Venezuela: 26 S (it)

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VENEZUELA

CAPIRE IL 26 SETTEMBRE

Comprender el 26 S: una mirada en diez puntos.

 

Armando Chaguaceda[1]

 

 

Al bravo pueblo, que seguirá lanzando sus yugos.

 

 

 

 

Guillermo Almeyra mi segnala questo interessante articolo di Armando Chaguaceda, flosofo e politologo cubano, di cui avevo già segnalato e riportato in parte un testo in Ancora Cuba. È membro dell’Observatorio Social de América Latina y Co-coordinador del Grupo de Trabajo Anticapitalismo & Sociabilidades emergentes del Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales (CLACSO).

Il titolo 26S sta per 26 Septiembre, cioè quella delle prossime elezioni in Venezuela.

È interessante, e abbastanza sorprendente in un cubano, oltre alla franchezza delle critiche all'operato di Chavez, l’auspicio di un voto articolato, anche per una sinistra esterna al PSUV. L'avevo pubblicato subito senza tradurlo, ma ora posso aggiungere la  tempestiva traduzione di Titti Pierini.

(a.m. 23/9/10)

 

 

 

VENEZUELA

CAPIRE IL 26 SETTEMBRE

Una panoramica in 10 punti

Armando Chaguaceda

 



Le cose buone – diceva un maestro – si dicono in poche parole ed è  per questo che ho scelto, per scambiare qualche idea sulle prossime elezioni parlamentari venezuelane, questo metodo “didascalico” di elencare dieci punti per la riflessione, il dibattito, la presa di posizione sul processo storico del 1999-2010, di fronte alle ormai storiche giornate del 26 settembre.

 

1.        La IV Repubblica era ferita a morte… e quindi il processo avviatosi nel 1999 va interpretato come una risposta dei cittadini alla sostenuta accumulazione di carenze democratiche (dirigenti dei partiti decrepiti, vuoti programmatici, corruzione politica, esaltazione dell’antipolitica) e alle ripercussioni del modello neoliberista, insufficientemente visibili nei media per le politiche sociali (e clientelari) della IV Repubblica. Il voto maggioritario dei poveri per Chávez nel 1998 (mai reiterato nella sua coerenza di classe nelle successive tornate elettorali) lo ha perciò sancito e negarlo oggi, nel discorso e nelle proposte politiche degli oppositori non è solo un’operazione reazionaria, ma è anche suicida per chi lo sostenga. Sicuramente la cultura politica dei diritti e l’esistenza di soggetti (sociali e istituzionali) garanti in prima persona costituiscono un retaggio positivo del vecchio ordine e un argine contro derive antidemocratiche, che permea a fondo  la popolazione venezuelana.

 

2.        Il processo iniziato nel 1999 ha rappresentato un cambiamento inevitabile e complessivamente positivo. Il progetto politico cristallizzato nella Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela è coerente con quello che certi autori hanno definito un progetto democratico partecipativo contrapposto sia all’agenda neoliberista sia alle proposte autoritarie di qualsiasi segno ideologico. Si tratta di un programma democratico di sinistra, pluralista, partecipativo e improntato a civismo, che ha fermato il neoliberismo sfrenato, ha scommesso sul modello di allargamento, corresponsabilizzazione e cogestione del pubblico da parte di uno Stato attivo e di una società autonoma, con forte presenza di movimenti urbani e identità emarginate: meticci, indigeni, donne. La sua impronta normativa, la sua realizzazione costituzionale e le promesse di emancipazione vanno conservate e migliorate.

 

3.        Il Venezuela è cambiato…Il saldarsi dell’impatto simbolico del progetto, le conquiste in materia sociale e i cambiamenti sociologici e demografici (nuove domande e nuovi immaginari, nuove generazioni, partiti e leader - provenienti da ceti medi e popolari - di varia inclinazione politica) danno come risultato un Venezuela specifico, diverso da quello del 1998. Il nuovo paese non può , non merita e non intende retrocedere ai tempi dello schema burocratico-populista di conciliazione delle élites, basato sul modello della rendita, insostenibile (economicamente ed ecologicamente), quello stesso modello che paradossalmente si perpetua dietro la retorica neosviluppista dell’attuale governo. Meno ancora può lasciar cadere il risultato delle lotte sociali di decenni passati e le conquiste giuridiche e politiche includenti del 1999.

 

4.        La realtà emergente è più ricca dei cliché, e non è più sostenibile una lettura che identifichi le scelte politiche disponibili in un polo golpista di fronte a un polo chavista: non si tratta di “votare per Bush o per Chavez”. Tra i due estremi ci sono protagonisti politici che recuperano ed attualizzano il legato democratico venezuelano, sia all’interno del Tavolo dell’Unità (con giovani leader tristemente scortati da dinosauri residuati da AD e COPEI, i due vecchi partiti, rispettivamente socialdemocratico e democristiano) sia in settori critici delle posizioni ufficiali (si tratti di dissidenti dichiarati, come il Partido Patria Para Todos [Patria per tutti] – PTT – in alleanza con organizzazioni sociali, o parte della massa di votanti “psuvisti”, leali verso il presidente ma critici verso i suoi errori), e non neppure il caso di dire che la marea di “Ni-Nis” [i tanti che dicono di non essere né per Chavex né per l'opposizione NdR], erroneamente presentata come apolitica, deciderà probabilmente con il proprio voto la bilancia elettorale e il futuro del Venezuela nei prossimi decenni. È inconcepibile un Venezuela post-26 settembre che abbandoni le “Missioni”, ritorni ai vecchi accomodamenti politici, affidi ai ragazzi della IESA [Scuola di Studi Amministrativi, per la formazione di funzionari] o del CEDICE [Centro di divulgazione della conoscenza economica, per la difesa della proprietà privata] la gestione tecnocratica o commerciale del patrimonio petrolifero nazionale. Meno ancora, che riprenda lo schema sovietico, i cui risultati sono ormai sufficientemente documentati, purtroppo per il socialismo.

 

5.        Il progetto del 1999 è stato abbandonato dal potere e sostituito a poco a poco, a partire dalla vaga retorica di un socialismo del XXI secolo, attraverso l’introduzione di una serie di cambiamenti legali (leggi abilitanti, nuova normativa di processi politici ed elettorali, progetto delle Comuni) e pratici (creazione di strutture di governo parallele, iperpresidenzialismo, subordinazione al partito ufficiale delle istituzioni statali, instaurazione di un’egemonia sulle comunicazioni che sostituisce le oligarchie mediatiche con il controllo statale dell’informazione e delle opinioni), in un quadro che punta alla trasformazione regressiva dell’ordinamento territoriale, del modello produttivo e del sistema politico, a detrimento dell’autonomia dei cittadini. A parte la retorica usuale, qui non si trasferisce potere alla cittadinanza – valida promessa del 1999 – ma lo si concentra in uno Stato accentratore, con i suoi burocrati e i suoi “boliborghesi”, il cui modus operandi (e le persone che lo incarnano) deriva e riproduce il peggio del regime precedente.

 

6.        È indispensabile un’immediata correzione di rotta. Il neoistituzionalismo ci fornisce un valido concetto, quello di “dipendenza del corso”, che allude a concrete situazioni di cambiamento e di sviluppo politico, in cui a partire dall’assunzione di una determinata decisione chiave (e un risultato elettorale, come cristallizzazione collettiva di poste in gioco individuali, può esserne un buon esempio) le regole del gioco sono modificate in modo tale da prefigurare un corso operativo difficile da correggere. La lezione dell’abbandono del parlamento da parte dell’opposizione nel 2005 e i suoi costi per il graduale degrado di questo organismo e la concentrazione del potere a Miraflores [Palazzo di Miraflores, attuale residenza dell’Esecutivo] illustrano bene i rischi del non equilibrio dei poteri e di approvare, per ignoranza o capriccio, politiche pubbliche affrettate, lontane dai meccanismi di controllo e di scelta da parte della cittadinanza, che non si possono sostituire con caricature come il cosiddetto “parlamentarismo di strada”. Per questo è indispensabile ottenere un parlamento più rappresentativo della diversità di venezuelani.

 

7.        Le elezioni sono solo un passaggio importante. Quanto è avvenuto dopo il 1999, in modo confuso e disordinato, è un processo popolare con contenuti rivoluzionari, e un regime con pretese di esserlo, che non si lascerà strappare gli spazi conquistati – grazie a un misto di voto della cittadinanza e astuzie politiche - come dimostrano gli inseguimenti dei poteri regionali conquistati dall’opposizione nel 2008. Cambiare ora, tramite il voto, il ritmo monocorde del parlamento può voler dir un freno all’abbandono del progetto del 1999, ma non eliminerà le tentazioni personalistiche o autoritarie. Il regime ufficiale non ha bisogno di disconoscere le elezioni o di effettuare un colpo di Stato che sopprima le formalità dello Stato di diritto: un trasferimento affrettato di competenze dagli attuali parlamentari alle strutture parallele già annunciate, oppure la mobilitazione violenta dei sostenitori con assedio e minacce al nuovo parlamento) sono risorse a disposizione per aggrapparsi al potere, tattiche destinate a proiettare la polarizzazione e la conflittualità politica a livelli fatali. Quindi, a una vocazione al dibattito e al dialogo belligeranti e professionali del prossimo parlamento, deve accompagnarsi la presenza attiva e informata dei cittadini – in fori e nelle strade -  così come la garantisce l’attuale Costituzione.

 

8.        È enorme l’importanza del 26 settembre per la regione, per il futuro immediato della sinistra in quanto forza innovatrice e per il socialismo come progetto politico. Come ho sostenuto di recente, il lascito di decenni di neoliberismo (emarginazione sociale, democrazie deleganti e basso livello di partecipazione civica) ha dato impulso alla richiesta di partecipazione, di rendiconti e di riforme istituzionali in tutta la regione. In alcuni paesi, la gravità della crisi ha portato alla sostituzione dei tradizionali protagonisti politici con nuove leadership di outsiders o provenienti da movimenti sociali, con promesse di rifondazione. Certo, una volta al potere, la combinazione dell’ostilità dell’opposizione, delle pressioni delle rispettive basi e le pretese autoritarie hanno ridotto la componente partecipativa dell’esercizio del potere da parte dei nuovi governi. La penalizzazione del dissenso e i tentativi di limitare l’autonomia della società civile rispetto al governo e alle sue istituzioni minaccia la riedizione dei peggiori lasciti del socialismo statalista e della tradizione politica ispano-americana. Occorre smantellare, nel discorso e nelle prassi dei cittadini, la il-logica che spinge a scegliere tra diritti politici o sociali, libertà o prestazioni, autoritarismo carismatico o partitocrazia neoliberista. Non si tratta di puntare su una vaga “Terza Via”, ma di difendere la sinistra (e il progetto post-neoliberista) come spazio di costruzione democratica e plurale, di socializzazione di diritti e valori di convivenza civili. La legittimità e sostenibilità di un’alternativa di concreta emancipazione, in grado di frenare la colonizzazione statale e mercantile degli spazi di partecipazione civile e del potere popolare così duramente contesi, dipende da questo.

 

9.        Un altro parlamento è importante per la legittimità e la vitalità dello stesso chavismo. Non vi è dubbio che Hugo Chávez, qualunque sia l’opinione che se ne ha, è un vero leader, che incarna buona parte del sentire e dell’identità del venezuelano, il cui governo ha portato avanti progetti che migliorano il tenore di vita dei più umili. Ma la superbia, l’autocompiacimento, la burocratizzazione e la corruzione non sono solo tratti costitutivi del lato peggiore dell’animo umano, ma costituiscono riflessi di cultura politica e stili di direzione se la configurazione strutturale del sistema politico li rende possibili. Di fronte alla statalizzazione della vita sociale, alla mancanza di controllo democratico e all’insediarsi del personalismo, la Rivoluzione diventa Regime, perde la sua mistica e il suo slancio collettivi, fanno la propria ascesa gli opportunisti e gli inetti mentre i veri rivoluzionari (militanti critici e autentici simpatizzanti di base) sono messi ai margini, come ci ha dimostrato l’esperienza del socialismo del XX secolo, in tutti i suoi vari scenari. Questo processo fatale, che sembra avanzare rapidamente in Venezuela, può conoscere una frenata il prossimo 26 settembre.

 

10.    La scelta migliore il prossimo 26 settembre… sarà quella che farà ogni cittadino/a venezuelano/a, a partire dalle sue tradizioni politiche, dalle sue preferenze elettorali e – come dimenticarlo? – con le chiavi del comune buon senso. Lo faranno in piena coscienza e libertà di scelta, pensando a un futuro migliore per la loro bella patria e per i figli. Personalmente, simpatizzo con la proposta matura, non polarizzante e progressista avanzata dal PPT con la sua alleanza sociale, ma certamente esistono anche candidati formidabili nel PSUV e nella MUD (Mesa de la Unidad), interessati a lavorare per un Venezuela migliore, rispettando i diritti della gente e il disimpegno delle istituzioni. Non ritengo salutare aspirare a una nuova egemonia parlamentare – vendicativa ed escludente – in mano all’opposizione “ufficialista” sostenuta – secondo certi istituti di sondaggi come Datanalisis o Hinterlaces – da poco più della metà della popolazione venezuelana. Ma disertare il diritto al voto, come pure esercitarlo sotto la pressione corruttrice del clientelismo e del bombardamento manipolatore della propaganda, sarebbe un errore. Credo si tratti della scelta tra essere o sudditi o clienti offerta dai politici tradizionali (e dalla loro riproposizione chavista), oppure assumersi, seriamente e con passione repubblicana, la responsabilità di essere autentici cittadini. Lo merita il futuro di questo eroico popolo, precursore dell’indipendenza americana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo bueno, decía un maestro, se dice bien en pocas palabras. Por eso, al compartir algunas ideas respecto a los desafíos de las venideras elecciones parlamentarias venezolanas, elijo este método didáctico de enumerar diez puntos para la reflexión, el debate y la toma de partido sobre el proceso histórico de 1999-2010, de cara a las ya históricas jornadas del 26S.

 

1-                                         La 4ta República estaba herida de muerte….por ello el proceso iniciado en 1999 debe interpretarse como una respuesta ciudadana a la acumulación sostenida de déficits democráticos (decrepitud de élites partidistas, vaciamiento programáticos, corrupción política, encumbramiento de la antipolítica) y a los impactos del modelo neoliberal, insuficientemente mediatizados por las políticas sociales (y clientelares) de la 4ta República. El voto mayoritario de los pobres por Chávez en 1998 (jamás repetido en su coherencia clasista en los procesos electorales subsiguientes) así lo refrendó y negarlo hoy, en el discurso y las propuestas políticas opositoras, no sólo resulta un acto reaccionario sino además suicida para aquellos que lo sostengan. Sin embargo la cultura política de derechos y la existencia de actores (societales e institucionales) garantes constituyen un legado positivo del viejo orden y un valladar contra derivas antidemocráticas, que cala hondo en la población venezolana.

 

2-                                         El proceso iniciado en 1999 significó un cambio ineludible y globalmente positivo. El proyecto político cristalizado en la Constitución de la República Bolivariana de Venezuela es coherente con lo que algunos autores han llamado proyecto democrático participativo  opuesto simultáneamente a la agenda neoliberal y a las propuestas autoritarias de cualquier signo ideológico. Se trata de un programa de izquierda democrático, pluralista, participativo y ciudadanizador, que detuvo el desenfreno neoliberal, apostó por un modelo de ampliación, corresponsabilidad y cogestión de lo público de la mano de un estado proactivo y una sociedad civil autónoma, con una fuerte presencia de movimientos urbanos populares e identidades marginadas: mestizos, indígenas, mujeres. Su marco normativo, realización institucional y promesas emancipadoras deben ser preservados y mejorados.

 

 

3-                                         Venezuela ha cambiado…la unión del impacto simbólico de dicho proyecto, sus logros concretos en materia social y las mutaciones sociológicas y demográficas (nuevas demandas e imaginarios, nuevas generaciones, partidos y líderes -procedentes de sectores medios y populares- de diverso sesgo político) dan como resultado una Venezuela distinta, diferente a la de 1998. Ese nuevo país no puede, merece ni desea regresar a los tiempos del esquema burocrático-populista de conciliación de elites, sustentado en un modelo rentista insostenible (en lo económico y ambiental), el mismo que paradójicamente se perpetúa detrás de la retórica neodesarrollista del actual gobierno. Tampoco puede abandonar el resultado de las luchas sociales de décadas pasadas y las conquistas jurídicas y políticas incluyentes de 1999.

 

4-                                         La realidad emergente es más rica que los clichés, y ya no es sostenible una lectura que codifique las opciones políticas disponibles en un polo golpista enfrentado a otro chavista: no se trata de “votar por Bush o por Chávez”. En medio de los extremos existen nuevos actores políticos, que recuperan y actualizan el legado democrático venezolano, tanto dentro de la Mesa de la Unidad (con jóvenes líderes tristemente escoltadas por dinosaurios adecos y copeyanos) como en sectores críticos del oficialismo (sean disidentes explícitos como el Partido Patria para Todos –PPT- y su alianza de organizaciones social o parte de la masa de votantes psuvistas  leal al presidente pero crítica de sus errores) y ni que decir tiene la marea de Ni-Nis, falsamente presentada como apolítica, cuyo voto decidirá probablemente la balanza electoral y el futuro de Venezuela para las próximas décadas. No se puede pensar la Venezuela post 26S abandonando las Misiones, retornando a los viejos arreglos políticos, confiando a los chicos del IESA o el CEDICE la gestión tecnocrática o mercantil del patrimonio petrolero nacional.  Tampoco repitiendo el esquema soviético, cuyos resultados ya están suficientemente documentados, para desgracia del socialismo.

 

 

5-                                         El proyecto de 1999 ha sido abandonado desde el poder y paulatinamente sustituido, a partir de la vaga retórica de un socialismo del siglo XXI, mediante la introducción de un conjunto de cambios legales (leyes habilitantes, nueva normativa de procesos políticos y electorales, proyecto de las Comunas) y prácticos (creación de estructuras de gobierno paralelas, hiperpresidencialismo, partidización oficialista de las instituciones estatales, instauración de una hegemonía comunicacional que sustituye las oligarquías mediáticas por el control estatal de la información y la opinión), en un esquema que apunta a la transformación regresiva del ordenamiento territorial, el modelo productivo y el sistema político, en detrimento de la autonomía ciudadana. Pese a la retórica al uso, aquí no se transfiere poder a la ciudadanía –válida promesa de 1999- sino que se concentra en un estado centralista, con sus burócratas y boliburgueses, cuyos modus operandis  (y las personas que los encarnan) provienen y reproducen lo peor del régimen anterior.

 

6-                                         Es necesario una inmediata corrección de rumbo. El neoinstitucionalismo nos provee de una valiosa noción llamada “dependencia de rumbo”, que alude  situaciones concretas de cambio y desarrollo político, donde a partir de la toma de cierta decisión clave (y un resultado electoral, en tanto cristalización colectiva de apuestas individuales, puede ser buen ejemplo de ello) las reglas de juego son modificadas de tal forma que prefiguran un curso de acción difícil de corregir. La lección del abandono opositor de la Asamblea Nacional en 2005 y sus costes para la paulatina degradación de ese órgano y la concentración de poder en Miraflores son ilustrativos de los riesgos de no equilibrar los poderes y aprobar, por ignorancia o capricho, políticas públicas apresuradas, alejadas de mecanismos de control y deliberación ciudadana, estos últimos insustituibles por caricaturas como el llamado “parlamentarismo de calle”. Por ello es clave lograr una Asamblea más representativa de la diversidad de los venezolanos. 

 

 

7-                                         Las elecciones son apenas un paso importante. Lo transcurrido después de 1999 reúne, en confuso tropel, un proceso popular con contenidos revolucionarios y un régimen con pretensiones de serlo, que no se dejará arrebatar los espacios capturados -mediante una mixtura de voto ciudadano y mañas políticas- como lo demuestran sus acosos a los poderes regionales alcanzados por la oposición en 2008. El cambiar ahora, voto mediante, el ritmo monocorde de la Asamblea Nacional, puede significar un freno al abandono del proyecto de 1999, pero no eliminará las tentaciones personalistas o autoritarias. El oficialismo no necesita desconocer las elecciones o dar un golpe de estado que suprima las formalidades del estado de derecho: una apresurada transferencia de competencias de los actuales asamblearios a las estructuras paralelas ya anunciadas o incluso la movilización violenta de partidarios (con un cerco y amenazas al nuevo parlamento) son  recursos  disponibles para aferrarse al poder, tácticas que proyectarán la polarización y conflictividad políticas a niveles fatales. Por tanto una vocación de debate y diálogo beligerantes y profesionales de la próxima AN debe complementarse con la presencia activa e informada de la ciudadanía -en  los foros y la calle- tal y como lo garantiza la Constitución vigente.

 

8-                                         La importancia del 26S para la región, para el futuro inmediato de la izquierda como fuerza renovadora y para el socialismo como proyecto político es enorme. Como he planteado recientemente, el legado de décadas de neoliberalismo (exclusión social, democracias delegativas y ciudadanías de baja intensidad) ha impulsado las demandas de participación, rendición de cuenta y reformas institucionales en toda la región. En algunos países, la gravedad de la crisis ha derivado en el reemplazo de los actores políticos tradicionales  por nuevos liderazgos outsiders o provenientes de movimientos sociales, con promesas refundacionales. Sin embargo, una vez en el poder, una combinación de hostilidad opositora, presiones de sus bases y pretensiones autoritarias ha disminuido el componente participativo del ejercicio del poder por parte de los nuevos gobiernos.  La penalización del disenso y los intentos de acotar la autonomía de la sociedad civil frente al Gobierno y sus instituciones, amenazan por reeditar los peores legados del socialismo estatista y de la tradición política hispanoamericana. Urge desmontar, en el discurso y las prácticas ciudadanas, la i-lógica que impulsa a elegir entre derechos políticos o sociales, libertades o prestaciones, autoritarismo carismático o partidocracia neoliberal.  No se trata de apostar por una imprecisa Tercera Vía, sino de defender la izquierda (y el proyecto postneoliberal) como espacio de construcción democrática y plural, socializador de derechos y valores de convivencia civilizados. La legitimidad y sostenibilidad de una alternativa verdaderamente emancipadora, capaz de frenar la colonización estatal y mercantil sobre los espacios de participación ciudadana y poder popular tan duramente peleados, depende de ello.

 

9-                                         Otra AN es importante para la legitimidad y viabilidad del propio chavismo. No hay dudas que Hugo Chávez, al margen de la opinión que de él se tenga, es un líder auténtico, que encarna buena parte del sentir y la identidad del venezolano, cuyo gobierno ha impulsado programas que mejoran la calidad de vida de los más humildes. Pero la soberbia, la autocomplacencia, la burocratización y la corrupción no son sólo rasgos constituyentes de lo peor del alma humana, sino que adquieren visos de cultura política y estilos de liderazgo cuando las configuraciones estructurales del sistema político lo posibilitan. Ante la estatización de la vida social, la ausencia de control democrático y la entronización del personalismo, la  Revolución se transforma en Régimen, pierde su mística y empuje colectivos, los oportunistas e ineptos ascienden y los verdaderos revolucionarios (militantes críticos y simpatizantes auténticos de base) son relegados, como nos demostró la experiencia del socialismo del siglo XX en todos sus escenarios. Ese fatal proceso, que parece avanzar velozmente en Venezuela, puede recibir un frenazo este 26 S.

 

10-                                     La mejor opción en este 26S….será la que cada ciudadano y ciudadana de Venezuela elija, a partir de sus tradiciones políticas, preferencias electorales y –¿cómo olvidarlo?¡- con las claves del sentido común. Lo harán en soberanía de conciencia y libertad de elección, pensando en un mejor futuro para su hermosa patria y sus hijos.  En lo personal simpatizo con la propuesta madura, despolarizante y progresista del PPT y su alianza social, pero es seguro que también existen formidables candidatos en el PSUV y la MUD (Mesa de la Unidad), interesados en trabajar por una Venezuela mejor, respetando los derechos de la gente y el desempeño de las instituciones. No considero saludable aspirar a una nueva hegemonía parlamentaria -revanchista y excluyente- en manos de la oposición, que desconozca la opción oficialista apoyada -según encuestadoras como Datanalisis o Hinterlaces-por algo más de la mitad del pueblo venezolano.  Pero abandonar el derecho al sufragio, así como ejercerlo mecánicamente, bajo los influjos corruptores del clientelismo y el bombardeo manipulador de la propaganda, sería un error. Se trata, creo, de escoger entre las opciones de ser súbditos y clientes, aportadas por los políticos tradicionales (y su remake chavista) o asumir, con responsabilidad y pasión republicanos, la responsabilidad de ser auténticamente ciudadanos. El devenir de ese heroico pueblo, precursor de la independencia americana, lo merece.

 

Referencias:

 

Cilano, Johanna; Córdova, Edgar; Chaguaceda, Armando; 2009 Participación ciudadana y reforma del Estado en Venezuela: entender la política a través del ciudadano, Revista OSAL Año X, Nº 26, CLACSO, Buenos Aires. pp 57-76.

 

Dagnino, Evelina, Alberto J. Olvera, Aldo Panfichi (coords.) 2006 La disputa por la construcción democrática en América Latina, Fondo de Cultura Económica/CIESAS/Universidad Veracruzana, México DF.

 

Lupu, Noam; 2010 Who votes for chavismo?  Class voting in Hugo Chavez’s Venezuela, Latin American Research Review, Vol 45, Number 1, 2010, Pittsburgh, pp 7-32



[1] Politólogo e Historiador, miembro del Observatorio Social de América Latina y Co-coordinador del Grupo de Trabajo Anticapitalismo & Sociabilidades emergentes del Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales (CLACSO).



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