Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Siria: un'analisi marxista

E-mail Stampa PDF

Siria – Una rivoluzione popolare permanente

Joseph Daher*[i]

 

La resistenza del popolo siriano non ha cessato di espandersi dopo l’avvio del processo rivoluzionario nel marzo 2011. La sua lotta rientra nel quadro delle lotte popolari in Tunisia e in Egitto e si è estesa negli altri paesi della regione.

La terribile repressione contro la popolazione siriana prosegue. Rami Abdel Rahmane, capo dell’Osservatorio siriano dei Diritti umani (OSHD), ha reso noto il 23 agosto scorso che sono morte perlomeno 24.295 persone nelle violenze dall’inizio della rivoluzione, tra cui 17.281 civili, mentre sono stati uccisi 6.163 soldati, e anche 1.051 disertori passati dalla parte degli insorti. A queste tristi notizie vanno aggiunti circa 1,5 milioni di persone che si sono spostate all’interno del paese e altri 250.000 profughi/e nei paesi vicini.

 

Autorganizzazione del movimento popolare

 

In Siria, il movimento popolare non si è ritirato dalle piazze, dalle università e dai posti di lavoro, contrariamente a quanto si possa aver sentito dire, nonostante la repressione di vario tipo e violenta, sia politica sia militare, da parte del regime.

Dall’inizio della rivoluzione, le principali forme organizzative sono stati i comitati popolari a livello dei villaggi, dei quartieri, di città e regioni. I comitati popolari sono la vera e propria punta di lancia del movimento che mobilita il popolo per le manifestazioni. Essi hanno anche sviluppato forme di autogestione basate sull’organizzazione delle masse nelle zone liberate dal giogo del regime. Sono nati consigli popolari elettivi per occuparsi delle zone liberate e gestirle, dimostrando con ciò che è il regime a provocare l’anarchia, non il popolo.

Il sorgere di amministrazioni civili nelle zone liberate dalle truppe del regime si è verificato anche a causa dell’assenza dello Stato nell’esercizio delle sue prerogative in diversi ambiti, quali le scuole, gli ospedali, le strade, i servizi idrici, elettrici e delle comunicazioni. Le amministrazioni civili sono nominate attraverso elezioni e per consenso popolare e hanno come compiti principali la fornitura dei servizi della funzione pubblica sopra citati, la sicurezza e la tranquillità dei cittadini.

Anche le università hanno costituito importanti centri di resistenza popolare. L’Università di Aleppo, uno dei punti avanzati della protesta in città dall’inizio delle manifestazioni nel marzo 2011, ha visto svolgersi importanti manifestazioni studentesche lo scorso maggio e anche in precedenza. Esse sono state violentemente represse dalle forze di sicurezza, che hanno ucciso 4 persone e ne hanno arrestate altre centinaia. L’Università di Aleppo, del resto, aveva sospeso i corsi durante il mese di maggio e giugno, per timore di una ancor più massiccia sollevazione dei giovani, mentre i proiettili dei fucili sono più numerosi dei libri all’Università di Homs. Le grida e i canti degli studenti e delle studentesse dell’Università di Damasco si sentono spesso al palazzo presidenziale, a un centinaio di metri di distanza, mentre quasi ogni giorno si svolgono manifestazioni nelle Università di Deraa e di Deir Al-Zur. Gli studenti e le studentesse costituiscono un quarto del totale dei martiri in Siria dall’inizio della rivoluzione, stando all’Unione degli studenti liberi di Siria (SFSU). Fondata il 29 settembre 2011 per battersi contro il regime, l’Unione costituisce un bastione politico e sindacale della resistenza per una società democratica nella vita del movimento studentesco. Il sindacato organizza manifestazioni studentesche e la resistenza popolare nelle università attraverso l’intero paese. Il SFSU ha inoltre svolto il ruolo principale nelle campagna di sciopero e di disobbedienza civile a gennaio-febbraio scorsi.

È sorto anche un sindacato libero di docenti siriani nel gennaio 2012, che dichiara il proprio appoggio alla rivoluzione siriana e il proprio impegno per ristrutturare le università e trasformarle in fari di scienza, giustizia e libertà. Il sindacato dichiara anche di volere epurare l’università dai servizi di sicurezza e dalla corruzione del regime.

È in effetti importante ricordare che le università erano i principali settori della società, insieme all’esercito, sui quali il regime ha imposto il controllo pressoché totale. Ha vietato qualsiasi attività politica, tranne quelle del BAAS, che era l’unica organizzazione politica che avesse il diritto di organizzare eventi, conferenze, manifestazioni pubbliche nel campus universitario, o in una caserma militare, oppure di pubblicare e diffondere un giornale all’università o nell’esercito.

Gli stessi partiti politici alleati del regime nel Fronte nazionale progressista non avevano diritto di organizzarsi, di fare propaganda o di avere la minima presenza ufficiale in queste istituzioni.

Allo stesso modo, il regime ha imposto il suo predominio alla burocrazia sindacale, cosa che ha impedito o quanto meno ostacolato la lotta contro le politiche neoliberiste e autoritarie che ha portato avanti, soprattutto a partire dal 2000. Il tenore di vita della maggior parte della popolazione ha continuato da allora a peggiorare, mentre andava avanti la persecuzione politica. Nel maggio 2006, ad esempio, centinaia di lavoratori dell’impresa edilizia pubblica di Damasco avevano protestato, scontrandosi con le forze di sicurezza. Nello stesso periodo, gli autisti di taxi entravano in sciopero ad Aleppo per protestare per le loro condizioni di lavoro e di vita.

Anche la popolazione lavoratrice è stata repressa durante la rivoluzione. Nel corso del dicembre 2011, si sono svolte in Siria campagne riuscite di disobbedienza civile, e anche scioperi generali che hanno paralizzato parti importanti del paese, dimostrando così come la mobilitazione della classe lavoratrice e degli sfruttati sia al centro della rivoluzione siriana. Per questa ragione la dittatura, tentando di spezzare la dinamica della contestazione, ha licenziato oltre 85.000 lavoratori e lavoratrici tra gennaio 2011 e febbraio 2012 e chiuso 187 fabbriche (stando ai dati ufficiali).

Possiamo constatare come il processo rivoluzionario siriano costituisca un vero e proprio movimento popolare e democratico che mobilita le classi sfruttate e oppresse contro lo strato dirigente capitalista legato all’ordine mondiale (molto simile agli omologhi in giro per il mondo arabo).

C’è forse bisogno di ricordare tutte le misure neoliberiste intraprese da questo regime, che hanno impoverito e indebolito l’economia siriana? Il 60% della popolazione siriana vive al di sotto della soglia di povertà o appena al di sopra. Va ricordato che il clan Assad, in particolare attorno alla figura di Rami Makhluf, si è accaparrato oltre il 60% delle risorse economiche del paese grazie ai processi di privatizzazione.

 

Dall’accentramento economico al capitalismo selvaggio corrotto

 

L’avvento di Afez al-Assad al potere, nel 1970, venne elogiato e accolto con grande gioia dalla borghesia delle città di Aleppo e Damasco. L’avvio del “processo di correzione” da lui promosso avrebbe, del resto, posto fine alle politiche radicali degli anni Sessanta, che avevano rimesso in discussione il capitale e il potere politico di quella grande borghesia. L’obiettivo del regime di Assad era, infatti, quello di garantire la stabilità del regime, di assicurare in modo autoritario l’accumulazione del capitale e tranquillizzare i settori forti della comunità degli affari, il cui ruolo è andato sempre aumentando e diventando più potente.

Con l’arrivo al potere di Afez al-Assad si è instaurato un regime autoritario e clientelare, in cui la corruzione massiccia degli esponenti governativi e militari viene sfruttata in maniera rilevante per assicurarsene la lealtà.

Grazie alla corruzione generalizzata, lo Stato è diventato una vera e propria macchina per riuscire ad accumulare considerevoli somme di denaro, una vera vacca da mungere per la nomenclatura, in particolare per la cerchia vicina al dittatore, quella della famiglia e dei suoi luogotenenti più fedeli. Le reti informali e di connivenza tra gli apparati di Stato e la comunità d’affari si sono moltiplicate, dando origine in Siria alla classe dei nuovi borghesi redditieri, con conseguenze terribilmente nefaste, fino ad oggi, per la società siriana. La cattiva destinazione delle risorse e il proliferare di imprese commerciali e di pratiche non produttive, non incentrate sulla manodopera ma lucrative, hanno dominato l’economia del paese

Questa nuova classe organicamente legata allo Stato aveva bisogno di investire la propria ricchezza nei vari settori dell’economia. Il Decreto. n. 10/1991 è stato il trampolino di lancio grazie al quale questa classe è riuscita a riciclare la sua ricchezza. La legge ha permesso investimenti nel settore privato e aperto possibilità di import-export, ma sempre sotto controllo statale, arricchendo ulteriormente tutta questa gente e protraendo il sistema di corruzione generalizzata. La transizione dall’accentramento economico di Stato verso un capitalismo da cricca si è accelerata negli anni Ottanta con il progressivo abbandono di una gestione dell’economia diretta centralmente.

Gli anni Novanta hanno visto emergere questa “nuova classe” o classe di nuovi ricchi/nuova borghesia ibrida, risultato della fusione della burocrazia e dei sopravvissuti della vecchia borghesia, la “borghesia privata”.

Le caratteristiche borghesi del regime sono cresciute e hanno avuto un’accelerazione con l’attuazione delle politiche economiche neoliberiste a partire dall’avvento al potere di Bachar al-Assad, nel 2000. Da queste politiche hanno tratto beneficio soprattutto una ristretta oligarchia ed alcuni clienti di questa. Il cugino di Bachar al-Assad, Rami Makhluf, è stato il simbolo di questo processo mafioso di privatizzazioni portato avanti dal regime.

Il processo di privatizzazioni ha creato nuovi monopoli in mano alla famiglia di Bachar al-Assad, mentre diminuiva la qualità di beni e servizi. Le riforme economiche neoliberiste hanno permesso l’appropriazione del potere economico a vantaggio dei ricchi e dei potenti. Il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche è avvenuto a vantaggio di alcune persone vicine al regime. Al tempo stesso, si è sviluppato il settore finanziario, con l’istituzione di banche private, di compagnie di assicurazioni, della Borsa di Damasco e dell’Ufficio di cambio.

Le politiche liberiste del regime hanno soddisfatto la classe più elevata e gli investitori stranieri, soprattutto quelli della regione del Golfo, liberalizzando l’economia siriana a vantaggio dei benestanti e a spese della maggioranza della popolazione siriana, duramente colpita dalla continua inflazione e dall’aumento del costo della vita. La politiche neoliberiste praticate nell’ultimo decennio hanno provocato il tracollo del settore pubblico e portato al predominio di quello privato, che ha raggiunto circa il 70% delle attività economiche.

I principali sostenitori del regime che hanno finora tratto vantaggi da queste politiche sono:

4I dirigenti degli apparati dei servizi di sicurezza;

4le reti di burocrati e i capitalisti della cricca, consolidatisi attorno all’appropriazione dei vari settori dei servizi pubblici, che si sono sviluppati e arricchiti sempre più, specie negli anni Novanta, nel settore privato dopo l’applicazione della Legge sugli investimenti, n. 19/1991

4la borghesia di Aleppo e di Damasco, che ha tratto beneficio dalla politica neoliberista degli ultimi anni soprattutto dopo il lancio della cosiddetta “economia sociale di mercato” nel 2005. Questi settori della società hanno svolto un notevole ruolo nelle politiche economiche del regime, plasmando i criteri delle riforme e dello sviluppo. Le conseguenze di queste politiche economiche sulla società siriana sono nefaste a tutti i livelli.

La crescita reale del PIL e il reddito reale pro capite sono diminuiti dall’inizio degli anni Novanta. Il processo di liberalizzazione economica ha creato in Siria sempre maggiore disuguaglianza. I più poveri faticano a cavarsela nella nuova situazione economica per la mancanza di possibilità occupazionali, mentre la “classe media” precipita in caduta libera verso la soglia di povertà perché i suoi redditi non hanno seguito i ritmi dell’inflazione, che ha raggiunto il 17% nel 2008. Attualmente, vi sono tassi di disoccupazione del 20-25%, fino al 55% per i minori di 25 anni (in un paese dove la gente con meno di 30 anni costituisce il 65% del totale della popolazione). La percentuale dei siriani che vivono sotto la soglia di povertà è passata dall’11% nel 200 al 33% del 2010, mentre il 30% è appena al disopra di questa soglia. Dunque, 7 milioni circa di siriani vivono intorno alla soglia di povertà o al di sotto di questa.

In agricoltura, la privatizzazione delle proprie terre subita da svariate centinaia di migliaia di contadini nel nord-est del paese in seguito alla siccità del 2008 non andrebbe considerata soltanto una catastrofe naturale. Hanno infatti sviluppato la crisi agricola l’accresciuto e intensificato sfruttamento delle terre ad opera dei grandi imprenditori agricoli (agrobusiness), comprese le terre in precedenza riservate al pascolo, così come la perforazione illegale di pozzi, nonché la realizzazione di condotte idriche selettive rispondenti alle esigenze dei nuovi grandi proprietari – il tutto facilitato dalla corruzione dell’amministrazione locale. «Secondo l’ONU, oltre 1 milione di persone sono migrate dalle regioni di nord-ovest verso le zone urbane. Milioni di persone sono senza più redditi e non hanno di che nutrirsi. La produzione di grano, considerata una risorsa strategica in Siria, è stimata quest’anno a 2,4 milioni di tonnellate, contro i 4,1 milioni del 2007. Importeremo grano per il terzo anno consecutivo», con il consumo nazionale che ammonta a circa 4 milioni di tonnellate annue, scriveva nel giugno 2010 il quotidiano al-Baas.

La geografia delle rivolte a Idlib e a Deraa, come pure in altre zone rurali, bastioni storici del Baas che non avevano partecipato su vasta scala come oggi all’insurrezione degli anni Ottanta, inclusa la periferia di Damasco e di Aleppo, dimostra l’implicazione delle vittime della politica neoliberista in questa rivoluzione.

 

La resistenza armata

 

Il movimento popolare siriano è cominciato in modo pacifico rivendicando riforme, ma il regime ha risposto con la violenza e la repressione indiscriminata. Alcuni settori della popolazione siriana hanno allora organizzato la resistenza armata per difendersi dagli attacchi dei servizi di sicurezza e delle canaglie, noti sotto il nome di “shabihas” del regime [teppisti, mercenari, civili armati pro regime, che aggrediscono i manifestanti]. Difendono anche le manifestazioni e la buona organizzazione dei comitati popolari.

La resistenza armata del popolo esprime il proprio diritto di difendersi dalla repressione e ha permesso la prosecuzione della resistenza popolare in alcune regioni di fronte agli attacchi del regime. Attraverso la Siria, si sono formati consigli rivoluzionari, come pure comitati di coordinamento delle iniziative politiche e armate.

Per altro verso, è stato sottoscritto un codice di buona condotta, di rispetto del diritto internazionale e contrario al confessionalismo, da parte dei gruppi armati che partecipano alla resistenza popolare in armi contro il regime. Il numero dei firmatari continua ad aumentare giorno dopo giorno. Queste misure sono state prese dopo atti di tortura e di assassinio perpetrati da alcuni gruppi armati dell’opposizione, peraltro non per forza legati all’Esercito siriano libero (ASL), che sono stati condannati dal movimento popolare e dalla grande maggioranza dei battaglioni dell’ASL. Un ufficiale dell’ASL ha dichiarato la sua intenzione di proteggere gli obiettivi della rivoluzione e la sua totale opposizione a qualsiasi settarismo.

L’Unità di resistenza civile (URC), creata in agosto a Damasco, costituisce una branca dell’ASL dedita all’organizzazione delle iniziative di resistenza e all’unificazione delle forze popolari per costituire un corpo militare congiunto. Gli sforzi dell’URC si concentrano per ora prevalentemente su Damasco e la sua periferia. Quelli dell’ESL sono costanti sul terreno e attraverso il territorio siriano. Gruppi ribelli provenienti da Damasco. Idlib, Hama, Homs e Deir Zor  hanno ad esempio annunciato la creazione del “Fronte di liberazione della Siria” come organizzazione quadro che raggruppa Ansa al-Islam a Damasco, la brigata Soqur al-Sham a Idlib e Hama, il battaglione Al Faruk a Homs, la brigata Amro Bin A’as e il Consiglio rivoluzionario Deir Zor a Deir Zor. Altri annunci di raggruppamenti di gruppi armati dell’opposizione sotto un’unica bandiera sono inoltre stati proclamati in altre regioni, ad esempio Homs e Aleppo.

Composta da soldati che hanno disertato e da civili che hanno impugnato le armi, la resistenza popolare armata gode di un vero e proprio radicamento popolare all’interno dell’insurrezione. La principale sezione del movimento rivoluzionario siriano è quella dei proletari rurali e urbani e delle “classi medie” economicamente emarginate, che hanno subito l’applicazione delle politiche neoliberiste specie dopo l’avvento al potere di Bachar el-Assad. Sono state in maggioranza queste le componenti dell’attuale rivoluzione entrate a far parte dei gruppi armati dell’ASL. È perciò assolutamente falso e lontano da qualsiasi analisi materialistica identificare tutti questi gruppi armati come agenti per conto e negli interessi delle potenze imperialiste mondiali o regionali. Abbiamo d’altronde avuto modo di constatare come varie richieste del movimento popolare, soprattutto l’unificazione dell’ASL, l’appello contro il settarismo confessionale e quello a preservare gli obiettivi della rivoluzione, siano stati presi in considerazione dall’opposizione armata popolare. La campagna “Una rivoluzione della dignità e della morale” lanciata dai Comitati locali di coordinamento (CLC), e sorretta da un gran numero di organizzazioni popolari locali a fine agosto-inizi settembre di quest’anno, poneva giustamente l’accento su questi temi e sui principi e gli obiettivi della rivoluzione siriana che il popolo siriano in lotta si impegna a rispettare, civili e soldati inclusi.

Del pari, considerare la resistenza popolare armata come un gruppo di islamisti che operano in completa autonomia dal movimento popolare è ben lontano dalla realtà. È sicuro che i siriani di confessione musulmana sunnita rappresentino la maggioranza della resistenza popolare armata, ma pensare che ogni singolo individuo di questa comunità sia un islamista è falso ed è soprattutto un segno di islamofobia. Essere musulmano, infatti, non vuol dire essere islamista. La resistenza armata popolare raggruppa tutte le componenti ideologiche, etniche e religiose della società siriana.

Se, infine, la presenza di soldati stranieri è una realtà, essa è esagerata dai mezzi di comunicazione di massa, mentre ha solo un’influenza irrilevante sul campo. La maggior parte degli analisti della regione e presenti sul campo concordano nel dire che non superano i 1.000 uomini, laddove la resistenza popolare armata è composta da circa 70.000-100.000 uomini. Sono presenti soltanto in un numero limitato di gruppi. D’altra parte, è interessante notare come questi elementi jihadisti non siano sovente visti di buon occhio dalle popolazioni locali e di recente si sono verificati degli scontri tra gruppi dell’ALS e un gruppo jihadista, nei pressi del confine turco.

 

Le potenze imperialiste

 

Resta ugualmente da dimostrare con dati di fatto tangibili e concreti, dopo 18 mesi di lotte, il presunto massiccio aiuto da parte delle potenze imperialiste al movimento popolare e alla resistenza armata. La maggior parte dei paesi occidentali hanno rifiutato qualsiasi aiuto militare ai rivoluzionari, pur promettendo un aiuto non militare. I deboli mezzi della resistenza armata popolare provengono in primo luogo dall’esercito del regime (armi sottratte dai soldati che hanno disertato, acquisto di armi da ufficiali corrotti, bottini di guerra).

Le grandi potenze occidentali imperialiste e altre potenze imperialiste mondiali, come la Russia e la Cina, e regionali, come l’Iran, continuano nel loro complesso e senza eccezioni a voler mettere in atto in Siria una soluzione di tipo yemenita, vale a dire decapitare il regime, sbarazzandosi del dittatore Bachar al-Assad, ma conservarne intatta la struttura – come è stato possibile constatare al momento degli incontri tra ufficiali americani e russi, o nella conferenza internazionale dello scorso 13 giugno a Ginevra. L’unico ostacolo rimane la posizione russa, che cerca ancora con ogni mezzo di mantenere al potere Assad, ma che potrebbe sacrificarlo in un futuro non remoto per preservare i propri interessi in Siria. Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno espresso a varie riprese il loro desiderio di vedere conservata intatta la struttura militare e i servizi di sicurezza del regime,.

Le grandi potenze non hanno infatti alcun vantaggio dal veder crollare il regime, per le ragioni che abbiamo detto sopra e per la sicurezza di Israele, le cui frontiere con la Siria sono tranquille fin dal 1973.

 

Rifiuto del settarismo confessionale

 

Il popolo siriano ha continuato a ripetere il suo rifiuto del confessionalismo, malgrado tutti i tentativi del regime di appiccare questo incendio pericoloso, che sfrutta variamente dopo la presa del potere del clan Assad, nel 1970. Il movimento popolare ha riaffermato la propria lotta unitaria, sviluppando quello spirito di solidarietà nazionale e sociale che trascende la divisioni etniche e confessionali. Ad esempio, le popolazioni kurde ed assire hanno costituito nelle rispettive zone le punte di lancia contro il regime, accogliendo nei loro campi numerose famiglie siriane in fuga dalla repressione, e contano nelle loro file più di 50 martiri e centinaia di arrestati dalle forze di sicurezza. Vari campi profughi palestinesi in Siria sono diventati bersaglio dei bombardamenti dell’esercito del regime.

In numerose manifestazioni possiamo scorgere cartelli che annunciano: “Il settarismo è la tomba della rivoluzione o delle patrie”, oppure: “No al settarismo!”. Dopo ogni massacro del regime o dopo attentati non rivendicati, organizzati secondo molti dal regime, i comitati popolari li denunciano e fanno appello all’unità del popolo.

I comitati locali di coordinamento (CLC) in Siria hanno peraltro organizzato lo scorso giugno una campagna con lo slogan: “La libertà è la mia setta”, in cui i CLC hanno brandito simboli e pannelli che respingevano il discorso settario, le pratiche settarie del regime e i tentativi micidiali di quest’ultimo, che si affanna a trasformare la rivoluzione siriana in una trappola settaria. In seno al Comitato della città di Saraqeb, i manifestanti del CLC hanno inalberato pannelli che rappresentavano i simboli di tutte le confessioni siriane, mentre alcuni manifestanti a Daeel erano in piazza con un cartello che diceva: “In futuro, in Siria non ci sarà più la politica di esclusione”.

All’inizio della rivoluzione, il gruppo facebook “La rivoluzione siriana 2011” ha ripetutamente condannato il settarismo e qualunque forma di discriminazione tra i siriani. Quel gruppo ha pubblicato, fin dal 24 marzo 2011, un Codice etico contro il settarismo in Siria. Nell’ottobre dello stesso anno, alcuni militanti siriani cristiani che sostenevano la rivoluzione denunciavano la proclamazione fatta in Francia dal patriarca maronita Béchara Butros Rai, il quale diceva che il rovesciamento del regime Assad costituirebbe una minaccia per i cristiani in Siria: Ricordavano al patriarca Rai che i cristiani hanno vissuto “centinaia di anni insieme ai loro fratelli siriani senza timore e nessuno, assolutamente nessuno, ha alcun merito a questo livello: i cristiani son parte inscindibile di questo paese”.

Sono, questi, indicatori che testimoniano la coscienza politica e umanista della larga maggioranza in seno al movimento popolare. Il popolo siriano è cosciente di come la lotta contro il confessionalismo passi per la lotta e il rovesciamento di questo regime criminale e per il radicale cambiamento della società.

Questo, tuttavia, non significa che non esista il settarismo in Siria all’interno del movimento popolare. C’è e non se ne deve negare l’esistenza. In un processo rivoluzionario sono presenti varie ideologie in conflitto tra loro, e alcuni gruppi in Siria sono ricorsi alla propaganda settaria nella loro lotta contro il regime.

 

Il ruolo della sinistra rivoluzionaria

 

Quale è dunque il ruolo della sinistra rivoluzionaria in situazioni del genere? Dovremmo abbandonare la battaglia e aspettare una perfetta rivoluzione sociale, come fanno alcuni e come ha fatto la sinistra tradizionale? O dovremo decidere di essere parte integrante del processo rivoluzionario e gettare completamente le nostre forze in questa lotta per rovesciare il regime, lavorando a radicalizzare diversi elementi della rivoluzione?

Lenin ha risposto a questa domanda qualche tempo fa: «Credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile […] senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate sotto il giogo dei grandi proprietari fondiari, della Chiesa, sotto il giogo monarchico, nazionale, ecc., significa rinnegare la rivoluzione sociale. Ecco: da un lato si schiera un esercito e dice: “Siamo per il socialismo”, da un altro lato si schiera un altro esercito e dice: “Siamo per l’imperialismo”, e questa sarà la rivoluzione sociale! […] Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione» (V. I. Lenin, “Risultati della discussione sull’autodecisione”, in Lenin, Opere, vol. II, Editori Riuniti, Roma, 1966, p. 353).

Un processo rivoluzionario non è a tinta unica e non lo sarà mai, altrimenti non sarebbe una rivoluzione. D’altra parte, il ruolo della sinistra rivoluzionaria è limpido: battersi contro il regime e radicalizzare il movimento popolare!

La lotta contro il confessionalismo è dunque parte essenziale della lotta per la democrazia, la giustizia sociale, la laicità e l’instaurazione di politiche solidali con i popoli che lottano anch’essi per la libertà e la dignità, soprattutto il popolo palestinese.

La rottura con le politiche e le pratiche confessionali di un regime si oppone anche agli Stati del Golfo nella loro propaganda settaria e del pari alle frange dell’opposizione siriana – minoritarie, va detto, ma pur sempre presenti – che sostengono questo tipo di discorso. Gli Stati del Golfo - vale la pena di ricordarlo – appoggiano finanziariamente qualche gruppetto islamista armato, ma non per vedere o per permettere la vittoria della rivoluzione siriana. Si tratta, al contrario, del tentativo di stornare la rivoluzione siriana dai propri obbiettivi iniziali e sempre presenti, vale a dire la democrazia civile, la giustizia sociale e soprattutto la libertà, per trasformarla in guerra di sette. Gli Stati del Golfo temono infatti la diffusione della rivoluzione nell’area, che minaccerebbe i loro poteri e interessi. Trasformare la natura della rivoluzione in guerra di sette permette loro anche di spaventare le proprie stesse popolazioni, prospettando quanto segue: qualsiasi cambiamento nella regione ha grandi possibilità di precipitare in una guerra tra sette, per cui bisogna incoraggiare lo statu quo, vale a dire la conservazione di potenze dittatoriali.

Le direzioni reazionarie di questi paesi vogliono intervenire in Siria per arginare il processo rivoluzionario e limitare le conseguenze politiche, sociali ed economiche delle rivoluzioni.

Alcune frange delle opposizioni hanno anche tentato di costruirsi una base locale tramite l’aiuto umanitario o il finanziamento di taluni gruppi armati. I Fratelli musulmani, in particolare, sono stati condannati più volte per questo tipo di comportamenti, e un ufficiale dell’ALS ha d’altro canto denunciato il furto di donazioni per l’organizzazione islamista e il suo sostegno non all’ALS ma ad altri gruppi non legati a quest’ultimo. Tra l’altro, i Fratelli musulmani sono stati anche accusati di utilizzare i fondi del CNS, di cui controllano la distribuzione in Siria tramite la commissione d’aiuto umanitario, per ricostituirsi una base popolare e miliziana all’interno del paese, dopo tre decenni d’esilio.

 

Rivoluzione permanente!

 

Di fronte ai calcoli politici e all’ipocrisia delle potenze internazionali e regionali, le masse popolari continuano a voler rovesciare il regime, a distanza di 18 mesi dall’innesco del processo rivoluzionario nel paese, ma soprattutto continuano a organizzarsi e a organizzare la resistenza pacifica e/o armata per liberare la Siria dalla tirannide. In questa lotta, il movimento popolare reitera in maniera ricorrente il proprio attaccamento alla libertà, all’uguaglianza e alla giustizia sociale. La coscienza politica e critica e le esperienze militanti non hanno cessato di aumentare al suo interno, rafforzando ogni giorno la liberazione del popolo dal giogo autoritario del regime e dall’influenza della sua ideologia autoritaria.

Anche il formarsi di organizzazioni popolari autonome dal basso per tutto il paese, così come di centri popolari di potere alternativi. ha consolidato la coscienza politica e le esperienze proprie del movimento del popolo siriano in lotta.

La lotta del popolo siriano fa eco alla frase seguente del Manifesto comunista: «I proletari non hanno niente da perdere se non le loro catene, hanno il mondo da guadagnare».

Lo diciamo in tutta sincerità, ma con piena franchezza e onestà: quanti/e negano le rivoluzioni popolari si impediscono con questo di concepire l’emancipazione dal basso e da parte del popolo! Non si possono perciò considerare di sinistra.

L’appoggio della sinistra rivoluzionaria alla rivoluzione rientra nella lotta per l’emancipazione del popolo siriano, come pure nel nostro sostegno alla rivoluzione permanente.

La rivoluzione permanente significa opporsi e rovesciare il regime dittatoriale degli Assad, opponendosi al tempo stesso agli imperialismi mondiali e regionali, che cercano di stornare il processo rivoluzionario siriano in funzione dei propri interessi e contro quelli del popolo siriano. Per questo noi rifiutiamo e condanniamo qualsiasi intervento straniero in Siria, si tratti dell’asse occidentale Arabia Saudita/Katar o di quello Iran/Russia che sostiene il regime nella sua repressione contro il movimento popolare e con tutte le sue capacità militari e finanziarie.

La continuazione della rivoluzione rientra nella stessa volontà di costruire una Siria libera, democratica, laica e rivoluzionaria che si impegni a eliminare tutte le disuguaglianze e le discriminazioni sociali, etniche, di genere e religiose, a sostenere il diritto all’autodecisione del popolo kurdo, a rispettare le minoranze religiose ed etniche, e a garantire le libertà democratiche e politiche di tutti e tutte.

La rivoluzione sarà permanente perché si impegna anche a fare di tutto per liberare il Golan occupato, per sostenere i diritti del popolo palestinese al rientro dei profughi e all’autodecisione sui territori della Palestina storica, e per assistere gli altri popoli della regione nelle loro lotte contro le proprie dittature e contro l’imperialismo.

[da Inprecor, ottobre 2012, n. 587, pp. 26-30] Traduzione dal francese di Titti Pierini



[i] * Joseph Daher, membro della sinistra rivoluzionaria siriana, e dottorando e assistente presso l’Università di Losanna. Cofondatore del blog Cafe Thawra (http://cafethawarevolution.wordpress.com/) e fondatore di quello Syria Freedom Forever (http://syriafreedomforever.wordpress,com/), ha pubblicato (insieme a John Rees) The People Demand. A short history of the Arab revolutions, Counterfire, Londra, 2011.



You are here