Oscar Espinosa Chepe

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Morto a Madrid Oscar Espinosa Chepe

Oscar Espinosa Chepe era la smentita vivente dell’accusa, rivolta in blocco a tutti i dissidenti cubani, di essere al servizio degli Stati Uniti.

Liberato dal carcere in occasione del suo sessantaquattresimo compleanno nel 2004, con la formula “libertà condizionata medica” dovuta alla sua cattiva condizione di salute, si era aggravato gradatamente per una malattia cronica del fegato, che avrebbe potuto curare in Spagna. Tuttavia ancora nel 2010 non aveva ottenuto dal governo la garanzia di poter tornare in patria, e aveva preferito restare a Cuba con cure inadeguate, per non rischiare di rimanere in esilio tutta la vita.

Solo ultimamente, in marzo, aveva avuto la garanzia di poter tornare, anche grazie a un intervento del cardinale Jaime Ortega, ma era ormai tardi per intervenire sulla malattia. È morto a 73 anni.

Espinosa Chepe era ormai rispettato per la sua cultura ma anche per la moderazione, anche dai sostenitori del regime. Oscar Espinosa Chepe criticava sistematicamente le riforme di Raúl Castro come troppo deboli e mal realizzate, e quindi incapaci di avere un impatto significativo nell’economia paralizzata dell’isola. “Le riforme non hanno avuto esito, e il risultato è una grande stagnazione nella società”, aveva detto e al tempo stesso criticava gli Stati Uniti per l’embargo, le restrizioni ai viaggi e alle rimesse verso l’isola, come criticava gli esiliati cubani che appoggiavano quelle misure, dicendo che servivano solo a mantenere i Castro al potere. 

 

Di Oscar Espinosa Chepe avevo segnalato sul sito articoli e commenti in vari testi, come Cuba: prima conferenza PCC , L'economia di Cuba , Cuba in movimento, e avevo inserito anche il suo libro Cambios en Cuba: pocos, limitados y tardios, Cambios en Cuba, che commentava il Progetto di Lineamenti per il VI Congresso del PCC, formulando varie proposte ricavate da un’attenta osservazione della realtà cubana, ed esprimendo posizioni tutt’altro che controrivoluzionarie. Casomai le sue critiche alle proposte di Raúl Castro approvate dal recente congresso mi sono sembrate estremamente moderate, dato che accettavano ad esempio la logica dell’apertura graduale al lavoro salariato che altri intellettuali marxisti critici come Pedro Campos respingevano net tamente. Ma Espinosa Chepe aveva cominciato la sua battaglia al momento della insensata “offensiva rivoluzionaria” del 1968, ed evidentemente ne era stato segnato… 

 

 

Quando Raúl Castro, a 81 anni, designò in febbraio Miguel Díaz Canel, di 52, come suo successore, e tutti i commentatori miopi esaltarono la scelta di un giovane, Espinosa Chepe disse che il problema di Cuba “non è che non si designano persone giovani. Il vero problema è scegliere persone con una mente aperta che possano riparare un sistema in decadenza”.

La sua “colpa”, che lo ha fatto incarcerare nel 2003 insieme ad altri 74 “dissidenti” di vario orientamento, di cui alcuni (pochi, in realtà) veramente legati agli Stati Uniti, era proprio quella di cercare di affrontare “con mente aperta” i problemi dell’isola. Le sue proposte non erano distruttive, ma avevano anzi anticipato le riforme decise in ritardo e con esitazioni dal governo. D’altra parte la sua storia era tutta interna alla rivoluzione cubana.

Oscar Espinosa Chepe era nato nel 1940 a Cienfuegos, che allora faceva parte della provincia di Villa Clara, e aveva militato nella Juventud Socialista (l’organizzazione giovanile del PSP, il partito comunista filosovietico di Cuba) della regione di Cienfuegos, entrando poi nel 1961 nella nuova organizzazione unitaria Asociación de Jovenes Rebeldes, AJP) voluta da Che Guevara, di cui egli fu responsabile provinciale e membro del Comitato Nazionale. Non è entrato poi in nessuna organizzazione politica (cioè nelle ORI e poi nel PCC). È stato capo dipartimento all’INRA (Instituto Nacional de Reforma Agraria) tra il 1961 e il 1963, e nei due anni successivi allo JuCePlan (Junta Central de Planificación).

Dal marzo 1965 al gennaio 1968 ha lavorato nell’Ufficio del primo ministro Fidel Castro occupandosi del settore allevamento, ma nel gennaio 1968 il suo dissenso rispetto alle misure economiche decise dal governo (la cosiddetta “Offensiva rivoluzionaria”, che nazionalizzò tutte le attività economiche, fino alle forme più microscopiche di commercio al minuto, con effetti catastrofici) provocò la sua prima condanna: fu spedito a raccogliere guano di pipistrelli nelle caverne e altri lavori analoghi, fino al settembre 1969.

Tra il 1970 e il 1984 viene “recuperato” e assume l’incarico di Capo del Dipartimento che curava le relazioni economiche e scientifiche con Ungheria, Cecoslovacchia e Jugoslavia nel Comité Estatal de Colaboración Económica, e nel 1984 diventa Consigliere economico nell’ambasciata cubana a Belgrado, dove rimane fino al 1987. Anche la sua compagna Miriam Leiva, era a Belgrado come diplomatica.

Viene rimosso dall’incarico nell’estate di quell’anno per aver espresso l’opinione che in URSS fossero necessari cambi economici. Tra l’altro quello che diceva Oscar Espinosa Chepe era nell’aria da un anno, come si poteva intuire dalla campagna di Rectificación de errores, esarà implicito pochi mesi dopo nel discorso di Fidel per il ventennale della morte di Guevara, l’8 ottobre 1987, ma forse i suoi ottusi repressori non se ne erano accorti.

Intanto gli si vieta di lavorare ancora nel settore delle relazioni estere, e viene trasferito come specialista al Banco Nacional de Cuba con responsabilità nel commercio interno. Vi rimane fino al 1992, quando in un’assemblea politica del Banco viene accusato di essere un soggetto controrivoluzionario. Per qualche tempo lo passano a una piccola filiale di una Cassa di risparmio, e poi viene direttamente licenziato (una trafila classica dello stalinismo). Lavora da allora come economista e giornalista indipendente, che non trova però nessuna ospitalità sulla stampa del suo paese: fino al suo arresto nel marzo 2003, con gli altri 74 “controrivoluzionari”; i suoi lavori non sono più pubblicati a Cuba, ma solo nel resto del mondo, in vari giornali e riviste. Un’aggravante, a prescindere da quel che scriveva. Condannato a venti anni di prigione per “attività contro l’integrità e la sovranità dello Stato”, in un processo a porte chiuse durato un solo giorno per tutti i 75, viene liberato dopo un anno con una procedura “extrapenale” (cioè con la sospensione della pena, che poteva riprendere in qualsiasi momento) per gravi ragioni di salute e in seguito a una forte campagna internazionale, soprattutto di economisti che apprezzavano il suo rigore scientifico. Dopo la condanna era stato inviato in un carcere all’estremità orientale dell’isola, per rendere più difficili e costose le visite delle famiglie. In quella fase la moglie Miriam Leiva diventa una delle organizzatrici delle Damas de Blanco che organizzano mogli e figlie dei prigionieri politici, e si battono per i loro diritti e la loro liberazione.

La sua morte rappresenta una perdita dolorosa per Cuba, che avrebbe avuto e ha bisogno di utilizzare tutte le grandi risorse intellettuali prodotte dalla rivoluzione, e che invece continua a selezionare i suoi dirigenti in base al conformismo e alla capacità di ripetere vuote frasi fatte.

Se l’assimilazione strutturale di Cuba al blocco sovietico non è mai stata totale, e questo ha permesso a Fidel Castro il suo sganciamento in extremis dopo un quindicennio in cui si esaltava una nullità come Leonid Breznev come grande marxista-leninista, sul piano ideologico l’adattamento è stato fortissimo, e i suoi effetti si sentono ancora.

Il risultato è che per trovare una tribuna relativamente libera a Cuba bisogna leggere “Espacio laical”, la pubblicazione dell’arcivescovato, unica pubblicazione non rigidamente controllata dal Dipartimento Ideologico del Comitato Centrale del partito, organismo ereditato dallo zdanovismo. Data la scarsissima penetrazione di Internet, le uniche fonti di informazione per il cubano medio sono la televisione di Stato e da poco, per gentile concessione, il canale Telesur voluto dal governo venezuelano insieme agli altri governi progressisti dell’ALBA, un canale destinato a tutta l’America Latina, e per giunta largamente basato sul lavoro di giornalisti cubani, ma che solo quest’anno è stato offerto ai cubani, dopo anni di inspiegabile attesa.

“Espacio Laical” aveva dato, tra l’altro, ospitalità a Oscar Espinosa Chepe, pubblicando vari suoi scritti, ed è stato utile. Ma non si può dimenticare che la chiesa cattolica sta giocando un ruolo ambiguo, che viene sottovalutato da una parte degli intellettuali e dei militanti critici, che si accontentano di ricevere una relativa protezione. Solo pochi temono che il risultato finale possa essere un accordo tra due burocrazie scarsamente libertarie. Eppure è un timore fondato.

Sintomatico che quando parla in proprio, il portavoce laico di “Espacio Laical”, Lenier González Mederos, si rivolge alle Forze Armate, che presenta come l’unica istituzione oltre alla chiesa cattolica che continuerà “incolume” per altri “duecento anni”, e le invita di fatto a entrare in un patto politico, sostenendo che “le Forze Armate, come la Chiesa Cattolica, hanno la responsabilità patriottica e morale di vegliare e favorire il migliore dei futuri possibili per Cuba”. Cuba è condannata a restare sotto eterna tutela?[i]



[i] Lenier González Mederos, "Las Fuerzas Armadas y el Futuro de Cuba," Espacio Laical, Suplemento Digital No. 224/Marzo 2013. https://blu162.mail.live.com/default.aspx?id=64855



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