Le sconfitte e la resistenza

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di Guillermo Almeyra

Per cercare di fare un bilancio del 2014 e analizzare quello che potrebbe offrirci quest’anno che comincia, bisogna prima di tutto eliminare la nozione popolare di una rottura tra il “vecchio” e il “nuovo” (che altro non è che il protrarsi del processo nel tempo), e la tendenza, molto più pericolosa, a studiare il conflitto tra gli Stati e il comportamento dei paesi come se realmente i lavoratori e i poveri si identificassero totalmente con quelli che li sfruttano e dominano, e i capitalisti di un paese dipendente si scontrassero con quelli del paese egemonico, mentre in realtà sono integrati nello stesso capitale finanziario globale, e le loro contraddizioni, per quanto grandi possano essere, sono secondarie.

Gli analisti integrati ci parlano di Russia, Cina, Messico, Argentina o Brasile come se fossero unità omogenee, definiscono imperialismo solo gli Stati Uniti e le vecchie potenze coloniali e studiano i risultati economici come se si trattasse di un balletto di cifre e non di uno spostamento della ricchezza e del potere dai produttori verso diversi gruppi di capitalisti.

Ci dicono ad esempio che il PIL del Brasile che nel 2013 era cresciuto del 7,5% ha avuto nel 2014 una crescita zero, e che l’economia russa è precipitata insieme al prezzo del petrolio, ma non dicono chi ha guadagnato e chi ha perso: i capitalisti nazionali, lì dove questi potevano essere davvero presenti? o le multinazionali? i salari reali dei lavoratori occupati? la massa dei lavoratori e dei poveri senza entrate fisse? o i contadini?

Perché il disastro per i salariati, i poveri e gli oppressi in realtà è stato una manna per il grande capitale che ha ricostruito il suo tasso di interesse aumentando il tasso di sfruttamento.

Inoltre questi analisti capitalisti fanno come i gatti e ricoprono in fretta la merda analitica che hanno prodotto, spinti dall’accettazione della logica del sistema e dall’ignoranza del fatto che questo funziona come un tutto unico. Per questo neppure si ricordano di tutte le loro elucubrazioni sulla crescita del gruppo dei BRICS e sulla possibilità che questo arginasse gli Stati Uniti in crisi, nel momento in cui invece Brasile, Russia e anche la Cina affrontano gravi difficoltà, mentre l’economia degli Stati Uniti, in cambio, cresce di un 5% e si rianima alla grande utilizzando le eccedenze petrolifere per colpire i suoi concorrenti, affondare il Venezuela (e con esso Cuba) e controllare il mercato energetico mondiale.

Naturalmente gli Stati hanno attriti, controversie, frizioni, nella misura in cui continuano ad esistere gruppi capitalisti interessati a controllare le risorse naturali e produttive di un dato territorio. Ma le multinazionali e il capitale finanziario si identificano sempre meno con il “loro” Stato (di cui hanno bisogno soprattutto per imporre leggi repressive, o che li favoriscano e per reprimere), e migrano da dove non gli conviene più stare, per investire dove ottengono maggiori profitti. E quindi quando l’economia statunitense si rianima, i capitali che speculavano con le alte rendite nei paesi impropriamente detti emergenti, tornano dove sono nati (portandosi dietro, illegalmente, miliardi di dollari).

Nell’economia, come nella società, il fattore decisivo è la capacità di resistenza dei lavoratori e il loro livello di coscienza dello sfruttamento e dell’oppressione a cui sono sottoposti. Il limite alla caduta del livello di vita e dei diritti lo stabilisce la capacità di lotta dei popoli. Il capitale non ha limiti morali.

Se i bambini vengono venduti per sezionarli, e le donne si vendono come animali, o vengono uccise, se è ritornata la schiavitù in mezzo mondo come dice perfino il papa, e se le leggi che dovrebbero proteggere le e i lavoratrici/ori non si applicano, è perché non c’è un livello di coscienza e di unità degli oppressi che porti all’organizzazione e alla lotta massiccia per un’alternativa di governo e di sistema che imponga l’ordine delle maggioranze.

Il capitalismo governa e sfrutta mediante la contrapposizione di regionalismi, di nazionalismi, di conflitti religiosi, del razzismo, della sua ideologia. Israele potrebbe continuare ad assassinare palestinesi applicando l’apartheid se la maggioranza dei suoi abitanti non fossero razzisti e non credessero di far parte di un popolo eletto da Dio? E gli Stati Uniti resisterebbero se la maggioranza non accettasse l’identificazione tra Dio e il dollaro, e non credesse che il mondo e la sua società sono opera divina?

Le conquiste di civiltà nel secondo dopoguerra furono il risultato della paura che il capitalismo aveva del movimento operaio e del comunismo (non tanto dell’Unione Sovietica e dello stalinismo, dato che a Yalta e a Potsdam questi avevano dato sufficienti garanzie del loro carattere di frenatori mondiali delle rivoluzioni). Il crollo  dell’URSS alla fine degli anni Ottanta fu possibile perché la burocrazia e il suo partito condividevano i valori capitalistici e, soprattutto, per la tremenda sconfitta inflitta prima ai lavoratori dei paesi industrializzati combinando la disoccupazione, lo spostamento della produzione verso paesi in cui non c’erano sindacati e la manodopera era abbondante e molto economica. L’infame crollo dell’URSS e la trasformazione del suo territorio e dell’immensa Cina in una riserva di caccia del capitalismo disorganizzò ulteriormente i lavoratori e li schiacciò moralmente.

Se lo stalinismo controrivoluzionario salvò il capitalismo nel 1946, lo stalinismo in Cina permise negli anni Novanta la ripresa degli Stati Uniti, rinforzando il dollaro e il tasso di profitto delle multinazionali.

Questo fatto – e la distruzione dei sindacati e la virtuale sparizione di una sinistra anticapitalista locale – è il segreto del recupero del tasso di profitto e del freno alla caduta dell’egemonia statunitense. Dall’inizio degli Ottanta abbiamo sofferto sconfitta dopo sconfitta. Questa è la chiave per capire il mondo attuale. Ma ci sono segni e presagi positivi e motivi di speranza. Ne parleremo presto.



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