Aleksandr Dugin, l’eminenza grigia del Cremlino?

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di Emanuele Quarta, EaST Journal

Da qualche tempo si parla sempre più spesso di Aleksandr Dugin come del nuovo ideologo del Cremlino. Ma sono davvero le sue idee a guidare i passi di Vladimir Putin?

Nel 1997, in Russia, si pubblica un libro intitolato Osnovy Geopolitiki (Fondamenti di Geopolitica) in cui, oltre a recensire le principali teorie in materia degli ultimi due secoli, l’autore illustra le sue idee sul futuro geopolitico della Russia post-sovietica. Il manuale porta la firma di Aleksandr Dugin, all’epoca un esponente di spicco della destra radicale. Attinge a pensatori come Schmitt e Haushofer e alla lunga tradizione del pensiero eurasiatista russo e il risultato è una sorta di neo-imperialismo marcatamente anti-occidentale, che riconosce alla Russia un ruolo messianico nella costruzione di un blocco continentale eurasiatico. “Da Lisbona a Vladivostok”, l’Unione Eurasiatica permetterà, secondo Dugin, di sancire la fine del monopolio ideologico e militare del binomio Stati Uniti-NATO e, di conseguenza, l’avvento di un mondo multipolare.

Il nome di Aleksandr Dugin gode oggi di una particolare considerazione, soprattutto dopo lo scoppio della crisi di Crimea e i successivi sviluppi, più recenti, nel Donbass. I media occidentali hanno incominciato a interessarsi alla figura e al pensiero del padre del neo-eurasiatismo, da molti considerato l’eminenza grigia della politica estera di Vladimir Putin. Il giudizio sembra unanime: Dugin è un nazifascista, un guerrafondaio, è il “Rasputin di Putin”, come titola un articolo de Le Nouvel Observateur. Tutto ciò è vero, o potrebbe esserlo, ma è un’approssimazione che non rende giustizia a una figura ben più complessa.

L’immagine di Dugin come l’equivalente contemporaneo del consigliere dei Romanov è certamente affascinante e ciò, in larga misura, deriva dalla peculiarità delle sue idee. In fondo, come egli stesso affermò in occasione dell’assemblea costituente del Movimento Eurasia (successivamente divenuto un partito politico e un'ONG):

Il nostro obiettivo non è raggiungere il potere e nemmeno lottare per il potere, ma lottare per influenzarlo.

È riuscito nel suo intento? Il neo-eurasiatismo, con la sua retorica antiliberalista e antioccidentale, può davvero affermarsi come la nuova ideologia nazionale russa? È difficile immaginare che il presidente della Federazione Russa sia un proselito della dottrina formulata da Dugin. È più probabile, invece, che le sue idee siano semplicemente funzionali – per dei fattori contingenti – al regime di Vladimir Putin.

Diversi elementi, in effetti, potrebbero spingere a pensare all’esistenza di una relazione diretta tra l’ideologo del movimento eurasiatista e Putin. Già nel 1997, l'Ucraina rappresenta – agli occhi di Dugin – un problema cruciale per il futuro geopolitico della Russia. Ne parla così:

Uno stato ucraino non ha alcun significato geopolitico. Non ha alcuna rilevanza culturale, specificità etnica o peculiarità geografica.

L'esistenza dell'Ucraina sarebbe spiegabile, dice, solo come parte di un cordon sanitaire, strumento storicamente in mano all’Occidente per impedire la nascita di un'alleanza eurasiatica, e dunque inaccettabile. Vale la pena ricordare che, sin dall’inizio della crisi nel Donbass, Dugin ha pubblicamente appoggiato le forze filorusse guidate - almeno sino ad agosto - dal colonnello russo Igor Strelkov. Nel corso degli ultimi anni, inoltre, Dugin è stato vicino a diversi esponenti del partito di Putin, Russia Unita, come Ivan Demidov (nel 2008 a capo della sezione ideologica del partito), o il presidente della Duma di Stato Sergey Naryshkin, di cui è consigliere. Ha anche ricoperto alcuni incarichi di prestigio, come quello di direttore del dipartimento di Sociologia dell'Università Statale di Mosca, salvo abbandonarlo, non senza polemiche, di recente.

Le coincidenze non mancano, ma ciò che emerge da questi elementi è che Dugin, oggi, sia un personaggio che gode della stima e dell'ascolto di una cerchia di politici vicini al presidente russo. Questo, però, non equivale a riconoscergli il ruolo di nuovo ideologo del Cremlino. In primo luogo, Putin ha sempre enfatizzato il suo approccio pragmatista - scevro da qualsiasi ideologia - alla politica estera. Il modo in cui ha gestito la crisi di Crimea gli ha permesso, come dimostrano i sondaggi, di aumentare il consenso dell'opinione pubblica all'operato del governo. Concetti come l'antioccidentalismo e l'ostilità alla democrazia liberale, inoltre, non sono esclusivi della retorica di Dugin. Come nota Anton Shekhovtsov, autore di diversi articoli sull'argomento, certi elementi ideologici esistono in Russia da oltre un secolo.

Dugin, dunque, apparterrebbe a quella schiera d'intellettuali d'estrema destra che Putin foraggia per legittimare il proprio regime. Ciò non significa ridurre la figura di Dugin a semplice comparsa sullo scenario politico della Russia contemporanea. Lo abbiamo visto: si tratta di una personalità di spicco, pericolosamente vicina alle alte cerchie politico-militari del paese. Sottovalutare l'influenza esercitata dalle frange più radicali del nazionalismo russo sarebbe un errore. Ma sarebbe un errore, d'altro canto, ingigantirla.

 



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