Almeyra: in che mondo viviamo

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In che mondo viviamo?

Uno scritto “apocalittico” di Guillermo Almeyra. L’alternativa non è più “socialismo o barbarie”: dai lager nazisti, dai gulag stalinisti, da Hiroshima e Nagasaki e dai bombardamenti del Vietnam, già viviamo nella barbarie. L’alternativa è ormai tra farla finita con il capitalismo, o assistere a come questo distrugge le basi materiali della nostra civiltà.

di Guillermo Almeyra

I saputelli si sono riuniti come sempre a Davos, anche se ormai nessuno gli dà retta, e neppure loro hanno più fiducia nelle loro ricette, dato che essi stessi sono preoccupati dalla crisi di civiltà e da questa crisi del capitalismo, che è al tempo stesso una crisi ecologica.

Naturalmente non mancano alcuni che, come Cristina Fernández de Kirchner, con estrema disinvoltura propongono di ritornare al capitalismo “di prima”, quello “produttivo”, abbandonando quello speculativo, come se questo non fosse una conseguenza di quello. E ci sono quelli che, come quella stessa signora e i suoi acuti consiglieri, parlano di tornare alla fase anteriore al neoliberismo e alla sfrenata speculazione risultante dal ruolo predominante del capitale finanziario, come se il neoliberismo e la speculazione non fossero la conseguenza della caduta del saggio di profitto che ha portato a chiudere la fase del cosiddetto Stato del Benessere, e a ridurre brutalmente i salari diretti e indiretti dei lavoratori in tutti i paesi, e gli spazi democratici e le vecchie conquiste sociali (come le 8 ore) in tutto il mondo.

Altri, nei governi “progressisti” (Brasile, di nuovo Argentina, Venezuela) pensano che bisogna irrobustire il capitalismo con i sussidi statali alle grandi imprese, per garantire sia i consumi popolari, sia la redditività di quelle, e così pagano pochi col denaro di tutti, senza che aumentino gli investimenti produttivi, perché questi dipendono dalle aspettative dei consumatori e da quelle dei capitalisti sull’ampiezza e sostenibilità del mercato, aspettative che non ci sono. Per questo le imprese intascano il denaro dei contribuenti, ma non investono e, essendo monopolistiche, aumentano i prezzi dei loro prodotti, ma non i salari reali, riducendo così ulteriormente il mercato del consumo e al tempo stesso accrescendo l’inflazione che ugualmente li corrode.

La Cina è sull’orlo di una catastrofe ecologica in tutto il paese perché l’opzione per la crescita economica che ha considerato zero il costo ambientale, porta ora centinaia di milioni di persone a non poter uscire –letteralmente – dalle loro case a causa dell’inquinamento.

A questo si aggiunge la grande ondata di movimenti rivendicativi per i salari, le condizioni di lavoro o contro il dispotismo e la corruzione. Cina e India, d’altra parte, sono stati finora i principali puntelli del capitalismo mondiale e in particolare dell’economia degli Stati Uniti, del Giappone e dell’Unione Europea attraverso l’acquisto di beni e imprese, e con la loro presenza nel mercato finanziario mondiale hanno accelerato brutalmente la circolazione di capitali e il caos speculativo.

Nonostante non appaiano all’orizzonte i becchini di un sistema in crisi strutturale, perché i lavoratori, nel senso più ampio, condividono l’ideologia dei loro sfruttatori e i loro valori edonistici ed egoisti, invece di cercare un’alternativa al sistema, il sistema è ugualmente in una crisi acutissima dal 2008, e non ha ancora superato il peggio.

Le immense distruzioni di esseri umani e di capitali nelle due guerre mondiali e nella crisi del 1929 hanno assicurato al sistema capitalistico solo trenta anni di prosperità e ricostruzione. Cercherà ora di smantellare i beni comuni, di rapinare nuovamente il pianeta, ricolonizzandolo, recuperare con una nuova grande guerra per gli Stati Uniti l’egemonia perduta, per istallare un mondo futuro per un quinto della popolazione mondiale? E lo farà eliminando quelli “in sovrappiù” in un modo o nell’altro, con guerre locali, dittature, carestie, disseminazione di malattie mortali? Non c’è nulla che il capitalismo non possa tentare... se lo si lascia fare e se ha la forza sociale sufficiente. Per questo ci sono adoratori - accademici o no - del sistema, nuovi dottori Pangloss, che dicono che il sistema è sempre riuscito a recuperarsi dalle sue crisi, e tornerà a farlo, perché non c’è un’alternativa.

Ma se la storia fosse una semplice continuazione infinita dei sistemi, l’Europa vivrebbe ancora sotto la pax romana, i maya continuerebbero a dominare mezza America Centrale, e sulle piramidi di Tenochtitlán, a due passi da dove oggi c’è la capitale del Messico, si continurebbero a fare sacrifici umani.

Il crollo del mondo antico e dello Stato romano, della sua cultura, dei suoi rapporti di dominio, fu il risultato di una lunga crisi che è durata più di tre secoli, e che ha minacciato la civiltà, il cui livello più alto fu riconquistato solo 1200 anni dopo con il Rinascimento. Non sta scritto da nessuna parte che il capitalismo sia come Anteo che cadendo a terra recuperava la sua forza.

Perché questa crisi strutturale sta distruggendo le basi di una cultura materiale basata sullo sperpero dell’acqua, degli alimenti, delle risorse naturali di ogni tipo, e sulla produzione massiccia di rifiuti che la Natura non può riciclare. I governi “progressisti” o no, come quelli di Bolivia, Brasile, Ecuador, Argentina, o quelli di Messico, Perù e Cile, fingono di credere che la crescita si può ottenere con la spoliazione delle terre arabili trasformate in monocultura, con la rapina dell’acqua e della terra a beneficio della grande industria mineraria e dell’estrattivismo neosviluppista, ma questa crescita dei profitti è nemica dello sviluppo e dei beni comuni.

Per questo, o si smette con la produzione per il profitto, producendo in modo diverso, fabbricando altri prodotti, concepiti in modo diverso e per altre necessità, o finiscono per sparire i boschi, i mari, l’acqua, l’aria pura, l’equilibrio del pianeta... e la specie umana, ridotta a piccoli gruppi, ritornerebbe allo stato di natura oppure, ridotta a circa un terzo dei suo attuali componenti, vivrebbe sotto una dittatura tecnocratico-fascista come quella dipinta da Jack London nel suo Il tallone di ferro. Suona apocalittico, ma intere civiltà e grandi culture hanno vissuto in passato simili apocalissi.

L’alternativa non è più “socialismo o barbarie”: dai lager nazisti, dai gulag stalinisti, da Hiroshima e Nagasaki e dai bombardamenti del Vietnam, già viviamo nella barbarie. L’alternativa è ormai tra farla finita con il capitalismo, o assistere a come questo distrugge le basi materiali della nostra civiltà.

(trad. a.m. 1/2/13)



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