Def: un documento di guerra alle lavoratrici e ai lavoratori

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di Franco Turigliatto

da Sinistra Anticapitalista

Nel valutare il Documento economico e finanziario approvato martedì dal Consiglio dei ministri due elementi sono da considerare: quel che appare e che sta alla base dei “successi” di Renzi e la realtà effettiva. In altri termini da una parte c’è la rappresentazione data dal Presidente del Consiglio e dai suoi accoliti con il supporto univoco dei media volta a creare false letture e speranze e dall’altra la dura realtà dei contenuti economici e sociali avanzati, strettamente interni alle regole liberiste dell’Unione Europea e del fiscal compact. La vignetta dell’uomo con l’accetta che illustrava su questo sito l’azione di Renzi condensa perfettamente il significato del DEF. Vedi http://anticapitalista.org/2014/04/07/austerita-in-salsa-renzi/

Da sempre questo documento primaverile che indica i grandi obbiettivi economici e finanziari del governo, le misure proposte per realizzarli e le grandezze macroeconomiche (le dinamiche del PIL, il deficit annuale, l’occupazione) è improntato all’ottimismo e alla propaganda.

Il più delle volte le cifre indicate debbono essere corrette già nell’estate e modificate ancora in autunno, con il varo della legge di stabilità, cioè la vecchia legge finanziaria così ridenominata dopo la riforma della legge di contabilità nel 2011.

In quella sede si verifica anche quale sia il reale andamento dell’economia, se ci sono o meno le coperture per le spese programmate e, nel caso non ci siano, quali tagli operare per la quadratura dei bilanci.

Non fa eccezione a questa regola il testo presentato da Renzi e dal ministro dell’economia Padoan, tanto che molti commentatori hanno già messo in luce che molte coperture di spesa sono alquanto incerte e altre già indicate a garantire precedenti impegni.

Occorre poi sottolineare che il testo non contiene alcun vasto progetto di intervento pubblico e neppure un piano industriale e tanto meno un piano complessivo rivolto a creare una nuova occupazione. La logica è quella strettamente liberista: lo sviluppo economico e l’occupazione possono venire solo dalle imprese private; compito del governo è di garantire la loro attività attraverso la liberalizzazione del mercato del lavoro e gli sgravi fiscali.

Per intanto c’è subito da sottolineare che alcuni degli obbiettivi più strombazzati da Renzi e dai giornali, (la grande ripresa, la riduzione del debito, lo sviluppo dell’occupazione) non trovano conferme nel documento.

E’ lo stesso governo che ci informa che la manovra nel 2014 avrà un impatto sul PIL di appena lo 0,3%; la stima di crescita del Prodotto Interno Lordo viene così ridotta dall’1% iniziale all’0,8% (ma il FMI fa una previsione più realistica dello 0,6%). Salirà forse all’ 1,3% nel 2015 e all’1,6% nel 2016, crisi internazionale permettendo. Il debito crescerà fino ad arrivare al 134,9% del PIL nel 2014, riducendosi poi lentamente negli anni successivi. Si continueranno a pagare interessi pesanti che richiederanno nuove misure di austerità.

La manovra, a differenza di quanto si dice, non è per nulla espansiva, ma presenta invece caratteri recessivi proprio a causa dei pesanti tagli effettuati alla spesa pubblica. E’ lo stesso Fondo monetario internazionale che ci informa, in base ai suoi strumenti previsionali, che per garantire il rilancio in periodi di recessione decisivo è invece l’ammontare della domanda pubblica.

I famosi 80 euro in busta paga (come e quando ci saranno), di per se stessi infatti non sono tali da garantire la ripresa dell’economia; lo riconosce lo stesso Sole 24 ore (peraltro sostenitore di Renzi) che qualifica l’intervento sulle buste paga come operazione elettorale.

Per quanto riguarda l’occupazione la manovra non produce effetti positivi mentre si prevede una modesta crescita dello 0,1% nel 2015 e dello 0,2% nell’anno successivo; probabilmente di solo lavoro precario come permette il jobs act.

Si fingono grandi cambiamenti, quando invece si resta del tutto interni al pantano dell’austerità e della crisi.

Il rapporto Deficit/Pil viene previsto nel 2014 al 2,6%. In altri termini questo significa che lo strombazzato viaggio di Renzi in Europa per ottenere più flessibilità sul bilancio (andare verso il 3%), non ha ottenuto alcun risultato: E’ probabile che il governo, ben conoscendo la realtà dei conti dello stato, abbia voluto essere prudente già sapendo che in autunno il deficit potrebbe risultare ben più alto. Questi dati sembrano prefigurare una nuova manovra correttiva molto pesante in autunno nonostante le affermazioni di Renzi.

Gli sgravi fiscali comportano un costo di 6,6 miliardi (10 miliardi a regime). Dove prendere i soldi? Il governo pensa di porre in parte riparo allo scandalo del precedente governo che aveva regalato alcuni miliardi alle banche con le plusvalenze a loro attribuite con la rivalutazione delle aliquote di Bankitalia, recuperandone una parte (un miliardo) attraverso l’aumento delle aliquote fiscali. Bene, ma non si tratta di un sopruso fatto agli istituti di credito, ma solo della riduzione di un precedente ed illegittimo regalo a loro accordato.

Renzi e Padoan pensano poi di operare tagli alla spesa pubblica per oltre 4,5 miliardi e di ottenere altre risorse con l’aumento dell’IVA. Come si vede siamo al gioco delle tre carte: si da con una mano quanto si toglie con l’altra perché i tagli riguarderanno proprio la spesa sanitaria e i lavoratori pubblici.

Il taglio dell’IRAP per le imprese dovrebbe essere del 5% quest’anno per salire poi al 10% dall’anno successivo. Occorre ricordare che un vistoso taglio all’Irap per imprese e banche fu operato nel 2006 (7,5 miliardi all’anno). Romano Prodi, Presidente del Consiglio in quel tempo, se ne è recentemente vantato; questa misura è ancora perfettamente vigente.

La nuova riduzione pari a 2,4 miliardi verrebbe finanziata aumentando l’aliquota sulle rendite finanziarie (esclusi i titoli di stato). Se sarà realizzata, saremo di fronte a un trasferimento di risorse da un settore della classe borghese a un altro con il contributo anche di quei lavoratori che hanno pensato di investire la loro liquidazione in titoli azionari.

Veniamo al cuore del documento e delle scelte del governo.

La spending review, cioè i tagli alla spesa pubblica dovrebbero raggiungere i 17 miliardi nel 2015 e arrivare 32 miliardi nel 2016. Sono cifre impressionanti che, se realizzate, produrranno una contrazione eccezionale della spesa pubblica, significheranno un crollo drammatico delle condizioni economiche e sociali del paese con decine, forse centinaia di migliaia di licenziamenti nel pubblico impiego, una crescita ulteriore della disoccupazione, una caduta verticale dei consumi e quindi una drammatica spirale recessiva dell’economia.

Ma non basta; il ministro dell’economia è stato chiaro: le privatizzazioni devono riprendere a tappe forzate e potrebbero riguardare non solo quelle già programmate, Poste Enav e Fincantieri, ma molte altri aziende pubbliche.

Il documento prevede infatti 12 miliardi ogni anno di entrate dal 2014 al 2018 grazie al piano di alienazione delle proprietà pubbliche. Le cifre appaiono del tutto campate in aria; chi sono i soggetti economici in grado di acquistare le proprietà dello stato? Si prospetta una grande svendita di beni che sono in realtà proprietà di tutti i cittadini. Inoltre se si vende una azienda pubblica, si ha un vantaggio immediato, ma la perdita perpetua dei dividendi che garantiva al Tesoro.

Viene previsto anche un piano triennale di trasferimenti di beni statali agli Enti territoriali, per la loro “valorizzazione”; questi Enti, potranno, a loro volta, inserirli in “processi di alienazione e dismissione”.

Tutto questo serve a un solo scopo, pagare il debito e gli interessi del debito, cioè pagare le rendite finanziarie dei grandi istituti finanziari e della classe borghese. Altro che “devono pagare anche i ricchi e le banche”.

Il gioco è truccato e Renzi è stato chiamato a gestirlo.

Più complicato è invece per il governo “giocare” con l’Unione Europea e le sue regole. Nel testo si parla di “rispettare le regole europee in cambio di flessibilità”, chiedendo alla Commissione Europea di poter discutere quale sia la strategia migliore per garantire le regole del debito e del pareggio strutturale di bilancio nel quadro delle riforme che sono prospettate dal governo. Che cosa significano queste formule sibilline?

Sopra l’Italia, come per altro su tutti i paesi, pende la spada di Damocle di una delle regole del fiscal compact, quella che impone la riduzione di un ventesimo del debito ogni anno fino al raggiungimento della soglia del 60% rispetto al PIL; per l’Italia questo significa un intervento di 50 miliardi ogni anno per venti anni. Il meccanismo infernale dovrebbe iniziare dal 2015.

Il governo in sostanza dice all’Unione Europea:“Guardate come sono bravo, ho liberalizzato ulteriormente il lavoro, dando mano libera ai padroni, sto usando l’accetta con la spesa pubblica e i servizi, privatizzerò ancor più i beni pubblici e le proprietà dello stato, realizzerò quindi tutte le “riforme” liberiste richieste; in cambio datemi fino al 2016 per cominciare ad applicare la regola del fiscal compact sulla riduzione del debito e datemi qualche flessibilità in più sul rapporto deficit/Pil”.

In altri termini il governo chiede qualche margine di manovra per gestire e condurre il più violento attacco alle condizioni di vita delle masse popolari, quello che spinge sempre più l’Italia verso il percorso che ha già subito dalla Grecia, quello che serve a garantire all’infinito il prelievo della ricchezza sociale prodotta dalle lavoratrici e dai lavoratori a vantaggio della classe borghese finanziaria o industriale che sia.

Non ci resta che correre nei posti di lavoro, nei quartieri, nella scuola, nella società per provare a smascherare l’operazione del governo, per costruire la resistenza contro le sue misure, ripartendo dalla difesa reale dell’occupazione dei salari, per respingere le privatizzazioni e difendere i servizi; con la mobilitazione e la lotta. Ogni forza politica, sindacale e sociale che voglia difendere gli interessi delle classi popolari, non può esitare a schierarsi contro il governo dei padroni, a lavorare per l’unità dei movimenti, per una piattaforma rivendicativa sociale e democratica, che permetta di rimettere in campo la forza del movimento della classe lavoratrice.



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