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La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Libia - Dal mondo arabo all'America Latina

Libia - Dal mondo arabo all'America Latina

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Ci sembra utile riportare questo interessante contributo critico, preoccupato per la disinformazione e l'incomprensione dei processi in atto nel mondo arabo, in Libia in particolare, e dal rischio che le forze progressiste latinoamericane, a partire da Castro e Chavez, manchino, per un "antimperialismo schematico e sommario" l'occasione di schierarsi senza riserve contro il tiranno libico: "i  popoli arabi, che ritornano sulla scena della storia, hanno bisogno del sostegno dei loro fratelli latinoamericani, ma sono soprattutto i rapporti di forza mondiali che non possono permettere la minima esitazione da parte di Cuba e del Venezuela, perché altrimenti saranno questi stessi paesi che ne soffriranno, e con essi tutta l’America Latina e la speranza di una trasformazione su scala planetaria".

 

Dal mondo arabo all’America Latina: che succede con la Libia?

di Santiago Alba Rico, Alma Allende

(24 febbraio 2011)

 

Abbiamo l’impressione che un grande processo di emancipazione mondiale può abortire a causa dell’implacabile ferocia di Gheddafi, dell’intervento statunitense e della mancanza di lungimiranza dell’America Latina. Riassumiamo la situazione in questo modo: in una zona del mondo nuovamente collegata da forti solidarietà interne e dalla quale non ci si attendeva che letargo o fanatismo religioso, si è mossa una ondata di sollevamenti popolari che minacciano di fare cadere, uno dopo l’altro, tutti gli alleati delle potenze occidentali nella regione.

Indipendentemente dalle numerose differenze locali, questi sollevamenti hanno qualche cosa in comune che certamente li distingue radicalmente dalle «rivoluzioni», rosa o arancio, promosse dal capitalismo nell’orbita dell’ex Unione Sovietica. Queste esigono sì la democrazia, ma lungi dall’essere affascinate dall’Europa o dagli Stati Uniti, sono depositarie di una lunga, profonda e radicale tradizione antimperialista forgiata dalla Palestina e dall’Iraq.

In questi sollevamenti popolari arabi non c’è socialismo, ma non c’è neanche islamismo, e nemmeno – ed è la cosa più importante – seduzione eurocentrica. Si tratta allo stesso tempo di una rivolta economica e sociale e di una rivoluzione democratica, nazionalista e anticoloniale, cosa che offre immediatamente, quarant’anni dopo la loro disfatta, un’opportunità insperata alle sinistre socialiste e panarabiste della regione.

L’America Latina progressista, i cui processi pionieristici di emancipazione costituiscono la speranza dell’antimperialismo mondiale, deve oggi sostenere senza riserve il mondo arabo, vanificando le strategie  delle potenze occidentali, scavalcate dagli avvenimenti. Gheddafi offre ora a queste potenze l’opportunità di un ritorno, militare forse, ma soprattutto propagandistico come paladini dei diritti umani e della democrazia.

Questo discorso è poco credibile in questa regione del mondo dove Fidel Castro e Hugo Chavez godono di una enorme popolarità. Ma se l’America Latina si allinea, in modo attivo o passivo, con il tiranno libico, non solo i contagiosi processi in corso – che già lambiscono l’Europa e hanno raggiunto il Wisconsin – saranno irrimediabilmente bloccati, ma inoltre si produrrà una nuova frattura nel campo antimperialista, che gli Stati Uniti, sempre all’erta, coglieranno per recuperare il terreno perduto.

Qualche cosa del genere sta forse già avvenendo, come risultato di una combinazione di ignoranza e di un antimperialismo schematico e sommario. I popoli arabi, che ritornano sulla scena della storia, hanno bisogno del sostegno dei loro fratelli latinoamericani, ma sono soprattutto i rapporti di forza mondiali che non possono permettere la minima esitazione da parte di Cuba e del Venezuela perché altrimenti saranno questi stessi paesi che ne soffriranno, e con essi tutta l’America Latina e la speranza di una trasformazione su scala planetaria.

Possiamo dire che sappiamo poco di ciò che succede in Libia e nutrire sospetti sulle condanne mediatiche e istituzionali occidentali degli ultimi giorni. Possiamo metterci d’accordo così. Gli imperialisti sono più intelligenti. Avendo interessi concreti nella regione, hanno difeso fino all’ultimo i loro dittatori, ma quando hanno capito che la cosa diventava insostenibile, li hanno lasciati cadere per scegliere un’altra strategia: appoggiare processi democratici controllati, selezionare minoranze postmoderne come motori di cambiamenti limitati e sfoggiare senza pudore, sapendo che la memoria è corta, una nuova variopinta retorica democratica.

Certamente bisogna opporsi a qualsiasi ingerenza occidentale, ma sinceramente non crediamo che la NATO invaderà la Libia. Quel che ci sembra invece, è che questa minaccia, appena accennata, ha come conseguenza immediata di confondere e dividere il campo antimperialista, fino a farci dimenticare qualche cosa che però dovremmo sapere. chi è Gheddafi. Dimenticarlo può produrre almeno tre effetti terribili: spezzare i legami di solidarietà con i movimenti popolari arabi, dare una legittimità alle accuse contro il Venezuela e Cuba e ridare prestigio ai discorsi democratici imperialisti, oggi piuttosto malconci. Questo costituirebbe, senza alcun dubbio, un trionfo per gli interessi imperialisti nella regione.

Gheddafi è stato negli ultimi dieci anni un grande amico dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e dei dittatori loro alleati nella regione. Basta ricordare le dichiarazioni incendiarie di sostegno del Caligola libico a favore del dittatore Ben Alì, le cui milizie sono state certamente rifornite in armi e denaro da Tripoli, dopo il 14 gennaio. Basta ricordare, ugualmente, la docile collaborazione di Gheddafi con gli Stati Uniti nel quadro della cosiddetta «guerra al terrorismo.»

La collaborazione politica si è associata a stretti legami economici con l’UE, compresa la Spagna: la vendita di petrolio alla Germania, all’Italia, alla Francia e agli Stati Uniti, è stata parallela all’apertura del paese alle grandi multinazionali occidentali (la spagnola Repsol, l’inglese British Petroleum, la francese Total, l’italiana Eni o l’austriaca OM), senza dimenticare i lucrosi contratti con le grandi imprese di costruzione europee. Inoltre, la Francia e gli Stati Uniti non hanno mai cessato di fornire a Gheddafi le armi che gli servono oggi ad uccidere, in particolare con attacchi aerei, il suo proprio popolo seguendo l’esempio dell’Italia coloniale nel 1911.

Nel 2008, l’ex segretaria di Stato, Condoleezza Rice disse molto chiaramente: «La Libia e gli Stati Uniti condividono interessi permanenti: la cooperazione nella lotta al terrorismo, il commercio, la proliferazione nucleare, l’Africa, i diritti umani e la democrazia».

Quando Gheddafi visitò la Francia, nel dicembre 2007, Ayman El-Kayman riassunse la situazione con queste parole: «Circa dieci anni fa, Gheddafi ha cessato di essere un individuo poco raccomandabile per l’Occidente democratico. Allo scopo di essere tolto dalla lista degli Stati terroristi compilata dagli Stati Uniti, ha riconosciuto la sua responsabilità nell’attentato di Lockerbie. Per normalizzare le sue relazioni con il Regno Unito, ha dato i nomi di tutti i repubblicani irlandesi che si erano rifugiati in Libia. Per normalizzare quelle con gli Stati Uniti, ha dato tutte le informazioni sui libici sospettati di partecipare alla jihad con Bin Laden e ha rinunciato alle sue «armi di distruzione di massa», oltre a chiedere alla Siria di fare altrettanto. Per normalizzare le relazioni con l’Unione Europea, si è trasformato in guardiano dei campi di concentramento nei quali sono internate migliaia di africani che tentano di raggiungere l’Europa. Per normalizzare le relazioni con il suo sinistro vicino Ben Alì, gli ha consegnato gli oppositori rifugiati in Libia».

Come si vede, Gheddafi non è né un rivoluzionario, né un alleato, neanche tattico, dei rivoluzionari del mondo. Nel 2008, Fidel e Chavez (assieme al Mercosur) hanno denunciato a giusto titolo la «Direttiva della Vergogna» europea che inasprisce la già gravissima persecuzione della umanità nuda delle zattere e dei muri. Di tutti i crimini di Gheddafi, forse il più grave e meno conosciuto è la sua complicità con la politica migratoria dell’UE, e in particolare italiana. Chi desideri una informazione più ampia sulla questione può leggere «Il Mare di mezzo»[in italiano nel testo] del coraggioso giornalista Gabriele del Grande, o consultare la sua pagina internet «fortresseurope», nella quale c’è una collezione di documenti orripilanti. Già nel 2006, Human Rights Watch e Afvic denunciavano gli arresti arbitrari e le torture nei centri di detenzione libici finanziati dall’Italia. L’accordo Berlusconi–Gheddafi del 2003 può essere letto integralmente sulla pagina web di Gabriele del Grande, e le sue conseguenze si riassumono in maniera succinta e dolorosa nel grido di Farah Anam, somala fuggita da un campo della morte libico: «Preferisco morire in mare che ritornare in Libia». Malgrado le denunce che riferiscono di vere e proprie pratiche di sterminio, – o precisamente a causa di queste, in quanto dimostrano l’efficienza di Gheddafi come guardiano dell’Europa – la Commissione Europea ha firmato lo scorso ottobre una «Agenda di cooperazione» per la «gestione dei flussi migratori» e il «controllo delle frontiere», valido fino al 2013 e accompagnato dal pagamento alla Libia di una somma di 50 milioni di euro.

La relazione dell’UE con Gheddafi sfiora la sottomissione. Berlusconi, Sarkozy, Zapatero e Blair lo hanno ricevuto a braccia aperte nel 2007, e Zapatero è andato a trovarlo aTripoli nel 2010. Anche il re di Spagna, Juan Carlos, si è recato aTripoli nel gennaio 2009 per fare la promozione delle imprese spagnole. D’altra parte, l’UE non ha esitato a umiliarsi e scusarsi pubblicamente il 27 marzo 2007, tramite il ministro degli esteri spagnolo dell’epoca Miguel Angel Moratinos, per avere proibito a 188 cittadini libici l’ingresso in Europa a causa del conflitto tra la Svizzera e la Libia per la detenzione di un figlio di Gheddafi a Ginevra, con l’accusa di avere maltrattato il suo personale domestico. Peggio ancora: l’UE non ha espresso la minima protesta quando Gheddafi ha adottato rappresaglie economiche commerciali e umane contro la Svizzera, né quando ha lanciato un appello alla «guerra santa» contro quel paese, né quando ha espresso pubblicamente il suo desiderio che [la Svizzera] sia «cancellata dalla carta geografica».

E se oggi questi amici imperialisti di Gheddafi – che vedono che il mondo arabo è in rivolta senza poter intervenire – condannano la dittatura libica e parlano di democrazia, noi esitiamo.

Applichiamo il modello schematico della lotta antimperialista, con teorie del complotto e una paradossale diffidenza verso i popoli. Chiediamo tempo fino a che si disperdano le nuvole di polvere sollevate dalle bombe lanciate dal cielo – per essere sicuri che sotto non ci sia un cadavere della CIA. E questo quando non si sostiene direttamente, come fa il governo del Nicaragua, un criminale il cui contatto, anche da lontano, non può che macchiare per sempre qualsiasi persona che si dichiari di sinistra o progressista. Non è la NATO che attualmente bombarda i libici, ma proprio Gheddafi. «Fucile contro fucile» è il canto della rivoluzioe; «missili contro civili» è qualche cosa che non possiamo accettare, e dobbiamo condannare con tutta la nostra energia e indignazione ancora prima di porci domande. Ma poniamoci pure delle domande, perché le risposte che abbiamo già – per poche che siano – sono ampiamente sufficienti a mostrare da quale parte devono stare in questo momento i rivoluzionari del mondo.

Speriamo che Gheddafi cada – e meglio oggi che domani – e che l’America Latina capisca che quel che sta accadendo ora nel mondo arabo ha a che vedere, non tanto con i piani machiavellici dell’UE e degli Stati Uniti (che senza alcun dubbio manovrano nell’ombra), quanto con i processi aperti nella Nostra America, quella di tutti, quella dell’ALBA e della dignità, dall’inizio degli anni 1990 seguendo in questo la stella di Cuba del 1958.

C’è la grande opportunità, e potrebbe essere l’ultima, di rovesciare definitivamente i rapporti di forza attuali e di isolare le potenze imperialiste in un nuovo quadro globale. Non cadiamo in una trappola troppo facile. Non disprezziamo gli arabi. Certo non sono socialisti, ma nel corso degli ultimi mesi, in modo insperato, hanno messo a nudo l’ipocrisia dell’UE e degli Stati Uniti, hanno espresso il loro desiderio di una democrazia autentica, lontano da qualsiasi forma di tutela coloniale. Hanno aperto uno spazio che permette di mettere in difficoltà da sinistra i tentativi di riconversione, anche territoriale, del capitalismo.

È l’America Latina dell’ALBA, quella del Che e di Playa Girón, il cui prestigio in questa regione era intatto fino a ieri, che deve sostenere il processo prima che l’orologiaio del mondo torni a fare scorrere all’indietro le lancette a suo favore. I paesi capitalisti hanno «interessi», i paesi socialisti soltanto «limiti». Molti di tali interessi stavano con Gheddafi, ma nessuno dei «limiti» ha qualche cosa a che vedere con lui. È un criminale e un impostore. Per favore, compagni rivoluzionari dell’America Latina, i compagni rivoluzionari del mondo arabo vi chiedono di non sostenerlo.

[da Europe Solidaire sans Frontières 02/03/2011] -Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php...

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