Movimento Operaio

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La crisi dell’Unione europea e la sinistra

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di Angela Klein[i]

da Inprecor

Nell’arco di un solo anno, due popoli europei, uno al Sud l’altro al Nord, hanno votato contro l’UE e la sua politica, con motivazioni diverse e in direzione opposta. Mentre l’“Oxi” [No] greco del 5 luglio 2015 era rivolto contro le imposizioni d’austerità della trojka e la riduzione del paese allo stato di semi-colonia, la “Brexit” è stata contrassegnata soprattutto dalla paura dell’“invasione straniera” e dall’intenzione di bloccare la libertà di circolazione delle persone all’interno dell’UE, esprimendo al tempo stesso il desiderio di saldare il conto con le cerchie politiche dominanti. Il No greco era stato pilotato dalla sinistra, quello britannico è stato saccheggiato dalla destra.

I. Le crisi dell’UE

La crisi economica mondiale del 2008 ha gettato l’Europa in una crisi profonda, manifestatasi dapprima come crisi dell’euro e dell’unione monetaria, poi come “crisi dei migranti”. Quel che sta alla radice di queste crisi permane tuttora, il sistema finanziario è ancora fuori da qualsiasi controllo, e le diseguaglianze sociali, quelle che spaccano gli Stati membri come quelle che li contrappongono, sono aumentate enormemente. L’esclusione della Grecia dall’Eurozona rimane una possibilità. Al contempo, le élites dominanti sono indotte a temere che la Brexit faccia scuola persino negli stessi Stati membri fondatori della Comunità economica europea (CEE), ad esempio in Francia o in Olanda.

L’EU è ancora una volta di fronte a una svolta: Non è sicuro che le élites dominanti riescano a stabilizzare l’unione monetaria. Ed è più che dubbio che un’eventuale stabilizzazione migliori la situazione delle classi subalterne. Crollo della moneta comune e dislocazione dell’UE non sono più cose impensabili – sarebbe la fine del progetto politico centrale dei capitali europei dalla fine della Seconda Guerra mondiale.

Nella giungla della concorrenza capitalistica: la crisi istituzionale

Il male di fondo di cui soffre l’UE è connesso alla sua natura sociale: è fin dall’inizio un progetto dei capitali, rimasto tale fino ad oggi. È stata costruita per garantire la circolazione delle merci e del capitale – prima nella forma di unione doganale, poi come mercato interno e unione monetaria, ma senza un governo politico comune, senza riequilibrio sociale e senza reciproca responsabilità. La creazione di strutture di dominazione europea ha così seguito lo schema della formazione dello Stato unitario tedesco dopo il 1871: prima l’unione monetaria, poi il mercato interno combinato con la creazione del Reichsmark. Mentre però sotto l’impero sono stati istituiti i primi elementi di un sistema di assicurazioni sociali ed anche un’unione politica nella forma del Reichstag (che, è vero, non è diventato un’espressione completa della sovranità popolare se non dopo la rivoluzione di novembre del 1918), finora l’UE non si è costituita in unione sociale e politica, e dispone soltanto di alcuni abbozzi rudimentali di collaborazione in ambito poliziesco e militare. Dopo il carbone e l’acciaio, e poi la politica agricola comune, la politica commerciale è stata l’unico ambito divenuto comunitario. Per questo il commercio è di esclusiva competenza della Commissione europea (a differenza del settore bancario).

Le idee di fondo all’origine di una “unione sempre più stretta tra i popoli europei”, per riprendere l’espressione dei trattati di Roma, provengono da diverse fonti (la guerra fredda, il superamento dello scontro “ereditario” franco-tedesco” per l’instaurazione del controllo congiunto dell’industria del carbone e dell’acciaio. Ma la forza motrice in atto negli sviluppi allargati di questo progetto è sempre stata e continua ad essere la centralizzazione e la “multinazionalizzazione” del capitale, che dagli spazi economici con dimensioni sempre più estese è costretta a costruire strutture economiche e finanziarie transnazionali (europee) pur rimanendo legata alla sua base nazionale. È la struttura fondamentale dei rapporti di produzione capitalistici a manifestarsi in questa forma: questi si basano sulla concorrenza tra capitali distinti senza offrire alcuna possibilità di gestire risorse in un modello cooperativo che trascenda i confini.

Il concetto di concorrenza attraversa tutti i trattati europei: concorrenza sia all’interno sia fuori. La formulazione migliore è quella della strategia di Lisbona (Consiglio europeo del 23-24 marzo 2000), in cui è scritto che l’UE intende “diventare l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo”.

Internamente, i gruppi capitalistici si avvalgono dei governi nazionali per garantirsi quote di mercato e vantaggi comparativi; esternamente, sul mercato mondiale, hanno bisogno del peso del mercato interno europeo, dell’euro e dell’intervento globale dell’UE come potenza commerciale per affrontare la concorrenza degli Stati Uniti, dell’Asia, ecc.

È quindi logico che nell’UE a dominare non sia la Commissione, come sosteneva, sbagliando ancora una volta, la campagna del “Lexit” (uscita di sinistra dall’UE) in Gran Bretagna, ma il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo (“gli Stati membri sono i titolari dei trattati”), come ripete incessantemente la Merkel): sono questi che si vedono in primo luogo come gestori e garanti dei grandi gruppi e delle confederazioni padronali, non come gestori degli interessi delle rispettive popolazioni e neanche come gli architetti di una casa comune europea. (Si veda, ad esempio, al momento della crisi dell’euro, l’ostinato rifiuto della Germania che l’Europa si assumesse una responsabilità per i paesi particolarmente scossi dalla crisi bancaria; oppure, in senso inverso, il rifiuto da parte della maggior parte degli Stati dell’UE di assumersi in solido la responsabilità dell’accoglienza dei profughi). Sicuramente è certo che l’80% delle leggi che attualmente si adottano nei parlamenti nazionali provengono da Bruxelles e sono integralmente conformi all’agenda neoliberista del capitale europeo. Nessuno però dei progetti della Commissione si trasforma in direttiva senza l’approvazione dei governi nazionali. E i lobbisti delle imprese, nel novero dei quali si contano politici di primo piano degli Stati nazionali, lavorano già in partenza, per la maggior parte del tempo, a scrivere progetti della Commissione. Questi/e signori/e, quando suonano, lo fanno come orchestra.

A questo aggiungiamo che non esiste una legge elettorale europea: i popoli dell’UE sono compartimentati in nazioni (secondo il criterio della concorrenza). I politici sono responsabili solo di fronte alla popolazione del loro Stato nazionale, non di fronte a un sovrano europeo. Di qui il comportamento schizofrenico che li induce spesso e volentieri a vantarsi in casa propria per quello che sono riusciti a ottenere “per noi” a Bruxelles, ma a liberarsi di qualsiasi responsabilità per tutto quello che hanno approvato in quella sede. “Bruxelles”, l’UE, diventano allora gli altri, questo o quell’altro. Un esempio particolarmente eloquente, negli ultimi tempi, è stato l’atteggiamento di Cameron rispetto al referendum sull’UE: è riuscito a fare il giochino di essere insieme a favore e contro l’UE (quella di un’unione sempre più stretta tra i popoli), perché piace al suo elettorato conservatore, ma rifiutando l’uscita dall’UE perché la City londinese è furiosamente contraria – quindi a servire insieme gli interessi mondiali del capitale finanziario e il provincialismo di una frangia della destra.

In altri termini: la natura capitalista dell’UE impedisce che ne venga fuori un progetto solidale, ecologico e democratico. Al contrario: la crescente disuguaglianza sociale crea nuovi rapporti di dominazione e di dipendenza tra gli Stati dell’UE e mette così in pericolo lo stesso progetto capitalista. Quanto alla popolazione dei salariati, non ha da parte sua alcun interesse a sostenere questo progetto. L’UE non è fatta per lei. Tuttavia, non ha neanche interesse a che esista solo scomposizione senza alternative. Le numerose guerre che l’Europa ha conosciuto insegnano come non si sia riusciti se non molto raramente a trasformare le guerre in rivoluzioni. I lavoratori debbono formulare il loro proprio progetto europeo, e il tempo incalza.

La crisi economica: nessun sacrificio per l’euro

Stabilizzare e rafforzare l’euro è diventato, per il capitale e la borghesia, il principale motivo per stare nell’UE. La moneta comune riduce il costo dell’accesso ai mercati europei, facilitandolo sia per i paesi dell’UE sia per il capitale extra-europeo. Essa dà al capitale europeo rivolto all’estero il peso necessario per far parte del coro dei grandi. Senza l'euro, i singoli Stati membri non potrebbero più continuare a lungo a sedersi al tavolo del G8 – neanche la Germania. Non è quindi un lapsus, né linguistico né morale, quando la Merkel dice “se fallisce l’euro, a fallire è l’Europa”. Dal punto di vista capitalistico, è assolutamente giusto, e lei non fa che enunciare con chiarezza la posta in gioco di questa UE. (Si può toccare con mano l’importanza dell’impatto esterno della crisi dell’euro. In occasione del suo viaggio in Cina, nel 2012, la Merkel si è sentita dire che la Cina si sarebbe sbarazzata dei suoi fondi monetari in euro se la Germania non fosse riuscita a conservare la coesione dell’eurozona e se la Grecia fosse uscita dall’euro. Al ritorno, aveva insistito perché la Grecia restasse nell’eurozona).

L’euro però va male; progetto comunitario, soffre delle contraddizioni interne dell’UE. La stabilità dell’euro dipende da quella dell’unione economica e monetaria (UEM) su cui poggia. Ora, le economie dell’UEM vanno in direzioni opposte. Avveniva già prima dell’introduzione dell’euro. Questo inizia al momento delle recessioni degli anni Sessanta e Settanta e si manifesta con tassi d’inflazione sempre più divergenti che alla fine sfociano nel fallimento del Serpente monetario europeo (SME, 1972-1978). Con l’ondata del boom della “nuova economia”, l’introduzione dell’euro e il concomitante vantaggio degli interessi sui prestiti statali, in un primo tempo ha l’effetto di una misura di rilancio e gonfia il settore finanziario e immobiliare. Per una fase, questo nasconde il fatto che le bilance commerciali dell’eurozona divergano sempre più drammaticamente. Attualmente, i diversi livelli di produttività si scontrano reciprocamente in assenza di ammortizzatori, e le economie che godono di livelli di produttività superiori evidentemente ne approfittano, la Germania in primo luogo.

La crisi finanziaria del 2008 porta in piena luce queste disparità Nella crisi, ogni Stato membro ha come scopo quello di salvare le proprie banche. Le somme in gioco superano di gran lunga le capacità della maggior parte degli Stati, per cui diventa necessaria la responsabilità congiunta dell’eurozona, per evitare che crolli l’intero edificio dell’unione monetaria. Tuttavia, il governo federale tedesco si rifiuta fino all’ultimo momento di accettare un fondo comune di salvataggio, dei prestiti di Stato europei o una vigilanza bancaria europea, cedendo all’ambiente sciovinista dell’elettorato: “Non pagheremo per quei fannulloni greci”. Alla fine cede, ma a condizione di dettare agli altri paesi un’insostenibile disciplina di bilancio che ne schiaccia stabilmente alcuni sotto montagne di debiti, spingendoli immediatamente o tendenzialmente verso una condizione strutturale di dipendenza economica. Il che ottiene di scavare un profondo fossato tra il Sud e il Nord dell’Europa.

L’euro, e la politica economica di stabilità e di competitività ad esso connessa (sotto il nome di “freno all’indebitamento”), diventa intanto per la Germania e per un gruppo di paesi della sua immediata sfera di influenza il principale strumento di una nuova dominazione politica sull’Europa. Per alcuni paesi dell’Europa del Sud, l’indebitamento strutturale e la loro dipendenza dai creditori del Nord diventano un problema centrale. Devono liberarsi da tale servitù, se vogliono recuperare la possibilità di uno sviluppo autonomo. Per loro, l’uscita dall’euro è un primo passo.

Per i paesi della metà settentrionale, il problema si presenta in modo diverso: qui stanno i governi che sono i principali responsabili delle deregolamentazioni nell’UE, e il compito centrale è di sostituirli, con gli obiettivi di abbattere il potere della finanza e dei grandi gruppi e di lottare contro il social-sciovinismo, presente tra gli stessi lavoratori. Finché non si raggiungerà questo obiettivo, uscire dall’euro non serve a molto.

In tutti i paesi, si tratta di lottare contro la politica di austerità, ma gli uni e gli altri non hanno lo stesso posto nelle strutture di potere dell’UE. Al centro, i problemi non si presentano allo stesso modo della periferia.

Il progetto di un’Europa ridotta

Rimanere ostinatamente ancorati all’dea che gli Stati nazionali siano “i signori dei trattati” equivale a cercare di reggersi in equilibrio sulla lama di un coltello: lo dimostrano la crisi dell’euro e la Brexit. La Brexit indebolisce il capitale britannico più che non l’UE. La Gran Bretagna non ha adottato l’euro e nessuna delle tendenza di destra è interessata a rompere con il mercato interno europeo; l’esito del referendum le serve piuttosto a negoziare ulteriori deroghe alla sua regolamentazione. In compenso, a ripresentarsi è la questione scozzese, minacciando di sconquassare il regno.

Comunque, coloro che vedono nella Brexit l’avvio della scomposizione dell’UE rischiano di rimanere delusi: l’UE è ben più importante per il capitale. Essa perde un contribuente e un pilastro importante per l’Unione militare. Ma eventuali delocalizzazioni di sedi sociali e piazze finanziarie verso il continente rafforzerebbero imprese europee concorrenti. Quel che tuttavia spaventa di più le élites dominanti è che la Brexit possa fare scuola nei paesi centrali della Comunità europea (Francia, Olanda).

Per questo motivo, dopo la crisi dell’euro, assistiamo all’intensificarsi degli sforzi per approfondire l’integrazione europea, malgrado tutte le manifestazioni di rifiuto. L’unione bancaria europea costituisce un primo passo verso la creazione di garanzie comunitarie. Nel 2012, tra l’altro, il presidente della Commissione europea e quello del Consiglio europeo presentarono ciascuno un progetto di un’Europa ridotta, costituita dai membri dell’eurozona. I due progetti prevedono un bilancio dell’eurozona che comprende altresì alcuni strumenti finanziari per compensare situazioni di disagio sociale; nei cassetti della Commissione ci sono progetti di assegni europei di disoccupazione, di un sistema pensionistico europeo e di un salario minimo europeo. Per il momento, gli Stati membri non ne vogliono sentir parlare. Né questo significa che l’Europa si sia scoperta una vocazione sociale; tali misure sono affiancate dall’obbligo per ogni Stato di impegnarsi con un trattato bilaterale con la Commissione a un maggior rigore di bilancio e a più “riforme” (controriforme, in realtà) e ad applicare paese per paese le raccomandazioni pubblicate annualmente dalla Commissione (l’idea proviene dalla cancelleria tedesca). La Commissione prepara inoltre direttive per un mercato del lavoro più flessibile, che annullerebbero le legislazioni sul lavoro uscite nel dopoguerra (ne illustrano la direzione attacchi quali la legge sull’unificazione tariffaria [in Germania], o la “riforma” francese del Codice del lavoro, nonché la recente soppressione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori italiano). Si parla di mutuare dalla Danimarca (che non sta nell’eurozona) l’adeguamento automatico dell’età pensionabile in funzione dell’incremento della speranza di vita.

La frangia liberista del Parlamento europeo (Guy Verhofstadt, ex Primo ministro belga) lancia la proposta di un ministro europeo delle Finanze, di un ministro degli Esteri comune, del trasferimento nel diritto comunitario di “strumenti di salvataggio” quali il meccanismo di stabilità europea e il patto fiscale, di un fondo comune di indebitamento, di “euro-obbligazioni”, e anche di un bilancio europeo dotato di una propria fiscalità, infine della riduzione della Commissione europea. Il tutto, nel senso di un’armonizzazione sì, ma verso il basso. Intorno a questa Europa si raggrupperebbero membri associati il cui statuto differirebbe in funzione della loro forza economica. I paesi del Sud precipiterebbero nella condizione di economie dipendenti.

Per i lavoratori, questo tipo di approfondimenti dell’integrazione europea significherebbe un notevole aggravarsi degli attacchi alle loro conquiste – con buona pace dei parziali progressi che si realizzerebbero ad esempio nell’ambito di con buona pace dei parziali progressi che si realizzerebbero ad esempio nell’ambito di un’assicurazione sociale ridottissima. A parte questo, la costruzione europea diventerebbe ancor meno democratica, in quanto la possibilità di rivalutare il Parlamento europeo per farne un parlamento a pieno titolo con tutte le competenze legislative non viene richiamata da nessuna parte, e del resto mancano gli strumenti più elementari perché si esprima la comune volontà della popolazione dell’eurozona.

A questi progetti va contrapposta una resistenza decisa e coordinata su scala europea. Per ora, tuttavia, tutti questi progetti sono stati relegati in fondo a cassetti. Implicherebbero infatti la modifica dei trattati, il che vuol dire che dovrebbero tutti essere ancora una volta ratificati dai parlamenti nazionali, a rischio di venire respinti.

II. La sinistra e l’UE

Il referendum britannico sull’appartenenza all’UE ha illustrato benissimo i metodi della classe dominante per fare dell’UE il capro espiatoria della sua politica quando le fa comodo e intende seminare confusione per non doverne pagare il prezzo. Si è voluto far credere a una popolazione che da decenni subisce disindustrializzazione, privatizzazioni e concentrazione dell’industria finanziaria (attualmente Londra è la maggiore piazza finanziaria del mondo) che fossero “Bruxelles” e la sua politica migratoria ad essere responsabili delle conseguenze negative di tutto questo. E anche la sinistra britannica è caduta nella trappola.

Il referendum, o il teatro dei burattini

L’appello all’uscita da sinistra (“Lexit”) prende a bersaglio esclusivamente il ruolo dominante (affermazione peraltro erronea) di istituzioni europee non elette come la Commissione o la Banca centrale europea (BCE). Non dice neanche una parola sulla responsabilità del governo Thatcher nel declino industriale della Gran Bretagna, sulla responsabilità della City londinese nella crisi finanziaria, di quella di Cameron nell’intensificarsi della pressione sui lavoratori (in fondo, è stato lui ad aver spalancato le porte, fin dall’inizio del 2000, alla manodopera immigrata dall’Europa dell’Est… senza concederle le stesse condizioni di lavoro). Non una parola neppure sul fatto che, per decine di anni, è il governo britannico ha continuamente bloccato qualsiasi minimo progresso verso un’Unione sociale europea. Fin dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, la Gran Bretagna è stata incessantemente, insieme alla Francia, fautrice della costruzione di muri anti-profughi, per respingere l’iniziativa “Mare nostrum” e militarizzare i meccanismi di respingimento dei rifugiati. La maggioranza dei sindacati britannici e il Labour Party non si sono minimamente opposti all’ultraconservatrice politica europea dei tories, anzi la linea social-sciovinista “British Job for British Workers” (lavoro britannico per i lavoratori britannici) vanta una lunga tradizione nella classe operaia britannica.

Per questo, c’erano porte aperte per una campagna razzista senza precedenti, essenzialmente rivolta contro i migranti dell’UE provenienti dall’Europa dell’Est, aggressioni e omicidi inclusi, e la dominante di questa campagna di rigetto della libera circolazione delle persone ha impegnato sia il campo del “remain” (restare) che quello della “Brexit”. È del tutto inutile voler cancellare questa dimensione, anche se vi si mescola una consistente porzione di pauperizzazione reale, di ansie sociali e di odio per le élites politiche, per il “sistema”.

Le speranze di coloro che, a sinistra, hanno salutato euforicamente la “Brexit” come un fatto di “progresso” saranno amaramente deluse. I tories hanno rapidamente superato la loro crisi di direzione, Cameron certo se ne è andato, ma in compenso è Johnson ad essere ministro degli Esteri – un gioco assurdo e concordato in partenza, in cui comunque è la destra che vince, sia essa contro o a favore dell’UE. L’unico spiraglio di luce è - forse – la secessione della Scozia. La sinistra anticapitalista (e anti-UE) è sconfitta su tutta la linea ed divisa come non mai, senza essere riuscita a ricavare un capitale politico dalla crisi delle direzioni conservatrici.

Social-sciovinismo

Il risultato del referendum ha posto in piena luce due problemi:

· in primo luogo: la sinistra si lascia prendere per il naso da una questione mal posta: una sinistra anticapitalista non ha il dovere di “scegliere” tra due varianti di uno Stato capitalista, e soprattutto non quando l’una non è che l’appendice dell’altra. In un paese imperialista come la Gran Bretagna, la sinistra deve denunciare apertamente il gioco truccato del governo, e si deve opporre alla rabbiosa campagna anti-UE della destra. Per lei, il nemico principale sta a Londra, non a Bruxelles. Non deve rinunciare alla propria posizione anti-UE, ma non basta portare solo argomenti diversi; in una situazione del genere deve dirigere il tiro contro il proprio governo. Giocando lo stesso gioco di questo, ha fallito;

· in secondo luogo: il fatto che la Brexit abbia ottenuto in certi ambienti operai un così alto livello di adesione le pone il problema di capire che atteggiamento deve avere sulla penetrazione dell’ideologia sciovinista nella classe operaia e del fianco così scoperto rispetto all’estrema destra. Non è solo un problema britannico, ne è un problema che risalirebbe ai soli ultimi giorni; qualcosa di simile si manifesta da tempo nelle aree industriali in rovina del Nord e dell’Est della Francia, nelle cittadelle del precariato nell’Italia settentrionale, in Scandinavia e nell’Europa dell’Est, e alla fine anche in Germania, dove non c’era bisogno di aspettare i successi elettorali dell’AfD nei bastioni operai per sapere che, da anni, uno strato del 20% dei sindacati accoglie con favore le parole d’ordine della destra. Se l’estrema destra è ben più forte nei paesi del Nord Europa che non in quelli del Sud questo ha qualcosa a che vedere con il ruolo imperialista di quei paesi: a chi non se la ride quotidianamente a casa sua, si può proporre a mo’ di cataplasma e di compensazione, di aderire all’immagine meritevole di cui godono “nel mondo”. La politica di certe direzioni sindacali incollate agli interessi delle “loro” imprese rafforza tra l’altro la dipendenza ideologica del mondo operaio dal capitale. (Il massiccio successo dell’estrema destra nell’Europa dell’Est ha sue ragioni specifiche).

Un lavoro antirazzista che si limitasse a svelare quanto l’estrema destra sia cattiva ed ostile ai lavoratori non condurrebbe molto lontano se non blocca. il social-sciovinismo nelle file della propria classe.

Multi-nazionalizzazione

Il movimento operaio ha grande difficoltà nel trovare una risposta alla multi-nazionalizzazione (e quindi, appunto l’europeizzazione) del capitale.

I problemi delle lingue, spesso la mancanza degli indispensabili strumenti materiali, oppure le differenze nella rappresentanza del personale nelle imprese, costituiscono un ostacolo ai contatti diretti tra lavoratori. Per mantenerli vivi c’è bisogno di potersi basare su un’organizzazione , ed è interessante constatare che spesso sono alcune ONG e non dei sindacati a svolgere questa funzione (cosa che vale soprattutto per le lotte dell’emisfero Sud). Se però ci sono conflitti sociali transnazionali essi riportano reali vittorie.

I sindacati hanno certo costruito strutture internazionali ed europee, ma si tratta di organizzazioni dedite all’analisi e al lobbismo. Non sono abilitate a prendere iniziative di lotte, ad esempio a livello europeo. I sindacati dei vari paesi vigilano gelosamente e stanno ben attenti a non perdere il controllo sull’organizzazione del rapporto tra lavoro salariato e capitale. (i marinai costituiscono un’eccezione: per forza di cose hanno sempre avuto reti internazionali e sono sempre stati in grado di portare avanti battaglie comuni – è così che hanno fatto cadere la direttiva sui lavoratori portuali).

I sindacati riflettono così lo schema dei loro Stati nazionali, senza però essere in grado di costruire, parallelamente alle loro strutture nazionali, strutture europee capaci di agire (mentre in compenso riesce a farlo il capitale). Per questo non svolgono praticamente alcun ruolo in importanti decisioni come il patto fiscale o la direttiva sui servizi; nel migliore dei casi riescono ad organizzare impressionanti manifestazioni a Bruxelles. La Confederazione europea dei sindacati (CES) è una struttura lobbistica ma che non riesce a misurarsi con quelle padronali. Quale contrasto con la mobilitazione contro il trattato di libero scambio transatlantico (Tafta)!

Dentro o fuori?

Visto che il movimento operaio non ha pesi da gettare sul piatto della bilancia perché le idee di un’Europa sociale diventino realtà, le posizioni della sinistra si muovono nel dualismo loro imposto: riformare l’UE od uscire dall’UE. Tuttavia, posto così, il problema manca di qualsiasi contenuto sociale.

Quei sindacati che si concepiscono essi stessi come partner sociali, accettano il quadro posto dal capitale, vale a dire l’UE, limitandosi a volerlo semplicemente migliorare. È questo anche l’atteggiamento della socialdemocrazia e dell’ala riformista di Die Linke: per pesare di più, punta all’allargamento dei diritti del Parlamento europeo – in ultima analisi, su uno Stato europeo, come ad esempio lo immagina Jürgen Habermas. Più diritti per il Parlamento europeo non è assurdo, anche se ci sarebbe da discutere la questione se la forma classica del parlamentarismo sarebbe sufficiente a dare abbastanza diritto di parola ai/alle cittadini/e europei/e. Ma l’idea di una Unione responsabile in ultima istanza e che sarebbe necessariamente abbinata a una redistribuzione di ricchezze, quella di uno Stato centrale europeo, è fondamentalmente contraria ai criteri dell’UE inscritti nei trattati di Maastricht e di Lisbona. Questa UE non è riformabile, occorrerebbero nuovi trattati. Basta l’esperienza greca per dimostrare come qualunque tentativo di appellarsi nonostante tutto alla ragione di chi detiene le leve sia votato al fallimento.

Rimane l’uscita dall’UE. Dove porti dipende unicamente dalla domanda: chi la dirige, la destra reazionaria o la sinistra? Se la sinistra intende porsi alla testa del movimento, deve rispettare due condizioni preliminari. 1) Deve paralizzare la classe dominante nel proprio paese, in altri termine deve dare la priorità alla lotta di classe nel proprio paese. 2) Deve essere in grado di promuovere movimenti sociali europei, conflitti nelle fabbriche inclusi.

Il problema “dentro o fuori” è allora secondario. Finché infatti esiste l’UE, resta naturalmente importante incidere sui procedimenti legislativi anche a livello europeo, e parimenti sviluppare la nostra propria visione su quel che dovrebbe essere un’Europa solidale e democratica.

III. Quale Europa vogliamo

Un argomento che ha avuto un ruolo per la Brexit (meno per l’Oxi greco) era che l’UE non era democratica perché rappresentava il trasferimento di competenze e di possibilità di controllo. Anche questo è un argomento posto a prescindere dalle classi. Deriva da una concezione dello Stato il cui nocciolo duro non è fatto dei diritti democratici e all’autogestione da parte della popolazione, ma del diritto dello Stato ad avere la signoria suprema su tutte le decisioni che concernono gli affari sovranazionali. In Germania, le sentenze del Tribunale costituzionale federale, ad esempio si ispirano a questo spirito: il Bundestag (il Parlamento federale) deve avere l’ultima parola. Non a caso sono soprattutto alcune destre conservatrici a ricorrere a questo argomento, che corrisponde alla loro concezione secondo cui lo Stato è l’attore politico centrale. Ma vi sono anche sovranisti di sinistra, specie in Francia.

Una sinistra socialista vede le cose con un altro occhio. Per lei, sono le classi sociali ad essere il protagonista politico centrale. Lo Stato nazionale in cui ci troviamo è uno Stato borghese. È la classe borghese che regna. Le aspirazioni democratiche vi sono tollerate soltanto nella misura in cui essa non perde il controllo degli avvenimenti. E se ne ha bisogno svuota semplicemente di sostanza i diritti del Parlamento o dei sindacati, così come quando, ad esempio, i deputati del Bundestag sono messi in condizione di non potersi pronunciare su procedimenti legislativi che non sono in grado di controllare perché la valanga di informazione e la celerità delle procedure rendono impossibile la cosa. Per la borghesia, la democrazia è uno Stato di diritto che garantisce la proprietà privata.

Anche in Germania, da tempo il potere legislativo si è spostato dal Bundestag al governo, e nessuno potrà pretendere che “noi”, i deputati del Bundestag (cosa che è già un “noi” passabilmente striminzito) abbiamo effettivamente e realmente deciso le misure di salvataggio adottate per la Grecia. La decisione è stata presa da un esecutivo che lavora per conto della classe dominante, e i deputati sono stati autorizzati a dire sì. Il concetto di sovranità nazionale non fa che diffondere nebbia intorno a questo dato di fatto.

Il difetto dell’UE non sta nel fatto che vi sia stato in ambiti parziali un trasferimento di sovranità dal livello nazionale al livello europeo. Sta invece nel fatto che il trasferimento avvenga, coscientemente ed intenzionalmente, per vie non democratiche – con istituzioni non elettive e che non devono rendere conto ad alcun elettorato, oppure a un Parlamento europeo che di parlamento non ha che il nome.

Nessuno dei problemi globali con cui abbiamo a che fare oggi - massiccia disoccupazione, fame, disuguaglianza sociale crescente in ogni paese e tra paese e paese, il cambiamento climatico, le ondate di profughi – può trovare soluzioni nel quadro nazionale. Per giunta, le risorse mondiali vengono distribuite in modo disuguale. Se si vuole evitare che di queste ci si appropri con la violenza (strutturale o bruta), occorre essere disponibili a condividerle e a concedersi reciproche garanzie – occorrono dunque processi di cooperazione e strutture decisionali a livello transnazionale (europeo).

Non solo queste strutture devono avere piena legittimazione democratica, ma devono anche essere costruite in modo tale che non si decida a livello transnazionale se non quello che non si può decidere ai livelli inferiori. E in modo tale che, malgrado un livello internazionale che plana a grandi altezze, il massimo di persone possano prendervi parte.

L’attuale modello di Stato nazione borghese, la democrazia parlamentare, non si presta a questo. Già ora i parlamenti nazionali sono per le cittadine e i cittadini come delle navicelle spaziali, malgrado tutte le potenzialità fornite dalle tecnologie informatiche. Occorre sviluppare nuovi modelli di democrazia partecipativa che rafforzi il livello locale e subordini lo stesso livello transnazionale all’obbligo di renderne conto e renderlo trasparente.

Questo “modello di solidarietà di sinistra” poggerebbe su un’ampia de-mondializzazione della produzione, in modo che si possa riavvicinare il più possibile la produzione della ricchezza sociale al consumatore ed orientarla in funzione dei bisogni degli utenti, non dei profitti auspicati dagli azionisti. Questo è possibile grazie a un approvvigionamento decentrato al 100% basato su energie rinnovabili, che a sua volta restituirebbe maggiore autonomia alle comunità di piccole dimensioni.

Colonia, 22 luglio 2016



[i] Angela Klein è membro dell’ISL (Internationale Sozialistische Linke), una delle due organizzazioni della IV Internazionale in Germania. È redattore della rivista Sozialistische Zeitung – SoZ).



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