Contraddizioni del Venezuela - 1

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Breve messa a punto sull’attuale situazione venezuelana*

Fabrice Andréani, Mila Ivanovic, Thomas Posado

 

Dopo una pausa dovuta a diverse ragioni “tecniche” l’attività del sito riprende normalmente con una serie di articoli sul Venezuela, punto chiave della situazione in America Latina, che verranno inseriti nei prossimi giorni. Questo, rigoroso e documentato, espone chiaramente i molti punti controversi del conflitto in corso. È apparso sul sito Europe Solidaire Sans Frontières. (a.m.20/4/14)

 

Dopo l’apparente successo del chavismo alle elezioni amministrative del 9 dicembre, ritorna in primo piano la guerra politica intermittente che ha tratteggiato quest’ultimo quindicennio di “Rivoluzione bolivariana” , questa stessa conseguenza, a propria volta, di un decennio di guerra sociale: decine di migliaia di manifestanti e di sobillatori reclamano da mesi l’“uscita” [termine usato dall’opposizione per “destituzione”] del presidente Nicolás Maduro. La marcia di Caracas del 23 gennaio, insieme alle mobilitazioni studentesche “contro l’insicurezza” iniziate a San Cristóbal e alcuni appelli a “incendiare la strada” lanciati dalla frangia più reazionaria dell’opposizione il 23 gennaio (data simbolica della nascita della democrazia nel 1958),[1] ha inaugurato un ciclo di assassinii e di rappresaglie sfociato nell’arresto di uno dei leader e di due sindaci della coalizione d’opposizione (MUD),[2] oltre all’occupazione militare di due regioni al confine con la Colombia.

Che cosa c’è dietro gli stereotipi incrociati di un’opposizione “fascista” alle prese con un potere statale “castro-comunista”? Chi sono i manifestanti? Che cosa fa il governo? Sullo sfondo di crisi economica e di violenze politiche e sociali, che sembrano appagare cronisti ansiosi di affossare un’ennesima “rivoluzione mancata”, e mentre si va profilando la mediazione internazionale (con l’UNASUR e il Vaticano), ecco di seguito un panorama della situazione, in tre tempi, in contrappunto ai principali luoghi comuni che circolano dall’una e dall’altra parte.

 

“Si trama un colpo di Stato”, versus “Il chavismo assassina pacifici manifestanti”

 

L’opposizione venezuelana è eterogenea e divisa sulla strategia da seguire, in presenza di un movimento disperso e centrifugo. Per un verso, i dirigenti del partito Volontà Popolare di Leopoldo López, la deputata di Caracas María Corina Machado e il sindaco della capitale, Antonio Ledezma, sono diventati le figure politiche delle proteste più presenti nei media, invocando seccamente “l’uscita” di Maduro. Dall’altra, il candidato unico della MUD alle presidenziali dell’ottobre 1012 e aprile 2013, Henrique Capriles Radonsky, ha ritenuto invece che pensare che Maduro potesse lasciare la presidenza sotto la semplice pressione del manifestanti costituisse “un grosso errore” e qualunque cambiamento istituzionale dovesse passare per via elettorale. Ma la Costituzione imporrebbe di aspettare il 2016 per un eventuale referendum revocatorio, nell’ipotesi in cui l’opposizione raccogliesse le firme di un quinto degli elettori iscritti nelle liste.

Restando latente la tentazione dello scontro, le velleità insurrezionali di questa opposizione non vanno minimizzate, ma valutate correttamente. La violenza delle azioni di strada – le guarimbas, barricate in quartieri essenzialmente residenziali e agiati, retti da sindaci d’opposizione - condotte sia ai margini, sia in luogo e per conto delle manifestazioni, riecheggia chiaramente le posizioni bellicose dei “falchi”, negli Stati Uniti o in Colombia (attorno all’ex presidente Álvaro Uribe). Pur dissociandosi, Capriles, indebolito dalla sconfitta della MUD alle comunali, ha però anche respinto l’invito alla Conferenza per la Pace, convocata da Maduro per arrestare la spirale di violenza, e pretende la liberazione incondizionata dei suoi omologhi, ma anche quella di Iván Simonovic, ex commissario implicato nel colpo di Stato (abortito) contro Chávez dell’aprile del 2002.[3]

Il governo sfrutta questa ambiguità per definire “fascista” l’opposizione che si presta al gioco della destabilizzazione e del “colpo di Stato continuo”, assumendosi appieno la responsabilità della carcerazione di López, la destituzione della Machado dai suoi incarichi parlamentari, o la detenzione di un centinaio di manifestanti-rivoltosi. Ora, i rischi di putsch si padroneggiano meglio dopo il 2002, grazie all’epurazione dell’esercito dagli elementi potenzialmente sediziosi (d’opposizione, almeno) e la ripresa del controllo della società petrolifera PDVSA, in seguito a uno sciopero che univa proprietari privati e quadri, nel dicembre 2002 e nel febbraio dell’anno successivo.[4] Il chavismo non è più la cittadella assediata da ogni parte, ma una corrente politica forte e strutturata intorno al Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), che non esita a modificare le leggi elettorali per garantire nette maggioranze parlamentari e compensare l’erosione della propria popolarità. Se resta intatta la libertà d’espressione, come dimostrano quotidiani quali El Nacional e El Universal, in compenso il governo dispone di potenti strumenti mediatici, con nuovi canali televisivi, come Tves (in sostituzione della privata RCTV che trasmette via cavo[5]) o Telesur (internazionale) e di giornali gratuiti, come Ciudad Caracas. Lo stesso magnate della stampa, Gustavo Cisneros, ha riequilibrato negli ultimi anni la linea del suo canale Venevision.

Al tempo stesso, si tratta di uno Stato fragile, in cui le polizie sono decentrate, sfuggendo alcune al controllo del governo federale: le riforme dei corpi repressivi sono state tardive e i tassi di omicidi e d’impunità sono ancora da record. Fra i 39 assassinati di recente (ad oggi) si contano 31 civili (chavisti e d’opposizione, a parti quasi uguali) e 8 militari, poliziotti o funzionari. Alcuni sono de facto imputabili ai corpi di sicurezza, altri ai manifestanti, altri ancora a probabili gruppi chavisti armati. L’amministrazione in un primo momento ha declinato qualsiasi responsabilità, prima che un reportage del giornale Últimas Noticias (abbastanza favorevole a Maduro) rivelasse l’implicazione di membri dei servizi d’informazione (il SEBIN) e venissero arrestati una ventina di funzionari.

Resta il fatto che, fino al 2005, sembrava che il governo bolivariano avesse rotto definitivamente con la politica di repressione sistematica delle manifestazioni pacifiche seguita dai suoi predecessori (appena l’1% contro al 20% in media rispetto al 1989-1999); quest’acquisizione però non ha retto successivamente, di fronte alla recrudescenza delle mobilitazioni (di ogni genere), pur restando ben al di qua delle violenze della IV Repubblica. Gli avvenimenti sopraggiunti a partire dal 12 febbraio screditano abbastanza l’idea di un incontestabile punto di rottura, in fatto di polizia, tra i governi di ispirazione neoliberista e quelli espressi dalla “Rivoluzione”.

 

“È la borghesia a creare la penuria per screditarci”, versus “Manca la carta igienica”

 

Paese mono-esportatore di petrolio – fornitore degli USA e principale riserva mondiale – il Venezuela bolivariano ha conosciuto un’accumulazione di dollari senza precedenti, essendo i costi al barile decuplicati tra l’elezione e la morte di Chávez.[6]Per il Comandante, eletto e poi sostenuto al momento del colpo di Stato del 2002 dal movimento popolare erede delle rivolte della fame (e anti-FMI) del Caracazo (1989, oltre 2000 morti), era diventato un punto d’onore realizzare gli “obiettivi del millennio” del PNUD [il Programma dell’Onu per lo Sviluppo]. Una volta sottoposta a tutela la Banca Centrale e adottato il controllo dei cambi – contro la fuga di capitali al momento del blocco economico da parte dell’opposizione (inizio 2003) – PDVSA ha finanziato una trentina di misiones - sanità e istruzione (cubane); alimentazione, alloggio, ecc. – al centro dei barrios (i quartieri popolari auto costruiti) vittime dello sfascio dei servizi pubblici e dei successivi aggiustamenti strutturali (in seguito alla caduta dei corsi del greggio dopo il 1983). Si è dimezzata la povertà (30%), è triplicato il numero di coloro che godevano di una pensione di vecchiaia o di invalidità, sono stati quasi eliminati denutrizione e analfabetismo, il tasso di scolarizzazione portato è stato portato oltre il 70% (dalla materna all’università) ed è stato sensibilmente ridotto il gap tecnologico (Internet).

Il paese, tuttavia, urbanizzato al 90%, è pur sempre soggetto a interruzioni dell’acqua e dell’energia elettrica,[7]come pure a penurie che hanno riguardato a gennaio un terzo delle merci – beni di prima necessità (alimenti, medicinali, carta), attrezzature (domestiche e industriali) e materie prime (al di fuori degli idrocarburi). Importato per quasi i due terzi, insieme ad altre derrate alimentari basilari,[8]un litro di latte è più caro della Coca Cola e a fortiori della benzina (sovvenzionata e pressoché gratuita). Con un’inflazione cumulativa del 56% per il 2013 (la più alta del mondo), riempire la borsa della spesa a prezzi ragionevoli – regolati nel negozi privati e sovvenzionati in quelli pubblici – può voler dire farsi il giro di diversi punti vendita per distanze di chilometri.[9]

Di fatto, al pari dei suoi predecessori, Chávez non è riuscito a “seminare” stabilmente i petrodollari “di tutti i venezuelani”. Gli espropri di terre di latifondisti e/o in abbandono, il sovvenzionamento di centinaia di migliaia di cooperative (sul modello delle micro-imprese) e le nazionalizzazioni a cascata (lautamente indennizzate) non hanno ridotto la dipendenza dalle importazioni. Al contrario di un terziario florido (banche, telecomunicazioni, trasporti, grande distribuzione), l’agricoltura, il settore metallurgico, quello del cemento, della carta non funzionano a pieno ritmo – e tendono a scioperi ricorrenti, essendo ampiamente precari i contratti collettivi. Per quanto riguarda gli idrocarburi, malgrado un’ingegneria giuridica che concilia proprietà pubblica dei [prodotti dei] sottosuoli e partecipazione delle multinazionali fino al 49% - più tassate ma più numerose (occidentali, cinesi, russe, brasiliane…)[10]– la produzione ristagna, proprio nel momento in cui il petrolio arriva a totalizzare il 95% delle esportazioni (contro il 75% nel 1998) e circa un terzo è fornito sottocosto – a prezzi solidali nella regione (in particolare nel quadro dell’ALBA-TCP) e in natura alla Cina (a titolo del debito). Infine, diverse miniere d’oro e di carbone, svendute all’“imperialismo” o a belligeranti colombiani (paramilitari o FARC), in violazione dei diritti delle popolazioni indigene, sfuggono notoriamente a ogni controllo fiscale.[11]

Benché boicottata dall’opposizione, la Conferenza per la Pace ha riunito proprietari sia favorevoli sia ostili a Maduro – Abad (Federindustria, piccole e medie aziende) e Cudemus (Federazione Venezuelana Porcina), ma anche Mendoza (Polar, agro-alimentare) e Roig (Fedecámaras, la Confindustria venezuelana). Trovando arrangiamenti con la legislazione bolivariana,[12]il padronato ha ottenuto l’ennesima regolazione del controllo dei prezzi – al rialzo – come pure dei cambi, vale a dire la quarta svalutazione in 4 anni, con un inquadramento statale più spinto dell’accesso privato alle divise. Si tratta di tenere a bada lo scarto tra tassi ufficiali (sopravvalutati) e ufficiosi (sottovalutati) del bolivar,[13]fonte di sovrapprofitti colossali per la borghesia importatrice (vecchia e nuova), in un contesto in cui la fuga di capitali attraverso le multinazionali e le imprese parastatali di importazioni (fittizie) si è accentuata dalla fine del 2008 – laddove lo Stato aveva recuperato i mancati pagamenti dei petrolieri stranieri e rafforzato l’imposta sui redditi nei primi anni della “Rivoluzione”. Ora, questi dollari sovvenzionati hanno tra l’altro garantito ai ceti medi e popolari integrazioni di reddito non indifferenti, grazie alla loro rivendita (illegale ma largamente tollerata) sul “mercato nero”che si tiene per strada, mentre attualmente la loro capacità di risparmio è quasi nulla.[14]

 

“Si tratta solo di piccolo-borghesi” versus “Il popolo si leva contro il governo”

 

“La” classe media è presentata come la principale protagonista di questa crisi politica. Se tutto parte da una mobilitazione di studenti alle prese con la mancanza di sbocchi e l’insicurezza, i problemi di approvvigionamento, l’inflazione e la svalutazione dei salari sono riusciti ad alimentare l’intransigenza di coloro che si sono mobilitati – nelle ultime settimane. Se ad esempio, mentre una larga parte di venezuelani respinge la formula insurrezionale – dai costi troppo alti e dai risultati controproducenti abbinando delinquenza e protesta – la guarimba è diventata per varie settimane il punto di convergenza di ogni sorta di oppositori, che non credono in un’alternativa – adolescenti “poveracci”, studenti “senza futuro”, o privilegiati inclini al razzismo sociale.[15]Il movimento non si richiama alla destra o alla sinistra, è difensivo e reazionario (nel senso letterale del termine): raramente è questione di bisogni sociali (aumento dei salari, accesso ai servizi pubblici) o politici (“un altro mondo è possibile”), ma dell’unico sbocco possibile: le dimissioni del governo a meno di un anno dall’elezione del Presidente. Il che ci riporta invariabilmente al carattere provvidenziale delle rappresentazioni predominanti nei confronti dello Stato o della politica, attualizzata nella gara all’accesso alla rendita petrolifera: tutto si risolverebbe nello e tramite lo Stato d’emergenza, quali che siano le risorse istituzionali disponibili. Qui, lo spirito della “rendita” non è tanto una disposizione che strutturi la cultura politica quanto un modo di concepire le categorie di dominazione, in una società frammentata e stretta tra il martello dello “sviluppo” e l’incudine dell’“emancipazione”. Così, se la propaganda anti-cubana instillata da lunga data dall’opposizione è diventata il principio attivo di una cosiddetta insurrezione “politica”, è perché essa dà ragione a un sentimento diffuso di una sovranità confiscata e di una democrazia allo sbando.[16]

Ora, benché innegabilmente debilitata, “la” classe media è lungi dall’essere politicamente uniforme. La dimensione classista del progetto chavista, dando vita all’espansione del campo delle possibilità delle classi popolari, ha anche prodotto una nuova classe media, con opportunità oggi limitate dallo strangolamento economico. Precarizzate, queste basi intermedie del chavismo – piccoli e medi funzionari, contrattisti, insegnanti, lavoratori, mestieri della cultura e della conoscenza – hanno costituito anch’esse oggetto di scarsa attenzione da parte del governo in questi ultimi dieci anni, al contrario delle classi più vulnerabili.

Peraltro, i luoghi comuni secondo cui i barrios, brodo di coltura “naturale” del chavismo, sarebbero sottomessi a una lealtà imposta, perché imbavagliati da gruppi armati che i media chiamano collettivi – dal nome di certe organizzazioni di emblematici quartieri della capitale – cede a fantasmi largamente infondati. In Venezuela coabitano una violenza armata e interpersonale permanente e una cultura poliziesca plasmata da un secolo di espansione petrolifera e di cambiamenti a marce forzate dei modi di produzione, in uno Stato a lungo percepito come bottino di guerra per leader locali (cacicchi o caudillos). Alcuni collettivi sono certamente armati, ma gli altri civili di ogni risma lo sono altrettanto. La debole penetrazione dell’opposizione in quei quartieri è, quanto ad essa, innegabile.

Tra l’altro, la nuova classe di privilegiati – la “boliborghesia”,[17]secondo il “chavismo popolare” che fa appello a una “rivoluzione nella rivoluzione”, gli “enchufados” (“ammanigliati”), secondo l’opposizione – non è realmente oggetto di un attacco sistematico se non da parte della sinistra indipendente (libertari, anarchici, trotskisti),[18]soprattutto impegnata a pubblicizzare le lotte nelle grandi aziende pubbliche (CORPOELEC, SIDOR, CVG, MetroCaracas), soffocate in nome di un unanimismo “patriottico” deleterio da un governo che fa orecchi da mercante o reprime anziché ri-mobilitare queste stesse basi. In realtà, l’identità rivoluzionaria delle classi popolari si risolve finora nel sostegno maggioritario al processo bolivariano, per la perennità di tante delle proposte del movimento sociale dell’epoca della “democrazia incompiuta”, e del riconoscimento istituzionale (o cooptazione) dei soggetti di questa. L’attuale crisi politica assume allora, come le precedenti che hanno punteggiato lo scorso decennio, la forma della disputa tra due tendenze, tra due criteri di legittimazione: uno basato sull’ “uguaglianza” e l’“inserimento” sociale sul fronte chavista, l’altro sulla “libertà” e le “aspettative” su quello dell’opposizione. (“tenore di vita”).

Pertanto, l’attribuzione identitaria praticata da ciascuno dei due campi contro quello avversario rafforza un’irresolubile alterità, che non sarebbe possibile individuare meglio che nella seguente affermazione, gravida di significato: “se Maduro sostiene che sono fascista, allora lo sono”;[19]oppure, viceversa, quando il chavismo, non tollerando la contraddizione, serra le file a danno del riconoscimento dell’Altro, indispensabile presupposto di qualsiasi trasformazione sociale. Ma tutto questo è, insieme, un fattore sia di disciplina sia di logoramento elettorale (da entrambe le parti), che invita ad analisi più sottili delle logiche di auto-rappresentazione e di identificazione, dei sistemi di redistribuzione simbolica interni ai due principali clan politici, delle passerelle tra chavismo “popolare” e “culturale” precario, o ancora delle strategie di trasformazione professionale (e democratica) delle università promosse dallo Stato, che opera spesso al contrario delle capacità di assorbimento del mercato del lavoro.

 

 

“Chávez vive, la lotta continua” versus “Chi si stanca perde”[20]

 

Il “caso” venezuelano rende caricaturali le possibili letture delle politiche di trasformazione sociale: lo spirito autocratico e il settarismo sottesi all’influenza occulta di Cuba, per un verso, e l’affarismo imperialista (USA) ossessionato dalla riconquista del suo orto di un tempo, per l’altro verso. Queste narrazioni-quadro, respingendo entrambe passato e presente, semplificano gli antagonismi sociali, rafforzandoli al tempo stesso a seconda del momento. A sinistra, la maggior parte delle opinioni su questo processo hanno ad esempio oscillato dalla denuncia acrimoniosa del “regime” in nome dell’irrinunciabile autonomia dei movimenti sociali, passando paradossalmente per un istituzionalismo liberale riconciliatore, al sostegno incondizionato in cui si attiverebbero quasi per magia tutte le utopie, quali che siano i “danni collaterali” (ricorso alla forza, impermeabilità dei discorsi), tanto denunciati in altri contesti.

Sul campo, è impossibile fare a meno della comprensione storico-sociale ed esaustiva delle forme dello Stato e del politico “da rovesciare”. Uno dei principali scogli interpretativi degli anni di Chávez è l’invocazione di una polarizzazione “primitiva” se non “infantile”. Numerosi studi dimostrano, viceversa, come il continuo calo dell’astensione pertecipi di una vitalità democratica e di una politicizzazione innegabili. La polarizzazione è presente in ogni forma di politica e di manifestazione di antagonismi e di identità. Decisamente travagliato dalla globalizzzazione, il Venezuela è diventato soprattutto lo specchio – ingrandente e deformante insieme – di lotte presenti ovunque intorno ai legittimi confini della ragion di Stato e della sovversione, in cui le divisioni del mondo sociale assumono andamenti di professione di fede. Così che due indagini sulla “gioventù” presentano, nello stesso momento, risultati diametralmente opposti.[21]

Quanto alle politiche economico-sociali connesse al “Socialismo del XXI secolo”, va preso sul serio il fatto che abbiano coesistito con il predominio, in termini di creazione di valore, di pratiche economiche tipiche del capitalismo realmente esistente: sovrasfruttamento delle risorse naturali, concorrenza globalizzata per l’accesso ai partenariati pubblico-privati (imprese del Sud incluse), fuga di capitali, svalutazioni “competitive”. Con l’aggiunta del fatto che lo sperpero (tanto esecrato) di petrodollari ha oltrepassato di gran lunga le alleanze di parte – e in piena impunità -, che le alternative formulate “dall’alto” o anche “dal basso” (auto/cogestione, cooperative, socio-produttivismo comunitario) non hanno assicurato stabilmente una qualsiasi contro-egemonia. Per finire, se svolta autoritaria nella gestione della conflittualità sociale e di parte c’è, è sul metro di questo contesto che va colta – e combattuta, con una critica più acuta dei modi di riproduzione dei gruppi dirigenti – anziché rinviarla “al passato di un’illusione” contro cui saremmo, da questo lato dell’Atlantico, immunizzati per sempre-

15 aprile 2014

Traduzione di Titti Pierini

 

Allegato bibliografico

Analisi a caldo (febbraio-marzo 2014)

 

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Testi di riferimento sul Venezuela

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O. Compagnon, J. Rebotier, S. Revet, Le Venezuela au-delà du mythe, Chávez, la démocratie, le changement social, Paris, Les Editions de l’Atelier, 2009.

F. Coronil, The magical State. Nature, money, and modernity in Venezuela, Chicago, Univ. of Chicago Press, 1997 [El Estado mágico …, Caracas, Nueva Sociedad, 2002].

F. Diez, J. McCoy, International mediation in Venezuela, Washington D.C., United States Institute of Peace, 2011.

J. Eastwood, T. Ponniah (a cura di), The Revolution in Venezuela. Social and political change under Chávez, Cambridge / London, Harvard University Press, 2011.

O. Folz, N. Fourtané, M. Giraud a cura di.), Le Venezuela de Chávez : bilan de 14 ans de pouvoir, Presses Universitaires de Nancy / Éds. Univ. de Lorraine, 2013.

P. Guillaudat, P. Mouterde (a cura di.), Hugo Chávez et la révolution bolivarienne, Promesses et défis d’un de changement social, Mont-Royal, M éditeur, 2012.

M. López Maya, Del Viernes Negro al Referendo Revocatorio, Caracas, Eds. Alfadil, 2005.

R. Uzcátegui,La revolución cómo espectáculo: una crítica anarquista …, Caracas, El Libertario, 2009 [Venezuela: révolution ou spectacle?, Paris, Spartacus, 2010].

 

 


 



Note

 

* Edito da  Mouvements, 15 aprile 2014. http://www.mouvements.info/Les-bons...

Fabrice Andréani, Mila Ivanovic e Thomas Posado sono, rispettivemente: Dottorando in Scienze Politiche, Parigi (CERI), ricercatore associato presso il CERAPS (Lille2), membro du C.R: di Mouvements; Dottoressa dell’Università Paris 8, ricercatrice presso il Centro di Studi Latinoamericani Rómulo Gallegos (CELARG, Caracas), membro del C.A. del Geiven; Doctorando pressso Paris 8 (CRESPPA), ATER all’Università dell’ Alta-Alsazia, membro del C.A. del Geiven. Questo testo è il risultato della condivisione di osservazioni sul posto, interviste e testimonianze, rassegne stampa e acquisizioni di indagini sul campo su vari aspetti della “rivoluzione bolivariana”.

[1]Grazie al rovesciamento del dittatore Marcos Pérez Jménez, poi grazie a un “patto” di esclusione dell’estrema sinistra.

[2]Mesa de la Unidad Democrática (Tavolo dell’Unità Democratica).

[3]Al medesimo titolo dei citati leader dell’opposizione, anche se questi ultimi non sono mai stati regolarmente sottoposti a giudizio.

[4]Sostituendo circa 20000 oppositori con operai e tecnici chavisti.

[5]Scatenando un primo “movimento studentesco” anti-chavista. RCTV riprendeva regolari appelli alla sedizione extra-istituzionale fin dall’aprile 2002, e la banda si chiudeva nel 2007…

[6]Da 10 a 140 $ sul periodo 1999-2008; e intorno a 100 $ dalla fine del 2009, dopo una breve ricaduta alla fine  del 2008 (30 $).

[7]Malgrado immense riserve, le infrastrutture erano vetuste.

[8]Mais, riso, fagioli neri, pollo, manzo, maiale, olio, burro... Il paese ha visto declinare rapidamente il suo settore agricolo a partire dalla sistematizzazione dello sfruttamento del suo petrolio, nel periodo fra le due guerre.

[9]Pratica a cui le famiglie con modesti redditi sono ben più rodate (oltre alla prossimità del mercato nero).

[10]PDVSA viene nazionalizzata nel 1976; l’“apertura petrolifera” inaugura l’introduzione di “società miste” a partire dal 1989..

[11]Come il traffico di cocaina e armi, forti della vicinanza del conflitto colombiano e delle rotte transatlantiche.

[12]Contestata in privato, poco rispettata dallo Stato padrone: licenziamenti limitati, riduzione della settimana lavorativa da 44 a 40 ore settimanali, nuovo congedo di paternità di 15 giorni prolungato a 14 settimane, ecc.

[13]Di fronte a un dollaro la cui domanda supera di gran lunga l’offerta statale, per i commerci d’importazione-esportazione, leciti o meno (armi, droghe). Scarto dell’ordine da 1 a 2 fin dal 2012 (nonostante qualche soprassalto), ma che poi non cessa di approfondirsi – da 1 a 10 alla fine dell’anno successivo.

[14]Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, mentre la produzione è aumentata di più del 45% tra il 2000 e il 2012, i salari medi reali sono diminuiti del 23,5% nel corso dello stesso periodo e il salario minimo reale è sceso del 9% tra il 2007 e il 2012.

[15]E sul filo dei giorni, anche guarimberos “prezzolati”, assimilati dai chavisti a “paramilitari” a tempo o potenziali. Stand a un recente sondaggio, il 45% delle persone interrogate aspiravano alla rinuncia del mandato da parte di Maduro, il 15,8% ritiene necessaria una Costituzione, il 26,1 vuole che si tenga un referendum di revoca- http://puzkas.com/wp-content/upload....

[16]

Specie in seno alle professioni liberali. Maduro ha del resto annunciato l’introduzione di una tessera biometrica di razionamento per arginare il contrabbando di prodotti sovvenzionati, che alimenta il mito dello Stato-Cubazuela.

[17]Alti funzionari e imprenditori “bolivariani” che occupano posti chiave nel circuito di accesso alla rendita.

[18]Tacciati gli uni e gli altri di “ultrasinistra” da Maduro nel gennaio 2014 ( e da Chávez nel 2010).

[19]Testimonianza su CNN di una manifestante a San Cristóbal, una delle città più duramente colpite dallo scontro.

[20]Rispettivi slogan dei fautori di Maduro e dei suoi oppositori.



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