Ripercussioni del caso Joaquín Pérez Becerra

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Caso Becerra: perché rinuncio a far parte della redazione della rivista ALBAinformazione

Annalisa Melandri

Scritto il 15 mag 2011

 

“La solidarietà con il movimento rivoluzionario può essere presa come pretesto, ma non sarà mai la causa delle aggressioni yankee. Negare la solidarietà per negare il pretesto  è una ridicola politica da struzzi, che nulla ha a che vedere con il carattere internazionalista delle rivoluzioni sociali contemporanee. Smettere di solidarizzare con il movimento rivoluzionario non è negargli un pretesto ma solidarizzare di fatto con l’imperialismo yankee e la loro politica di dominio e schiavizzazione del mondo”. (Fidel Castro Ruiz)

 

Cari amici e colleghi, la presente per comunicarvi di aver deciso, dopo un difficile momento di   riflessione, di rinunciare a far parte della redazione  della rivista ALBAinformazione.

Tale decisione, sicuramente non facile,  nasce per quanto  accaduto al compagno e  giornalista, Joaquín Pérez Becera,   direttore della rivista ANCOLL e tra i fondatori dell’ Agenzia Bolivariana di Comunicatori (ABC).

Il suo arresto, il 23 aprile scorso, da parte del governo venezuelano e la successiva deportazione due giorni dopo in Colombia, avvenuta violando il Diritto Nazionale e Internazionale,  mi hanno profondamente ferita, come militante anti-imperialista e antifascista, come attivista per la difesa dei diritti umani, come internazionalista ma  soprattutto come persona sempre solidale  verso la Rivoluzione bolivariana, il processo politico in corso in Venezuela di cui il  presidente Chávez  è promotore e anima e verso  il quale proprio per questo,  tutti noi abbiamo un debito morale innegabile ma anche aspettative significative.

Oltre a questo, sono avvenuti altri  fatti che considero forse anche più gravi dell’arresto e della detenzione di Joaquín e che hanno fatto in modo che confermassi la mia decisione. Il primo, la dichiarazione del presidente Chávez che ha detto che tutti noi che appoggiamo Joaquín siamo un “movimento infiltrato fino al midollo” e che lo abbiamo “seminato in Venezuela come una patata bollente”. Questo è semplicemente offensivo e inaccettabile e non c’ è altro da aggiungere se non che si tratta di affermazioni completamente gratuite. Secondo, i gravi fatti  di censura avvenuti in TeleSUR  e la destituzione del presidente della Radio del Sur Cristina Gonzáles  da parte del ministro del Potere Popolare per la Comunicazione e Informazione,   Andrés Izarra. Radio del Sur è stata tra i mezzi di comunicazione indipendenti che hanno appoggiato Joaquín e hanno dato copertura alle proteste contro la decisione del governo.

Purtroppo le stesse posizioni del governo di Chávez verso Joaquín, e cioè il qualificarlo come “patata bollente” o rivoluzionario irresponsabile, se non infiltrato, o quasi considerandolo un danno collaterale necessario per il proseguimento del processo rivoluzionario, le ho rilevate in varia misura in questi giorni tra gli stessi membri della redazione della rivista. Anche se a  molti di loro mi unisce amicizia e impegno rivoluzionario, non posso non sentire queste accuse come se fossero dirette contro me stessa o contro altri amici, compagni e giornalisti che si trovano in serio rischio che accada loro quanto accaduto a Joaquín.

Il mio se pur minimo impegno nella redazione della rivista ALBAinformazione, (alla quale era dedicata anche una apposita sezione nel mio sito personale),  l’ho inteso fin dall’ inizio  come  forma con la quale poter esprimere praticamente  quell’ internazionalismo militante, che credo sia   anche una delle forme con le quali si manifesta  la solidarietà sentita come  “tenerezza dei popoli”.

Ero convinta che, nel caso del Venezuela e di quel governo che ho sempre considerato “amico”,   questa fosse anche  la  forma con la quale poter coniugare oltre alla solidarietà ai popoli in lotta,  quella verso un governo che proprio quelle lotte afferma di voler difendere e proteggere contro il capitalismo e l’ imperialismo, ma soprattutto contro le potenti oligarchie dei paesi latinoamericani ancora asservite agli Stati Uniti e all’ Europa.

La solidarietà al governo venezuelano mi sembra un atto dovuto e necessario proprio perché per queste sue posizioni e per le riforme sociali importanti,  che sta attuando nel paese,  si trova continuamente sotto attacco da più fronti, non ultimo quello della minaccia di aggressione militare che gli Stati Uniti possono  dispiegare proprio dalle loro basi situate in Colombia.

Il Venezuela rappresenta  per molti di noi   la  speranza per la realizzazione del sogno grande di Simón  Bolívar, l’ integrazione  latinoamericana, la costruzione della Patria Grande;  un’ oasi di resistenza e creatività politica e umana nel Sud del mondo contro la prepotenza e il predominio economico ma anche culturale del Nord.

Per tutto ciò considero la deportazione in Colombia di Joaquin Perez Becerra una gravissima ingiustizia, sia dal punto di vista giuridico,  (contraria alla Convenzione di Ginevra del 1951 che proibisce la consegna di una persona che gode di asilo politico al paese dal quale  tale persona è dovuta fuggire),    ma anche e  soprattutto un atto contrario ai principi della solidarietà rivoluzionaria. Infine, consegnare un uomo nelle mani dei suoi carnefici  non e’ etico e non e’ civile.

Joaquin,  è stato costretto a fuggire dalla Colombia molti anni fa,  per non diventare un numero  in più  degli oltre 4000 morti del genocidio politico della Unión Patriótica, conosciuto con il macabro nome di Baile Rojo. Prima di trovare rifugio in Svezia, paese che gli ha concesso poi lo status di rifugiato politico,  i paramilitari e l’esercito colombiano  sequestrarono e ammazzarono la sua prima moglie.

Vorrei far presente al presidente Chávez che perfino l’attuale governo reazionario dell’Italia,  si è rifiutato appena qualche mese fa di consegnare nelle mani della  Turchia, che ne reclamava l’estradizione,  un  leader del PKK-KURDO arrestato nel  proprio territorio, di nazionalità olandese.

Un’ altra scelta è sempre possibile. Esiste sempre una via d’uscita diversa dalla  ragion di Stato,  “spaventoso cancro che tutto divora”, come ha recentemente scritto l’intellettuale argentino Néstor Kohan proprio rispetto a questa vicenda.

No,  presidente Chávez, compagni e colleghi di redazione,  non me ne vogliate,  ma io non me la sento di avallare  questa ingiustizia in silenzio, come non me la sento di accettare in  silenzio le accuse che ci sono  state mosse di “ essere un movimento infiltrato fino al midollo”. Questa accusa colpisce in modo basso e infamante tante persone, movimenti sociali e politici ai quali sono vicina e con i quali sono solidale.

Joaquín non è un terrorista come noi non siamo infiltrati né dalla CIA  né tanto meno dal  DAS (i servizi segreti colombiani). Non vogliamo mettere in difficoltà nessuno, al contrario abbiamo sempre difeso il processo in corso in Venezuela e lo continueremo a fare.

Joaquín Becerra  è stato invitato tante volte a Caracas per tenere conferenze,  dibattiti e  incontri. Proprio da uno di questi incontri pubblici  è nata la Agencia Bolivariana de Comunicadores (ABC) della quale lui è stato  uno dei  fondatori, della quale fa parte anche il mio sito e che voleva essere uno spazio comunicazionale che desse voce  alle nuove esperienze di costruzione del socialismo in Venezuela, alle lotte del popolo colombiano, alle notizie occultate dai media capitalisti, alle lotte di liberazione dei popoli di altri paesi, come per esempio quello palestinese e libico.

Capisco quindi e non sono indifferente ai  tanti segnali di inquietudine, smarrimento, disorientamento e rabbia che quotidianamente mi giungono da amici, colleghi e  compagni di Joaquín, proprio perché in quei segnali  si riflettono le mie  inquietudini e il mio  smarrimento.

Smarrimento che nasce anche dalla sensazione che da tempo qualcosa stia cambiando in Venezuela, soprattutto rispetto alle relazioni con la vicina Colombia.

Non posso che rallegrarmi se  nel progetto di integrazione latinoamericana la Colombia trovi  il suo naturale spazio politico, economico e sociale. Il popolo colombiano non può che trarne giovamento. Non accetto però che questo venga fatto sacrificando ideali, e  soprattutto persone. Qui la vittima sacrificale è un compagno, un giornalista e un militante che ha sempre difeso la Rivoluzione bolivariana dagli  attacchi statunitensi, dalle potenti oligarchie latinoamericane, dai gruppi imprenditoriali legati alle forze conservatrici europee, dai monopoli della comunicazione mainstream.

E’ pertanto  sul “nuovo corso” del governo venezuelano  rispetto alla solidarietà rivoluzionaria che ho bisogno di riflettere con calma e obiettività.

Soltanto un paio di anni fa il presidente Chávez di fronte all’ Assemblea Nazionale parlava in questi termini : “Le FARC e l’ ELN sono forze insorgenti che hanno un progetto politico e bolivariano che qui rispettiamo.”

Adesso invece vengono  consegnati nelle mani del governo colombiano membri della guerriglia o giornalisti come fossero criminali comuni e terroristi paragonandoli addirittura a terroristi veri  come Chávez Abarca accusato di essere il mandante e l’esecutore materiale di alcuni dei più gravi attentati contro civili a  Cuba. Oppure allo stesso modo espulsi internazionalisti baschi come Walter Wendelin.

Sappiamo che questo “nuovo corso”  non è iniziato con la vicenda di Joaquín. Spero  non corrisponda al vero quanto dichiarato dal ministro della Difesa della Colombia  Rodrigo Rivera al quotidiano colombiano El Tiempo, e cioè  che per distruggere le FARC bisogna chiudere “ogni possibilità alla soluzione politica al conflitto” e che questo si ottiene “attraverso la cooperazione internazionale”, aggiungendo che  “il caso di Joaquín Pérez Becerra è illuminante … i servizi segreti della Polizia riescono a stabilire che lui andrà in Venezuela, e in forma sbrigativa, senza tentennamenti, ci hanno risposto mandandocelo in Colombia. E ci hanno detto che di fronte a qualsiasi informazione  come questa che gli abbiamo dato, risponderanno nello stesso modo”.

Bene, vorremmo tutti avere delle risposte dal governo venezuelano rispetto a dichiarazioni inquietanti di questo tipo. Dobbiamo aspettarci che ogni volta che la Colombia richiede al Venezuela  un militante, un rifugiato politico, un giornalista, magari sulla base di accuse costruite ad arte, magari  tirate fuori  dal “famoso” computer di Raúl Reyes, il Venezuela deporterà d’ ufficio?

Voglio  continuare ad appoggiare il processo rivoluzionario in corso in Venezuela da una posizione più   defilata, ma non meno solidale.

Non  riesco più  a dare il mio contributo a una rivista che è  nata come forma di sostegno internazionalista e appoggio intellettuale a un governo che si dice rivoluzionario e socialista, ma che non esita a  consegnare nelle mani dei suoi carnefici una potenziale vittima.

Oltre alla possibilità  di rimanere solidali a un governo a qualsiasi condizione e a qualsiasi costo, anche a prezzo della vita e della sicurezza di un nostro compagno,  sento di  avere la possibilità e anche il dovere di farlo verso  chi lotta dal basso, con tenacia e forse sofferenza e  non si piega a giochi di potere e logiche di Stato.

La Rivoluzione bolivariana, quel magnifico progetto politico che fa sperare in una America latina capace di uscire a testa alta dalle infamie delle dittature del passato e dei crimini contro l’umanità,  va oltre l’azione del governo, è attività dei tanti collettivi, tante persone  e forze politiche che senza compromessi  di sorta,  continuano a lottare  contro il capitalismo internazionale, contro l’imperialismo di ogni colore e bandiera, contro la prevaricazione del più forte sul più debole.

Continuerò  a sostenere quel progetto comune e coltivare  la speranza che esso rappresenta, al fianco di chi lotta dal basso.

“Non esistono poteri buoni”,  diceva una celebre canzone di Fabrizio De Andrè.  Forse  aveva ragione…

 

Annalisa Melandri - www.annalisamelandri.it

Repubblica Dominicana

 

Caso Becerra: porqué renuncio a la redacción de la revista ALBAinformazione

Annalisa Melandri

Scritto il 15 mag 2011

 

“La solidaridad con el movimiento revolucionario puede ser tomada como pretexto, pero nunca será la causa de las agresiones yanquis. Negar la solidaridad para negar el pretexto es ridícula política de avestruz, que nada tiene que ver con el carácter internacionalista de las revoluciones sociales contemporáneas. Dejar de solidarizarse con el movimiento revolucionario no es negarle un pretexto sino solidarizarse de hecho con el imperialismo yanqui y su política de dominio y esclavización del mundo.” (Fidel Castro Ruiz)

Estimados amigos y colegas, esta nota para informarles de haber decidido, después   de un momento de reflexión,  dejar la redacción de la revista ALBAinformazione.

Esta decisión no ha sido  ciertamente fácil  y su motivación está relacionada a  cuanto  ocurrido al camarada  y periodista Joaquín Becerra,  editor de la agencia de comunicación ANCOLL y miembro fundador de la Agencia Bolivariana de Comunicadores (ABC).

Su detención,  en el día 23 de abril por el gobierno venezolano y la posterior deportación después de dos días en Colombia, efectuada en violación del Derecho Nacional e Internacional, me han herida profundamente como militante anti imperialista y antifascista, como activista por la defensa de los derechos humanos, como internacionalista, pero sobre todo como persona que ha sido siempre solidaria con la Revolución Bolivariana con el proceso político en marcha en Venezuela que tiene en el presidente Hugo Chávez su promotor y alma y hacia  quien, por esta razón, todos tenemos  una deuda moral innegable.

Además de eso, dos acontecimientos que considero hasta más graves de la deportación de Joaquín, han concurrido a confirmar esta decisión. Primero, la declaración del presidente Chávez quien dijo que nosotros que apoyamos Joaquín somos un “movimiento  infiltrado hasta la medula” y que lo “sembramos en Venezuela como una papa caliente”. Esto es simplemente ofensivo e inaceptable y no hay que añadirle más comentarios que no sea el de  relevar de que se trata de afirmaciones completamente gratuitas.  Segundo,  los graves hechos de censura ocurridos  en el canal TeleSUR y la destitución de la presidenta  de la Radio del Sur Cristina Gonzáles por  parte del ministro del Poder Popular para la Comunicación y la Información, Andrés Izarra. Radio del Sur fue entre  los medios independientes que han apoyado Joaquín y han dado cobertura a las protestas contra la decisión del gobierno.

Lamentablemente las mismas posturas del gobierno de Chávez hacia Joaquín,  o sea tildarlo de “papa caliente” o revolucionario irresponsable si no infiltrado, o casi considerarlo como un daño colateral necesario para que el proceso revolucionario pueda seguir su misión,  las he relevado en varias discusiones de estos días entre los mismos integrantes de la redacción de la revista. Aunque con muchos de ellos me une amistad y compromiso revolucionario, no puedo dejar de  sentir estas acusaciones como si fueran dirigidas contra mi misma u otros estimados amigos, camaradas y periodistas que están en serio riesgo de que le pase lo mismo que a Joaquín.

Mi compromiso, aunque mínimo,  en la redacción de la revista ALBAinformazione  (a la que estaba  dedicada también una sección especial en mi pagina web),  lo he asumido  desde el principio como la  manera  con que poder expresar  prácticamente el internacionalismo militante,  que creo sea también una de las formas con  que  se manifiesta  la solidaridad como “ternura de los pueblos”.

Estaba convencida de que,  en el caso de Venezuela, proprio por  su gobierno que siempre he considerado  “amigo”, estar en la redacción de la revista  era también la forma con la cual poder conjugar además de la  solidaridad con las luchas de los pueblos, también la solidaridad hacia un gobierno que propio estas luchas afirma de querer defender contra el capitalismo y el imperialismo pero sobre todo contra las poderosas oligarquías de los países latinoamericanos todavía serviles a los Estados Unidos y  Europa.

La solidaridad con el gobierno venezolano me parecía tan debida  y tan necesaria propio porqué por estas posiciones y por las reformas sociales, importantes que estaba actuando en el país se encontraba continuamente bajo amenaza desde varios lados, no ultimo el militar, que se podía desplegar desde las bases norteamericanas situadas en la cercana Colombia.

Venezuela, representa para muchos de nosotros la esperanza de la realización del gran sueño de Simón Bolívar, la integración latinoamericana, la construcción de la Patria Grande; una oasis de resistencia y creatividad política y humana en el Sur del mundo contra la prepotencia y el predominio económico pero también cultural del Norte.

Por lo tanto, considero la deportación en Colombia de Joaquín Pérez Becerra una gravísima injusticia (sobre todo porque cometida en violación de la   Convención de  Ginebra de 1951 que prohíbe la entrega de una persona que goza de asilo político en el país desde donde esta persona tuvo que huir), pero también y sobre todo me parece una injusticia desde un punto de vista humano y revolucionario.

Entregar un hombre en las manos de sus verdugos seguramente no es revolucionario, pero sobre todo no es ético y no es civil.

Joaquín, recuerdo, se vio obligado a huir propio de Colombia hace muchos años, para no convertirse en otro número  de los más de 4000 muertos del genocidio político de la Unión Patriótica conocido con el macabro nombre de Baile Rojo. Antes de llegar a Suecia, que le concedió el estatus de refugiado político,  los paramilitares y el ejército colombiano le habían secuestrado y matado a su primera esposa.

Quisiera decirle  al presidente Chávez che incluso   la  reaccionaria Italia berlusconiana ha negado la entrega solo hace unos meses del líder del PKK de nacionalidad holandesa, detenido en su territorio, a Turquía que pedía su extradición.

Otra elección  es siempre posible. Siempre hay una salida digna  cuando no se quiere poner por encima de todo y todos la razón de Estado, este “monstruo canceroso que todo lo devora” como escribió recientemente  el intelectual argentino Néstor Kohan  respecto a este tema.

No,  presidente Chávez, camaradas y amigos de la redacción, no se molesten, pero no puedo aceptar en silencio esta injusticia y también no puedo aceptar en silencio la acusación que se nos hace de ser un movimiento infiltrado “hasta la medula”. Esta acusación golpea en manera baja e infamante muchas personas, movimientos sociales y políticos cercanos  y con quienes solidarizo.

Joaquín no es un terrorista como nosotros no somos infiltrados ni por la CIA ni por el DAS. No quiero poner en dificultad a nadie, en lo contrario siempre hemos defendido el proceso actual en Venezuela y lo seguiremos haciendo.

Joaquín Becerra  ha sido invitado varias veces a Caracas para dar conferencias, debates y encuentros. En una de estas reuniones publicas nació la Agencia Bolivariana de Comunicadores (ABC) de la que él  fue miembro  fundador,  a la que también pertenece mi pagina web,  y que quiere ser un espacio comunicacional para dar voz a nuevas experiencias de construcción del socialismo en Venezuela, a las luchas del pueblo colombiano, a las noticias ocultadas por los medios capitalistas, a las luchas de liberación de los pueblos de otros países, como el palestino y el libio por ejemplo.

Puedo entender entonces muy bien y no me quedo indiferente frente a ellas, las muchas señales  de inquietud, confusión, desorientación y rabia  que recibo todos los días de parte de amigos, colegas y compañeros de Joaquín, propio porque en ellas se reflejan mis mismas preocupaciones y mi mismo extravío.

Extravío que nace de la sensación que desde hace algún tiempo las cosas han cambiado en Venezuela sobre todo respecto a las relaciones con la cercana Colombia. No puedo que alegrarme que Colombia encuentre su justo  lugar político, económico y social en el proyecto de integración latinoamericana. El pueblo colombiano no podrá que beneficiarse de eso. No entiendo y no acepto pero  como  se pueda lograr esto sacrificando ideales,  pero sobretodo personas. Y aquí la victima sacrificial es un camarada, un periodista y un militante quien siempre ha defendido sin vacilación la Revolución bolivariana  de cualquier ataque,  no solamente los que llegaban  desde los Estados Unidos pero también desde las poderosas oligarquías latinoamericanas, desde los grupos empresariales vinculados a las fuerzas conservadoras  europeas, desde los monopolios de la información mainstream.

Es por lo tanto,  respecto al “nuevo curso” que ha tomado el gobierno venezolano hacia  la solidaridad revolucionaria,  que necesito reflexionar con calma y objetividad.

Hace tres años el  presidente Chávez hablaba frente a la Asamblea Nacional en estos términos: “las FARC y el ELN  son fuerzas insurgentes que tienen un proyecto político y bolivariano que aquí es respetado”.

Mientras ahora a la ligera son entregados en las manos del  gobierno colombiano miembros de la guerrilla o periodistas que son paragonados a terroristas como Chávez Abarca,  acusado de ser el principal ejecutor material e intelectual de algunos de los más graves atentados terroristas en Cuba. O internacionalistas vascos como Walter Wendelin son expulsados  del país sin ninguna razón.

Sabemos que este “nuevo curso”  no ha tenido inicio con  lo ocurrido a Joaquín  y espero que no sean verdaderas las declaraciones como la que ha hecho al diario colombiano El Tiempo el ministro de Defensa de Colombia  Rodrigo Rivera, que dice que para destruir las FARC  hay que “cerrar cualquier posibilidad de lo que se llama salida política a esta confrontación” y que eso se logra “por el camino de la cooperación internacional… El caso de Joaquín Pérez es verdaderamente rutilante… La inteligencia de la Policía…logra establecer que viajaría a Venezuela. Y de forma resuelta, sin vacilaciones, el gobierno de Venezuela, en un tema coordinado con el presidente Chávez directamente, nos ha respondido enviándolo a Colombia. Y nos han dicho que frente a cualquier información como esta que les demos, ellos van a responder de la misma manera”.

Me gustaría obtener respuestas  de parte del gobierno venezolano respecto a declaraciones alarmantes  de este tipo. ¿Significa acaso   que en futuro  cada vez que la Colombia pida al Venezuela un militante, un refugiado político, un periodista (tal vez sobre la base  de acusaciones inventadas como las que sacan  de  la computadora de Raúl Reyes), Venezuela procederá de oficio?

Siento la necesidad de  apoyar el proceso revolucionario en Venezuela pero desde una perspectiva más apartada pero no menos solidaria.

Siento que no puedo seguir dando mi aporte a una revista que nació como forma de apoyo internacionalista e intelectual  a un gobierno que se dice revolucionario y socialista pero que no duda en entregar en manos de sus verdugos una potencial víctima.

Además de la posibilidad de ser solidaria a un gobierno a cualquier condición y a cualquier costo, hasta  a precio de la vida  y de la solidaridad de un compañero, siento que tengo la posibilidad y el deber de hacerlo con quienes  luchan desde abajo con tenacidad, a veces con dolor,  pero que no se  doblegan  a  juegos de poder.

La Revolución bolivariana, ese magnífico proyecto político que nos hace esperar en una América latina capaz de salir a cabeza alta con dignidad de las infamias del pasado de las dictaduras y de los crimines contra la humanidad, está hecha no solamente  por el gobierno, sino  también por muchos colectivos, personas y fuerzas políticas que sin vacilación,    siguen luchando  a cabeza alta contra el capitalismo internacional, contra el imperialismo de diferente color y bandera,  contra la prevaricación del mas débil sobre el más fuerte.

Seguiré a sustentar y a defender este proyecto común y la esperanza que representa, desde esta  postura.

“No existen poderes buenos” decía una celebre canción del cantor italiano Fabrizio De Andrè. Tal vez  tenía razón…

 

Annalisa Melandri

www.annalisamelandri.it

Republica Dominicana,

 

 



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