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Dopo il 16, fioriranno le rose?

da Il megafonoquotidiano

La manifestazione Fiom ha riproposto il paese legato al lavoro, la democrazia, il conflitto. Riuscirà dall'evento a passare al movimento?

 

Salvatore Cannavò

Alla fine Epifani ha ceduto alla pressione della piazza, a quegli operai e studenti che a pochi metri da lui gli hanno urlato "sciopero generale" per tutta la durata del suo intervento. Ed è stato costretto a dire "lo faremo" senza specificare come né quando. In realtà è difficile che la Cgil cambi la linea tenuta finora, a meno di un cambio generale nel quadro politico. La bussola resterà quella del "patto sociale" con Confindustria, che si riunirà di nuovo il 21 ottobre, e di una possibile ricucitura con Cisl e Uil ipotesi a cui lavorerà soprattutto il Pd come dimostra l'intervista di Bersani a Repubblica.

La Cgil ovviamente dovrà risentire della manifestazione di sabato 16, troppo grande l'impatto complessivo e il prestigio accresciuto della Fiom per fare finta che tutto proceda come prima. Probabilmente ci saranno delle lusinghe al gruppo dirigente di Corso Trieste fino al giorno prima tenuto a debita distanza ma non sembrano intravedersi elementi portanti di un cambio di rotta. Soprattutto nel paese reale, nelle fabbriche e nel clima di rassegnazione che si respira. Se la manifestazione Fiom modificherà questo clima lo si vedrà nelle prossime settimane.

Il problema di fondo è che la Cgil è appesa all'ipotesi concertativa ed è ancora dipendente dai movimenti della politica. E la politica oggi ha detto che Casini non farà alcuna alleanza con un Pd che deve mediare tra la Fiom e tutto il resto. L'ipotesi di alleanza tra nuovo Ulivo e Udc passa anche per la ricucitura tra Cgil e Cisl e questa prospettiva resta ancora aperta anche se tutto la rende sempre più difficile.

Ovviamente la manifestazione di sabato è l'intralcio principale per le ragioni evidenti. In piazza si è rivisto ancora una volta quel paese legato alla storia e alle ragioni della sinistra di classe, che crede che i "padroni" esistano ancora, crede nella Costituzione, nel lavoro, in un'ipotesi di trasformazione sociale. Il discorso di Landini lo ha rappresentato plasticamente nelle sue varie sfumature. E' quel paese che si oppose nel 92 alla concertazione, che ha protestato contro le riforme delle pensioni, di destra e di sinistra, ha partecipato alle giornate di Genova, ha difeso l'articolo 18, ha dato forza alla Fiom e per quasi venti anni a Rifondazione comunista. E' un pezzo grande che sabato si è di nuovo fatto vedere. Certo, stavolta soprattutto "ristretto" alla Fiom con un po' di soggetti intorno, in particolare gli studenti. Qualche anno fa era un popolo più vasto, ma dimostra ancora di esserci. E questa "base" non è adatta a far ricompattare la Cgil.

Cosa potrà fare questo soggetto, come può passare dall'evento di un sabato pomeriggio a un movimento più di fondo? Le risposte sono scontate e difficili allo stesso tempo. E' chiaro che la dinamica dello sciopero generale è quella decisiva così come è importante la capacità di definire luoghi unitari per rendere stabile l'alleanza tra diversi e ricostruire relazioni che comunque sono consumate. Però non si possono evocare solo slogan e riferimenti astratti. Lo sciopero generale funziona se blocca il paese, la dinamica non la si improvvisa e attiene a una prospettiva di fondo, a un'organizzazione e convinzione delle lotte, insomma a una vera dinamica di movimento. Che, intanto, ha bisogno di ritrovarsi anche su parole d'ordine, obiettivi unificanti e mobilitanti: la riduzione d'orario di lavoro, il reddito sociale, il salario minimo, l'attacco a rendite e profitti, un discorso radicale sul debito.

Domenica, all'università di Roma il cartello "Uniti contro la crisi" ha svolto un'assemblea molto partecipata in cui ha posto questo nodo. L'assemblea è stata soprattutto un'iniziativa della composita area che fa riferimento ai centri sociali - dal nordest a Action di Roma, per intenderci - per rilanciare se stessa con un immaginario e una proposta di movimento adeguata alla fase ma con meccanismi e dinamiche già viste in azione più e più volte. Si è trattato in ogni caso di un'iniziativa positiva perché parla il linguaggio dell'unità tra soggetti diversi contro la crisi e si propone di ricostruire uno "spirito di movimento". Un'iniziativa utile, ma non può bastare. La differenza, infatti, la faranno le realtà locali. Davvero si possono ricostruire luoghi unitari tra realtà di fabbrica e territorio e tra queste e altri soggetti sociali, come gli studenti? Si impegnerà la Fiom in questa direzione, come ha annunciato più volte? Il cartello "uniti contro la crisi" sarà davvero unitario o è piuttosto un "logo" di area come abbiamo visto già altre volte?

Le risposte sulla fase che si apre stanno in queste domande. Il 16 ottobre ha aperto, ancora una volta, una finestra di opportunità che non ha nulla a che fare con la rappresentanza politica perché se si discute a quel livello ci si divide in dieci minuti - Vendola vuole allearsi con Bersani, Ferrero anche, però un po' meno, altri non ci pensano proprio, Bersani tratta con Casini, etc. Si tratta di capire se si svilupperà un progetto di movimento attorno al binomio "unità e radicalità" che tanta fortuna ha avuto nel biennio 2001-2003. Se son rose fioriranno.

 

Accanto ai tanti commenti sui principali quotidiani (riportati ampliamente su Il megafonoquotidiano) mi pare utile segnalare  questo di Bruno Demartinis, apparso sul sito di Attac Genova, www.attacgenova.wordpress.com)

(a.m. 19/10/10)

 La manifestazione del 16 ottobre 2010

La manifestazione di sabato 16 ottobre  non ha rappresentato la volontà di resistenza della sola Fiom, ma la dimostrazione che, nonostante tutto, l’opposizione sociale e di classe (come si sarebbe detto un tempo) è ancora viva e tutto sommato in ottime condizioni di salute. E con questo non si intende affatto sottovalutare la portata dello sforzo organizzativo e politico della Fiom e dei settori più critici e vivaci sul piano delle lotte della stessa Cgil. È stata una manifestazione grandiosa:  basti pensare che la coda del corteo che partiva da piazza della Repubblica aveva appena cominciato a muoversi, quando a piazza San Giovanni Guglielmo Epifani stava pronunciando l’ultimo tra gli interventi dal palco.

Il  suo comizio, probabilmente l’ultimo da segretario nazionale della Cgil, era stato preceduto da quello di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, che aveva messo sul piatto la richiesta dello sciopero. Dopo venti minuti di tergiversazioni (e di fischi da parte della piazza) Guglielmo  Epifani accoglieva, questa volta tra gli applausi, la proposta di sciopero generale.

Lo sciopero generale è stata la cifra di questa manifestazione, il suo programma, la sua strategia. Ma le sue gambe e le sue braccia ne sono state il motore. Quella del 16 è stata anche la manifestazione degli studenti,  dei lavoratori e delle lavoratrici della ricerca e della conoscenza a difesa della scuola e dell’università pubbliche e formative; ma è stata anche la giornata delle e dei migranti, dell’intellettualità democratica, a difesa della cultura e della libertà d’espressione, del lavoro precario, dei movimenti a difesa dei beni comuni, l’acqua per prima, e dei territori, come dimostra la nutrita rappresentanza aquilana. Tutte queste realtà hanno avuto modo di esprimersi a piazza San Giovanni.

E  naturalmente i cortei – fittissimi, colorati prevalentemente di rosso, chiassosi, allegri – hanno registrato la convinta e  numerosa partecipazione delle reti a difesa del territorio, delle associazioni, come Attac !– Italia presente con numerose bandiere, dei comitati di cittadini, dei Centri Sociali, di Emergency, del Popolo Viola.

La manifestazione ha segnato anche la vivacità della sinistra politica radicale e di classe, presente con spezzoni, folti e numerosi: dalla SEL a Rifondazione Comunista a Sinistra Critica al Partito comunista dei lavoratori. Presente anche l’Italia dei Valori di Di Pietro e coerentemente assente il PD.

È stata inoltre una manifestazione assolutamente pacifica nonostante il gufaggio attivo di Maroni e il disappunto di diversi membri della maggioranza e anche della sedicente opposizione: Francesco Boccia, esponente del PD e uomo di Enrico Letta si è detto ”nauseato” (sic) dalla nostra manifestazione.

È stata una manifestazione che, in quest’Italia malata e depressa, induce all’ottimismo. Ottimismo per l’unificazione delle lotte e dei movimenti, ottimismo per la radicalità delle piattaforme e delle rivendicazioni. Ottimismo per un fronte che ricorda, per chi come me viene dalle lotte degli anni ’70, quell’unità tra operai e studenti che fu all’origine dell’ onda lunga del sessantotto italiano.

Gli anni ’70, nonostante le leggende metropolitane veicolate dalla destra al governo e dai suoi fans nel Piddì, sono stati prevalentemente anni di crescita sociale, politica e culturale ed è stata l’obiettiva alleanza del terrorismo e  dello Stato che ha posto fine a quella stagione.

È per questo che dopo l’enorme manifestazione del 16 ottobre c’è qualcuno che ha paura: i vari Sacconi, Letta zio (Gianni-Pdl) e nipote (Enrico-Pd), Veltroni, Marcegaglia, Berlusconi e Marchionne, definito ancora pochi anni fa come un padrone illuminato da parte di Fausto Bertinotti, hanno paura dell’unificazione delle lotte  e della crescita di una nuova coscienza anticapitalista.

 

Genova, 17 ottobre 2010.

Bruno  Demartinis

 



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