Ora la Grecia...

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Dall’Islanda alla Grecia…

 

Dopo  La lezione dell’Islanda, un paese che ha raggiunto una straordinaria unanimità nel referendum (una volta si diceva alla “bulgara”, ma allora c’era il trucco), c’è qualcosa di nuovo anche in Grecia: gli scioperi sono duri, prolungati, non solo fermate simboliche di poche ore che portano danno alle tasche dei lavoratori in lotta senza colpire la controparte! Se si vorrà salvare l’occupazione, bisognerà riscoprire anche da noi il vero sciopero generale, a oltranza, esteso a tutti i servizi, compresi trasporti, energia elettrica, fino alla paralisi completa del paese, per far vedere che quando i lavoratori si fermano, il paese si blocca… In Grecia ci sono andati vicini: anche se era solo di 24 ore, lo sciopero di oggi ha paralizzato tutti i trasporti ferroviari, aerei e marittimi, e ce ne era stato uno appena pochi giorni fa. Fanno sul serio!

Naturalmente questo è possibile se si identificano parole d’ordine semplici e comprensibili alla gente comune, invece di quelle sofisticate in “politichese”. In Grecia gli striscioni che hanno aperto le manifestazioni dicevano: Non paghiamo!

Alludono ai giganteschi prestiti concessi dall’Europa per pagare gli interessi dei prestiti precedenti. Il bilancio pubblico è pieno di buchi, e il governo deve pagare 13 miliardi di euro solo di interessi, e le banche si aspettano altri 13 miliardi come “rendita di capitali”. Un totale di 26 miliardi che è una provocazione: esattamente la stessa cifra della voce di bilancio per i salari e le pensioni del pubblico impiego… Le banche greche hanno profitti alle stelle, mentre si tagliano pensioni e stipendi!

E non sono solo le banche a ingrassare a spese dello Stato: il ministro delle finanze Giorgos Papakonstantinou si lamenta che i greci non pagano abbastanza tasse, ma questo corrisponde a una scelta precisa dei governi, di destra e di sinistra. Le imposte dirette in Grecia rappresentano un misero 7,7% del PIL, contro una media del 13% in Europa.  Papandreou e Papakonstantinou dicono che vogliono combattere l’evasione illegale, ma in Grecia il maggior problema è l’evasione “legale”: ad esempio gli armatori, che sono tra i più ricchi del mondo, sono esentati dalle imposte, con una legge del 1967 (fatta quindi sotto la dittatura militare) che tuttavia è stata accettata da tutti i governi successivi, di qualunque colore, e inserita perfino nella costituzione.

Ma oltre agli armatori tutte le grandi imprese pagano pochissimo: i profitti delle banche ad esempio sono stati gravati da un’imposta del 7%, mentre per lavoratori e pensionati si può arrivare anche al 40%, e un lavoratore che guadagna 30.000 euro lorde all’anno, ha già un’imposta di 4.500 euro, pari al 15%. Per questo i greci sono furiosi.

Tante tasse per giunta non garantiscono servizi decenti: gli ospedali pubblici sono senza medici e infermieri, le strade dissestate, le scuole allo sfascio (come in Italia): cosa può tagliare ancora il governo, per ascoltare i consigli di Angela Merkel?

E la rabbia aumenta perché il paese è tartassato dalla corruzione, dal nepotismo, e ogni tanto vengono fuori affari miliardari. Solo una parte viene scoperta (come in Italia), ma basta per capire. Uno scandalo ha coinvolto la Siemens, che aveva pagato somme enormi per avere appalti dal governo. Il suo dirigente greco, Michael Christoforakos, se ne è scappato subito in Germania, dove circola tranquillamente. Per questo oggi la parola d’ordine più sentita è “Non paghiamo!

L’origine della crisi attuale è comunque nella situazione internazionale, e nelle misure prese per arginare la crisi dopo il collasso di Lehman Brothers negli Stati Uniti: iniezioni di miliardi di dollari nel sistema bancario internazionale. Non possiamo permettere altri fallimenti, ha spiegato Obama: e una volta ripartita l’economia, le banche restituiranno tutto fino all’ultimo centesimo. Credendo a questa ricetta, il governo conservatore di Kostas Karamanlis nel dicembre 2008 ha stanziato 28 miliardi di euro per un pugno di grandi banche. E ora Papandreu III raccoglie i cocci.

D’altra parte altri governi di centrosinistra (Spagna e Portogallo, ad esempio) stanno più o meno negli stessi guai e disposti  a chiedere aiuto al FMI, come i paesi più poveri del “Terzo Mondo”, ma intanto devono fare i conti con la rabbia crescente dei loro elettori. Papandreu, eletto pochi mesi fa trionfalmente, ha già visto calare i consensi a meno del 25%, ma intanto ha fatto da parafulmine… Non vorrei che ci sia qualche progetto della borghesia italiana più lungimirante: scaricare Berlusconi e far togliere le castagne dal fuoco al centro sinistra in una prossima fase in cui la crisi diventasse più drammatica… C’è già stato qualcosa del genere nel 1994, quando dopo le enormi mobilitazioni contro le modifiche alle pensioni proposte da Berlusconi-Dini, queste sono state fatte accettare da un governo Dini sostenuto dal centrosinistra…



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