Cremaschi: confusione in CGIL

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Cremaschi: confusione in CGIL

 

Giorgio Cremaschi sottolinea ancora una volta le contraddizioni della CGIL, paralizzata dai ricatti combinati del PD e dei sindacati “moderati” (in realtà filo padronali) come CISL e UIL. Non le serviranno certo ulteriori concessioni al governo Monti-Passera-Fornero, come l’appoggio al progetto TAV, “purché crei occupazione” (che è semplicemente ridicolo, dato che tutte le Grandi Opere hanno promesso nella fase iniziale grandi ricadute occupazionali, risultate poi perlomeno esagerate).

La CGIL paga il prezzo della lunga rinuncia alla sua identità: si è ridotta ad essere una componente delle “parti sociali” insieme alla Confindustria, esaltando l’intesa con una stretta di mano con Emma Marcegaglia. Si era già visto in passato, ma dal 28 giugno in poi l’accordo è diventato particolarmente scandaloso.

Accanto al breve testo di Cremaschi, che giustamente si conclude con l’appello a utilizzare la manifestazione del 31 marzo contro il debito anche come segnale di rifiuto dell’attacco all’art.18, ho inserito la cronaca e il commento di Salvatore Cannavò alla manifestazione del 9, tratta da Il megafonoquotidiano.

(a.m. 12/3/12)

 

 

Articolo 18: basta con la confusione, anche in Cgil

 

di Giorgio Cremaschi

La grande manifestazione della Fiom ha dimostrato che la voglia di lottare c'è e che non ci si può nascondere dietro le difficoltà del movimento per coprire le incertezze e i pasticci dei gruppi dirigenti. Da quella piazza è venuto un messaggio chiaro che interviene direttamente sul confronto sul mercato del lavoro. Primo, quel confronto non ha nulla a che vedere con la crisi economica, con l'attacco ai diritti materiali delle persone, con la caduta dei salari e dei posti di lavoro. E' una trattativa che serve solo al governo e alle imprese per depistare dai problemi veri. In secondo luogo è chiaro che quello che c'è su quel tavolo non va proprio bene.

La riforma degli ammortizzatori sociali è sostanzialmente un'operazione di tagli. Il governo dice di aver trovato due o tre miliardi di euro per finanziare quella riforma, ma la cassa integrazione straordinaria e in deroga e la mobilità, da sole, valgono otto-nove miliardi. Quindi sono sei-sette miliardi di tagli, soldi in meno e non soldi in più. La mobilità e la cassa integrazione per crisi vengono abolite e sostituite con l'indennità di disoccupazione. Alla fine i lavoratori sono coperti per la metà di prima e non c'è nessuna estensione dei diritti rispetto ad oggi, altro che reddito sociale.

A questo imbroglio si aggiunge poi la certezza che il governo colpirà l'articolo 18 nel suo elemento fondante, la reintegra nel posto di lavoro. Solo questo richiederebbe uno sciopero generale, una rottura del tavolo, una iniziativa vera del movimento sindacale per impedire  l ripetersi del disastro delle pensioni. Invece Cisl e Uil hanno già firmato, al di là delle chiacchiere, e la Cgil continua a vivere nella confusione. Si dice no alla modifica dell'articolo 18 e però si fa finta di non sapere che quella modifica ci sarà. E che a quel punto non essersi mobilitati prima, non aver fatto il possibile e l'impossibile per fermare questo gravissimo attacco ai diritti dei lavoratori, sarà una colpa che non potrà essere alleviata da un dissenso di circostanza. Non ci siamo proprio.

La posizione della Cgil è confusa e pericolosa. Per questo dobbiamo farci sentire. Dobbiamo fermare il disastro, chi vuole fare la manutenzione dell'articolo 18 ha le stesse intenzioni di chi voleva sistemare la scala mobile. Quest'ultima è sparita e quell'altro lo si vuole un po' alla volta cancellare.

Mobilitarsi, scendere in piazza, usare fin d'ora la manifestazione del 31 marzo come deterrente sull'articolo 18, far sapere ai sindacati e ai partiti favorevoli ai tagli che non lo dimenticheremo mai e che dovranno pagarne tutti i prezzi politici, questo dobbiamo cominciare a fare sin da ora. Dopo la piazza del 9 marzo abbiamo dei doveri in più.

 

PS: mi dispiace per Susanna Camusso, ma la gran parte di coloro che fischiavano erano proprio metalmeccanici.

 

 

Una piazza inaggirabile

Grande successo del corteo Fiom nel silenzio della politica di palazzo. Una manifestazione politica perché parla del lavoro, la più politica delle questioni

 

Salvatore Cannavò

La foto della giornata è quella scattata poco prima che parli Maurizio Landini. Tutti i delegati del gruppo Fiat schierati in fila sul palco a parlare collettivamente con la voce dura e diretta di Nina, di Mirafiori, che rappresenta le ragioni dello scontro con Marchionne. Loro lì, sul palco, schierati fino a riempirlo tutto e la piazza che nell'applauso spontaneo si immedesima con questa lotta. Che è lotta di tutti perché sindacale, cioè rappresentativa delle vite di questi operai e operaie, ed è lotta politica perché, come ripetono i tanti lavoratori con cui ci fermiamo a parlare, è Marchionne che ha deciso di far politica.
Il fermo immagine sul 9 marzo offre una doppia fotografia: una forza importante della Fiom che riesce a mobilitare e scioperare e che regge ancora la durezza dello scontro sociale, quasi in un disgelo tanto atteso; un silenzio assoluto della politica ufficiale che non vuole più occuparsi di questa dimensione. Da questa contrapposizione viene fuori la politicità della Fiom e il suo essere direttamente politica. Il lavoro e il suo bisogno di democrazia ma anche la richiesta di una condizione migliore – importante l'applauso che sottolinea il passaggio di Landini contro la corruzione e l'illegalità o contro i redditi dei ministri del governo Monti – si rappresentano direttamente. E lo fanno a partire da sé, dalla propria condizione operaia non in cerca di una perduta centralità da riproporre ma come “esperienza esemplare” da replicare. Non è un caso se anche altre lotte trovino nella Fiom la sponda che cercano più in generale. Perché una vittoria della Fiom oggi è una vittoria per tutto il mondo del lavoro. La riconquista del contratto nazionale o anche solo riuscire a rientrare in Fiat rappresenterebbe un elemento in controtendenza.
Per questo la piazza del 9 marzo è inaggirabile per costruire politica a sinistra. Non per improbabili e fallimentari operazioni politiciste attorno e sulla Fiom ma per la domanda che ne viene fuori. Una domanda di nuova politica, potremmo dire, in cui non c'è spazio per proiezioni istituzionali o partitiche ma per l'espressione di una soggettività in cui funzioni un binomio ormai perduto, la radicalità e l'unità. In cui, cioè, accanto alla nettezza delle posizioni – che spesso rimandano solo alla determinazione a resistere, magari senza proposte particolarmente radicali – possa vivere una progressiva unità di forze sociali diverse. Qui c'è forse un possibile bandolo della matassa. Certo, il rapporto con la Cgil alla lunga è contraddittorio – non a caso i fischi – la tentazione di sostenere un pezzo di politica c'è sempre, la drammaticità di trovare una via di fuga all'impasse sindacale esiste ancora. Ma la strada di un'unità di forze sociali è tracciata perché è quello che quella piazza ha evidenziato. Per ora di altre forze non se ne vedono. Quelle che hanno avuto vitalità sono ripiegate – studenti, movimenti per l'acqua – altre emergono – Notav e non a caso lo scontro su questa manifestazione ha visto chiamata in causa la Val di Susa. Il passaggio interessante quindi, è quello di una unità di forze sociali, di movimenti, senza rappresentazione di aree politiche e con in testa una piattaforma di riscatto del mondo dei lavoro, dei lavori. Basterebbe questo a rimettere in moto una nuova politica.

 



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