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America Latina, la logica infernale del capitale

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America Latina, la logica infernale del capitale

di Guillermo Almeyra*

Avevo già pubblicato in agosto questo articolo nella rubrica Actualidad latinoamericana, col titolo Almeyra: la lógica del capital. Grazie alla collaborazione con i compagni del Canton Ticino, ecco la traduzione italiana.

 

In America latina gli Stati capitalisti dipendenti – i cui governi vengono definiti progressisti  e che rifiutano di applicare la politica imposta dal Consenso di Washington – sono prigionieri di un meccanismo che distrugge costantemente gli sforzi promossi nella direzione di un cambiamento economico e sociale. Questo meccanismo  ripropone ed aggrava il passato riconfermando per altro politiche neoliberali che questi governi dichiarano, almeno a parole, di rifiutare.

Le loro risorse dipendono sempre più dall'esportazione di beni primari  [grano, soia, minerali, ecc.] e si concentrano sulla produzione di pochi prodotti esportabili. Hanno  inoltre  bisogno di investimenti stranieri per dare impulso all'industrializzazione di base ed alla creazione di infrastrutture poiché il grande capitale controlla il risparmio nazionale e lo esporta [le transnazionali rimpatriano una parte dei loro profitti, sotto diverse forme] e i grandi capitalisti prelevano profitti per centinaia di milioni di dollari che depositano all'estero, legalmente o illegalmente.

Le banche, le grandi industrie transnazionali che esportano o producono beni agroalimentari - e che sono proprietarie  di gran parte della terra – sono, di fatto, in mano a stranieri. Le loro produzioni ed esportazioni in realtà si riducono a transazioni interne tra la casa madre e le diverse filiali.

 

Le cosiddette automobili argentine, per esempio, sono Fiat, Ford, GM o altre marche simili. L'acciaio argentino appartiene alla transnazionale Techint. I cereali esportati sono nelle mani di Cargill, Bunge e Dreyfus, grandi transnazionali del settore. Il gas, il petrolio e l'elettricità rimangono in mano straniera perché la nazionalizzazione di YPF [Yacimientos Petroliferos Fiscales, da parte del governo di Cristina Kirchner] della quale molto si è parlato, si limita al controllo statale del solo 51% delle azioni dell'ex socio maggioritario, Repsol [impresa spagnola], che continua dunque a far parte di YPF, un'impresa mista e non statale, mentre il 68% dei giacimenti argentini sono sfruttati da altre compagnie, anch'esse private e in grande maggioranza straniere. Anche Petrobras non è strettamente brasiliana, ma mista. Come pure la maggior parte delle società chiave dell'economia boliviana o ecuadoregna.

 

Per mantenere alto il livello dei profitti degli investitori, questi governi devono garantire il controllo sugli introiti reali dei lavoratori, dunque sul volume del consumo interno; ciò impedisce un aumento più significativo  del numero degli alloggi o del consumo di beni essenziali. Ecco perché una parte importante della popolazione economicamente attiva è assunta nel cosiddetto settore informale (di fatto si tratta di una disoccupazione camuffata) o inserita nella cosiddetta disoccupazione strutturale o destinata ad una condizione di povertà. I numerosi sussidi statali non servono prioritariamente  ad aiutare i poveri o a garantire  l'accesso ai beni essenziali, ma,soprattutto, a mantenere basso il costo della manodopera e a garantire alcuni servizi, in particolare quelli dei trasporti di beni e di aiuto alle persone [lavori domestici, lavaggio di auto, ecc.]. Di fatto sono sussidi per il settore padronale, poiché così lo Stato frena le rivendicazioni salariali e garantisce  la riproduzione di una forza lavoro a buon mercato e con un rendimento elevato.

In un periodo di crisi come quello attuale, questa politica di sostegno statale ai profitti padronali è insostenibile e non è in grado di impedire né i licenziamenti, né un nuovo aumento della povertà e neppure la crescita del numero dei disoccupati. Non rappresenta neppure un ostacolo alla deindustrializzazione relativa poiché quando la speculazione si concentra  nel settore dei cereali per il foraggio o per gli alimenti (soia, granoturco, grano) diventa molto più lucrativo usare i capitali in questo  commercio che investirli a lungo termine su quei mercati di beni soffocati dalla sempre più debole capacità di consumo di una gran parte della popolazione.

D’altronde anche i tentativi di unificare gli sforzi nell'ambito del Mercosur non possono dare dei risultati che a medio e lungo termine. Nonostante la loro importanza, non danno risultati immediati e non esiste ancora una stretta cooperazione finanziaria tra gli stati membri, e tanto meno una moneta unica.

D'altronde, poiché questi sforzi devono essere al di sopra degli interessi specifici di ogni nazione, il coordinamento ed una possibile unione appaiono più come un obiettivo da raggiungere che una soluzione immediata.

Questa situazione porta a dover ricorrere, disperatamente, ad una nuova panacea: lo sviluppo dell'estrazione mineraria (oro, minerali di ferro e “terre rare” [utilizzate ad esempio per la telefonia mobile]) nonostante i costi sociali, ambientali e politici che ne derivano. Ciò comporta anche una forte riduzione dei diritti democratici, con l’obiettivo di far tacere le proteste sociali ed poter adottare decisioni brutali, dall'alto e senza consultazioni. Tutto questo provoca scontri tra i governi e la base sociale e il mancato rispetto delle leggi e delle istituzioni.

Proprio quei governi che sono stati eletti direttamente od indirettamente grazie alle mobilitazioni in favore della democrazia e di un cambiamento sociale, restringono oggi i margini democratici, riproducono il vecchio ordine sociale e si indeboliscono.

Non si potrà uscire dai mali del capitalismo aggiungendo ulteriori dosi di capitalismo. Di fronte a questo nodo gordiano la soluzione è identica a quella trovata da Alessandro Magno: bisogna reciderlo. Non è possibile iniziare a vivere in condizioni di autarchia e non si tratta di nutrirsi di soia senza ricorrere al commercio estero; ma quest'ultimo potrebbe essere monopolio dello Stato che potrebbe così  vendere la produzione ad altri paesi della regione pagando i produttori in pesos. Sarebbe anche possibile dare priorità all'avvenire delle generazioni future, preservando l'acqua e l'ambiente invece di regalarli alle compagnie minerarie straniere. Infine, si potrebbe iniziare a pianificare la produzione, i consumi e la ricostruzione del territorio – considerandolo come un insieme, in collaborazione con i paesi vicini – mettendo  in comune le risorse, i mezzi ed i bisogni a cui rispondere.

Tutto questo è necessario poiché la crisi è profonda e duratura e, contrariamente alle molte recenti fanfaronate, i nostri paesi non ne sono immuni. L'alternativa è chiara: continuare questo gioco ed affondare, oppure intraprendere misure radicali che possano servire a dare impulso ad un periodo di transizione per uscire veramente dalla logica infernale del capitale, avendo a disposizione l'appoggio e la mobilitazione dei lavoratori e dei popoli. Per far ciò occorre  abbandonare l'arroganza degli ignoranti. Non è più il momento delle decisioni prese da un gruppo ristretto di tecnocrati, ma quello di un dibattito pubblico e democratico su ciò che bisogna fare per affrontare i grandi problemi.         

 

* Articolo apparso  sul quotidiano messicano La Jornada il 5 agosto 2012 e pubblicato sul mio sito l’8 agosto. Traduzione a cura della redazione di Solidarietà-Ticino.

 

 

 

 



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