Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Cremaschi: Addio Statuto

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La costituzione esce dalle fabbriche

di Giorgio Cremaschi

 

Il 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro.  Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non e' più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.

Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all' attacco all'articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non e' stato così, mi sono sbagliato sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata.

Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil.  Non e' vero infatti che su questo tema non ci fossero spinte alla mobilitazione. E' vero anzi il contrario. A primavera era cresciuto un movimento diffuso nelle fabbriche con adesioni agli scioperi anche di iscritti a Cisl e Uil. C'era stata la manifestazione Fiom del 9 marzo a Roma e quella promossa dal NoDebito a Milano. La Cgil aveva proclamato 16 ore di sciopero. Certo erano ancora avanguardie di massa quelle che si mobilitavano, ma il loro consenso era diffuso e trasversale, maggioritario nel paese. Uno sciopero generale della portata delle lotte del 2002 era alla portata ed avrebbe aperto un fronte complessivo con il governo, mettendo in gravi difficoltà Cisl e Uil e ancor di più il partito democratico. Ed e' per questo che non si e' fatto. La squallida mediazione definita tra i partiti di governo si e' trasferita sul progetto di legge, Cisl e Uil hanno accettato e la Cgil ha finito di opporsi. E, fatto ancor più grave, ha accettato la mediazione che cancellava l'articolo 18 facendo finta di aver vinto. A quel punto la prospettiva di una unificazione delle lotte e' saltata e anche la Fiom ha drasticamente ridimensionato la propria iniziativa. Il movimento si é quindi ridotto a singole azioni di lotta, da ammirare ringraziare, ma insufficienti a pesare sul quadro politico. Tante fabbriche metalmeccaniche, prime la Same e la Piaggio han continuato eroicamente a scioperare. I  sindacati di base hanno generosamente scioperato il 22 scorso. Ma non poteva bastare, tenendo conto anche del terribile regime informativo che censura ogni dissenso mentre ossessivamente grida: viva  monti, viva l'euro, viva il rigore.

La giornata del voto ha così rappresentato la sconfitta. Con poche centinaia di persone davanti Montecitorio divise a metà', e con gli organizzatori della Cgil che mettevano la musica rock ad alto volume per coprire le voci dell'assemblea spontanea che si stava svolgendo in una parte della piazza.

Sì io sento il bisogno di scusarmi per questa sconfitta e per come e' maturata, anche se credo di aver fatto tutto quello di cui sono capace per impedire che le cose andassero così.

Ora abbiamo il modello Marchionne esteso a tutto il mondo del lavoro e dobbiamo ricostruire potere e forza. Non sarà facile ma ci dobbiamo provare, ancor di più noi che siamo consapevoli della portata di questa sconfitta. Senza fare sconti a chi ne e' più responsabile nel sindacato, e senza dimenticare mai più la colpa di monti  e del Pd che lo sostiene. Dei  quali dovremo essere solo intransigenti avversari.

 

 

Pubblico questo commento amaro di Giorgio Cremaschi al voto vergognoso di ieri, in un clima di non mobilitazione della CGIL (sostituita da una presenza solo simbolica, ma capace ugualmente di essere prepotente verso le voci del dissenso, coperte dagli altoparlanti a tutto volume). Riporto però in appendice una riflessione molto equilibrata di Salvatore Cannavò, sul rischio di divisioni non necessarie che in questo clima corrono le poche forze sindacali che possono definirsi ancora "di classe". Avverto che oggi, per motivi tecnici inspiegabili, il sito della rete 28 aprile a cui fanno riferimento i link di questo articolo è stato oscurato, e collega a un misterioso http://www.quipunet.it/rete28aprile/ . Speriamo che i motivi siano solo e davvero tecnici, e soprattutto temporanei…

(a.m. 28/6/12)

 

Appendice

Contestare Landini?

Nota quotidiana di Il megafonoquotidiano

Fa discutere la protesta, anche contro il segretario della Fiom, andata in onda venerdì scorso. Nella sinistra sindacale si è aperta una discussione. E per tutti vale la domanda: come uscire dall'angolo?

 

Salvatore Cannavò

Venerdì scorso un gruppo di operai della Fiom ha manifestato a Bergamo, insieme ad altri settori della sinistra, dal Prc ai centri sociali, contro l'assemblea di Federmeccanica e contro la presenza del ministro Elsa Fornero. A un certo punto, quando all'assemblea sono giunti Maurizio Landini e Giorgio Airaudo, della segreteria nazionale Fiom, invitati dagli industriali insieme agli altri sindacati, i fischi e le contestazioni hanno riguardato anche il vertice della Fiom. Un Landini sorpreso si è sentito dare del "venduto" e si è beccato l'accusa di non aver indetto lo sciopero generale contro la riforma dell'articolo 18. A detta degli stessi manifestanti, il segretario generale della Fiom non si è sottratto al confronto, si è difeso, ha spiegato, ha anche annunciato che la Fiom raccoglierà le firme per un referendum abrogativo di parti della riforma Fornero - ma anche della modifica costituzionale all'articolo 81 sul pareggio di bilancio - e poi è entrato nell'assemblea.

Il fatto non ha suscitato particolari discussioni ma uno strascico lo ha avuto. Sul sito della rete28aprile - la componente di sinistra della Fiom capeggiata da Giorgio Cremaschi - il video della contestazione è stato pubblicato ma questa pubblicazione ha sollevato le obiezioni del rappresentante della stessa Rete nella segreteria nazionale della Fiom, Sergio Bellavita, che ha, di fatto, preso il posto di Cremaschi all'ultimo congresso. Bellavita ha diramato un asciutto comunicato in cui considera "sbagliata e inopportuna la scelta che ho appreso solo successivamente, di pubblicizzare attraverso il sito della rete 28 aprile un video sulle contestazioni". E poi ha annunciato: "E' necessario un chiarimento politico su natura, gestione e prospettive dell'Area".

A Bellavita ha risposto lo stesso Cremaschi, sempre sul sito della Rete, spiegando che la pubblicazione di quel video è comunque un fatto "che è avvenuto" e quindi non può essere né rimosso né censurato. Cremaschi dice di spiacersi per la contestazione, divulgata "senza compiacimento" ma punta a comprenderne le ragioni da ritrovare, dice, "nella sconfitta che avanza" e nella "sofferenza e rabbia" che provoca.
Sul sito della Rete si è aperto un dibattito, in parte aspro ma sempre molto civile, più sull'opportunità della contestazione che sulla sua divulgazione. E si sono confrontate le posizioni tra chi ha rivendicato il gesto, motivato dalle ambiguità della Fiom e dalla sua rinuncia a convocare lo sciopero generale, e chi invece non accetta che si possa dare del "venduto" a Landini o che invita a riflettere sul fatto che quella contestazione è giunta proprio il giorno dopo la vittoria giudiziaria della Fiom contro la Fiat. Tra le righe si legge anche delle strategie divergenti nella sinistra sindacale tra chi pensa di fondare, forse, un nuovo sindacato o un nuovo soggetto politico e chi è contrario.

Una discussione minore? Difficile dirlo perché è difficile sintetizzare lo stato d'animo che oggi serpeggia nelle fabbriche, nel mondo del lavoro, tra i delegati o i militanti sindacali. Un dato certo esiste: nel 2002 un tentativo di riforma dell'articolo 18 diede vita alla più grande manifestazione sindacale del dopoguerra, almeno stando alle cifre ufficiali, e la foto-ricordo di quella manifestazione accompagna ancora oggi Sergio Cofferati, il segretario di allora, al di là dei suoi effettivi meriti. La riforma del governo Monti, al massimo, vedrà un sit-in davanti al Parlamento e tante dichiarazioni. Ovviamente questa immagine offre lo spaccato dei passi indietro fatti in dieci anni e della minor disponibilità a mobilitarsi che esiste da parte del mondo del lavoro. I leader e i dirigenti sindacali fanno a gara per spiegare che oggi è molto difficile dichiarare uno sciopero, farlo riuscire. E questo è abbastanza vero, in particolare per la Fiom che di scioperi ne ha fatti non pochi, come anche il 9 marzo scorso, caricandosi il ruolo di supplenza rispetto a una Cgil che nel frattempo ha recuperato di nuovo il rapporto privilegiato con Cisl e Uil.

Ma c'è un'altra differenza che appare evidente: nel 2002 si manifestava contro il governo Berlusconi, ed era "facile". Oggi il governo si chiama Monti ed è sostenuto dal Pd che, di fatto, controlla o influenza la Cgil. E qui sta il punto dolente. La difficile situazione sociale si carica di una valenza politica evidente che le varie sinistre sindacali, dentro la Cgil e fuori di essa, non sono riuscite a scalfire. Per cui ci si trova con una modifica importante della legislazione sul lavoro senza che, di fatto, si muova foglia. Difficile scaricare tutto questo su Landini, soprattutto per la sua battaglia di trincea su Fiat e rinnovo contrattuale. Vista da questa ottica la contestazione non si capisce, resta un affare interno alla Fiom. La si comprende se si guarda ai movimenti "politici", al riavvicinamento tra segreteria Fiom e segreteria Cgil, all'influenza che si vuole avere nella prossima legislatura come dimostra l'appuntamento del 9 giugno scorso. Qualcuno può giustamente sostenere che la si capisce anche dall'ottica della solitudine operaia e dell'assenza di uno sbocco generale (che oggi la Fiom individua nella proposta del referendum). Resta però la sensazione di un gesto poco comprensibile. Anche perché sul piano politico la situazione si è rimessa in movimento con i segnali di attenzione che si stanno lanciando Casini e Bersani e con la messa all'angolo di Vendola e, in parte, dell'Idv. Qualcosa può ancora succedere e non mancherà di avere riflessi anche sul piano sindacale.

Insomma, una situazione complicata in cui non è nostra intenzione dare giudizi secchi e, tantomeno, lezioni ma in cui in gioco, oltre al futuro della sinistra di classe, c'è anche la capacità di una sinistra sindacale generosa e necessaria, di non rimanere all'angolo.

 



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