Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Il "papa della pace"?

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Papi e servi

 

Disgustosa la TV in questi giorni, inginocchiata tutta (compresa Rai3) di fronte al beato. Altrettanto ha fatto gran parte della stampa, con poche eccezioni: da segnalare il numero speciale di MicroMega su “Karol Wojtyla - Il grande oscurantista”, e la dissacrante copertina del supplemento satirico domenicale del “Fatto quotidiano” sul tema del “beato” con Woitila accompagnato in paradiso da due procaci angiolette con le tette in vista.

Ovviamente della santità o “beatitudine” non mi importa niente, solo se fossi credente mi indignerei a pensare che un uomo o un gruppo di uomini, non sempre moralmente ineccepibili, si arrogano il diritto di decidere chi è ammesso in paradiso… Quel che mi scandalizza è il modo con cui viene creato artificialmente un clima di unanimismo, selezionando decine di interviste che ripetono le banalità sul papa che ha fatto tanto per la pace, per i giovani, ecc. Ma non è una novità.

Ho cercato quindi nell’archivio del computer un paio di miei articoli in cui avevo cercato di ricostruire la figura di un abile papa politico e diplomatico, e di smontare le assurde illusioni riposte nel suo ruolo e in quello di alcuni protagonisti. Il primo pezzo era stato scritto in occasione di una visita dl presidente George W. Bush a Roma, accolto da una forte manifestazione ostile il 4 giugno 2004, e ricevuto cordialmente in udienza privata dal papa.

Polemizzavo con una serie di bugie: una penosa, anche se scontata, autoesaltazione del ruolo dell’Italia come ispiratrice di una presunta “correzione di linea” degli Stati Uniti. Peccato che sui giornali statunitensi si era quasi ignorato l’incontro di Bush con Berlusconi, e si era detto esplicitamente che l’unico obiettivo della visita a Roma era la foto col papa (a cui, con sprezzo del ridicolo, Bush ha dato perfino una medaglia...). Rutelli comunque aveva subito abboccato all’esca della presunta “correzione di linea” per annunciare che l’Italia “poteva restare in Iraq”, ma non mi stupiva, la guerra era una sua vecchia passione. Ma quello che mi era parso più grave era che anche Bertinotti aveva approfittato dell’occasione per raccontare  una bella favola sul papa, subito seguito da altri nel PRC. Oggi ne abbiamo viste e sentite tante da Bertinotti che sembra assurdo che appena 6 o 7 anni fa ci si stupisse per questo, ma allora era una novità. Ma era solo l’inizio…

Il secondo articolo è apparso in un numero di “Erre” dedicato all’elezione di Ratzinger, e ricostruiva l’eredità che Woitila lasciava al suo successore, seguendo le tracce dei suoi numerosissimi viaggi. Senza demonizzazioni dell’uno e dell’altro, ma non dimenticando mai che erano entrambi nemici di ogni progresso…

 

 

1)  Ma cosa ha veramente detto a Bush il “papa della pace”? (2004)

 

Non ne sappiamo molto. La dichiarazione del portavoce vaticano Joaquín Navarro è molto sintetica: “L’incontro è stato molto cordiale” e ci sono state delle “convergenze” a proposito del “processi di normalizzazione in Iraq, degli sforzi statunitensi a favore dell’Africa (?!?), e soprattutto per “quanto si fa in America nel campo della famiglia e della difesa della vita”. Quindi “Dio conceda pace e libertà, Dio benedica l’America”. Benissimo, stiamo freschi se affidiamo a queste ipocrisie diplomatiche il compito di assicurare la pace!

Sapere che altro si sono detti in 15 minuti, che non sono poi tanti, non è facile. Ci sono stati blandi accenni (non così espliciti come l’elogio delle leggi contro la libertà della donna), ai “fatti deplorevoli delle ultime settimane che hanno offeso la coscienza civile e religiosa di tutti e reso più difficile l’impegno per affermare i valori umani”. Il papa allude alle torture, ovviamente, ma “allude” e basta, e per giunta dà per scontato che il compito di “affermare i valori umani” nel mondo spetti agli Stati Uniti! Auspica “nuovi negoziati tra Israele e l’Autorità palestinese”, ma senza una parola sulle ben diverse responsabilità dei due “contendenti”, messi sullo stesso piano come sempre.

Fausto Bertinotti non ha notato le reticenze, ma al contrario ha dichiarato che il papa “ha di nuovo ribadito un messaggio che compete alla sua alta cattedra”. Già questo riconoscimento di “competenza” e di altezza della cattedra è discutibile, due secoli e più dopo l’illuminismo, ma poi, confondendo desideri e realtà, il segretario del PRC ha aggiunto di credere che il discorso del papa “pur se nella totale autonomia di una grande autorità religiosa, possa essere messo in relazione alla domanda di pace” che si è espressa nella manifestazione del 4 giugno... Meno male che presenta come una sua opinione questa interpretazione.

Invece su “Liberazione” il vaticanista Fulvio Fania ha sviluppato l’accenno di Bertinotti in maniera esemplare. Fania dice che Woitila si è espresso “con il linguaggio della più fine diplomazia” (che come è noto non ha nulla a che fare con quello evangelico, dato che si basa sul dire e non dire, per lasciare aperte le più diverse interpretazioni), ma “in realtà è duro”. Dopo l’omaggio ai caduti statunitensi (e polacchi) per la liberazione dell’Europa, Giovanni Paolo II avrebbe infatti secondo Fania toccato “il centro delle questioni”.

“Lei – dice il Papa a Bush – conosce bene l’inequivocabile posizione della Santa Sede” su Iraq e Terrasanta, espressa “in numerosi documenti e attraverso contatti diretti e indiretti e molti sforzi diplomatici”. A me la posizione della “Santa Sede” (con la maiuscola, sempre, su “Liberazione, come “Papa”) non era sembrata tanto “inequivocabile”, ma piuttosto cerchiobottista. A Fania no, perché quel che il papa non ha detto, lui lo ricostruisce in base ai suoi desideri.

Leggere per credere: dopo le blande e vaghe frasi in cui ricordava senza esplicitarla la posizione assunta nella prima fase della guerra (prima di lasciare la parola ai “realisti” della Curia come Ruini), Fania scrive letteralmente: “È come se gli dicesse: ti ricordi quando il cardinale Laghi venne a pregarti di non scatenare la guerra e tu non gli hai dato retta? Non è solo recriminazione, il ragionamento punta sul futuro e lega strettamente la tragedia irachena al conflitto in Palestina, che per il Vaticano resta la madre di tutte le crisi.” Non è “recriminazione”, scrive Fania, noi diremmo invece che è pura farneticazione, per attribuire al papa quello che pensa il vaticanista di “Liberazione”.

E francamente è spudorato citare il cardinal Pio Laghi, senza ricordare che era il nunzio apostolico in Argentina al momento delle giunte militari, e che non solo negava l’esistenza di crimini e sparizioni in quel paese, ma non si vergognava di andare a giocare a tennis e a golf con i generali assassini. A questo cinico personaggio il “papa della pace” ha affidato il ruolo di rappresentarlo in Medio Oriente!

Se sulla Palestina l’unica indicazione è di aprire “nuovi negoziati” tra Israele e Autorità palestinese, come se non ne avessero avuti abbastanza, sull’Iraq la balla del nuovo governo Allawi viene presentata addirittura come “un’incoraggiante tappa”. Cosa fare dopo? Garantire un “ritorno alla sovranità” grazie a “un’attiva partecipazione della comunità internazionale e in particolare dell’ONU”. Cioè fumo fritto, a partire dalla formula onnivalente “comunità internazionale”, che non vuol dire niente di preciso e che, come si è visto nei Balcani, può giustificare il ricorso alla NATO, all’UE, ecc, qualora l’ONU (che non ci piace, ma è almeno sulla carta più rappresentativa), non fosse utilizzabile.

Fania si consola immaginando un presunto imbarazzo di Bush, sorprendendosi poi perché costui può poi elogiare “il Papa proprio come difensore della dignità umana, della pace e della libertà dal comunismo e dalla tirannia”, nominandolo per giunta “eroe dei nostri tempi”. E il papa se l’è lasciato dire senza offendersi! E perché il papa non ha rifiutato di riceverlo, come in altri tempi, papi di altra tempra, avevano fatto con non pochi imperatori? O almeno, se proprio riteneva utile il colloquio, non ha detto una sola parola chiara di condanna, ma ha parlato come l’oracolo di Delfi, o la Sibilla cumana, lasciando a Fania l’interpretazione pacifista, e ai giornali statunitensi la soddisfazione per il bel colpo di Bush, che ha disorientato il movimento antiguerra di matrice cristiana, e spera di poter avere i voti dei cattolici, ormai in maggioranza in diversi Stati. Per giunta Bush ha ottenuto il bel risultato di un concreto avvicinamento tra una parte dei cattolici e i “neocons” integralisti “evangelical” a cui lui stesso appartiene. L’operazione è stata facilitata da un altro singolare cardinale nominato da Giovanni Paolo II nel 2001, Avery Dulles, di origine protestante poi, dopo la conversione, gesuita, che discende da una famiglia dell’establishment WASP, [acronimo di White Anglo-Saxon Protestant]: suo padre, John W. Foster Dulles, fu segretario di Stato con la presidenza Eisenhower e suo zio, Allen W. Dulles, fu capo della CIA e presidente della United Fruit al momento dell’invasione del Guatemala.

 Sul “Corriere della Sera” del 4 giugno Luigi Accattoli, il vaticanista che più fedelmente di tutti riporta il sentire del palazzo pontificio, ha scritto che il papa ha già deciso: al cattolico Kerry preferisce l’evangelical Bush. E “lo vuole aiutare presso l’elettorato cattolico”. Ma i lettori di “Liberazione” non lo sospettano neppure!  

(stralcio da un articolo apparso su BaRoNews nel giugno 2004)

 

2) L’eredità di Giovanni Paolo II (Da “Erre”, num. 15, 2005)

 

I primi quattro mesi dopo la morte di Giovanni Paolo II hanno visto praticamente tutti i media impegnati in un ossessivo confronto tra i due papi, basato sullo stile, sulla psicologia, sulla sopravvalutazione della diversa origine nazionale, ecc., un esercizio sostanzialmente inutile (se non per creare artificialmente attese o simularle).

Infatti la guida della Chiesa cattolica è affidata a uno strumento collegiale come nessun altro al mondo, regolato da meccanismi per dosare le diverse componenti culturali e geografiche allo scopo di assicurare per quanto possibile la continuità, garantita anche nei momenti di svolta come quello del papato di Giovanni XXIII.

Ad esempio quando un papa che doveva essere “di transizione” come Angelo Roncalli – sorprendendo tutti – utilizzava il suo potere monarchico per riproporre, a distanza di quasi un secolo, un concilio del tutto inatteso, anche perché sembrava ormai inutile dopo che il precedente Vaticano I aveva sancito il dogma dell’infallibilità pontificia, subito dopo un abile diplomatico come Giovan Battista Montini lo concludeva senza rotture visibili, ma limitandone la portata.[1]

Per giunta è impossibile dimenticare che Joseph Ratzinger è stato per un quarto di secolo il principale collaboratore di Giovanni Paolo II, anzi una specie di “vice papa”.

È quindi più utile vedere quali sono i problemi che la Chiesa cattolica ha di fronte al termine di un lungo pontificato che ha visto un suo ruolo attivo nel mondo praticamente senza precedenti.

I viaggi del papa

Poche cose danno l’idea delle preoccupazioni della Chiesa cattolica quanto i 104 viaggi nel mondo di Giovanni Paolo II, che non hanno assolutamente precedenti in tutti i pontificati del passato, e che danno l’idea della dimensione internazionale di quello che è stato definito l’Impero del Papa.[2] Il  primo viaggio, già nel primo anno di pontificato, è in Messico (dopo il Brasile, il più grande paese cattolico dell’America Latina, con una tappa nella Repubblica Dominicana), e il secondo nella sua Polonia. Poi i viaggi si infittiscono. Visita paesi cattolici come l’Irlanda (dove predica invano contro la violenza, mentre esplodono bombe della cattolica IRA) o con importanti minoranze come gli Stati Uniti, ma anche la Turchia, in cui i cattolici sono appena lo 0,03%, ufficialmente per incontrare il patriarca ortodosso Dimitrios, ma anche per gettare un primo sguardo a quell’Asia che è il suo cruccio perché i cattolici sono meno del 3% nonostante le consistenti eccezioni di Filippine e Timor Est, e quella più che problematica del Libano maronita.

Poi tocca all’Africa, con tappe in sei paesi, tra cui lo Zaire, in cui incontra senza problemi il criminale dittatore Mobutu e la Costa d’Avorio dove il cattolicissimo presidente Houphouet-Boigny ha fatto erigere nel suo villaggio natale una riproduzione a grandezza naturale di San Pietro…

L’elenco completo sarebbe troppo lungo: ai viaggi in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna, Portogallo, Svizzera, Spagna, ecc.) alterna nuovi viaggi in Africa, in Asia (Pakistan, Filippine, Giappone, con scalo nella statunitense Guam per evitare di provocare la Cina con una tappa a Taiwan), e soprattutto in un’America Latina in cui la preponderanza cattolica è insidiata dalle sette evangeliche sponsorizzate dagli Stati Uniti come contraltare alla teologia della liberazione (a cui peraltro fin dal primo viaggio in Messico Karol Wojtyla aveva cercato di porre un argine, e che poi combatterà sempre più decisamente)[3]. Ovviamente una tappa importante è il Brasile, il più grande paese cattolico del mondo, dove è ancora al potere il generale Figuereido (che Giovanni Paolo II abbraccia pubblicamente, pur abbracciando anche il cardinale Arnas di São Paulo, e l’arcivescovo di Recife Helder Camara, critici verso il regime militare). Il viaggio dura ben 12 giorni.

Anche in Argentina nel 1982 papa Wojtyla non ha problemi a incontrare il presidente Galtieri, generale golpista, che ha portato il paese all’assurda guerra delle Malvine, che avrà di lì a poco la conseguenza imprevista del tracollo della dittatura. Non deve ostentare nessun incontro con vescovi sia pur blandamente oppositori, che sono pochissimi, 3 su 70: sotto la supervisione del nunzio apostolico Pio Laghi, la maggioranza della chiesa locale ha tollerato o addirittura collaborato con il regime che ha sterminato decine di migliaia di giovani a cui il papa non fa il minimo riferimento, limitandosi a pregare per i soldati caduti nella guerra con la Gran Bretagna. Anche quando nel 1987 tornerà in Argentina, pur esaltando la ritrovata democrazia (peraltro molto discutibile, e definita da molti la democradura), non vuole incontrare le Madri di Piazza di Maggio che sfilano con una sua foto insieme al generale Galtieri e con cartelli che chiedono “Il papa da che parte sta?”. Prima di arrivare a Buenos Aires il papa si era fermato in Cile, incontrando Pinochet, nonostante il disagio dell’episcopato locale, che a differenza di quello argentino, dopo alcune esitazioni, è passato all’opposizione.

Il papa in Nicaragua e a Cuba

Degli altri numerosi viaggi latinoamericani, vanno segnalati in particolare due, quello del 1983 nel Nicaragua sandinista, e quello del 1998 a Cuba, con alcuni punti di contatto e molte differenze, dovute a tattiche diverse, ma anche alla comprensione della specificità di Cuba, dove il Vaticano ha mantenuto sempre, anche nei momenti di maggior tensione, un nunzio apostolico, come è sempre rimasto accreditato un ambasciatore cubano presso la Santa Sede. Nel 1983 Karol Wojtyla “legge” la realtà nicaraguense con gli schemi che si è formato nella sua esperienza polacca. Respinge quindi il monaco trappista e poeta Ernesto Cardenal, ministro della cultura, che tenta di baciargli l’anello, e puntandogli contro un dito ammonitore, gli dice “Devi metterti in regola con la Chiesa”. Ha scambiato per comunisti vestiti da prete per convenienza quei sacerdoti come Cardenal e Miguel d’Escoto, ministro degli esteri, che si sono invece uniti ai sandinisti nel vivo della lotta contro il dittatore Somoza. La loro esperienza non ha nulla a che fare con quella delle “chiese patriottiche” create a tavolino in Polonia e in tutte le “democrazie popolari”.

Ma l’episodio più grave di incomprensione riguarda non i preti sandinisti ma le madri di 19 giovani caduti sotto i colpi della contra finanziata dagli Stati Uniti di Reagan. I loro funerali erano stati celebrati sulla stessa piazza appena il giorno prima. Le madri in gramaglie erano giunte sotto il palco su cui si celebrava la messa con le foto dei loro figli assassinati, chiedendo una benedizione. Il papa rifiuta e invita con tono aspro a fare silenzio, provocando proteste nella grande folla (mezzo milione di persone) accorsa per sentirlo. Indubbiamente ha pesato l’opinione dell’arcivescovo di Managua Ovando y Bravo, tenace oppositore della rivoluzione sandinista.

A Cuba invece, quindici anni dopo, in una visita preparata con lunghe trattative diplomatiche, facilitate da una grande pazienza delle autorità cubane, che tengono moltissimo alla visita, sollecitata per rompere l’isolamento e non subìta, il papa tiene ben altro atteggiamento.

Fidel Castro lo accoglie con una polemica garbata sulla storia, ricordando la sofferenza di milioni di africani strappati crudelmente alle loro terre lontane, e il papa risponde pacatamente, invocando più libertà per la Chiesa, e soprattutto condannando l’embargo.[4]

Migliaia di giornalisti accorsi per veder crollare il regime del “Ceausescu dei Caraibi” devono constatare che il governo cubano mantiene un forte controllo delle masse, senza ostentazione di polizia e di armati, e che le uniche contestazioni riguardano un discorso arrogante dell’arcivescovo di Santiago Mons. Meurice che fece un intervento violento contro la Rivoluzione, accolto dalla folla abbandonando in silenzio la piazza.

Non c’è dubbio su quale fosse l’interesse di Fidel Castro per questa visita: dimostrare che controllava benissimo il paese. Il papa, al ritorno, manifestò la sua delusione a un gruppo di seminaristi del suo paese per non aver potuto avere un ruolo analogo a quello che secondo lui aveva avuto in Polonia.

Ma la cautela del papa non era solo frutto di una maggiore conoscenza della realtà dell’isola rispetto a quella che aveva sul Nicaragua quindici anni prima: voleva gettare le basi per creare una forza politica cattolica in grado di assumere la guida di un paese in cui la Chiesa era poco radicata per le tante complicità del passato (con il colonialismo spagnolo, con Batista, ecc.) dopo la morte del líder máximo. E in parte è riuscito, il principale promotore della petizione per la modifica del sistema elettorale, Oswaldo Payá, non è stato arrestato nella retata dei 78 dissidenti del 2003, proprio perché molto legato al Vaticano.

Alcune critiche fraterne all’impostazione della visita e in particolare alla sottovalutazione della pericolosità dell’ideologia reazionaria del papa furono espresse il 26 gennaio 1998, la sera dopo la partenza di Woitila dall’isola, da quattro esponenti della teologia della liberazione (Giulio Girardi, Frei Betto, François Houtart e il sociologo brasiliano Pedro Ribeiro de Oliveira, tutti vecchi amici della rivoluzione), invitati a cena da Fidel.[5]

L’attesa delle masse per una concretizzazione della condanna dell’embargo, che spiega la grande partecipazione spontanea e l’affissione di adesivi osannanti a Juan Pablo II sulle porte di moltissime case, sarà presto delusa

I viaggi in Polonia e nei paesi dell’ex “socialismo reale”

In Polonia Wojtila ha fatto ben sette viaggi. La prima nel giugno 1979, la seconda nel 1987. Nel frattempo è nata Solidarnosc, nel 1980, si era verificata una forte divaricazione tra la prudenza del cardinal Glemp e la maggioranza radicale del sindacato autorganizzato nel 1981, la proclamazione dello stato d’assedio da parte di Jaruzelski in quello stesso anno. Nell’87 il regime sembrava abbastanza solido, e il papa fece appello all’unità della nazione ed elogiò Jaruzelski con cui ebbe diversi incontri non puramente formali.

Questo smentisce la leggenda del “papa che fa crollare il comunismo”, anche se certo pesò il grande prestigio di Wojtyla e la certezza della sua disponibilità a una soluzione negoziata nella successiva decisione di Jaruzelski di convocare una Tavola Rotonda con le opposizioni (alcuni dei quali non cattolici..) con l’obiettivo di rilanciare la concertazione col sindacato, ancora forte ma ormai ridimensionato e soprattutto con un gruppo dirigente meno radicale che nel 1981.[7] Poi, dopo che le elezioni volute da Jaruzelski (con un meccanismo truccato che doveva assicurargli una maggioranza artificiale dei seggi ma avevano rivelato che i voti ottenuti dal partito erano pochissimi) si erano trasformate in un boomerang, aprendo una crisi irreversibile, il papa era tornato spesso in Polonia. Tuttavia Karol Wojtyla  aveva dovuto sferzare anche il progressivo distacco dalla morale cattolica della maggioranza della popolazione, che nel 1989 aveva votato massicciamente Solidarnosc, ma soltanto perché era l’unica opposizione disponibile.[8]

Altri 19 viaggi hanno visitato gli altri paesi del blocco, non solo quelli tradizionalmente cattolici come Lituania, Slovacchia, Slovenia, Croazia, ma anche – già nel 1993 - un’Albania in cui i cattolici sulla carta sono appena il 15% e la cancellazione di ogni forma di organizzazione religiosa era stata pressoché totale.

Molti si erano concentrati negli Stati sorti dalla dissoluzione della Jugoslavia (questa sì attribuibile alla scelta sciagurata di affrettarsi a riconoscere prima di ogni altro, ma seguito a ruota da Austria e Germania) e in particolare in Croazia, in cui generiche esortazioni alla pace si erano combinate con atti irresponsabili come la beatificazione dell’arcivescovo Stepinac, che aveva avallato i massacri compiuti dagli Ustascia.

Ma Wojtila dedica grande attenzione anche a paesi con una presenza cattolica minima: Lettonia, Estonia, Kazakistan, Armenia, Georgia, Ucraina, Azerbaigian. E si capisce il senso di questi viaggi pensando a quelli tanto desiderati e non fatti: Cina e Russia, dove i cattolici sono meno dell’1% ma sono importanti per la tessitura di rapporti diplomatici e politici.[9]

La forza della Chiesa

La famosa battuta attribuita a Stalin (“quante divisioni ha il papa?”) era particolarmente sbagliata e inopportuna, non perché alla fine Woitila avrebbe fatto crollare l’impero “comunista” (leggenda ripetuta incessantemente e smentita dai commentatori anche cattolici più seri)[10] ma perché anche la forza principale dell’URSS, magari non sempre ben usata, era la capacità di lottare per l’egemonia su scala mondiale, quindi non fondata solo sulla potenza dell’Armata Rossa.[11]

Parecchi commentatori hanno sottolineato che la Chiesa cattolica è oggi l’unico impero mondiale capace di contrapporsi a quello degli Stati Uniti. Di fatto oggi (vedremo dove arriverà la Cina…) a contrapporsi agli USA nel mondo più che il movimento per la pace, ancora per varie ragioni insufficientemente strutturato, coordinato e consolidato, è la Chiesa cattolica, beninteso quando le interessa differenziarsi.[12]

Pio XII, ossessionato dal “pericolo comunista”, che determinò la sua eccessiva indulgenza verso l’ascesa del nazismo in Germania quando era solo il Nunzio apostolico a Monaco e poi a Berlino, e soprattutto i suoi colpevoli silenzi sullo sterminio degli ebrei, era stato poi responsabile di un pericoloso sbilanciamento del Vaticano che lo aveva fatto identificare con gli Stati Uniti negli anni della guerra fredda. Ma rappresentò una parentesi, sia pur gravissima (su cui non c’è stata nessuna seria autocritica, ma l’occultamento di documenti e una sistematica campagna giustificazionista, culminata nella proposta di santificazione fatta da Giovanni Paolo II) a cui il Concilio Vaticano II ha tentato di porre rimedio dando voce alle chiese locali e ai teologi più vicini ai popoli oppressi.[13]

Se la sinistra oggi tende a presentare una visione troppo positiva e “ottimistica” della Chiesa cattolica (mitizzandone l’impegno per la pace, o immaginando il clero latinoamericano prevalentemente schierato “dalla parte dei poveri”), negli anni della Guerra fredda viceversa la vedeva come organicamente legata alla società capitalistica, e quindi agli Stati Uniti.

Insomma oggi si confondono i desideri con la realtà, in passato si commetteva un errore di valutazione che avrebbe poi lasciato impreparati e disorientati di fronte alle correzioni del Vaticano II. La Chiesa cattolica non è “asservita al capitalismo”, ma lo utilizza, come ha usato per qualche tempo la società schiavistica (dall’epoca di Costantino) e per molti secoli quella feudale, ma sempre curando propri specifici interessi, non automaticamente coincidenti con quelli delle classi dominanti dell’epoca, tanto è vero che in molti periodi storici c’è stata una forte contrapposizione tra papato e potere politico (con l’impero in molti momenti del medioevo, con alcuni dei più forti stati nazionali in età moderna), conclusi a volte con la capitolazione di uno dei contendenti (che “andava a Canossa”…), o con soluzioni di compromesso, come il Concordato con Napoleone del 1801.

La gerarchia cattolica polacca, dopo i momenti di più aspra contrapposizione imposti da fattori esterni (le scelte antireligiose staliniane riproposte in ciascuna “democrazia popolare”, da un lato, e la rigidità anticomunista di Pio XII dall’altro), si è adattata a “usare” il regime burocratico, ottenendo privilegi di vario tipo e fornendo in cambio una preziosa collaborazione al mantenimento dell’ordine: dal 1956 Gomulka si appoggiò al cardinal Wiszinskij concedendo istruzione religiosa, crocifissi, la costruzione di nuove chiese e seminari (sotto il regime “comunista” erano più numerose che nella Polonia degli anni Trenta). La stessa collaborazione tra burocrazia stalinista e gerarchia cattolica si avrà con Glemp, che appoggiò le correnti moderate di Solidarnosc e –dopo il colpo di Jaruzelski – si schierò contro il radicalismo di alcuni settori del sindacato indipendente e  anche contro preti troppo intransigenti come Popielusko.

Un atteggiamento simile si ebbe in Ungheria, dopo la fase di scontro facilitata dalla debolezza politica del regime e dal fanatismo anticomunista e reazionario del card. Myndszenty. Dopo il suo esilio a Roma, si delinearono soluzioni alla polacca, naturalmente a partire dal peso molto più ridotto del cattolicesimo rispetto a non credenti e protestanti. Insomma la Chiesa nel suo complesso, e le gerarchie di ciascun paese in cui i cattolici pesano, stabiliscono (sotto il controllo del rappresentante diretto del papa, il Nunzio apostolico) alleanze con il potere statale ed economico in base ai propri interessi e mantenendo una certa autonomia e capacità di correzione di linea.

Un esempio interessante riguarda le Americhe che, nonostante le ovvie differenze di problemi tra paesi in cui sfiora o supera il 90% della popolazione, e quelli in cui i cattolici sono il 22% (Stati Uniti) o il 40% (Canada), per non parlare delle enormi differenziazioni economiche e sociali, sono state riunite da un’unica conferenza pastorale. L’obiettivo potrebbe essere quello di usare la forza del cattolicesimo latinoamericano per facilitare la crescita negli Stati Uniti (dove i nuovi cattolici sono soprattutto immigrati ispanofoni ), ma anche di esercitare un maggior controllo sugli episcopati più tentati dalla teologia della liberazione.

Le tattiche di penetrazione nei paesi in cui il cattolicesimo è estremamente minoritario (tutta l’Asia, Filippine e Timor est escluse, e anche gran parte dell’Africa) sono diverse tra loro, ma sempre seguite attentamente dalla gerarchia curiale. I problemi sono molto diversi, dato che spesso bisogna fare i conti anche con le resistenze delle Chiese cristiane non cattoliche, in particolare quelle ortodosse, che combattono ogni sforzo di proselitismo, e con cui spesso esistono vecchi contenziosi.

L’Opus Dei

La struttura formale dei dicasteri vaticani è sempre più internazionalizzata, al punto di apparire una specie di ONU,[14] e nel Collegio cardinalizio gli italiani si sono ridotti nel corso del XX secolo dal 60% a meno del 20% (già sotto Paolo VI erano meno di quel terzo indispensabile per controllare qualsiasi elezione). Ma la complessa organizzazione in Congregazioni e consigli è stata in parte aggirata da Giovanni Paolo II in vario modo, sia chiamando a vari incarichi di fiducia un numero sproporzionato di fidatissimi polacchi, sia attribuendo grande potere all’Opus Dei. Fondata nel 1928 come organizzazione rigorosamente segreta, era rimasta a lungo solo spagnola. Solo nel 1946 aveva spostato il suo centro a Roma e aveva cominciato a penetrare in Francia e poi in molti altri paesi. Ancor oggi, tuttavia, quasi la metà di suoi 80.000 membri sono spagnoli, la maggioranza dei restanti vivono in paesi ispanofoni, circa 6.000 si trovano in Italia, e 3.000 in Portogallo. Ma nuclei meno numerosi ma economicamente forti ci sono nei più importanti centri finanziari (Londra dal 1946, New York dal 1949, Tokyo dal 1958). Circa la metà dei membri vivono in celibato: sono in maggioranza industriali e banchieri, scienziati e politici, medici e avvocati. Versano i loro guadagni all’organizzazione, ricevendo solo denaro per le piccole spese.

L’Opus Dei ha acquistato così un peso crescente nell’economia: ad esempio con il gruppo Rumasa che il governo spagnolo decise di espropriare, per il suo operato inquietante; la Netherhall Educational Association a Londra, che nonostante il nome filantropico si era impossessata di un gran numero di terreni fabbricabili; la Limmat, coordinamento di molte banche controllate (come la Nordfinanzbank di Zurigo), e molte altre strutture create appena possibile nei paesi dell’ex blocco sovietico.[15]

I membri sono vincolati a una cieca obbedienza nei confronti del prelato, oggi l’arcivescovo Echevarría. Il prelato (cioè il direttore) ha un potere enorme, perché risponde esclusivamente al papa, scavalcando i vescovi delle diocesi. Molti di loro sono stati nominati vescovi, e almeno uno (il peruviano Cipriani) anche cardinale. Per giunta molti importanti cardinali, come Somalo, Etchegaray, Castrillon Hoyos, Moreira Neves ecc. sono considerati membri[16], e fino alla sua elezione a papa, il primo della lista era Joseph Ratzinger. Naturalmente l’appartenenza formale non può mai essere accertata, dato il carattere segreto dell’associazione, ma è assai probabile, anche de si tiene conto che Ratzinger, come Etchegaray sono stati proclamati dottori honoris causa dell’Università dell’Opus Dei di Pamplona, e tutti gli altri non hanno mai nascosto le loro simpatie. Un momento di visibilità particolare è stata la beatificazione nel 1992 del fondatore dell’associazione, José Maria Escrivá de Balaguer, definito da Giovanni Paolo II davanti a 300.000 pellegrini uno “splendido esempio di virtù cristiane”, tra le proteste di quei cattolici che conoscevano il suo impegno a sostenere il regime franchista, la dittatura di Marcos nelle Filippine e quelle militari di molti paesi dell’America Latina. Difficile quindi prevedere un ridimensionamento dell’Opus Dei da parte di Benedetto XVI, tanto più perché questa setta segreta ha la funzione che aveva avuto per secoli l’ordine dei gesuiti, oggi considerato poco affidabile per lo spostamento a sinistra di molti suoi membri, in America Latina ma anche negli Stati Uniti.

I concordati

Il primo vero concordato fu firmato con la Francia napoleonica nel 1801: la Chiesa in cambio del riconoscimento del nuovo assetto del paese, otteneva via libera per l’educazione elementare, ecc. Altri concordati furono stabiliti con l’Austria (1855) e altri paesi, ma quelli più interessanti sono quello con l’Italia concluso nel 1929, dopo anni di trattative, con ricatti reciproci, e quello con la Germania ormai nazista nel 1933, di cui fu artefice Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII. La chiesa si impegnava a sostenere il regime, lo Stato a finanziarla e a impedire agli spretati l’insegnamento e il contatto con il pubblico. Ne fece in Italia le spese ad esempio il grande storico del cristianesimo Ernesto Buonaiuti. Quando Togliatti impose a un partito comunista recalcitrante il riconoscimento del concordato nell’art. 8 della Costituzione, presentò questo gesto (che provocò anche una spaccatura con socialisti, azionisti e altri laici) come un contributo a una pacificazione con i cattolici, in vista di ulteriori intese, mentre in realtà era una concessione, non ricambiata, alla gerarchia vaticana, allora ferocemente reazionaria, contro i cattolici inquieti e “progressisti”.

Il concordato è stato ridiscusso a lungo nell’Italia del centro sinistra, ma anche delle sconfitte delle pretese clericali di abolire con i referendum divorzio e aborto.[17] Una commissione mista era stata istituita già nel 1966, e la prima bozza presentata e bocciata dal parlamento nel 1977, ma le trattative portarono a numerose ristesure. Nel 1984, anno dell’attacco alla scala mobile, lo firmò Craxi con Casaroli, che ottenne, oltre al successo politico di un recupero di uno strumento che sembrava giustamente superato, nuove forme di finanziamento del clero, che rafforzavano il peso della gerarchia.[18]

Il tentativo di ottenere qualcosa di simile dall’UE si è sviluppato negli ultimi dieci anni, senza andare molto oltre una dichiarazione ovvia di “rispetto” per il regime giuridico in vigore nei singoli Stati, ma senza ottenere la sospirata proclamazione di un particolare privilegio con la proclamazione delle radici cristiane dell’Europa. Vano finora è stato il tentativo di andare oltre, per la resistenza di laici ma anche di partiti cristiani di vari paesi.

Conclusioni e qualche previsione…

A pochi mesi dall’elezione di Benedetto XVI, abbiamo parlato inevitabilmente più del suo predecessore, di cui egli è stato a lungo valido collaboratore e consigliere, che del suo operato una volta eletto, ancora non valutabile se non in termini impressionistici.

È possibile che nel corso degli anni si delineeranno alcune differenze di stile rispetto al lungo pontificato precedente, probabilmente con meno viaggi “diplomatici” e più attenzione ai problemi interni della Chiesa, che con l’aiuto dei media può anche convocare grandi folle di giovani, senza che questo serva ad arginare la crisi acuta delle vocazioni, e senza che chi accorre a certi “eventi” sia conquistato davvero ai “valori” proposti.[19] Abbiamo già accennato che spesso ad ogni cambio di pontefice si è verificata un’alternanza di comportamenti, tra il prevalere di una proiezione mediatica verso l’esterno e lo sforzo per un ricompattamento della chiesa.

In ogni caso è necessario demistificare il persistente mito di Wojtyla “papa per la pace”, che il comportamento nella crisi dei Balcani e la compromissione della chiesa locale nei massacri del Ruanda rende poco verosimile.[20]

Non c’è dubbio che in pochi mesi Ratzinger ha mostrato di avere la stessa arroganza di Wojtyla nel combattere il multiculturalismo (offrendo a Pera l’occasione per raccogliere il “messaggio”). Il cosiddetto “dialogo con i mussulmani” a Colonia si è rivelato poco più che un appello a una collaborazione “contro il terrorismo”, senza mai neppure nominare l’Iraq. Il “dialogo con gli ebrei” ha lo stesso segno di alleanza delle religioni contro la laicizzazione del mondo. E il dialogo ecumenico con le chiese protestanti è stato rilanciato con una scelta di dubbio gusto: proporre, nel paese di Lutero, l’indulgenza per chi partecipava al grande circo mediatico. E in Italia ne vedremo delle belle, se il nuovo papa già non ha avuto ritegno a pretendere, nell’omelia dell’Assunta, l’esposizione del crocifisso negli edifici pubblici, come se fosse suo compito dettare le leggi allo Stato che lo ospita. Ma ovviamente non è a lui che si deve chiedere un altro comportamento, basterebbe che dall’altra parte ci fosse almeno da parte della sinistra un atteggiamento meno servile e subalterno, che invece non sembra proprio all’orizzonte.

Antonio Moscato (28/8/2005)

 

 

 



[1] Sorprendentemente Fausto Bertinotti ha sottovalutato questo aspetto di Paolo VI tessendone elogi decisamente esagerati nel suo libro Tutti i colori del rosso (Sperling & Kupfer, Milano, 1995). Ma l’abitudine a parlare di tutto senza avere una cultura sistematica e basandosi su consulenti fidati ma non particolarmente esperti comporta questi rischi. Più recentemente ha sorpreso tutti i conoscitori della questione palestinese con un elogio di Sharon per il ritiro da Gaza, che ignorava sia il consolidamento dell’occupazione della Cisgiordania, e soprattutto il fatto che più volte in passato altri “passi verso la pace” dello Stato di Israele in realtà erano serviti a preparare le condizioni più favorevoli per altre imprese non proprio pacifiche (ad esempio la pace con l’Egitto consentiva di avere le mani libere nel Libano).

[2] L’impero del papa è il titolo di un bel numero di “Limes” (1.2000), su cui ritorneremo. Grazie alle importanti analisi contenute in quel consistente fascicolo la rivista ha potuto battere ogni concorrenza pubblicando un quaderno speciale di 180 pag. (L’agenda di papa Ratzinger) chiuso in tipografia il 21/4/2005, appena due giorni dopo l’elezione di Benedetto XVI!

[3] L’arcivescovo rosso Helder Camara gli tenne testa, ricordandogli invano che il mondo non era “una Polonia più grande”.

[4] Accolta con speranza dai cubani, questa condanna non avrà poi nessuna ripercussione pratica. Un anno dopo un intellettuale cubano osservava che come gesto concreto il Vaticano, grande potenza economica mondiale, poteva inviare qualche nave carica di aiuti, che nessuno avrebbe osato fermare.

[5] Il resoconto della discussione, steso da Giulio Girardi, è apparso in diversi paesi, e in Italia su “il manifesto” pochi giorni dopo l'incontro.

[7] Anche per il ruolo di pessimi consiglieri come la SPD, i sindacati USA, ecc., che avevano sostenuto e condizionato i leader di Solidarnosc, mentre lo stesso PCI, che aveva utilizzato la vicenda per fini di politica interna, aveva evitato di sostenerli per non irritare l’URSS, da cui si differenziava blandamente, ma che credeva “eterna come il Vaticano).

[8] La prova decisiva è che già nel 1993 gli ex comunisti, peraltro convertiti al neoliberismo, avevano vinto le elezioni ed erano tornati al governo.

[9] Mentre in Cina l’ostacolo è stata l’esistenza di una Chiesa clandestina osteggiata dal governo, che pretende di incidere sulla scelta dei vescovi (come peraltro almeno fino al XIX secolo era praticato dalla maggior parte degli Stati europei), in Russia il viaggio, promesso prima da Gorbaciov e poi da Putin, è stato impossibile per il veto del patriarcato ortodosso, preoccupato da un possibile proselitismo cattolico.

[10]  Ad esempio Alberto Melloni, Le divisioni di Benedetto XVI, in L’agenda di papa Ratzinger, cit., p. 22 e Andrea Riccardi, Papa Ratzinger e l’eredità di Wojtyla, ivi, p. 15.

[11] È interessante notare che la selezione dei quadri in epoca staliniana, e in particolare la formazione del Politbjuro (il “conclave che elegge il segretario generale a porte chiuse) sembravano ispirate più dalla gerarchia vaticana, che dalla tradizione del movimento operaio.

[12] Cfr. il Dossier Vaticano e USA, due mondi, in L’impero del papa, cit.

[13] Sui legami di Wojtyla con quel papa reazionario, ignorati dalla sinistra impegnata nel tessere l’apologia del “papa della pace”, si veda lo stimolante libro di John Cornwell, Il papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII, (Garzanti, Milano, 2000, pp. 597, lire 42.000) e la mia recensione su Bandiera Rossa News n. 60, 4 gennaio 2001.

[14] La preoccupazione per la possibile trasformazione della curia in “una sorta di Palazzo di vetro delle Nazioni Unite” è stata espressa da Andrea Riccardi, che ha sottolineato che la Chiesa cattolica è nata come Ecclesia romana, e non può dimenticarsene troppo.

[15] Molti altri dati in Cos’è e quanto conta l’Opus Dei, di Peter Hertel, in L’impero del papa, cit., pp. 163-171.

[16] Ivi, p 165.

[17] Prima dell’accordo l’immagine del Vaticano era stata gravemente offuscata dal “caso Marcinkus”, il finanziere d’assalto coinvolto in operazioni illecite con due speculatori come Calvi e Sindona, entrambi eliminati in circostanze oscure. Prima di essere allontanato da suo incarico Marcinkus aveva dovuto risarcire una parte dei danni arrecati, ma la protezione del papa gli fece evitare ogni maggiore punizione.

[18] L’introduzione dell’8 per mille sull’IRPEF, e l’attribuzione a Stato e Chiesa del ricavato dell’8 per mille per cui i contribuenti non hanno indicato il destinatario, ha fatto crescere enormemente la somma versata dall’Italia al presidente della CEI, che la usa per molti fini non assistenziali e umanitari, in primo luogo per gli stipendi dei sacerdoti, sempre più funzionari e sempre meno espressione delle comunità.

[19] Nei giorni successivi alla grande giornata della gioventù del 2000, alcuni “operatori ecologici” mi avevano descritto lo stato in cui avevano trovato la spianata del raduno: milioni di bottiglie abbandonate, ma anche un gran numero di preservativi, alla faccia della condanna papale di questo ed altri mezzi anticoncezionali.

[20] L’atteggiamento di Wojtyla sulle questioni mediorientali, in Palestina come in Iraq, si è basato su una generica condanna di ogni violenza, evitando di distinguere tra cause ed effetti, e assumendo posizioni equidistanti tra boia e vittime (per la Palestina, dove l’unica cosa che nominava esplicitamente era il “tragico fenomeno del terrorismo”, senza parlare di quello di Stato).. Si direbbe che la guerra sia stata generata dalla diffidenza, dal sospetto e dalla sfiducia, anziché da concretissimi interessi.



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