Sciopero della scuola il 5 maggio: non è che un inizio

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di Francesco Locantore

Sinistra Anticapitalista

Finalmente le principali organizzazioni sindacali della scuola si sono decise a indire uno sciopero contro il progetto del governo Renzi sulla scuola. Per trovare nella storia recente uno sciopero indetto dalla categoria della conoscenza della Cgil si deve tornare indietro all’autunno 2012, quando il ministro Profumo aveva proposto l’aumento dell’orario di cattedra dei docenti a parità di stipendio, proposta bocciata dalle mobilitazioni di lavoratori e studenti. Il 5 maggio è stato indetto dai sindacati che rappresentano la grande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola: Flc-Cgil, Cisl, Uil, Gilda, Snals e Cobas, che avevano già proclamato lo sciopero per boicottare le prove Invalsi nelle scuole primarie. Molti lavoratori ed alcune delle sigle che avevano promosso lo sciopero del 24 aprile (Cub, Autoconvocati della scuola) hanno aderito anche a questa seconda giornata di mobilitazione. Il governo Renzi è riuscito a creare un fronte paragonabile solo a quello che si era posto di traverso ai tagli del governo Berlusconi e della ministra Gelmini (ma in quella occasione Cisl, Uil e Snals si erano subito sfilati in cambio di qualche promessa sugli scatti di anzianità).


La dinamica che ha portato allo sciopero è stata simile a quella che si è prodotta nello scorso autunno contro il Jobs Act, con una serie di mobilitazioni nelle singole scuole, dove molte assemblee sindacali avevano già cominciato l’agitazione, votando mozioni contro il ddl del governo. Nelle scorse settimane si sono moltiplicate le iniziative di protesta spontanee, come i flash mob in tante piazze italiane, i nastrini azzurri, i presìdi davanti alle sedi degli uffici scolastici, fino alla manifestazione del 18 aprile, che nell’intenzione dei sindacati doveva vedere partecipi solo le Rsu della scuola e che invece ha visto riversarsi in piazza SS. Apostoli tanti lavoratori e lavoratrici combattivi, decisi a mobilitarsi per il ritiro del disegno di legge sulla “buona scuola”. Proprio in una delle assemblee convocate in preparazione di quella manifestazione, si è verificato l’episodio più significativo, che ha determinato la decisione dei sindacati di arrivare allo sciopero. Davanti ad una platea di oltre 500 Rsu delle scuole di Roma, un delegato della sinistra Cgil ha invitato durante il suo intervento i presenti a votare per alzata di mano sull’indizione di uno sciopero unitario della scuola, registrando il consenso unanime della sala.
La sola minaccia dello sciopero ha messo la ministra Giannini e tutto il governo in difficoltà. La retorica della “buona scuola” si è sgretolata di fronte all’iniziativa unitaria dei sindacati e alle mobilitazioni dei lavoratori e degli studenti, che da subito hanno annunciato di convergere sulla manifestazione di Roma il 5 maggio. La ministra non può partecipare a dibattiti pubblici senza subire le contestazioni dei presenti, e lancia accuse scomposte di “squadrismo” a chi non è d’accordo con lei. Le prove Invalsi sono state spostate nelle scuole primarie al 6 e 7 maggio (erano previste il 5 e il 6), con un comportamento palesemente antisindacale, che non ottiene altro effetto che quello di rafforzare l’opposizione di massa alla linea del governo sulla scuola. Renzi ha giocato la carta della divisione tra i precari e i lavoratori a tempo indeterminato nella scuola, minacciando di non assumere i 100mila insegnanti previsti dal ddl. Tuttavia molti precari si sono resi conto dell’inganno: chi ha lavorato nella scuola per oltre 36 mesi con contratti temporanei ha già maturato il diritto ad essere assunto a tempo indeterminato, riconosciuto dalla stessa Corte di giustizia europea. Che senso ha condizionare le assunzioni al peggioramento delle condizioni di lavoro? La sostanza è la stessa di quello del Jobs Act: tanta retorica sui precari, e poi i primi ad essere penalizzati sono proprio i neoassunti con meno diritti. Senza contare tanti altri precari sarebbero privati anche della possibilità di continuare a lavorare con contratti a tempo determinato. Il governo ha dovuto concedere da subito delle aperture ad alcuni emendamenti al suo progetto originario, che tuttavia lasciano in piedi le idee fondamentali, anche per non scontentare troppo la sinistra PD messa nell’angolo con il Jobs Act, la legge elettorale e la riforma costituzionale.
Nonostante le posizioni dei vertici sindacaliche sembrano orientati ad un intervento di tipo emendativo del ddl sulla scuola – la consapevolezza che il progetto del governo è inemendabile e vada semplicemente ritirato è diffusa tra i lavoratori e gli studenti. Il ddl sulla scuola avanza una idea complessiva di aziendalizzazione delle scuole, attacca frontalmente il principio della libertà di insegnamento, attraverso lo strapotere che viene consegnato ai dirigenti scolastici (dalla stesura del piano dell’offerta formativa, dalla possibilità di potersi scegliere i lavoratori dagli albi territoriali, dalla valutazione degli insegnanti “meritevoli”). Se passerà il ddl le scuole dovranno dipendere ancora di più dai finanziamenti privati: quelli di aziende interessate ad un’offerta formativa ridotta a formazione professionale, sacrificando la trasmissione agli studenti di una coscienza critica e della consapevolezza dei propri diritti di futuri lavoratori e lavoratrici; oppure quelli provenienti dalle scelte del 5 per mille delle famiglie all’istituto di proprio gradimenteo. Nel frattempo si prevedono finanziamenti alle scuole private attraverso la defiscalizzazione delle spese sostenute dalle famiglie per l’iscrizione dei figli nelle scuole paritarie. Il sistema disegnato dal governo infine è un sistema fortemente autoritario, dove verrebbero cancellate le forme di partecipazione democratica delle diverse componenti della scuola attraverso gli organi collegiali, e gli studenti diventerebbero semplici clienti. Se si vuole discutere di riforma della scuola lo si faccia a partire dalla Lip, la legge di iniziativa popolare che è arrivata in Parlamento con le firme dei cittadini, che prevede innanzi tutto un massiccio rifinanziamento (il 6% del Pil per anno) delle scuole pubbliche statali.
La lotta contro il governo sulla scuola è solo all’inizio con lo sciopero del 5 maggio. E’ necessario andare avanti fino al ritiro del ddl dalla discussione parlamentare. Altre iniziative sono già state programmate: la giornata nazionale della dignità e dell’orgoglio della scuola pubblica il 9 maggio, il boicottaggio della conclusione normale dell’anno scolastico, a partire dall’adozione dei libri di testo fino al blocco degli scrutini finali. Per vincere è necessario condurre la lotta in modo unitario con tutti gli altri lavoratori e lavoratrici, che sono colpiti in quanto privati di un diritto fondamentale che è quello all’istruzione pubblica, gratuita e di qualità per i loro figli; con gli studenti e le studentesse, che potrebbero riaprire insieme agli insegnanti una primavera di lotta in difesa della scuola pubblica.



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