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Husson: Europa verso la catastrofe

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L'Europa sull'orlo del precipizio

 

di Michel Husson*

 

“Come una sonnambula, l'Europa va verso una catastrofe di proporzioni incalcolabili”. È questo il grido d'allarme lanciato da un gruppo di economisti europei (mediamente eterodossi), tra i quali due francesi, Patrick Artus e Jean-Paul Fitoussi (1).  Lo stesso Patrick Artus prevede che “la crisi della zona euro potrebbe durare 20 anni” (2). Paul Krugman e Richard Lyard hanno a loro volta lanciato un “Manifesto per il ritorno al [buon] senso economico”(3). Ed infine, su basi più radicali, gli Economisti Atterriti hanno pubblicato recentemente un libro notevole (4), in aggiunta a quello di Attac (5). Questi contributi convergono nel dimostrare che le politiche di austerità di bilancio conducono alla rovina.

 

La meccanica infernale dell'austerità

 

Da un punto di vista tecnico, la questione chiave è quella del “moltiplicatore di bilancio”, che misura quale impatto iniziale hanno sul PIL le misure per ridurre il deficit pubblico di un punto percentuale. Se, per esempio, la parte delle entrate raggiunge il 50%, a partire dal momento in cui il moltiplicatore è superiore a 2, l'austerità di bilancio porta ad un peggioramento del deficit; questo fatto sembra diffondersi nei paesi più fragili ed è spiegato da numerosi fattori come l'effetto cumulativo della generalizzazione dell'austerità e l'estendersi dell'economia sommersa (6). Solamente le esportazioni potrebbero permettere di uscire da questa situazione di stasi. Ed è quello che spiega l'insistenza ricorrente sul tema della competitività, che si traduce di fatto in una politica di costante riduzione del “costo del lavoro”. Tuttavia questa politica centrata sulle esportazioni non può avere successo in un contesto di freno dell'economia mondiale che si ripercuote sulle esportazioni europee, aumentate (al di fuori delle zona euro) solo del 4,3% sull'arco dell'ultimo anno, mentre nell'anno precedente l'aumento aveva raggiunto l'8,9%.

 

Questo meccanismo infernale scatena una tendenza recessiva articolata per aree: il tasso di crescita del PIL nella zona euro, è suddiviso tra un “Nord” (Germania, Austria, Finlandia, Paesi Bassi) ed un “Sud” (Spagna, Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo). La Francia occupa una posizione intermedia, molto vicina alla media totale delle zone.

 

Fino al 2006, figura un ricupero del Sud, la cui crescita è più rapida. In seguito, il Nord ritorna in testa, ma la crisi porta ad un rallentamento generale prima del 2009 quando tutti i paesi entrano in  recessione. Una “ripresa” si verifica molto rapidamente ma lo scarto tra Nord e Sud è netto. Poi la ripresa si assesta e il tasso di crescita ricomincia a scendere, sempre con lo stesso scarto e porta tutta la zona ad una quasi recessione. Per quanto riguarda l'apice raggiunto prima della crisi (1° trimestre 2008), si può notare come lo scarto sia stato colmato dal Nord (al 100,8%), dalla  Francia (99,2%) mentre  il Sud è ancora lontano (93,4%). Per quest'ultimo gruppo di paesi, il PIL è oggi allo stesso livello di 7 anni fa. Molti economisti prevedevano una recessione “a doppia caduta” [ o a forma di W] (double dip). L'abbiamo raggiunta.

 

 

Regressione

 

La crisi è servita per rivelare il “peccato originale” della zona euro che aggrega paesi dalle caratteristiche strutturali molti differenti senza prevedere nulla per sanarle e neppure per garantire convergenze o coordinazioni reali. Il recupero del Sud era artificiale, perché basato su un super-indebitamento che non ha resistito alla crisi. Le prospettive sono dunque molto oscure. La prima fase della crisi aveva provocato una crescita del tasso di disoccupazione della zona euro dal 7,5 al 10%.  Da un anno è di nuovo in aumento e supera l'11%. Nella zona euro, dall'inizio della crisi, il numero dei disoccupati dichiarati è passato dai 12 ai 18 milioni, e dai 16 ai 24 milioni per tutta l'Unione europea. I programmi di aggiustamento di bilancio rappresentano una massiccia offensiva contro le spese sociali, il che conduce ad una regressione generalizzata ed ad una crescente insicurezza sociale. Situazione confermata dall'Ufficio internazionale del lavoro nel suo “Rapporto sul lavoro nel mondo 2012” (7): deterioramento della qualità dell'impiego, minor accesso alla sanità e all'educazione, lacune nel diritto del lavoro.

Secondo la logica dominante, adottata  anche dall'attuale governo francese, solamente la crescita permetterebbe di creare posti di lavoro e di diminuire la disoccupazione. Questo orientamento è assolutamente discutibile, anche se sarebbe sufficiente  constatare come le politiche in vigore non siano in grado di promuovere la crescita. L'idea che severe misure di rigore, anche se attuate in poco tempo, possano riavviare la crescita  (è di moda usare il concetto di “crescita potenziale”) si basa su un doppio errore che in realtà concerne proprio la questione dei ritmi. Tenendo conto della massa di indebitamento da cancellare, poiché è da qui che bisogna partire, occorrerebbero lunghi  anni di austerità (20 secondo il parere di Artus sopra richiamato).Ma una cura di austerità così prolungata distruggerebbe ogni possibilità di rifondare le basi di una nuova crescita.

 

Regolamentazione caotica

 

Come spiegare un tale livello di ostinazione a favore di politiche “socialmente distruttive, economicamente assurde e democraticamente suicide”?(8) La risposta implica molti elementi.

In primo luogo è assolutamente chiaro che la crisi del debito è l'occasione per infliggere ai popoli ricette ultra-liberali, e per ristabilire alla fine dei conti la redditività del capitale nella zona euro. Redditività che, misurata con il tasso di plusvalore delle imprese, è di fatto diminuita brutalmente durante la crisi e si sta ristabilendo con difficoltà.

 

Ma va notato anche come questo progetto comporti gravi effetti collaterali: meno sbocchi possibili, recessione e diminuzione dell'accumulazione del capitale. La ricerca di un'uscita capitalista dalla crisi si scontra con numerose contraddizioni che sono ancor più complicate in assenza di coordinazione, in seno al capitale, tra le diverse frazioni e realtà nazionali. Il risultato è l'affermarsi di quella che possiamo definire una “regolamentazione caotica”. Il miglior esempio è senza dubbio quel paradosso per cui, volendo “rassicurare” i mercati finanziari si finisce con renderli inquieti, a tal punto che l'agenzia di rating Moody's ha messo sotto osservazione, in una prospettiva  negativa, i buoni allievi della tripla A (Germania, Olanda, Lussemburgo). Alla fine dei conti, la posta in gioco rimane quella di sapere: chi pagherà la fattura della crisi e chi invece riuscirà a rimanere in corsa.

 

I tre livelli della crisi

 

La situazione attuale deve essere considerata come la combinazione di tre livelli di crisi che si incastrano: 1) La crisi del capitalismo neoliberista finanziarizzato che si manifesta con il rallentamento dell'economia mondiale; 2) la crisi specifica del “sistema euro” con la crescente divaricazione tra il “Nord” e il “Sud”(9); 3) la crisi dei debiti sovrani.

È per questo che ogni progetto alternativo coerente deve essere in grado di formulare una risposta che integri tutti questi livelli. La misura di assoluta urgenza è quella di rompere la spirale diabolica del debito con una decisione (eventualmente unilaterale) di monetizzare il finanziamento del deficit pubblico, sia a livello di un paese, sia a livello di zona. Altrimenti ogni politica alternativa verrebbe stroncata dalla ritorsione dei “mercati finanziari”. Ma tutto questo non sarebbe ancora sufficiente: si deve aggiungere l'annullamento dei debiti illegittimi, accompagnato da una socializzazione del settore bancario dato che è il sistema bancario all'origine della cosiddetta crisi dei debiti sovrani. Ed infine, gli squilibri interni della zona euro presuppongono una rifondazione dei suoi principi di funzionamento nella prospettiva di un'armonizzazione, senza la quale la sua disgregazione diventerebbe una soluzione estremamente costosa.

Il capitalismo non deve più funzionare come una macchina per catturare la ricchezza prodotta dai lavoratori a favore dell'ormai famoso “1%”. Anche se ormai, probabilmente, esso può funzionare solo come meccanismo economico profondamente antisociale.

 

In conclusione: una crisi così profonda necessita soluzioni radicali. (10)

 

 

* articolo apparso sulla rivista L'Ecole émancipée  di agosto  2012. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà-Ticino

 

1 Breaking the Deadlock: A Path Out of the Crisis, INET Council On The Euro Zone Crisis, luglio2012

2 Flash 2012

3 Paul Krugman & Richard Layard, A manifesto for economic sense, giugno 2012

4 Les économistes atterrés, L’Europe mal-traitée, Les Liens qui Libèrent, 2012

5 Attac, Le piège de la dette publique, Les Liens qui Libèrent, 2011

6 vedi  Patrick Artus, « Comment expliquer la dynamique divergente de l’activité réelle et des déficits publics »

7 Better Jobs for a Better Economy, ILO, 2012

8 per riprendere la formula di Felipe Van Keirsbilck in  «Cinq réflexions sur l’Alter Summit» luglio 2012

9 Michel Husson, « Economie politique du système-euro », A l'encontre, luglio 2012

10 Michel Husson, « A crise profonde, solutions radicales », ContreTemps n°13, 2012

 

Sul sito, si veda anche : Husson: uscire dalla crisi del debito, Husson: Nazionalizzare le banche! e Husson: Uscire dall'euro?



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