Cuba, Venezuela e Haiti

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L’impegno di Cuba e Venezuela per Haiti

 

L’impegno è stato forte e tempestivo, anche se in un contesto di gravi difficoltà economiche per Cuba, su cui si ripercuotono anche le tensioni economiche e sociali dello stesso Venezuela

 

 

Già il 14 gennaio, appena due giorni dopo il terremoto, Fidel Castro si era pronunciato duramente sulle responsabilità della tragedia, riconducendola ai secoli di oppressione coloniale, e soprattutto ai due secoli in cui agli haitiani è stata fatta pagare cara la loro rivoluzione, la “colpa” di essere stato il primo paese ad abolire la schiavitù. La “maledizione di Haiti”, dicono i più spudorati difensori dell’Occidente.

Castro aveva anche offerto agli Stati Uniti la possibilità di sorvolare il territorio cubano, per guadagnare tempo nell’invio dei soccorsi. Di tempo se ne poteva risparmiare poco, ma il gesto aveva una grande valenza simbolica.

Fidel Castro ricordava nella sua “Riflessione” che Cuba aveva pensato alla povertà e ai drammi sociali di Haiti ben prima del terremoto, e che circa 400 medici cubani stavano da tempo nell’isola e avevano costituito il nucleo centrale dell’organizzazione sanitaria d’emergenza, insieme ai 400 medici haitiani che avevano studiato gratuitamente a Cuba.

Dieci giorni più tardi ritornava sull’argomento con maggiore amarezza: la proposta di Cuba era stata ignorata, e il suo impegno taciuto.

Qualcosa del genere era accaduto nel 2005, dopo l’uragano Katrina che aveva devastato New Orleans. In quel caso ben 1.000 medici cubani della famosa Brigada Médica cubana Henry Reeve specializzata in interventi nelle catastrofi (con esperienze accumulate in gran parte dei paesi del continente latinoamericano, e perfino nel lontano Pakistan) erano stati allertati in poche ore, ma avevano atteso invano per giorni l’autorizzazione a partire per gli Stati Uniti, accampati in un teatro dell’Avana con zaini e tutto l’equipaggiamento. Bush li aveva rifiutati, mentre decine di migliaia di persone, ovviamente la parte più povera della popolazione della Luisiana, restavano senza aiuto e morivano.

Questa volta solo 60 medici di rinforzo della famosa Brigata sono partiti per Haiti, per ampliare il nucleo esistente e permettere qualche turno di riposo. Come al solito sono stati ignorati dalla stampa “indipendente” di tutto il mondo, con in testa, come sempre, el País, che ha segnalato l’arrivo di 2 (due!) medici russi e di 2(due!) turchi, ma ha ignorato la consistente presenza cubana. La ragione del silenzio e dell’ostilità che circonda la generosa assistenza medica cubana, si capisce dai commenti fatti negli Stati Uniti da due analisti della Fondazione Hermitage, James M. Roberts y Ray Walser, che hanno spudoratamente ammonito che “probabilmente Cuba e Venezuela, che hanno sempre tentato di limitare l’influenza degli USA nella regione, potrebbero approfittare del terremoto per migliorare il loro profilo e aumentare la propria influenza”…

Il Venezuela ha mandato un generosissimo aiuto in generi di prima necessità (che pure scarseggiano in questi giorni a Caracas) e soprattutto in combustibili: una prima nave con 225 mila barili de gasolio e benzina, è partita subito verso la raffineria domenicana, che potrà smistarli ad Haiti senza il pericolo che siano bloccati nel porto di Port au Prince controllato dalle truppe USA, di cui aumenta costantemente il numero, e l’arroganza.

Chávez si è scusato perché gli aiuti alimentari e medici sono stati modesti, e contenuti in uno solo dei tre C 130 - in cattive condizioni - di cui il paese dispone, con una portata di sole 14 tonnellate, e ha promesso di inviare molto di più appena arriveranno i due aerei da carico IL-76, con una capacità di carico di 40 tonnellate, inviati dal governo russo.

Ma sia per Cuba che per il Venezuela, ci sono anche altri problemi, oltre a quelli tecnici e all’ostilità forsennata degli Stati Uniti. Tutti e due i paesi stanno attraversando un periodo economico molto difficile. Un rapporto di Marino Murillo, ministro dell’Economia e vicepresidente del consiglio dei ministri, ha fornito il 20 dicembre all’Assemblea nazionale un’informazione inquietante sullo Stato dell’economia, in parte dovuta a ragioni oggettive esterne (uragani, forte calo del prezzo del nichel, notevole riduzione delle entrate per il turismo…), in parte a croniche disfunzioni. Bisognerà ritornare più distesamente su questo tema.

Su Cuba pesano anche le difficoltà del Venezuela, che ha avuto nel 2009 una riduzione del PIL del 2,3%, e del PIL procapite del 3,9%, mentre l’inflazione è diventata la più alta del continente, raggiungendo il 28,9%. Ovviamente la possibilità di aiutare altri paesi, in primo luogo Cuba, con forniture di petrolio a prezzi politici, si è ridotta, mentre all’interno aumentano le tensioni sociali e le proteste per l’aumento dei prezzi in seguito alla svalutazione del bolivar rispetto al dollaro.

Chávez ha reagito incolpando gli speculatori, e inviando gruppi di militanti nei supermercati e nei negozi per controllare i prezzi, seguendo l’esempio di Castro nel suo ultimo periodo di governo (quando il líder máximo capeggiava incursioni di giovanissimi militanti nelle stazioni di servizio e nei supermercati), ma il risultato non era stato allora risolutivo, e ancor meno può esserlo oggi: il Venezuela rimane un paese capitalista, e per giunta con una corruzione ben più diffusa che a Cuba anche ai livelli medio alti e alti, e quindi non è facile bloccare la dinamica dei prezzi solo con le manifestazioni e le multe agli “speculatori” (che ci sono, certo, ma aggravano un problema che ha cause strutturali).

Oltre a tutto la penuria di certi beni non è di oggi, e non è dovuta solo alla speculazione sui due tipi di cambio: il Venezuela da anni importa gran parte di quello che consuma dalla Colombia e dagli Stati Uniti, e sta cercando di sostituirli con il Brasile, senza che questo processo possa essere rapido e determinante. Intanto le importazioni nel 2009 si sono ridotte del 22%, anche per una ancor più forte riduzione delle entrate per esportazioni di beni e servizi.

Alle mobilitazioni contro i “bottegai” che aumentano i prezzi, si contrappongono ultimamente alcune manifestazioni contro il governo promosse da un’opposizione che sembrava sparita, ma che tenta di approfittare della fase difficile per Chávez. Anche se non sono state fornite spiegazioni, sono dimessi vari funzionari governativi e due ministri: il vicepresidente e ministro della difesa Ramón Carrizáles e di sua moglie Yubirí Ortega, ministro dell’ambiente.

La chiusura anche del collegamento via cavo della RCTV, il canale televisivo critico del governo, a cui era stato già tolto un paio d’anni fa la licenza per la trasmissione analogica, e quella di alcuni canali minori, ha provocato in questi giorni incidenti e scontri (con due morti) tra sostenitori del presidente e studenti (soprattutto delle scuole private).

Ma si annunciano anche proteste dei professori delle università pubbliche, che hanno indetto uno sciopero per il 27 gennaio contro i mancati pagamenti degli stipendi del personale docente e amministrativo.

Di canali televisivi all’opposizione in realtà ne rimangono parecchi, ed è assurda la campagna che presenta in Italia Chávez come un dittatore che soffoca ogni voce critica, ma indubbiamente c’è il rischio che questa misura, oltre a non essere risolutiva, in questo contesto faciliti una rivitalizzazione delle destre.

 

Tornando a Cuba, volevo segnalare due problemi aggiuntivi, che possono spiegare la mobilitazione per Haiti inferiore a quella che c’era stata per Katrina.

 

Primo: la situazione economica è la più grave degli ultimi venti anni: l’unico elemento della congiuntura mondiale di cui l’isola avrebbe potuto approfittare è l’aumento notevole del prezzo dello zucchero. Ma il raccolto della canna dell’inverno 2009-2010 sembra destinato ad essere il più basso della sua storia, in primo luogo per la distruzione di molte piantagioni per gli uragani che hanno colpito l’isola nel 2008, per la mancanza di concimi, ma anche perché sono rimasti in funzione solo 44 ingenios, a volte obsoleti, dei 140 che erano in funzione pochi anni fa. Quindi Cuba deve addirittura importare zucchero, soprattutto per le necessità del settore del turismo, e da fattore astrattamente positivo, questo aumento del prezzo mondiale dello zucchero (originato dalla siccità in India e dalle alluvioni in Brasile, i due maggiori produttori) per Cuba diventata importatrice si trasforma in una beffa. Pochi anni fa, quando Fidel decise la chiusura di metà degli zuccherifici, il prezzo era sceso a 7 cents la libbra, ora è a 17,5 e perfino 20 cents!

 

Secondo: la generosità del governo cubano nel fornire contingenti di medici a tanti paesi ha finito per avere ripercussioni anche sul funzionamento del sistema sanitario, ottimo in partenza, ma provato dalla mancanza di farmaci e attrezzature. A tratti si manifesta un malcontento comprensibile: abbiamo tante difficoltà noi, e andiamo ad aiutare mezzo mondo…

Per questo, forse, non si è ripetuta la scena dell’agosto 2005, con i mille medici già equipaggiati e pronti a partire per Haiti, come allora per la Luisiana

 

Antonio Moscato, 26/1/2010