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Cuba, allacciarsi le cinture (it)

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CUBA – Allacciarsi le cinture

Leonardo Padura Fuentes

 

Avevo deciso di segnalare comunque questo scritto di Leonardo Padura Fuentes sulle riforme in atto a Cuba. Padura Fuentes è ben conosciuto in Italia sia come scrittore (vedi Padura Fuentes, Trotskij e Cuba), sia come commentatore delle vicende cubane, ripreso spesso dal Manifesto. In attesa che fosse tradotto magari proprio sul Manifesto, lo avevo inserito intanto in lingua originale non solo per i visitatori latinoamericani, ma anche per i molti italiani che hanno cominciato a esplorare la sezione Actualidad latinoamericana. L’inserimento non vuol dire che ne condivida ogni parte: ad esempio non sono convinto che un eventuale afflusso di capitali stranieri risolva i principali problemi dell’isola... Ma le visite alla versione originale, Padura Fuentes: reformas a Cuba, sono rimaste poche (in questi casi in genere aumentano col tempo) e Titti Pierini intanto ha curato tempestivamente la traduzione. Buona lettura. (a.m. 22/6/12)

 

Ci sono tre trasformazioni che devono concretizzarsi in un tempo più o meno breve: le modifiche delle leggi sulle migrazioni, l’apertura a maggiori investimenti stranieri e l’autorizzazione di cooperative di operai e tecnici.

Leonardo Padura 11 giugno 2012

 

 

Per quanto a passo lento, la società cubana sta vivendo un importante processo di ristrutturazione. Ed è probabile che, per lo stesso significato politico ed economico di questa trasformazione del tessuto sociale, il movimento di cambiamenti promosso dal governo mostri questo aspetto, nella parvenza e nella realtà, così posato.

In ogni caso, è ormai un dato di fatto che, come parte del programma di “attuazione del modello economico”, lo scorso anno siano spariti dal settore statale 140.000 posti di lavoro, mentre c’è l’intenzione esplicita di eliminarne altri 170.000 quest’anno, per cercare di arrivare alla quota prevista, che si aggira (più o meno) intorno al milione di posti, per razionalizzare. Al tempo stesso, già nei primi mesi di quest’anno erano oltre 370.000 le persone dedite alla rivitalizzata ed estesa attività di “lavoro in proprio”, una cifra che si è potuta raggiungere solo (incluso se si sommano tutti i posti soppressi e quelli che si prevede di eliminare in questi mesi) con l’avvicinamento a questo tipo di lavoro da parte di cittadini che non avevano un rapporto di lavoro ufficiale di alcun genere, Detto alla cubana: gente che si “inventava” come vivere.

Mentre sta verificandosi questo movimento lavorativo forzato o volontario, si è esaurita la tendenza all’aumento dei salari statali (la media si aggira sui 450 pesos, pari a circa 17 euro) e si avverte che le remunerazioni non cresceranno finché non saranno adeguatamente aumentati gli indicatori della produttività, e non si saranno soppresse le cosiddette “gratuità (o sussidi) indebite”. In altri termini: un piano di austerità e di tagli. A complicare la situazione, il dato di fatto è che ora i salari statali sono insufficienti per vivere, visto che sono aumentati i prezzi di molti prodotti prioritari (alimentari, per l’igiene personale, ecc.)

Il movimento sociale di una notevole parte dei cubani verso l’impresa privata diventa, quindi, l’unica alternativa per molti di coloro che perderanno, per un motivo o per un altro, i propri posti di lavoro offerto dallo Stato (che occupava la quasi totalità dei cittadini). Lo sarà anche per coloro che, pur non rientrando fra i licenziati, cercheranno di procurarsi una condizione economica più agiata di quella consentita dai salari ufficiali.

È un dato di fatto che, ormai, i salari statali non bastano più per vivere.

Tuttavia, nelle attuali condizioni economiche e con i margini entro cui si autorizza l’esercizio del “lavoro in proprio”, sorgono grandi interrogativi: fino a che punto questo controllato e limitato settore privato potrà crescere per accogliere nuovi “imprenditori” (bibitari, pasticceri, ristoratori e affittacamere) e “impiegati” (dipendenti, camerieri, incaricati delle pulizie, ecc. di queste attività private)? L’economia interna resisterà all’apertura di un maggior numero di caffè, “paladares” [piccole trattorie] o punti vendita di bigiotteria a poco prezzo? Saranno la maggioranza degli impiegati statali con salari insufficienti e congelati i potenziali clienti di offerte che, per una semplice merenda o per la riparazione di un rubinetto (la sola riparazione) possono portarsi via la metà o anche l’intero salario quotidiano di un lavoratore?

È evidente che la molla è arrivata al massimo della sua tensione su questo terreno, perché la politica di soppressione di posti di lavoro andrà avanti e i salari non aumenteranno per un bel po’ di tempo…e questo può creare una situazione sociale complicata, in un paese in cui, per giunta, si eliminano sussidi e si fa appello al lavoro e alla produttività con parole d’ordine molto simili a quelle del passato -  visto che se appena qualcosa è cambiata a Cuba è la retorica ufficiale, a parte gli appelli a “cambiare mentalità”.

Per il comune e normale cittadino è difficile intravedere soluzioni per questo inevitabile scontro. E, a giudicare dalla lentezza e discrezione ufficiale con cui si sviluppa il processo, sembra verificarsi la stessa cosa con le istanze che guidano e regolano i cambiamenti nella sfera sociale ed economica.

All’orizzonte di Cuba esistono tre regolamentazioni la cui modifica deve realizzarsi entro un lasso di tempo più o meno breve (rispetto alle aspettative della gente): l’entrata in vigore dei cambiamenti delle leggi migratorie, l’apertura a maggiori investimenti stranieri e l’ammissione del funzionamento di cooperative di operai e anche di professionisti.

Le prime due misure previste, anche se con ripercussioni interne, si concretizzano fuori, in un momento in cui la crisi economica mondiale ha investito con forza in Europa uno dei principali poli dell’ eventuale realizzazione. Quanti dei cubani che si trasferissero in Spagna potrebbero nutrire la speranza di ottener lavoro, quando non lo trovano gli stessi spagnoli? Quanti medi imprenditori di questa zona del mondo saranno disponibili ad avviare un’avventura nell’isola caraibica? E la terza disposizione attesa si scontra con un altro complicato interrogativo: come acquistare i materiali necessari per il loro lavoro da parte di eventuali cooperative, se solo lo Stato può effettuare l’importazione di beni commerciali?

A queste domande si può aggiungere la specifica eventualità, tanto richiamata ultimamente, che impresari o anche imprenditori cubani o cubano-americani radicati negli Stati Uniti partecipino concretamente ad attività economiche dell’Isola. La realtà, però, è che questa aspirazione continua ad essere impraticabile anche se il governo cubano le spalancasse le porte, visto che le stesse leggi nordamericane, quella del blocco in testa, continuano ad allontanare la concretizzazione di questo sogno che certuni accarezzano, recandosi addirittura all’Avana per conferenze dedicate a questa fantascienza. Per il momento, dall’emigrazione cubana insediata presso il vicino del nord potrebbero arrivare soltanto alcune decine di migliaia di dollari per sostenere l’apertura di un altro bar, o l’acquisto di un appartamento o di un auto da affittare. Non sarebbe più di questo, e in quantità economiche poco significative per un paese che ha urgente bisogno di investimenti, specie in fatto di sovrastrutture e industria

La sorte di molte delle persone licenziate si deciderà in una congiuntura molto difficile da risolvere.

Rispetto all’interno del paese, il previsto aumento della produttività agricola con la politica di concessione in usufrutto di terre statali incolte, che si spera (sperava) possa determinare la riduzione dei prezzi dei prodotti alimentari, non ha certamente raggiunto ancora il suo obiettivo, a quanto pare per due motivi: per l’enorme deficit di produzione preesistente e per l’entrata in concorrenza della gastronomia privata, oltre alla possibilità di vendere tali prodotti a imprese statali (alberghi, ad esempio).

Sul terreno degli investimenti, oggi Cuba fa una grossa scommessa con l’ammodernamento del porto di El Mariel (a circa 50 chilometri ad Ovest dell’Avana), per trasformarlo in uno dei più capaci e moderni dei Caraibi. Con capitali e tecnici brasiliani coinvolti nell’opera, sicuramente El Mariel cambierà il suo destino e lascerà alla baia dell’Avana la funzione di porto turistico… Ma che cosa si importerà ed esporterà in grossi quantitativi da El Mariel? Da dove verranno le crociere di turisti che attraccherebbero all’Avana, se quasi tutte sono legate a imprese e capitali nordamericani? Quanti lavoratori potrà assorbire questo obiettivo economico una volta terminata la costruzione? Sicuro che lì entreranno in funzioni “maquilladoras” (industrie di montaggio) cinesi?

Chissà se la prossima fase di sedute dell’Assemblea Nazionale, a metà anno, potrà portare qualche chiarimento sugli interrogativi e le prospettive di questo complicato bivio economico, sociale e naturalmente politico. Forse.

A questo punto del racconto, infatti, sembra indubbio che, pur se fosse ineludibile la crescita dell’efficienza produttiva e che quindi per ottenerla sia necessario sopprimere posti di lavoro nel settore statale, è altrettanto evidente che il destino di molte delle persone licenziate coinciderà con una congiuntura di ben difficile soluzione – sociale e personale. La situazione sembra particolarmente complicata per gli strati della popolazione che si avvicinano ai cinquant’anni o li hanno superati, e che, indipendentemente dall’elevato livello culturale e di istruzione (o proprio per questo), troveranno particolari difficoltà a riciclarsi come imprenditori privati o lavoratori in proprio, con capacità ed energie che molti di quei cubani non hanno… Così, per la generazione che è cresciuta lavorando per un futuro migliore l’avvenire sta arrivando come un presente di incertezze in cui non contano tanto i passati sacrifici quanto le capacità di reinserimento in un tessuto sociale in cui cominciano a valere altre regole del gioco.

E il gioco per il partito, come si dice in termini di baseball, si fa duro, e senza guanto.

 

Traduzione di Titti Pierini



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