pretesi rimedi che mirano soprattutto a proteggere gli interessi dei detentori di capitali. L’austerità aggrava nettamente il rallentamento economico e ha scatenato l’effetto a valanga: data la debole crescita, quando esiste, il debito pubblico cresce in maniera meccanica. Come scrive Jean-Marie Harribey, il trittico Austerità salariale + Austerità monetaria + Austerità di bilancio dà la loro formula della triplice A.

Ma i popoli sopportano sempre meno l’ingiustizia di queste riforme segnate da una regressione sociale di grande ampiezza. In termini relativi, sono i salariati, i disoccupati e i nuclei familiari più modesti che gli Stati tassano di più per continuare a ingrassare i creditori. E nelle popolazioni più colpite, le donne occupano il primo posto, poiché l’organizzazione attuale dell’economia e della società patriarcale fa pesare su di loro gli effetti disastrosi della precarietà, del lavoro parziale e sottopagato.[2] Direttamente colpite dalla degradazione dei servizi pubblici sociali, esse pagano il prezzo più pesante. La lotta per imporre un’altra logica è indissociabile dalla lotta per il rispetto assoluto dei diritti delle donne. Delineiamo a grandi linee ciò che vogliamo per quest’altra logica.

La riduzione del deficit pubblico non è un fine in sé. In certe circostanze, può essere utilizzata per rilanciare l’attività economica e realizzare spese per migliorare le condizioni di vita delle vittime della crisi. Una volta rilanciata l’attività economica, la riduzione dei deficit pubblici si deve fare non riducendo le spese pubbliche sociali, ma con l’aumento delle entrate fiscali, lottando contro la grande frode fiscale e tassando di più il capitale, le transazioni finanziarie, il patrimonio e i redditi delle famiglie ricche. Per ridurre il deficit, bisogna anche ridurre radicalmente le spese risultanti dal rimborso del debito pubblico di cui deve essere annullata la parte illegittima. La compressione delle spese deve anche riguardare il bilancio militare nonché altre spese socialmente inutili e pericolose per l’ambiente. In compenso, è fondamentale aumentare le spese sociali, in particolare per tentare di mitigare gli effetti della depressione economica. Occorre anche aumentare le spese per le energie rinnovabili e per certe infrastrutture come i trasporti collettivi, le scuole, gli ospedali. Una politica di rilancio tramite la domanda pubblica e la domanda della maggioranza dei nuclei familiari genera anche un miglior gettito delle imposte. Ma di più, la crisi deve dare la possibilità di rompere con la logica capitalistica e realizzare un cambiamento radicale di società. La nuova logica da costruire dovrà voltare le spalle al produttivismo, integrare il dato ecologico, sradicare le diverse forme di oppressione (razziale, patriarcale...) e promuovere i beni comuni.

Per questo, occorre costruire un vasto fronte anticrisi, sia su scala europea sia localmente, al fine di riunire le energie per creare un rapporto di forza favorevole alla messa in pratica di soluzioni radicali centrate sulla giustizia sociale e climatica.

1. Fermare i piani di austerità, sono ingiusti e approfondiscono la crisi

Mettere fine alle misure antisociali di austerità costituisce una priorità assoluta. Con la mobilitazione nelle strade, nelle piazze pubbliche, con lo sciopero, con il rifiuto delle imposte e tasse impopolari, occorre forzare i governi a disobbedire alle autorità europee e abrogare i piani di austerità.

2. Annullare il debito pubblico illegittimo

La realizzazione di un audit del debito pubblico effettuato sotto il controllo dei cittadini, combinata, in certi casi, con una sospensione unilaterale e sovrana del rimborso del debito pubblico, permetterà di arrivare a un annullamento/ripudio della parte illegittima del debito pubblico e di ridurre fortemente il resto del debito.

Anzitutto, non si tratta di sostenere gli sgravi di debito decisi dai creditori, in particolare a causa delle severe contropartite che implicano.

Il piano di riduzione di una parte del debito greco messo in pratica a partire dal marzo 2012 è legato all’applicazione di una dose supplementare di misure che calpestano i diritti economici e sociali della popolazione greca e la sovranità del paese.[3]

Secondo uno studio realizzato dalla troika, nonostante la riduzione di debito concessa dai creditori privati, l’indebitamento pubblico della Grecia raggiungerà il 164% del PIL nel 2013![4] Bisogna dunque denunciare l’operazione di riduzione del debito greco per come è stata condotta, e opporvi un’alternativa: l’annullamento del debito, cioè il suo ripudio da parte del paese debitore, è un atto sovrano unilaterale molto forte.

Perché lo Stato indebitato deve ridurre radicalmente il debito pubblico procedendo all’annullamento dei debiti illegittimi? Anzitutto per ragioni di giustizia sociale, ma anche per ragioni economiche che ognuno può capire e fare proprie. Per uscire dalla crisi in avanti, non ci si può accontentate di rilanciare l’attività economica grazie alla domanda pubblica e a quella dei nuclei familiari. Poiché, se ci si accontentasse di una tale politica di rilancio combinata con una riforma fiscale redistributiva, il supplemento di entrate fiscali sarebbe risucchiato in grande misura dal rimborso del debito pubblico. I contributi che venissero imposti ai nuclei familiari più ricchi e alle grandi imprese private sarebbero largamente compensati dalla rendita che traggono dalle obbligazioni di Stato di cui sono di gran lunga i principali detentori e beneficiari (ragione per la quale non vogliono sentir parlare di un annullamento di debito). Bisogna dunque proprio annullare una grandissima parte del debito pubblico. L’ampiezza di tale annullamento dipenderà dal livello di coscienza della popolazione vittima del sistema del debito (a questo livello, l’audit cittadino svolge un ruolo cruciale), dall’evoluzione della crisi economica e politica e soprattutto dai rapporti di forza concreti che si costruiscono nelle strade, nelle piazze e nei luoghi di lavoro attraverso mobilitazioni presenti e future. In certi paesi come la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e l’Ungheria, la questione dell’annullamento del debito è una questione della massima attualità. Per l’Italia, la Francia, il Belgio, sta per diventarlo. E presto, il tema sarà un punto centrale del dibattito politico nel resto dell’Europa,

Per le nazioni già da ora sottoposte al ricatto degli speculatori, del FMI e di altri organismi come la Commissione Europea, conviene ricorrere a una moratoria unilaterale del rimborso del debito pubblico. Questa proposta diventa popolare nei paesi più colpiti dalla crisi. Una tale moratoria unilaterale deve essere combinata con la realizzazione di un audit cittadino dei prestiti pubblici, che deve permettere di portare all’opinione pubblica le prove e gli argomenti necessari al ripudio della parte del debito identificata come illegittima. Come il CADTM ha dimostrato in varie pubblicazioni, il diritto internazionale e il diritto nazionale dei paesi offrono una base legale per una tale azione sovrana unilaterale.

L’audit deve anche permettere di determinare le diverse responsabilità nel processo di indebitamento e di esigere che i responsabili sia nazionali sia internazionali rendano conto alla giustizia. In ogni caso, è legittimo che le istituzioni private e gli individui ad alto reddito che detengono titoli di questi debiti sopportino il peso dell’annullamento dei debiti sovrani illegittimi poiché hanno largamente la responsabilità della crisi, della quale per di più hanno profittato. Il fatto che debbano sopportare questo carico non è che un giusto ritorno verso una maggiore giustizia sociale. È dunque importante redigere un catasto dei detentori di titoli, per indennizzare fra di loro i cittadini e le cittadine a reddito basso e medio.

Se l’audit dimostra l’esistenza di reati legati all’indebitamento illegittimo, i loro autori dovranno essere severamente condannati a pagare risarcimenti e non dovranno sfuggire a pene di carcerazione in funzione della gravità dei loro atti. Occorre esigere che le autorità che abbiano lanciato prestiti illegittimi rendano conto alla giustizia.

Per quanto riguarda i debiti che non sono colpiti di illegittimità secondo l’audit, converrà imporre uno sforzo ai creditori in termini di riduzione del montante e dei tassi d’interesse, nonché con un allungamento del periodo di rimborso. Anche qui, sarà utile realizzare una discriminazione positiva a favore dei piccoli portatori di titoli del debito pubblico che bisognerà rimborsare normalmente. D’altra parte, dovrà essere fissato un tetto alla parte del bilancio dello Stato destinata al rimborso del debito in funzione della salute economica, della capacità dei poteri pubblici di rimborsare e del carattere incomprimibile delle spese sociali. Occorre ispirarsi a ciò che era stato fatto per la Germania dopo la Seconda Guerra mondiale: l’accordo di Londra del 1953, che consisteva in particolare nel ridurre del 62% il totale del debito tedesco, stipulava che la relazione fra servizio del debito e redditi da esportazioni non doveva superare il 5%.[5] Si potrebbe definire una proporzione percentuale di questo tipo: la somma assegnata al rimborso del debito non può eccedere il 5% delle entrate dello Stato. Occorre anche adottare un quadro legale al fine di evitare la ripetizione della crisi che è iniziata nel 2007-2008: divieto di socializzare i debiti privati, obbligo di organizzare un audit permanente della politica di indebitamento pubblico con partecipazione dei cittadini, imprescrittibilità dei reati legati al debito illegittimo, nullità dei debiti illegittimi, adozione di una regola d’oro che consiste nel dire che le spese pubbliche che permettono di garantire i diritti umani fondamentali sono incomprimibili e prevalgono sulle spese relative al rimborso del debito… Le piste alternative non mancano.

3. Per una giusta ridistribuzione della ricchezza

Dal 1980, le imposte dirette sui redditi più alti e sulle grandi imprese non hanno cessato di diminuire. Queste centinaia di miliardi di euro di regali fiscali sono state orientate principalmente verso la speculazione e l’accumulazione di ricchezze da parte dei più ricchi.

Occorre combinare una riforma in profondità della fiscalità a scopo di giustizia sociale (ridurre i redditi e il patrimonio dei più ricchi per aumentare quelli della maggioranza della popolazione) con la sua armonizzazione sul piano europeo per impedire il dumping fiscale.[6] Lo scopo è un aumento delle entrate pubbliche, in particolare attraverso l’imposta progressiva sul reddito delle persone fisiche più ricche (il tasso marginale dell’imposta sul reddito può essere effettivamente portato al 90%),[7] l’imposta sul patrimonio a partire da un certo ammontare e l’imposta sulle società. Questo aumento delle entrate deve andare di pari passo con una rapida diminuzione del prezzo di accesso ai beni e servizi di prima necessità (prodotti alimentari di base, acqua, elettricità, riscaldamento, trasporti pubblici, materiale scolastico…), in particolare tramite una riduzione forte e mirata dell’IVA su questi bene e servizi vitali. Si tratta anche di adottare una politica fiscale che favorisca la protezione dell’ambiente tassando in maniera dissuasiva le industrie inquinanti.

Diversi paesi possono associarsi per adottare una tassa sulle transazioni finanziarie, in particolare sui mercati dei cambi, al fine di aumentare le entrate dei poteri pubblici, limitare la speculazione e favorire la stabilità dei tassi di cambio.

4. Lottare contro i paradisi fiscali

I diversi vertici del G20 hanno rifiutato, nonostante le dichiarazioni d’intenti, di affrontare realmente i paradisi giudiziari e fiscali. Una misura semplice per lottare contro i paradisi fiscali (che fanno perdere ogni anno ai paesi del Nord, ma anche a quelli del Sud, risorse vitali per lo sviluppo delle popolazioni) consiste per un Parlamento nel vietare a tutte le persone fisiche e a tutte le imprese presenti sul suo territorio di realizzare una qualsiasi transazione che passi per paradisi fiscali, sotto pena di una multa di un ammontare equivalente. Ancor più, occorre sradicare questi buchi neri della finanza, dei traffici criminali, della corruzione, della delinquenza in guanti bianchi. Le grandi potenze, che li proteggono da anni, ne hanno assolutamente i mezzi.

La grande frode fiscale priva la collettività di mezzi considerevoli e agisce contro l’occupazione. Si devono assegnare ai servizi delle finanze mezzi pubblici coerenti per lottare efficacemente e in maniera prioritaria contro la frode organizzata dalle grandi imprese e i nuclei familiari più ricchi. I risultati devono essere resi pubblici e i colpevoli sanzionati pesantemente.

5. Rimettere al passo i mercati finanziari

La speculazione su scala mondiale equivale a parecchie volte le ricchezze prodotte sul pianeta. Le architetture sofisticate la rendono totalmente incontrollabile. I meccanismi che mette in moto destrutturano l’economia reale. L’opacità sulle transazioni finanziarie è la regola. Per tassare i creditori alla fonte, occorre identificarli. La dittatura dei mercati finanziari deve cessare. Occorre vietare la speculazione sui titoli del debito pubblico, sulle monete, sui prodotti alimentari.[8] Devono essere vietate anche le vendite allo scoperto[9] e i Credit Default Swaps. Occorre chiudere i mercati fuori borsa di prodotti derivati, veri buchi neri che sfuggono a ogni regolamentazione e a ogni sorveglianza.

Il settore delle agenzie di notazione [rating] deve parimenti essere strettamente riformato e inquadrato. Deve essere vietato alle agenzie di notazione di fare la notazione degli Stati. Lungi dall’essere lo strumento di una stima scientifica obiettiva, queste agenzie sono strutturalmente parti interessate della mondializzazione neoliberista e hanno scatenato a più riprese catastrofi sociali. Di fatto, la degradazione della nota di un paese può implicare un aumento dei tassi d’interesse che lo Stato deve pagare per riuscire a ottenere prestiti sui mercati finanziari. Di conseguenza, la situazione economica del paese interessato si deteriora. Il comportamento gregario degli speculatori decuplica le difficoltà che peseranno ancora più pesantemente sulle popolazioni. La forte sottomissione delle agenzie di notazione agli ambienti finanziari fa di queste agenzie un attore di primo piano a livello internazionale, la cui responsabilità nello scatenamento e nell’evoluzione delle crisi non è messa abbastanza in luce dai media. La stabilità economica dei paesi europei è stata posta nelle loro mani, senza protezione, senza mezzi di controllo seri da parte del potere pubblico; per questo occorre vietare loro di continuare a nuocere.

Per vietare altre manovre di destabilizzazione degli Stati, occorre ripristinare un controllo stretto dei movimenti di capitali.

6. Trasferire le banche e le assicurazioni al settore pubblico sotto controllo cittadino.

A causa delle scelte fatte, la maggior parte delle banche si trova in una situazione di insolvibilità e non in una crisi passeggera di liquidità. La decisione delle banche centrali di accordare loro un accesso illimitato al credito senza imporre loro un cambiamento delle regole del gioco aggrava il problema.

Occorre ritornare ai fondamentali. Le banche devono essere considerate servizi pubblici, a causa, appunto, della loro importanza e dell’effetto devastante che la loro cattiva gestione può avere sull’economia. Il mestiere della banca è troppo serio per essere affidato a banchieri privati. Poiché utilizza denaro pubblico, beneficia di garanzie da parte dello Stato e rende un servizio di base fondamentale alla società, la banca deve diventare un servizio pubblico.

Gli Stati devono ritrovare la propria capacità di controllo e di orientamento dell’attività economica e finanziaria. Devono anche disporre di strumenti per realizzare investimenti e finanziare le spese pubbliche riducendo al minimo il ricorso al prestito presso istituti privati. Per questo, occorre espropriare senza indennizzo le banche per socializzarle trasferendole al settore pubblico sotto controllo cittadino.

In certi casi l’esproprio delle banche private può rappresentare un costo per lo Stato a causa dei debiti che hanno potuto accumulare e dei prodotti tossici che hanno conservato. Tale costo deve essere recuperato sul patrimonio generale dei grandi azionisti. In effetti, le società private che sono azioniste delle banche e le hanno condotte verso l’abisso facendo lauti profitti detengono una parte del proprio patrimonio in altri settori dell’economia. Bisogna dunque fare un prelevamento sul patrimonio generale degli azionisti. Si tratta di evitare al massimo di socializzare le perdite. L’esempio irlandese è emblematico, il modo in cui è stata effettuata la nazionalizzazione della Irish Allied Banks è inaccettabile poiché è stata fatta a spese della popolazione.

L’opzione che noi sosteniamo implica l’eliminazione del settore bancario capitalistico, sia nel credito e risparmio (banche di deposito) sia nell’ambito dell’investimento (banche di affari o di’investimento). In tale opzione, non resterebbero che due tipi di banche: banche pubbliche con uno statuto di servizio pubblico (sotto controllo cittadino) e banche cooperative di dimensioni modeste.

Benché il suo stato di salute sia meno mediatizzato, anche il settore delle assicurazioni è al cuore della crisi attuale. I grandi gruppi assicurativi hanno condotto operazioni rischiose come le banche private con le quali molti di essi sono strettamente legati. Una gran parte dei loro attivi è costituita da titoli del debito sovrano e da prodotti derivati. In cerca del massimo di profitto immediato, hanno speculato pericolosamente con i premi pagati dagli assicurati, con il risparmio raccolto sotto forma di assicurazione vita o di contributi volontari per una pensione complementare. L’esproprio delle assicurazioni permetterà di evitare un tracollo in questo settore e proteggerà risparmiatori e assicurati. L’esproprio delle assicurazioni deve accompagnarsi a un consolidamento del sistema pensionistico per ripartizione.

7. Socializzare le imprese privatizzate dal 1980

Una caratteristica di questi ultimi trent’anni è stata la privatizzazione di molte imprese e servizi pubblici. Dalle banche al settore industriale passando per le poste, le telecomunicazioni, l’energia e i trasporti, i governi hanno consegnato al privato pezzi interi dell’economia, perdendo nel passaggio ogni capacità di regolazione dell’economia. Questi beni pubblici, nati dal lavoro collettivo, devono tornare nell’ambito pubblico. Si tratterà di creare nuove imprese pubbliche e di adattare i servizi pubblici secondo i bisogni della popolazione, ad esempio per rispondere alla problematica del cambiamento climatico con la creazione di un servizio pubblico di isolamento degli alloggi.

8. Ridurre radicalmente il tempo di lavoro per garantire la piena occupazione e adottare una politica dei redditi per realizzare la giustizia sociale

Ripartire altrimenti le ricchezze è la risposta migliore alla crisi. La parte delle ricchezze prodotte destinata ai salariati è nettamente diminuita da vari decenni, mentre i creditori e le imprese hanno aumentato i profitti per dedicarli alla speculazione. Aumentando i salari, non solo si permette alla popolazione di vivere degnamente, ma si rafforzano anche i mezzi che servono al finanziamento della protezione sociale e dei sistemi pensionistici.

Diminuendo il tempo di lavoro senza riduzione di salario e creando occupazione, si migliora la qualità di vita dei lavoratori, si fornisce una occupazione a quelle e quelli che ne hanno bisogno. La riduzione radicale del tempo di lavoro offre anche la possibilità di mettere in pratica un altro ritmo di vita, una maniera diversa di vivere in società allontanandosi dal consumismo. Il tempo guadagnato a favore del tempo libero deve permettere l’aumento della partecipazione attiva delle persone alla vita politica, al rafforzamento delle solidarietà, alle attività di volontariato e alla creazione culturale.

Occorre altresì alzare in maniera significativa il salario minimo legale, i salari medi e i sussidi sociali. In compenso, bisogna fissare un tetto massimo molto rigoroso per le retribuzioni dei dirigenti delle imprese, sia private che pubbliche, retribuzioni che raggiungono vertici assolutamente inaccettabili. Si tratta di proibire i bonus, le stock-option, le pensioni «cappello»[complementari] e altri vantaggi derogatori ingiustificati. Bisogna instaurare un reddito massimo autorizzato. Noi raccomandiamo uno scarto massimo di 1 a 4 nei redditi (come raccomandava Platone circa 2400 anni fa) con una globalizzazione dell’insieme dei redditi di una persona per sottometterli alla tassazione.

9. Dai prestiti pubblici a favore del miglioramento delle condizioni di vita, alla promozione dei beni comuni e che rompono con la logica di distruzione dell’ambiente

Uno Stato deve poter prendere a prestito per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, per esempio realizzando opere di utilità pubblica e investendo nelle energie rinnovabili. Alcune di queste opere possono essere finanziate dal bilancio corrente grazie a scelte politiche stabilite, ma altre di maggiore portata possono essere rese possibili da prestiti pubblici, per esempio per passare dal «tutto automobile» a uno sviluppo massiccio dei trasporti collettivi, chiudere definitivamente le centrali nucleari e sostituirvi energie rinnovabili, creare o riaprire ferrovie di prossimità su tutto il territorio cominciando dal territorio urbano e semiurbano, o ancora rinnovare, riattare o costruire edifici pubblici e alloggi sociali riducendo il loro consumo di energia e aggiungendovi apparecchiature di qualità

Occorre definire d’urgenza una politica trasparente del prestito pubblico. La proposta che avanziamo è la seguente: 1) la destinazione del prestito pubblico deve garantire un miglioramento delle condizioni di vita, rompendo con la logica della distruzione ambientale; 2) il ricorso al prestito pubblico deve contribuire a una volontà ridistributiva per ridurre le disuguaglianze. Per questo proponiamo che gli istituti finanziari, le grandi imprese private e i nuclei familiari ricchi siano costretti per via legale a comprare, per un ammontare proporzionale al loro patrimonio e ai loro redditi, obbligazioni di Stato allo 0% d’interesse e non indicizzate sull’inflazione, il resto della popolazione potrà acquistare in maniera volontaria obbligazioni pubbliche che garantiranno un rendimento reale positivo (per esempio, il 3%) superiore all’inflazione. Così, se l’inflazione annuale ammonta al 3%, il tasso d’interesse effettivamente pagato dallo Stato per l’anno corrispondente sarà del 6%. Tale misura di discriminazione positiva (paragonabile a quelle adottate per lottare contro l’oppressione razziale negli Stati Uniti, le caste in India o le disuguaglianze uomini-donne) permetterà di avanzare verso una maggiore giustizia fiscale e verso una ripartizione meno diseguale delle ricchezze.

10. Mettere in discussione l’euro

Il dibattito sull’uscita dall’euro per una serie di paesi come la Grecia è assolutamente necessario. È chiaro che l’euro è una camicia di forza per la Grecia, il Portogallo e anche la Spagna. Se non gli dedichiamo la stessa attenzione che alle altre proposte di alternative, è perché il dibattito attraversa e divide sia i movimenti sociali sia i partiti di sinistra. La nostra preoccupazione centrale è di unire sul tema vitale del debito, lasciando temporaneamente da parte ciò che ci divide.

11. Un’altra Unione europea costruita sulla solidarietà

Varie disposizioni dei trattati che governano l’Unione europea, l’eurozona e la BCE devono essere abrogate. Per esempio, bisogna sopprimere gli articoli 63 e 125 del Trattato di Lisbona che vietano ogni controllo dei movimenti di capitali e ogni aiuto a uno Stato in difficoltà. Bisogna abbandonare anche il Patto di stabilità e di crescita. Il MES (Meccanismo europeo di stabilità) deve essere eliminato. Ancor più, bisogna sostituire gli attuali trattati con altri nuovi nel quadro di un vero processo costituente democratico per giungere a un patto di solidarietà dei popoli per l’occupazione e l’ambiente.

Occorre rivedere completamente la politica monetaria come anche lo statuto e la pratica della BCE. L’incapacità del potere politico di imporle di creare moneta è un handicap molto pesante. Creando questa BCE al di sopra dei governi e quindi dei popoli, l’Unione europea ha fatto una scelta disastrosa, quella di sottomettere l’umano alla finanza, invece del contrario.

Poiché numerosi movimenti sociali denunciavano statuti troppo rigidi e profondamente inadatti, la BCE è stata costretta a spostare il tiro nel momento cruciale della crisi, modificando d’urgenza il ruolo che le è stato concesso. Sfortunatamente, ha accettato di farlo per cattive ragioni: non perché siano presi in considerazione gli interessi dei popoli, ma perché siano preservati quelli dei creditori. È la prova che le carte devono essere rimescolate: la BCE e le banche centrali degli Stati devono poter finanziare direttamente gli Stati che vogliono raggiungere obiettivi sociali e ambientali che integrino perfettamente i bisogni fondamentali delle popolazioni.

Oggi, attività economiche molto diverse, come l’investimento nella costruzione di un ospedale o un progetto puramente speculativo, sono finanziate in maniera simile. Il potere politico deve imporre costi molto diversi agli uni e agli altri: tassi bassi devono essere riservati agli investimenti socialmente giusti e ecologicamente sostenibili, tassi molto alti, o addirittura proibitivi quando la situazione lo richieda, per le operazioni di tipo speculativo, che è anche auspicabile puramente e semplicemente vietare in certi ambiti.

Un’Europa costruita sulla solidarietà e la cooperazione deve permettere di voltare le spalle alla concorrenza e alla competizione, che tirano «verso il basso». La logica neoliberista ha portato alla crisi e rivelato il proprio fallimento. Ha spinto gli indicatori sociali al ribasso: meno protezione sociale, meno posti di lavoro, meno servizi pubblici. La manciata di coloro che hanno profittato di questa crisi l’ha fatto calpestando i diritti della maggioranza degli altri. I colpevoli hanno vinto, le vittime pagano! Questa logica che sottende tutti i testi fondatori dell’Unione Europea, deve essere battuta. L’obiettivo prioritario deve diventare un’altra Europa, fondata sulla cooperazione fra gli Stati e la solidarietà fra i popoli. A tal fine, le politiche di bilancio e fiscali devono essere non uniformate, poiché le economie europee presentano forti disparità, ma coordinate perché alla fine emerga una soluzione «verso l’alto». Devono imporsi politiche globali su scala europea, che comprendano investimenti pubblici massicci per la creazione di posti di lavoro pubblici nei settori essenziali (dai servizi di prossimità alle energie rinnovabili, dalla lotta contro il cambiamento climatico ai settori sociali di base). Un’altra politica passa per un processo coordinato dai popoli al fine di adottare una Costituzione per costruire un’altra Europa.

Questa altra Europa democratizzata deve operare per imporre principi non negoziabili: rafforzamento della giustizia fiscale e sociale, scelte volte all’innalzamento del livello e della qualità di vita dei suoi abitanti, disarmo e riduzione radicale delle spese militari, scelte energetiche durevoli senza ricorso al nucleare, rifiuto degli organismi geneticamente modificati (OGM). Deve anche mettere fine risolutamente alla propria politica di fortezza assediata verso i candidati all’immigrazione, per diventare un partner equo e veramente solidale rispetto ai popoli del sud del pianeta. Il primo passo in questo senso deve consistere nell’annullamento del debito del terzo mondo in maniera incondizionata. L’annullamento del debito è decisamente un denominatore comune a tutte le lotte che è urgente condurre al Nord come al Sud.
Traduzione di Ada Cinato

NOTE

[1] Damien Millet (professore di matematica, portavoce del CADTM Francia www.cadtm.org ) e Eric Toussaint (docente di scienze politiche, presidente del CADTM Belgio, membro del Consiglio scientifico di ATTAC Francia). Damien Millet e Eric Toussaint hanno curato il libro collettivo La Dette ou la Vie, Aden-CADTM, 2011, che ha ricevuto il Premio del libro politico alla Fiera del libro politico di Liegi nel 2011.
Ultimo libro in ordine di tempo: Damien Millet e Éric Toussaint, AAA, Audit, Annulation, Autre politique (Le Seuil, Parigi 2012).
[2] Christiane Marty, «Impact de la crise et de l’austérité sur les femmes: des raisons de s’indigner et se mobiliser», www.cadtm.org/Impact-de-la-crise-et-de-l
[3] Vedi http://www.cadtm.org/Le-CADTM-denonce-la-campagne-de
[4] Vedi Les Echos, http://www.lesechos.fr/economie-politique/monde/actu/reuters_00432669-la.... Vedi anche Reuters, http://www.reuters.com/article/2012/03/13/us-eurozone-greece-debt-idUSBR...
[5] Éric Toussaint, Banque mondiale, le coup d’Etat permanent, CADTM-Syllepse-Cetim, 2006, cap.4.
[6] Pensiamo all’Irlanda che pratica un tasso del solo 12,5% sui profitti delle società. In Francia, il tasso reale d’imposta sulle imprese del CAC 40 è solo dell’8%...
[7] Segnaliamo che questo tasso del 90% era stato imposto ai ricchi a partire dalla presidenza di Franklin Roosevelt negli Stati Uniti negli anni 1930. In Francia, era stato deciso nel 1924, poi alla vigilia della seconda guerra mondiale.
[8] Damien Millet e Éric Toussaint, La Crise, quelles crises?, Aden-CADTM, 2010, cap. 6.
[9] Le vendite allo scoperto permettono di speculare sul ribasso di un titolo vendendo a termine questo titolo mentre non se ne dispone nemmeno. Le autorità tedesche hanno vietato le vendite allo scoperto mentre le autorità francesi e quelle di altri paesi sono contrarie a questa misura.

Eric Toussaint
CADTM Belgique
345 Avenue de l'Observatoire
4000 LIEGE
Belgique
www.cadtm.org

Traduzione di Ada Cinato per Il megafonoquotidiano