Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Inediti del Che

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Riprendendo gli inediti di Guevara

 

Discutendo di Cuba ho usato talvolta, come argomento per dubitare del coraggio del gruppo dirigente attuale, anche la mancata pubblicazione per decenni di molti inediti di Guevara. Ne ho parlato in diverse occasioni, prima di tutto nel libro Il Che inedito pubblicato da Alegre, e anche in una serie di articoli su “Liberazione” che ora sono sul sito col titolo: Il Che sconosciuto.

Alcuni compagni mi hanno obiettato che alla fine questi inediti sono stati pubblicati. Non è difficile rispondere prima di tutto che non si spiega perché si è dovuto aspettare quasi trent’anni per pubblicare il cosiddetto “Diario del Congo”, che era già stato preparato dal Che per la pubblicazione nel 1966, e che per giunta è stato pubblicato solo nel 1994, all’estero, e grazie a una forzatura di Paco Ignacio Taibo II, grande amico di Cuba e serio studioso del Che, che si era procurato una copia quasi completa del dattiloscritto. In quei tre decenni Cuba è stata impegnatissima in Africa, a volte accanto a regimi discutibili, ma i suoi combattenti non potevano conoscere le riflessioni di Guevara sui movimenti di liberazione africani, ecc.

Ho inserito in appendice una nota sulla sorte di questo scritto del Che, che contiene diversi argomenti per capire le ragioni della incredibile reticenza nel far conoscere ai cubani gli scritti del periodo più maturo di Guevara, come il bilancio dell’esperienza congolese e i suoi appunti critici sul Manuale di Economia dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. Queste note non solo hanno dovuto aspettare ben quarant’anni, e non erano quindi disponibili a Cuba e nel mondo per capire e prevedere quel crollo dell’URSS, che Guevara riteneva invece possibile già negli anni Sessanta, ma sono di fatto ancora pochissimo conosciute: non sono più formalmente inedite, ma l’edizione presentata nel febbraio 2006 ai margini della Fiera del Libro dell’Avana non ha avuto una grande diffusione a Cuba (contrariamente a quanto sostiene Minà); tanto meno sono stati pubblicati in italiano, nonostante il contratto da un milione e mezzo di dollari che ha dato l’esclusiva della pubblicazione di Guevara in Italia alla Mondadori di Berlusconi: quel contratto è servito solo a bloccare altre pubblicazioni, mentre la Mondadori presentava in veste elegante libri fotografici, o riedizioni non particolarmente curate di testi notissimi. Di quella penosa vicenda avevo parlato nell’Introduzione a un libro censurato, sul sito (in Ernesto Che Guevara lo sconosciuto):

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=54&Itemid=22

Per questo ho deciso di cominciare a pubblicare alcuni testi rimasti inediti in italiano, a partire da quella specie di “prologo” che i curatori cubani del libro di Ernesto Che Guevara, Apuntes críticos a la economia politica, hanno deciso di inserire (chiamandolo appunto “A modo de prólogo”), e che secondo il costume ricorrente a Cuba è uno stralcio (“un fragmento”) di una lettera del Che a Fidel del marzo 1965, alla vigilia della partenza per il Congo.

Non sappiamo cos’altro ci fosse in quella lettera di riflessioni sulla transizione socialista, ma è già interessante così, anche se rivela ancora alcune ingenuità, come l’affermazione che “i sovietici e i cecoslovacchi pretendono di aver superato questa prima fase[la società socialista NdR]; io credo che oggettivamente non sia così, dal momento che ancora esistono una serie di proprietà private in Unione Sovietica e, sicuramente, in Cecoslovacchia”. Ovviamente c’erano ben altre ragioni per dubitare che quello sovietico o cecoslovacco fosse “socialismo realizzato”. Lo stesso Guevara ne parla più ampiamente nelle sue Preguntas sobre las enseñanzas de un libro famoso (Manual de economía política, Academia de Ciencias de la URSS), terminate durante la pausa forzata tra il Congo e la Bolivia, prima in Tanzania, poi a Praga. La pubblicazione di questo testo prezioso in PDF sul mio sito è imminente. Non pubblicherò invece gli altri Anexos che occupano la seconda parte del libro per le ragioni che è facile comprendere dalla recensione inserita nell’Appendice 2, in cui documento che, anche quando si annuncia solennemente la pubblicazione degli inediti, a Cuba non si rinuncia a tagliare i testi in modo arbitrario. (a.m. 28/4/10)

 

 

 

Alcune riflessioni sulla transizione socialista[1]

 

di Ernesto Che Guevara

 

[...] Marx individuava due fasi per arrivare al comunismo, la fase di transizione, detta anche socialismo o prima fase del comunismo, e il comunismo, o comunismo pienamente sviluppato. Partiva dall’idea che il capitalismo nel suo complesso sarebbe giunto alla completa rottura una volta raggiunto uno sviluppo in cui le forze produttive si sarebbero scontrate con i rapporti di produzione, ecc. ed intravide la cosiddetta prima fase socialista sulla quale non si è soffermato a lungo, ma che nella Critica al Programma di Gotha descrive come un sistema in cui sono soppresse alcune categorie mercantili, frutto del fatto che la società completamente sviluppata è passata alla nuova fase. Poi viene Lenin, la sua teoria dello sviluppo diseguale, la teoria dell’anello debole e la sua realizzazione nell’Unione Sovietica, con cui si instaura una nuova fase non prevista da Marx. Prima fase di transizione, o fase della costruzione della società socialista, che si trasforma poi in società socialista per passare ad essere definitivamente la società comunista. I sovietici e i cecoslovacchi pretendono di aver superato questa prima fase; io credo che oggettivamente non sia così, dal momento che ancora esistono una serie di proprietà private in Unione Sovietica e, sicuramente, in Cecoslovacchia. Tuttavia, la cosa importante non è questa, ma che non si è creata l’economia politica di tutta questa fase e che quindi non è stata studiata. Dopo molti anni di sviluppo della sua economia in una determinata direzione, hanno trasformato una serie di fatti palpabili della realtà sovietica in presunte leggi che sorreggono la vita della società socialista, e credo che stia qui uno degli errori principali. La cosa più importante, secondo la mia concezione, si instaura però nel momento in cui Lenin, sotto la pressione dell’immenso cumulo di pericoli e di difficoltà che si addensavano sull’Unione Sovietica, dal fallimento di una politica economica che era estremamente difficoltoso portare in un’altra direzione, ritorna sui propri passi ed introduce la NEP, tornando a riaprire la porta a vecchi rapporti di produzione capitalista. Lenin si basava sull’esistenza di cinque stadi nella società zarista, ereditati dal nuovo Stato.

Ciò che è indispensabile sottolineare è l’esistenza di due Lenin (forse tre), completamente differenti: quello la cui storia finisce specificamente nel momento in cui finisce di scrivere le ultime righe di Stato e Rivoluzione, in cui dice che è molto più importante farla che parlarne, e quello successivo che deve affrontare i problemi reali. Noi indicavamo che probabilmente c’era una fase intermedia di Lenin, in cui non aveva ancora rivisto tutte le concezioni teoriche  che avevano guidato la sua azione fino al momento della rivoluzione. In ogni caso, dal 1921 in avanti, e fino a poco prima della sua morte, Lenin inizia il percorso che conduce alla creazione della NEP e che porta l’intero paese ai rapporti di produzione che configurano quello che Lenin chiamava il capitalismo di Stato ma che in realtà si può anche chiamare capitalismo premonopolistico rispetto all’ordinamento dei rapporti economici. Nelle ultime fasi della vita di Lenin, se si legge attentamente si nota una grande tensione; c’è una lettera molto interessante al Presidente della Banca in cui Lenin ironizza su presunti profitti di questa ed avanza la critica dei pagamenti tra imprese e dei guadagni tra imprese (carte che passano da una parte all’altra). Questo Lenin, angosciato tra l’altro dalle divisioni che scorge nel partito, non ha fiducia nel futuro. Pur essendo una cosa del tutto soggettiva, ho l’impressione che se Lenin fosse vissuto per dirigere il processo di cui era il protagonista principale e che teneva completamente nelle sue mani, avrebbe via via modificato con notevole rapidità i rapporti instaurati dalla Nuova Politica Economica. Molte volte, nell’ultimo periodo, si parlava di copiare alcune cose dal capitalismo, ma in quel momento nel capitalismo erano in auge certi aspetti dello sfruttamento, ad esempio il taylorismo, che oggi non ci sono; in realtà, il taylorismo non è diverso dallo stacanovismo, puro e semplice lavoro a cottimo o, per meglio dire, lavoro a cottimo rivestito di una serie di orpelli, e quel tipo di remunerazione fu scoperto nel primo piano dell’Unione Sovietica come un’invenzione della società sovietica. Il fatto vero è che tutta l’impalcatura giuridico- economica dell’attuale società sovietica parte dalla Nuova Politica Economica; in essa si conservano i vecchi rapporti capitalistici, restano le vecchie categorie del capitalismo, esiste cioè la merce, esiste, in certo modo, il profitto, l’interesse riscosso dalle banche ed esiste, naturalmente, l’interesse materiale diretto dei lavoratori. A mio modo di vedere, tutto questo impianto, tutto questo appartiene a quello che potremmo chiamare, come ho già detto, un capitalismo premonopolistico. Nella Russia zarista, le tecniche di direzione e la concentrazione di capitali non erano ancora così grandi da consentire lo sviluppo dei grandi trust. Erano ancora nell’epoca delle fabbriche isolate, delle unità autonome, praticamente una cosa che è impossibile ritrovare, ad esempio, nell’odierna industria nordamericana. Oggi cioè, negli Stati Uniti ci sono solo tre  società che producono automobili: la Ford, la General Motors e l’insieme di tutte le piccole imprese – piccole rispetto a quello che sono gli Stati Uniti – che si sono unite tra loro per cercare di sopravvivere. Niente di simile accadeva nella Russia dell’epoca, ma quale è il difetto di fondo dell’intero sistema? Il fatto che limita la possibilità dello sviluppo attraverso la concorrenza capitalistica, ma non ne liquida le categorie né ne introduce altre di carattere superiore. L’interesse materiale individuale era l’arma capitalistica per eccellenza, che oggi si pretende di ergere a categoria fondamentale di sviluppo, limitato però dall’esistenza di una società in cui non si ammette lo sfruttamento. In queste condizioni, l’essere umano non sviluppa tutte le sue fantastiche capacità produttive, né si sviluppa esso stesso come costruttore cosciente della nuova società.

E, per essere coerenti con l’interesse materiale, questo si instaura anche nella sfera improduttiva e in quella dei servizi [...].

Probabilmente è questa la spiegazione, quella dell’interesse materiale dei dirigenti, principio della corruzione, ma che è in ogni caso coerente con l’intera linea di sviluppo adottata, in cui l’incentivo individuale finisce per diventare l’asse motore, perché è lì, nell’individuo, che con l’interesse materiale diretto si cerca di aumentare la produzione o l’efficienza.

Il sistema, per altro verso, conosce ostacoli seri per la sua automaticità; la legge del valore non può giocare liberamente perché non ha un libero mercato in cui competano produttori redditizi o meno, efficienti o inefficienti, e i secondi spariscano per inanità. È indispensabile garantire una serie di prodotti, di prezzi, alla popolazione, ecc. e se si decide che la redditività debba essere generalizzata per tutte le unità, si cambia il sistema dei prezzi, si stabiliscono nuovi rapporti e si perde completamente quello con il valore del capitalismo che, indipendentemente dalla fase monopolistica, mantiene ancora la sua caratteristica di fondo di farsi guidare dal mercato e di essere una specie di circo romano in cui vincono i più forti (in questo caso i più forti sono quelli che possiedono una tecnica più elevata). Tutto questo è andato producendo lo sviluppo vertiginoso del capitalismo e una serie di nuove tecnologie completamente distanti dalle vecchie tecniche di produzione. L’Unione Sovietica confronta il proprio progresso con gli Stati Uniti e dice che si produce più acciaio che in quel paese, ma negli Stati Uniti non c’è stata paralisi dello sviluppo. Che cosa succede, allora? Semplicemente che l’acciaio non è ormai il criterio fondamentale di misura dell’efficienza di un paese, perché c’è la chimica, l’automatizzazione, ci sono i metalli non ferrosi e, a parte questo, va anche vista la qualità degli acciai. Gli Stati Uniti producono meno, ma producono grandi quantitativi di acciaio di qualità molto superiore. La tecnologia è rimasta relativamente stagnante, nella stragrande maggioranza dei settori economici sovietici. Come mai? Perché si è dovuto creare un meccanismo e renderlo automatico, stabilire le regole del gioco, in cui il mercato non opera più con la sua implacabilità capitalistica, ma i meccanismi che sono stati concepiti in sostituzione sono fossilizzati e di lì parte il disordine tecnologico. Manca l’ingrediente della concorrenza, che non è stato sostituito; dopo i brillantissimi successi che ottengono le nuove società grazie allo spirito rivoluzionario dei primi momenti, la tecnologia smette di essere il fattore propulsivo della società. Questo non avviene nel settore della difesa. Perché? Perché è un ramo in cui non esiste la redditività come norma di rapporto e in cui tutto è strutturalmente messo al servizio della società per realizzare le principali creazioni dell’uomo per la sua sopravvivenza e per quella della società in formazione. Qui, però, il meccanismo torna a mostrare falle; i capitalisti tengono l’apparato della difesa saldamente legato a quello produttivo, visto che si tratta delle stesse società, di affari gemelli e tutti i principali progressi realizzati nella scienza bellica si trasferiscono immediatamente nella tecnologia della pace e i beni di consumo compiono salti di qualità davvero giganteschi. In Unione Sovietica non avviene niente di tutto questo, si tratta di due compartimenti stagni e il sistema di sviluppo scientifico del settore militare serve molto limitatamente per quello civile.

Questi errori, giustificabili nella società sovietica, la prima ad avviare l’esperimento, si trapiantano in società ben più sviluppate, o semplicemente diverse, e si arriva a un vicolo cieco provocando reazioni degli altri Stati. Il primo paese a ribellarsi è stato la Jugoslavia, seguita poi dalla Polonia e in questa direzione stanno andando la Germania e la Cecoslovacchia, lasciando da parte per le sue particolari caratteristiche la Romania. Che cosa succede? Si rivelano ostili al sistema, ma nessuno ha indagato dove stia la radice del male; lo si attribuisce alla pesante tara burocratica, all’eccessivo accentramento degli apparati, si lotta contro la loro centralizzazione e le imprese ottengono una serie di vittorie e un’autonomia sempre crescente nella lotta per un libero mercato.

Chi si batte per questo? Lasciando da parte gli ideologi e i tecnici che, da un punto di vista scientifico, analizzano il problema, le stesse unità produttive, le più efficienti, rivendicano la loro indipendenza. La cosa somiglia straordinariamente alla lotta che conducono i capitalisti contro gli Stati borghesi che controllano determinate attività. I capitalisti concordano che lo Stato debba avere qualcosa, e questo qualcosa sono i servizi nei quali non si guadagna o che servono all’intero paese, ma tutto il resto deve stare in mani private. Lo spirito è lo stesso; oggettivamente, lo Stato comincia a diventare uno Stato che tutela i rapporti tra capitalisti. Naturalmente, per misurare l’efficienza si sta utilizzando in misura crescente la legge del valore, che è la legge fondamentale del capitalismo; è la legge che accompagna, che è intimamente connessa alla merce, cellula economica del capitalismo. Acquisendo la merce e la legge del valore le loro piene attribuzioni, si produce il riassetto dell’economia in accordo con l’efficienza dei diversi settori e delle diverse unità e quei settori e quelle unità che non sono abbastanza efficienti spariscono.

Si chiudono fabbriche ed emigrano lavoratori jugoslavi (ed ora polacchi) verso i paesi dell’Europa occidentale in piena espansione economica. Sono schiavi che i paesi socialisti inviano come offerta allo sviluppo economico del Mercato Comune Europeo.

Noi pretendiamo che il nostro sistema raccolga le due linee di fondo del pensiero da seguire per arrivare al comunismo. Il comunismo è un fenomeno di coscienza, non vi si arriva mediante un salto nel vuoto, una trasformazione della qualità produttiva o il semplice scontro tra forze produttive e rapporti di produzione. Il comunismo è un fatto di coscienza e occorre sviluppare tale coscienza nell’essere umano, di cui l’educazione individuale e collettiva al comunismo è una parte ad esso consustanziale. Non possiamo parlare in termini quantitativi economicamente; forse potremmo essere nelle condizioni di pervenire al comunismo entro alcuni anni, prima che gli Stati Uniti siano usciti dal capitalismo. Non possiamo misurare in termini di risorse pro capite la possibilità di entrare nella fase comunista; non esiste una totale coincidenza tra queste risorse e la società comunista. La Cina ci metterà centinaia di anni per avere il reddito pro capite degli Stati Uniti. Pur considerando che il reddito pro capite sia un’astrazione, se si misura il salario medio degli operai nordamericani, anche tenendo conto dei disoccupati, dei negri, quel tenore di vita è talmente elevato che alla maggior parte dei nostri paesi costerà molto raggiungerlo. Eppure, ci stiamo incamminando verso il comunismo.

L’altro aspetto è quello della tecnica; coscienza più produzione di beni materiali è comunismo. Bene, ma che cos’è la produzione se non lo sfruttamento sempre maggiore della tecnica; e che cos’è lo sfruttamento sempre maggiore della tecnica se non la concentrazione sempre più favolosa di capitali, cioè una concentrazione crescente di capitale fisso o lavoro congelato rispetto al capitale variabile o lavoro vivo. È il fenomeno che si sta manifestando nel capitalismo sviluppato, nell’imperialismo. L’imperialismo non è crollato grazie alla sua capacità di estrarre profitti, risorse, dai paesi dipendenti, e di esportarvi conflitti, contraddizioni, grazie all’alleanza con la classe operaia degli stessi paesi sviluppati contro l’insieme di quelli dipendenti. Nel capitalismo sviluppato ci sono i germi tecnici del socialismo ben più che nel vecchio sistema del cosiddetto calcolo economico, a propria volta erede di un capitalismo ormai superato in sé e che è stato però preso a modello dello sviluppo socialista. Dovremmo, in fondo, guardare nello specchio in cui si stanno riflettendo una serie di tecniche produttive corrette che non sono ancora entrate in urto con i relativi rapporti di produzione. Si potrebbe argomentare che non lo hanno fatto per l’esistenza di questo sfogo che è l’imperialismo su scala mondiale, ma in definitiva questo implicherebbe alcune correzioni nel sistema e noi riprendiamo solo le linee generali. Per dare un’idea della straordinaria differenza pratica che c’è oggi tra il capitalismo e il socialismo si può citare il caso dell’automazione; mentre nei paesi capitalistici questa avanza  fino ad estremi veramente vertiginosi, nel socialismo sono molto più arretrati. Si potrebbe parlare della serie di problemi che affronteranno i capitalisti nell’immediato futuro a causa della lotta dei lavoratori contro la disoccupazione, un fatto a quanto pare esatto, ma quel che è sicuro è che oggi il capitalismo si sviluppa su questa via più rapidamente del socialismo.

La Standard Oil, ad esempio, se ha bisogno di riammodernare una fabbrica, la ferma e dà ai lavoratori una serie di compensazioni. La fabbrica sta ferma un anno, installa i nuovi impianti e riprende con maggiore efficienza. Che cosa succede, finora, in Unione Sovietica? All’Accademia delle Scienze di quel paese si sono accumulati centinaia e forse migliaia di progetti di automatizzazione che non si possono tradurre in pratica perché i dirigenti delle fabbriche non si possono permettere il lusso che il loro piano stia fermo per un anno e trattandosi di un problema di realizzazione del piano a una fabbrica automatizzata richiederebbero una maggiore produzione, e allora in sostanza non le interessa l’aumento della produttività. Chiaro che la cosa si potrebbe risolvere dal punto di vista pratico concedendo maggiori incentivi alle fabbriche automatizzate; si tratta del sistema Libermann e dei sistemi che si stanno cominciando a impiantare nella Germania Democratica, ma tutto questo indica il livello di soggettivismo in cui si può cadere e l’assenza di precisione tecnica nel manovrare l’economia. Bisogna subire molti duri colpi della realtà per cominciare a cambiare; e cambiare sempre l’aspetto esteriore, quello più vistosamente negativo, ma non la sostanza reale delle difficoltà che ci sono oggi, e cioè una concezione sbagliata dell’uomo comunista, basata su una lunga esperienza che tenderà e tende a fare dell’uomo un fattore numerico di produzione economica tramite l’asse portante dell’interesse materiale.

Nella parte tecnica, il nostro sistema cerca di prendere quanto i capitalisti hanno di più avanzato e deve perciò tendere alla centralizzazione. La centralizzazione non equivale a un assoluto; per farla in maniera intelligente bisogna lavorare in accordo con le possibilità. Si potrebbe dire, centralizzare per quanto lo permettano le possibilità; questo guida la nostra azione. Questo consente un risparmio amministrativo, di manodopera, consente una migliore utilizzazione degli impianti avvalendoci di tecniche conosciute. Non si può fare una fabbrica di scarpe che, installata all’Avana, distribuisce il prodotto all’intera repubblica, perché in mezzo c’è un problema di trasporto. L’impiego della fabbrica, la sua dimensione ottimale dipendono dagli elementi di analisi tecnico-economici. Cerchiamo di arrivare ad eliminare, per quanto possibile, le categorie capitalistiche, per cui non consideriamo un atto mercantile il transito di un prodotto per fabbriche socialiste. Perché questo sia efficace dobbiamo operare l’intera ristrutturazione dei prezzi. Queste cose le ho pubblicate,[2] per cui non ho altro da aggiungere a quel poco che abbiamo scritto, salvo che dobbiamo indagare parecchio su questi punti.

In sintesi, eliminare le categorie capitalistiche: merci tra imprese, interesse bancario, interesse materiale diretto come asse, ecc. e riprendere gli ultimi progressi amministrativi e tecnologici del capitalismo, questa è la nostra aspirazione.

Ci si può dire che tutte queste nostre presunzioni equivarrebbero anche a pretendere di avere qui, perché ce l’hanno gli Stati Uniti, un Empire State ed è ovvio che non possiamo avere un Empire State, ma possiamo certamente avere molti dei progressi che presentano i grattacieli nordamericani e le loro tecniche di costruzione, pur facendoli più piccoli. Non possiamo avere una General Motors che ha più impiegati dell’intero Ministero dell’Industria nel suo insieme, ma possiamo avere un’organizzazione, e di fatto la abbiamo, simile a quella della General Motors. Sul problema della tecnica amministrativa sta influendo la tecnologia; tecnologia e tecnica di amministrazione sono andate cambiando di continuo, intimamente connesse nel corso del processo di sviluppo del capitalismo, laddove nel socialismo si sono scisse come due diversi aspetti del problema ed uno di essi è rimasto completamente statico. Quando si sono resi conto dei grossolani errori tecnici nell’amministrazione, cercano nei dintorni e scoprono il capitalismo.

Insistendo, i due problemi di fondo che ci affliggono, nel nostro Sistema di Bilancio, sono la creazione dell’uomo comunista e la creazione dell’ambiente materiale comunista, due pilastri che stanno uniti attraverso l’edificio che debbono sorreggere.

C’è una grossa lacuna nel nostro sistema; come integrare l’uomo al suo lavoro in maniera che non sia necessario ricorrere a quello che chiamiamo il disincentivo materiale, come far sì che ogni operaio senta l’esigenza vitale di sostenere la sua rivoluzione e che il suo lavoro, al tempo stesso, sia un piacere; che senta quello che noi tutti sentiamo qui in alto.

Se è un problema di campo visivo e soltanto chi ha la missione, la capacità del grande costruttore può interessarsi al lavoro che fa, saremmo condannati al fatto che un tornitore o una segretaria non lavorerebbero mai con entusiasmo. Se la soluzione stesse nella possibilità di sviluppo di questo stesso operaio in senso materiale, staremmo molto male.

Quel che è certo è che oggi non esiste una piena identificazione con il lavoro e credo che parte delle critiche che ci fanno siano ragionevoli, anche se non lo è il loro contenuto ideologico. E cioè: ci si rivolge la critica che i lavoratori non partecipano alla confezione dei piani, all’amministrazione delle unità statali, ecc., il che è vero, ma ne ricavano la conclusione che questo si debba al fatto che non sono materialmente interessati ad esse, che sono ai margini della produzione. Il rimedio che si ricerca per questo è che gli operai dirigano le fabbriche e siano responsabili di queste dal punto di vista monetario. che abbiano i loro incentivi e disincentivi d’accordo con la gestione. Credi stia qui il nocciolo della questione; per noi è sbagliato pretendere che gli operai dirigano le unità; nessun operaio deve dirigere le unità, uno tra tutti come rappresentante degli altri, se si vuole, ma rappresentante di tutti rispetto alla funzione che gli si assegna, alla responsabilità o all’onore che gli si conferisce, non come rappresentante di tutta l’unità di fronte alla grande unità dello Stato, in forma contrapposta. In una pianificazione centralizzata, corretta, è molto importante l’impiego razionale di ciascuno dei distinti elementi della produzione e la produzione che si farà non può dipendere da una assemblea di operai o dal criterio di un operaio. Naturalmente, quanto minor conoscenza vi sia nell’apparato centrale e nei vari livelli intermedi, l’intervento degli operai dal punto di vista pratico è molto utile.

Questo è un dato reale, ma la nostra pratica ci ha insegnato due cose secondo noi assiomatiche; un quadro tecnico ben collocato può fare ben di più di tutti gli operai di una fabbrica, e un quadro dirigente collocato in una fabbrica può cambiare completamente le caratteristiche di questa, in un senso o nell’altro. Gli esempio sono innumerevoli, e ormai li conosciamo nell’intera economia e non solo in questo Ministero. Torna a riproporsi ancora una volta il problema: perché un quadro dirigente può cambiare tutto? Perché fa lavorare tecnicamente, vale a dire amministrativamente meglio l’intero complesso dei suoi impiegati, o perché offre partecipazione a tutti gli impiegati in modo che questi sentano uno spirito nuovo, provino un nuovo entusiasmo lavorativo, o per il combinarsi di entrambe le cose? Noi non abbiamo ancora trovato risposta e credo che la cosa vada ancora studiata un po’ di più. La risposta deve essere intimamente connessa all’economia politica di questa fase e anche il modo in cui si affrontano queste questioni deve essere organico e coerente con l’economia politica [...].

 

(Traduzione di Titti Pierini)


 

Appendice 1

 

Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo

Tre edizioni a confronto

 

Di questo libro nel 1994 uscì una prima edizione, assai discutibile e discussa fin dal titolo (L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Il diario inedito di Ernesto Che Guevara). Era stata curata ufficialmente da Paco Ignacio Taibo II insieme a due giornalisti cubani, Froilán Escobar e Félix Guerra, che probabilmente erano i principali responsabili del lavoro, mentre la sua proiezione internazionale (quattordici edizioni contemporanee in tutto il mondo) era assicurata dal nome del popolare scrittore ispano-messicano.

Nel testo del Che, che non era appunto il “Diario” ma la sua rielaborazione come “Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo”, c’erano parecchi tagli e soprattutto era stato effettuato un montaggio con i materiali più diversi, in genere senza indicare precisamente le fonti.

A Cuba c’erano state subito aspre polemiche su chi avesse fornito il testo: un funzionario, oppure uno dei collaboratori del Che? La famiglia era molto irritata, anche per la violazione dei diritti d’autore. Tuttavia, nonostante i suoi limiti, quella prima edizione ha sbloccato la situazione. Pur non essendo mai stata messa in vendita a Cuba, fu presto conosciuta attraverso copie portate da intellettuali cubani che avevano viaggiato all’estero, o da visitatori stranieri. Grazie a questo alcuni dei cubani che erano riusciti a procurarsi una copia dell’originale mi consentirono di esaminarlo, e in un caso di riprodurlo. I tagli c’erano, ma non erano veramente significativi. Inoltre, mi resi conto che le copie erano ricavate da “originali” diversi, con lievi differenze (in genere spostamenti di alcune parti) che rivelavano l’esistenza di rielaborazioni successive del testo preparato dal Che durante il soggiorno forzato in Tanzania dopo il suo ritiro dal Congo. Va detto che lo stesso Guevara aveva scritto che, non sapendo quando e come sarebbe avvenuta la pubblicazione, accettava che alcune parti potessero essere modificate od omesse.

Subito dopo venne annunciata un’edizione quasi integrale, curata dal generale William Gálvez, che ottenne già nel 1995 il premio Casa de las Américas, ma è uscita a Cuba solo nel marzo 1997, col titolo El sueño africano de Che. Qué sucedió en la guerrilla congolesa presso le edizioni della stessa Casa de las Américas.  Perché è passato tanto tempo dalla premiazione alla pubblicazione? Probabilmente non solo per le innegabili difficoltà materiali (un testo di tale importanza poteva ottenere facilmente, come in molti altri casi, aiuti dall’estero sotto forma di carta). Non è escluso che il governo cubano abbia esitato prima di autorizzare un’edizione che avrebbe indubbiamente circolato più largamente nel paese. Alcune delle considerazioni del Che sui gruppi dirigenti del nazionalismo africano, sul loro parassitismo, sulla cautela da usare nei loro confronti, potevano indubbiamente suscitare domande inquietanti sulle ragioni di un così lungo ritardo nel mettere questo ed altri testi inediti del Che a disposizione di tutti i cubani, in particolare di quelli che in Africa hanno trascorso una parte importante e spesso drammatica della loro vita.

D’altra parte è possibile che la concessione del premio (assegnato, come sempre, da una commissione dotata di forte autonomia) non escludesse successivi tagli editoriali: era accaduto ad esempio al bel libro di Tablada sul pensiero economico del Che, premiato nel 1987, ma largamente censurato, e di cui solo recentemente è uscita l’edizione integrale.[3]

Il libro presenta una documentazione molto più vasta, basata su testimonianze dirette di alcuni partecipanti alla spedizione congolese, in particolare Víctor Dreke - che era stato scelto come capo della spedizione e che fu sostituito dal Che solo due giorni prima della partenza - e Pablo Rivalta, allora ambasciatore a Dar es Salaam (era stato scelto per assicurare un adeguato supporto logistico e politico ai combattenti). Molto utile, anche se parziale e non sempre rigorosa filologicamente, l’utilizzazione del Diario de campaña del gruppo di Dreke, tenuto da Emilio Mena, che consente di datare molti episodi riferiti dal Che.

Eppure l’impostazione del libro di Gálvez ricalca quella della prima edizione curata da Paco Ignacio Taibo II e dai due collaboratori cubani: le pagine del Che sono mescolate con le testimonianze, con lettere varie del Che ai familiari, con articoli apparsi su diversi giornali africani, ecc., col risultato quindi di impedire una lettura ordinata e continua. Frequenti salti e inversioni dell’ordine del testo base possono rendere più difficile la comprensione del senso di alcune affermazioni e di qualche episodio.

Inoltre, alcuni aspetti delicati sono spiegati solo con frasi abbastanza generiche e reticenti tratte dalle interviste di Fidel Castro a Minà, Nessun accenno ad esempio alle ripercussioni internazionali del discorso di Guevara al II Seminario afroasiatico di Algeri del 24 febbraio 1965, di cui si riportano le frasi più generiche, ma non la sferzante denuncia delle complicità oggettive dei “paesi socialisti” con l’imperialismo. Eppure la reazione sovietica a un attacco pubblico così duro appare la spiegazione più convincente dell’improvvisa decisione del Che di lasciare definitivamente Cuba, unendosi al piccolo gruppo di internazionalisti che doveva essere guidato da Dreke, che egli non aveva contribuito a selezionare e tantomeno aveva potuto addestrare.

Malgrado questo, tra le righe del testo di Guevara si intuiscono molte cose: egli accenna alla sua “assegnazione a capo delle truppe cubane, nonostante io fossi un bianco”, e nonostante – aggiungiamo – avesse concordato meno di un mese prima con Kabila e Soumialot che i trenta istruttori cubani promessi fossero neri, e aveva informato della decisione sia Nasser, sia il presidente della Tanzania Julius Nyerere. Egli accenna anche ad alcuni altri problemi: “la selezione dei futuri combattenti (che già si stava realizzando), i preparativi per la [sua] partenza clandestina, i pochi saluti che era stato possibile fare”, evidentemente per la fretta (la frase in corsivo - ovviamente mio - c’è nell’originale e nel testo di Gálvez, ma non nella nuova edizione pubblicata da Sperling & Kupfer, di cui parleremo più avanti). Il Che conclude questa elencazione con un’allusione a “tutta una serie di manovre sotterranee che ancora oggi è pericoloso mettere per iscritto e che, comunque, potranno essere spiegate in seguito”. Perché era pericoloso? E perché non è stato spiegato in seguito? Probabilmente perché Guevara allude ai rapporti con l’Unione Sovietica, che a Cuba sono rimasti un argomento tabù, come dimostra il persistente divieto di pubblicare il testo più interessante tra gli inediti guevariani, Preguntas sobre la enseñanza de un libro famoso (Manual de Ecónomia Política de la Academia de Ciencias de la URSS), in cui ripetutamente si spiega che molte delle affermazioni del famoso Manuale “riguardano l’URSS, non il socialismo”, che evidentemente per Guevara era già una cosa ben diversa.[4]

La reticenza comunque non è attribuibile al solo Gálvez. Il suo lavoro, d’altra parte, ha molti limiti dovuti al fatto che questo generale, dopo l’allontanamento dal servizio attivo per ragioni su cui a Cuba circolano diversi pettegolezzi, che non riferiamo perché provano solo che non è molto amato, ha molte velleità letterarie (ha curato molti libri compilativi, tra cui uno su Camilo Cienfuegos, uno su Frank País, e uno sul Che sportivo), ma non ha acquisito il rigore dello storico.

In ogni caso, dalle molte testimonianze anche di responsabili dei “servizi” cubani riportate nel libro, di oltre 360 pagine fitte (dato il formato e il carattere più piccolo, il testo è quindi circa il doppio di quello curato da Taibo II), emerge chiaramente che, a proposito di questa “missione internazionalista” come di altre in America Latina (non solo quella boliviana del Che, ma anche quella argentina di Masetti, quelle peruviane di Luis de la Puente Uceda e di Héctor Béjar), la decisione spettava sempre a Fidel Castro. Una smentita clamorosa a quegli imbecilli che per sminuire il Che ne hanno sempre contrapposto il presunto “avventurismo romantico” al “realismo” di Castro.

In definitiva, si può affermare che questa opera, pur con i suoi molti limiti e contraddizioni, fornisce una mole notevole di testimonianze e di stralci di documenti preziosi.

Ma veniamo dunque alla terza e più recente pubblicazione di Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo, apparsa nel 1999 presso la Sperling & Kupfer e presentata subito in molte città d’Italia da Gianni Minà e da due figli del Che. Abbiamo già accennato a un taglio che abbiamo riscontrato, e che si deve evidentemente a quella “revisione minuziosa” effettuata personalmente dal “comandante in capo”, a cui viene espresso il ringraziamento dell’Archivio personale del Che curato da Maria del Carmen Ariet insieme alla vedova e ai figli di Guevara. Ce ne sono probabilmente altri, come senza dubbio ci sono spostamenti di parti del testo, ma abbiamo rinunciato per il momento a una verifica minuziosa, sia perché richiederebbe molto tempo, sia perché lo stesso Prologo di Aleida Guevara March (la seconda figlia del Che) ammette che la pubblicazione (definita “un importante impegno con la storia) è stata fatta “con la revisione dello stile, l’aggiunta di osservazioni e l’eliminazione di alcuni appunti”. Secondo la figlia le discordanze con altre versioni divulgate precedentemente si dovrebbe al fatto che queste “corrispondono alle prime trascrizioni redatte dal Che”.[5]

All’edizione italiana potrebbero essere mossi diversi appunti: da alcune sviste di traduzione (di Kabila ad esempio il Che scriveva: Decía venir del interior del país; parece ser que solo venía de Kigoma, poblado tanzanio sobre el lago Tanganyka, ovviamente per affermare che non rischiava la vita al fronte ma arrivava al massimo al porto da cui ci si imbarcava per il Congo, mentre la frase viene tradotta “sembra che fosse originario di Kigoma”), alla totale inutilità della Spiegazione di alcuni termini, che ne elenca ben pochi, mescolati ad alcuni pseudonimi senza l’indicazione del vero nome, e a volte senza precisare neppure se si trattava di un cubano o di un congolese.[6] Mancano inoltre note esplicative, che avrebbero potuto essere facilmente ricavate dalle testimonianze aggiuntive riportate, con maggiore o minor rigore, dai curatori delle edizioni precedenti, e che sarebbero state assai utili per il lettore meno informato.

Ma il principale interesse del libro sta, oltre che nella pubblicazione del testo più o meno come era stato concepito dal Che nel suo forzato isolamento in una stanza dell’ambasciata cubana in Tanzania, nella segnalazione di una lettera inedita di Fidel Castro a Guevara scritta il 3 giugno 1966 contenuta nel Prologo di Aleida Guevara March.

La lettera, pur riportata con tre tagli, contiene molte novità importanti: prima di tutto un accenno all’importanza dello scritto di Guevara sull’esperienza nel Congo, “soprattutto tenendo conto dell’interesse pratico relativo ai progetti nella terra di Carlitos [Carlos Gardel]”.[7] Quindi sappiamo che ancora nel giugno 1966 Castro pensava all’Argentina, e non ancora alla Bolivia come prossima meta del Che.

Inoltre, si fa riferimento a precedenti progetti di far tornare Guevara a Cuba nel caso di un nuovo attacco imperialista, che era apparso a un certo punto imminente. In questo caso il Che, interpellato da Manuel Piñeiro, si era dichiarato disponibile, ma dato che l’aggressione momentaneamente sembrava meno probabile, Castro concludeva: “non possiamo più fare questi progetti su questa ipotesi”. Subito dopo tuttavia egli accenna alla “delicata e inquietante situazione in cui ti trovi laggiù” per concludere: “devi assolutamente prendere in considerazione la convenienza di fare un salto fin qui”. “Laggiù” era la Cecoslovacchia, e l’inquietante situazione era dovuta al fatto che Guevara vi si trovava in incognito in una delle basi di appoggio dei servizi segreti cubani. Cosa temevano Guevara e Castro da quella permanenza in un paese tutt’altro che favorevole alla linea guevariana?

“So benissimo - proseguiva Castro - che sei particolarmente riluttante a considerare qualsiasi alternativa, inclusa quella di mettere piede per ora a Cuba, se non nel caso eccezionale di cui si è parlato prima. Questa situazione, tuttavia, analizzata freddamente e obiettivamente, ostacola i tuoi propositi, peggio li mette a rischio”.

Poche righe dopo si precisa che la “permanenza nel cosiddetto punto intermedio [cioè Praga] aumenta i rischi, rende estremamente difficoltosa la realizzazione delle incombenze pratiche, lungi dall’accelerarla ritarda l’attuazione dei piani e ti costringe, inoltre, a un’attesa inutilmente ansiosa, incerta, impaziente”. Castro insiste quindi per un ritorno clandestino a Cuba, per preparare l’impresa del Che come una scelta individuale e irrazionale. Castro precisa a Guevara che avrebbe a disposizione “case, fattorie isolate, montagne, isole deserte” e tutto progettata: “Non penso nemmeno lontanamente a un abbandono o un differimento dei piani, né mi lascio andare a considerazioni pessimistiche davanti alle difficoltà che sono sorte”. Ancora una smentita a chi ha pensato l’impresa sudamericana del Che come una scelta individuale e irrazionale.

Castro precisa a Guevara che avrebbe a disposizione “case, fattorie isolate, montagne, isole deserte” e tutto quello che sarebbe “indispensabile per organizzare e dirigere personalmente i piani, dedicandovi il tuo tempo al cento per cento, servendoti dell’aiuto di tutte le persone necessarie. E il luogo in cui opereresti sarebbe noto solo a un ridottissimo numero di persone. Sai molto bene che puoi contare su questi vantaggi, che non esiste la benché minima possibilità che per ragioni di Stato o di politica tu possa trovare difficoltà o interferenze”.

Fidel Castro concludeva la lettera ribadendo che, anche in caso di divergenze sulle misure da prendere, non si sarebbe sentito defraudato, e che le sue parole erano scritte con un “affetto profondo, e con totale e sincera ammirazione per la tua lucida e nobile intelligenza, per la tua condotta irreprensibile, il tuo carattere inflessibile di rivoluzionario puro. Il fatto che tu possa vedere le cose in modo diverso non cambierà di una lettera questi sentimenti e non intiepidirà minimamente la nostra collaborazione”.

Ma sapeva che le resistenze del Che a un ritorno non erano dovute a un capriccio, bensì alle ragioni stesse che lo avevano spinto a partire. Castro aveva appena letto il passo dei Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo, in cui Guevara aveva commentato amaramente l’effetto della pubblicazione della sua lettera di addio su molti combattenti cubani, che non sapevano perché aveva dovuto fare la scelta di andarsene, per non far ricadere sull’intera isola le conseguenze dell’ostilità sovietica nei confronti delle sue idee e dei suoi progetti. Questo spiega il senso della frase che afferma che “non c’è di mezzo nessuna questione di principio, di onore o di etica che ti impedisca di fare un uso efficace e completo delle facilitazioni su cui puoi contare per portare a termine i tuoi obiettivi”, tanto più che ormai “la cosa più difficile, il distacco ufficiale, si è attuato, e non senza aver pagato un certo prezzo di calunnie, intrighi, eccetera. Sarebbe giusto non ricavarne tutto il profitto possibile? Ha mai potuto un rivoluzionario contare su condizioni così ideali per compiere la sua missione storica in un momento in cui questa ricopre una particolare rilevanza per l’umanità, nel momento in cui si avvia la più decisiva e cruciale lotta per la vittoria dei popoli?”

La lettera è una testimonianza di grande valore sui rapporti tra i due grandi rivoluzionari, ma anche una conferma indiretta che se Cuba era pronta a rischiare molto pur di assicurare al Che le migliori condizioni per preparare in clandestinità la prossima battaglia, il suo ritorno definitivo alla testa della rivoluzione cubana non era neppure in discussione. Ed è quello che anche questo prezioso libro, a partire dal Prologo della figlia fino alla Postfazione di Alessandra Riccio, non può chiarire, perché riguarda la pagina imbarazzante e delicata dei rapporti di Cuba con l’URSS, allora e nei due decenni successivi.

 

[La prima stesura è del 2000; come di consueto qualche successiva integrazione bibliografica in nota è tra parentesi quadre]


Appendice 2

 

Qualche esempio degli inediti DEL CHE non pubblicati

 

Premessa

 

La selezione dagli “Atti delle riunioni bimestrali del ministero dell’Industria” operata nel nuovo libro di scritti inediti del Che appena uscito a Cuba lascia fuori molte pagine importanti. [8] Non discutiamo la necessità di scegliere solo una parte degli 11 resoconti. Giustamente si potrebbe obiettare che anche l’unica selezione di questi preziosi resoconti pubblicata fuori di Cuba, quella inserita negli Scritti scelti curati da Roberto Massari, lasciava fuori molte parti. Tuttavia in quel caso si trattava di una breve sezione all’interno di un’antologia complessiva.[9] E soprattutto, quando erano state lasciate cadere alcune parti, lo si era segnalato riassumendo il periodo omesso (e si trattava solo di riferimenti contingenti ad alcuni interventi nel dibattito).

In questo caso, invece sono stati esclusi interamente i resoconti di dibattiti di grande rilevanza. Ad esempio quello del 14 luglio 1962, in cui Guevara esprimeva severi giudizi sui guasti provocati da Aníbal Escalante promuovendo ovunque funzionari incapaci provenienti dal PSP, selezionati per la loro fedeltà personale al capo, e anche i primi dubbi sull’URSS. C’era poi una severissima valutazione del ruolo dei sindacati, considerati inutili e dannosi e soprattutto “ricalcati con la carta carbone su quelli sovietici”.

Quel che è più grave è che all’interno di tutti gli otto resoconti pubblicati sono stati effettuati tagli anche pesanti. In un caso, quello della penultima riunione al ministero dell’Industria del 2 ottobre 1964, uno dei testi veramente nuovi perché non inseriti nella raccolta curata da Borrego, è stato impossibile controllare a cosa corrispondevano i tre puntini tra parentesi. Il testo è molto interessante, ma rimangono forti dubbi sulle ragioni delle omissioni. Nella trascrizione degli altri resoconti di riunioni riportati da Borrego ripubblicati in questo libro, infatti, il segno (…) a volte indica la soppressione di una frase insignificante, a volte invece la cancellazione di due o tre pagine di notevole interesse.

Abbiamo scelto di riportare qui alcuni dei passi chiaramente tagliati per scopi censori, e non i quattro resoconti completamente omessi, che pure ci riserviamo in un secondo momento di pubblicare.[10] Ma prima crediamo utile fornire al lettore la testimonianza di Borrego sulle circostanze in cui Guevara esaminò e approvò la raccolta dei suoi scritti (da Borrego non è facile capire se il Che sapeva che la diffusione sarebbe stata tanto limitata).

 

La testimonianza di Orlando Borrego

 

Borrego aveva portato a Guevara, appena rientrato a Cuba dal Congo e dall’intermezzo praghese, i sette tomi che raccoglievano parte notevole della sua produzione sotto il titolo El Che en la Revolución cubana e glieli aveva stesi su un letto.

Sembrava che il Che non capisse bene di che si trattava, ma dopo aver letto il titolo e il prologo, si rese conto di cos’era. Si trattenne alcuni momenti a fare una revisione un po’ più attenta, e poi, dirigendosi a me, che lo osservavo nel più assoluto silenzio, mi disse: “Pare che hai fatto un buon popurrí[11], ma lasciameli qui che voglio vederli con più calma.[12]

Quando Borrego dopo qualche giorno ritornò nella fattoria San Andrés, in una località della provincia di Pinar del Río dove il Che soggiornava in incognito prima della partenza per la Bolivia, verificò che il Che aveva esaminato dettagliatamente i sette tomi:

Mi espresse le sue considerazioni su quello che aveva qualificato come un popurrí. Le sue parole furono queste: “Sai una cosa, quando uno legge tutto quello che ha detto e scritto durante tanti anni gli vengono ansie immense, sente la necessità di aggiungere nuove cose, ed è logico perché uno ha imparato ed è maturato.[13] Rivedendo tutto questo, mi sembra che il lavoro più maturo (letter. terminado), sia Il socialismo e l’uomo a Cuba”.[14]

Borrego gli rispose osservando che era inevitabile, dato che era stato scritto “in una fase di maggiore maturità”, ma il Che non gli prestò molta attenzione.

In quel momento aveva fissato lo sguardo in un punto del tetto, e parlando come se fosse solo disse: “Il tomo sei è interessante, soprattutto per quelli che non conoscono bene le cose che abbiamo fatto a Cuba dopo la vittoria della rivoluzione”. Il tomo sei raccoglieva tutto quello che era stato discusso nelle riunioni interne al ministero dell’Industria. L’osservazione mi sorprese, perché per me il tomo più interessante era il primo, di scritti e lettere, ma non gli dissi niente e lasciai che continuasse la sua valutazione.[15]

Borrego fu anche colpito da un’altra osservazione del Che. Prendendo in mano uno dei volumi, disse: “Sai a chi può essere utile tutto questo? Per esempio a Turcios Lima. Così potrà rendersi conto delle cose buone e cattive che i rivoluzionari fanno dopo aver preso il potere”. Borrego non chiese conto del perché quel riferimento a Luis Turcios Lima, ma pensò che fosse perché dirigeva il movimento guerrigliero guatemalteco, che si pensava potesse essere uno dei primi a trionfare in America Latina, e che quindi avrebbe potuto approfittare più rapidamente dell’esperienza cubana.[16]

D’altra parte il Che diceva che, “quando noi vinceremo” (senza precisare a quale paese si riferiva, e Borrego pensava allora che fosse l’Argentina) sarebbe stata utile tutta la parte dedicata al sistema di “finanziamento di bilancio”, per non lasciare sola Cuba (in cui peraltro dopo il dibattito del 1963-1964 soltanto una parte delle imprese applicavano il metodo proposto da Guevara).[17]

 

 

Alcuni dei passi mancanti nel resoconto della riunione bimestrale del 5 dicembre 1964

 

I burocrati cubani competono tra loro all’estero[18]

Per esempio, poco fa, avevamo chiesto tutta una serie di dati in Francia per uno studio su una fabbrica di polpa di carta e altri problemi. Si era presa una decisione; a me era arrivata la decisione, ma arriva di nuovo il contratto, e si rivede il contratto. Incaricai di fare un controllo del contratto, per la parte giuridica, ma quello che mi arriva è una revisione di tutto, non della parte giuridica, ma delle quantità di polpa necessaria, e se sono necessarie tante migliaia di tonnellate di questo, e se sono necessarie tante migliaia di tonnellate di quest’altro. Il tecnico A dice di questo, il tecnico B di quest’altro. E costantemente ci troviamo col rischio che se un tecnico cambia posizione tra due momenti di tutto il processo di investimento, cambia la prospettiva e non si sa più che succede. Allora si riuniscono tre tecnici e si mettono d’accordo, diciamo, per 60.000 tonnellate di polpa di un certo tipo. Si cominciano i lavori, arriva il progetto di contratto e si scopre che non sono più 60.000 tonnellate, ma 45.000 e poi 25.000 di un altro tipo, e poi ancora 40.000 di un altro tipo ancora, che poi risultano 60.000. La ragione è che è arrivato un nuovo tecnico, ha preso la cosa nelle sue mani, ha dimostrato che il precedente era un animale e quindi ha dato una nuova versione dell’ordine. Versione che se passano quattro mesi e questo tecnico se ne va a Miami o passa al ministero di Borrego (non è la stessa cosa, sono cose ben diverse, ma l’effetto è lo stesso), e viene sostituito, quello che prende il suo posto dimostrerà ancora una volta tutto il contrario, o almeno fornirà una nuova versione modificata e aumentata.

Questo è il problema della mancanza di maturità, e di senso della responsabilità di questa gente. E realmente uno si sente molto male a discutere con tutta una serie di persone, di cui si rende conto che ti guardano come un “sovrano imbecille”. E in realtà uno si sente davvero imbecille, perché ogni cinque giorni bisogna cambiare quello che si era detto solennemente poco prima. E quando questo succede tra paesi socialisti, tutto rimane più o meno tra fratelli, e tra fratelli si può perfino “nominare” la madre senza problemi maggiori. Ma questo succede anche in conversazioni con paesi capitalisti, e il nome di Cuba, il prestigio di Cuba, il prestigio della Rivoluzione cade in basso per tutti questi problemi. E questo si ripete sistematicamente, non c’è modo che si mettano d’accordo.

Recentemente, in una discussione di questo genere, Borrego ha dovuto fare da arbitro in una lotta in cui i francesi facevano da spettatori, perché lo scontro era qui, tra i nostri. Realmente si danno spettacoli che non depongono per niente bene sulla nostra maturità.[19]

 

Il giudizio sull’URSS[20]

 

Gran parte della riunione del 5 dicembre 1964, l’ultima tenuta da Guevara, affrontava la questione dell’URSS, informando sul suo ultimo viaggio a Mosca dove era stato attaccato apertamente come trotskista (con suo grande stupore, perché del trotskismo conosceva poco). Una parte notevole è stata riportata nell’antologia curata da Massari.[21] Per ragioni di spazio non la riportiamo tutta, ma solo le pagine significativamente omesse dal curatore degli Apuntes críticos. Infatti, anche se non sono completamente inedite in italiano, lo sono ancora per Cuba.

 

[Dopo aver riferito sugli attacchi dei sovietici, Guevara risponde a un compagno che gli aveva chiesto se in quei dibattiti a Mosca si fosse discusso anche del “Sistema di finanziamento di bilancio”, cioè il metodo proposto di valutazione dei costi e di gestione delle imprese, che era attaccato a Cuba sempre più duramente dai filosovietici. N.d.R.]

 

No, non abbiamo discusso del sistema di finanziamento di bilancio. Del resto, quando viaggio io rappresento il Governo e quindi sono disciplinato e mi limito a esporre strettamente la posizione ufficiale: altrimenti dovrebbero qualificare di “trotskista” il Governo, e questo è impossibile.

Vorrei parlarvi ora di altre cosette che ho osservato, varie cose che sono importanti per far meditare un po’ ciascuno, visto che il problema qui è che siamo tutti troppo ignoranti, individualmente, perché qualcuno di noi riesca a elaborare da solo una teoria solida. Inoltre va detto che in generale la gente intelligente e colta non elabora teorie solide, e meno che mai in questo momento della storia del mondo. Ma il nostro gruppo bene o male studia, si dà da fare. E quindi bisogna che ci aiutiamo, che voi mi aiutiate di più, pensando, collaborando, leggendo tutte le cose fondamentali, tutte quelle che sono alla vostra portata.

Per esempio, c’è un articolo che si sarebbe dovuto distribuire tra voi: chiederemo a Riera che lo distribuisca. Non possiamo pubblicarlo per la linea che manteniamo di neutralità assoluta, di non farci coinvolgere minimamente nella polemica cino-sovietica. È un articolo di Sweezy, in cui analizza una delle lettere dei cinesi in cui cercano di dimostrare che la Jugoslavia è un paese capitalistico. Ebbene, Sweezy mostra il dogmatismo dei cinesi, in questa lettera, cioè nell’articolo, e dopo averlo dimostrato a sazietà afferma che la Jugoslavia è un paese che va verso il capitalismo. Perché?

Perché in Jugoslavia funziona la Legge del valore e tende a funzionare ogni giorno di più. E per esempio, c’è quella cosa tanto interessante (non so se voi seguite bene la politica estera), quella cosa tanto interessante che il compagno Kruščëv aveva detto in Jugoslavia, dove aveva mandato anche gente a studiare o a fare non so che. Ebbene, ciò che vide in Jugoslavia e gli parve così interessante, negli Stati Uniti era più sviluppato perché era capitalistico. E quindi, cosa accade? Vi è una serie di problemi di questo genere che sono sommamente interessanti, e che bisogna studiare a fondo, e leggere anche molte cose per familiarizzarci con i problemi.

Vedete, quando sono stato a Mosca ho avuto varie discussioni, discussioni diciamo di tipo scientifico, in un Istituto di matematica applicata all’economia che ha dato vita a una serie di sudi interessantissimi. Lavorava lì tutta gente seria, molto profonda, come sono in genere i sovietici, che hanno una forza, una capacità tecnica straordinaria. La discussione la cominciammo ovviamente sulla questione dei prezzi; ma poi dovemmo lasciare il problema dei prezzi giacché per quel lato non si arrivava da nessuna parte. Continuiamo a discutere e a un certo punto mi chiedono se io conosco un sistema che si sta sperimentando in una fabbrica dell’Unione Sovietica, in un’impresa che lavora a stretto contatto con il suo pubblico. Ha un suo assortimento di prodotti basato sulle esigenze della gente, che è anche [incomprensibile nella registrazione] quando la qualità è cattiva e la redditività è calcolata in rapporto alle vendite che vengono fatte, e alla fine anche alla qualità del prodotto che è poi un assortimento per il pubblico. Allora mi chiedono: “lei conosce questo sistema?”, e io, che stavo per dirglielo già da un po’, rispondo: “questo sistema non lo conosco qui in Unione Sovietica, ma mi è ben noto. A Cuba era molto sviluppato, come lo è nel capitalismo: è capitalismo puro. Infatti abbiamo semplicemente un’azienda che fa entrare o uscire il proprio assortimento a seconda di ciò che il pubblico chiede, o a una redditività calcolata in rapporto alla gestione che viene fatta a contatto con il pubblico: non c’è niente di misterioso, è quello che fa il capitalismo. L’unico problema è che quando questo sistema si trasferisce da una fabbrica all’insieme della società, si crea l’anarchia della produzione, giunge la crisi e dopo si dovrà nuovamente tornare al socialismo”.

 

Sui sindacati[22]

 

Il testo tagliato è importante, ma per capire meglio il suo senso e la ragione della censura, preferisco riportare tra parentesi quadre anche alcune parti immediatamente precedenti, che sono state pubblicate finalmente a Cuba, ma che erano già comprese nell’antologia guevariana curata da Massari. N.d.R.

 

[Dunque si parla in generale dei sindacati e di altri strumenti. Si parla di scuola di comunismo, ecc. L’unico problema è che non si sa perché deve essere il sindacato, una associazione di operai, a fare questo; deve essere la soluzione della contraddizione, la sintesi della contraddizione che si può realizzare, per esempio, in questo sistema che stiamo sviluppando delle “commissioni di giustizia del lavoro”, come primo passo, come prova o esperienza, in cui sono rappresentati sia gli operai sia la parte amministrativa. Dobbiamo vedere come si sviluppano, come reagiscono. Intanto si è vista una cosa fondamentale, che era elementare, l’importanza che ha, l’entusiasmo che si crea nella gente quando sa che può eleggere i suoi rappresentanti.

Qui la democrazia sindacale è un mito, lo si può dire o non dire, ma è un perfetto mito. Si riunisce il Partito e allora propone alla massa “Tizietto tal dei tali”, candidatura unica, e da quel momento esce quell’eletto, a volte con una certa partecipazione, a volte con scarsa presenza, ma in realtà non c’è stato nessun processo di selezione da parte della massa. Invece col nuovo sistema realmente la gente può scegliere il suo candidato, e da quel che ho saputo c’è stato un grande entusiasmo.

E deve attirare la nostra attenzione anche dal punto di vista istituzionale questo fatto che la gente ha bisogno di esprimersi, ha la necessità di un veicolo per esprimersi. Su questo dobbiamo riflettere, e al tempo stesso, se queste commissioni sono capaci di agire, di conquistarsi la fiducia della gente, sono un veicolo molto più adatto di quanto non sia il sindacato per la sua natura, a rappresentare gli interessi generali dei lavoratori dell’amministrazione, che sono anch’essi dei lavoratori, cioè i problemi generali dell’unità produttiva.

E per questa via potrebbero avere un bel compito, eliminare i sindacati, con il loro nome e la loro impostazione ereditata dall’antagonismo di classe, e al tempo stesso si creerebbe un veicolo di democrazia, necessario per le nuove istituzioni che bisogna creare, ossia ci sarebbe una base da cui partire. Perciò, al momento attuale, direi addirittura che i sindacati potrebbero smettere di esistere e trasferire le loro funzioni ai “Consigli di giustizia del lavoro”: si aggiungerebbero a questi alcune funzioni concrete e la gente potrebbe essere eletta.][23]

 

Ed ecco la frase tagliata subito dopo, breve, ma estremamente significativa:

Se facessimo un’inchiesta tutti sarebbero d’accordo con noi. Gli unici che non sarebbero d’accordo – e la cosa è certa, umanamente comprensibile, ma non bella - sarebbero quelli della burocrazia sindacale che si è venuta costituendo. Costoro sanno che toccherebbe loro tornare a lavorare con le manine, e quindi dicono: “Senti, sono diciotto anni che faccio il dirigente sindacale, dovrei ricominciare da capo?”. Ma al di fuori di questo gruppo di compagni, è certo che la maggioranza della gente è d’accordo.

 

Le ragioni della censura sono più che evidenti. I sindacati nel corso degli anni sono rimasti a Cuba quelli “ricalcati con carta carbone” su quelli sovietici, e non hanno nessuna funzione reale di difesa degli interessi dei lavoratori (sono invece dispensatori di soggiorni premio in alberghi o colonie, ecc.). Tutto questo li rende non particolarmente amati in un momento in cui per giunta un certo numero di cubani lavorano senza protezione adeguata in imprese gestite da capitalisti stranieri.

La parte successiva, non censurata, del resoconto della riunione del 2 dicembre 1964 è relativamente meno interessante per i cubani di oggi, e anche per noi. Infatti Guevara, che detestava i sindacati e li voleva sopprimere (o almeno auspicava che si estinguessero, “come deve estinguersi lo Stato”), si impelaga in una serie di considerazioni sul perché Lenin li difendeva nel dibattito del 1920, immaginando che lo facesse come concessione a Trotskij.[24]

L’interpretazione è fantasiosa: era casomai Trotskij allora ad avere una posizione analoga a quella di Guevara contro i sindacati. In ogni caso si tratta di un dibattito che ai cubani di oggi non può dire molto.

 

 

 

 



[1] Viste le specificità del testo, Apuntes criticos a la Economía Política [Note critiche a L’Economia Politica], si è deciso di inserire a mo’ di Introduzione un frammento di una lettera inviata dal Che a Fidel nell’aprile 1965, prima di partire per il Congo, nella quale precisa, tra altri aspetti, le sue “ultime riflessioni” su Politica ed Economia a Cuba. Ne sono rispettati lo stile e la forma [Nota dell’Editore cubano].

[2] Per maggior precisione, si consultino gli articoli “Sulla concezione del valore”, “Sul sistema di finanziamento di bilancio”, “La banca, il credito, il socialismo” e “La pianificazione socialista”, pubblicati nelle riviste Nuestra Industria e Cuba socialista negli anni 1963-1964 e in El Gran Debate, Editorial de Ciencias Sociales, 2004 [NdE cubano] In italiano questi scritti sono reperibili negli Scritti scelti curati da Roberto Massari, sia nel volume di Scritti, discorsi e diari di guerriglia curato da Laura Gonsalez per la Einaudi.

[3] La prima edizione italiana, basata ovviamente su quella cubana, è uscita dalla Erreemme nel 1988, quella reintegrata presso Il Papiro quasi dieci anni dopo. [Successivamente questo libro è apparso in un’edizione ampliata (la trentunesima!) anche a Cuba, con introduzioni di Celia Hart Santamaria, Néstor Kohan, Aurelio Alonso e Fernando Martínez, Editorial de Ciencias Sociales, La Habana, 2005].

[4] Si veda a questo proposito l’ultima parte della mia introduzione a Il Che in Bolivia. Gli altri diari, Massari, Bolsena, 1998.

[5] In realtà non risulta che Guevara abbia avuto il tempo di effettuare altre revisioni del testo oltre a quella fatta in Tanzania.

[6] Era relativamente più utile l’elenco pur incompleto fornito da Taibo II, anche se bizzarramente i combattenti vi figurano in ordine alfabetico in base ai nomi e non ai cognomi; assai più ampio quello di William Gálvez, che ha identificato ben 123 dei 130 combattenti, con generalità complete e pseudonimi, e indica trentatre testimoni ascoltati.

[7] Ernesto Che Guevara, Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo, Sperling & Kupfer, Milano, 1999. La lettera di Castro è riportata alle pp. XI-XIV.

[8] Ci si riferisce a: Ernesto Che Guevara, Apuntes críticos a la Economía Política, Centro de Estudios Che Guevara, Ocean Press, Editorial de Ciencias sociales, La Habana, 2006, recensito nel capitolo bibliografico.

[9] C’era un’altra attenuante: le intimazioni fatte periodicamente dalla vedova del Che e dalla figlia maggiore contro ogni pubblicazione integrale di inediti.

[10] Non lo abbiamo fatto finora solo perché ce lo aveva chiesto Aleida March mentre concedeva l’accesso a quei documenti, e non per timore di ripercussioni legali; il modo arbitrario con cui i testi vengono oggi desecretati e messi in circolazione a rate e senza nessuna cura filologica, quaranta anni dopo che erano stati scritti ci scioglie tuttavia dall’impegno preso all’inizio degli anni Novanta.  Tra l’altro le pretese della vedova e della figlia maggiore del Che sui diritti di questi testi ci sembrano assai discutibili, dato che sappiamo dalla testimonianza di Borrego che il Che aveva fatto in tempo a vedere quest’opera e l’aveva approvata. Il Che aveva d’altra parte detto chiaramente a Haidée Santamaria, compagna e amica, ma soprattutto direttrice della Casa de las Américas che aveva pubblicato un suo libro, che non voleva diritti d’autore, e analogamente aveva detto alle Edizioni Avanti: “comunico che per quanto riguarda i miei diritti d'autore potete procedere come ritenete necessario, però mi piacerebbe che andassero a ingrossare il fondo del Movimento dei Partigiani della Pace”. Il Che non sapeva che di quel movimento in Italia era rimasto ben poco, ma l’intenzione di destinare a fini politici i diritti sui suoi scritti era inequivocabile.

[11] Termine cubano derivato dal francese pout pourri.

[12] Orlando Borrego, Che. El camino del fuego, Imagen contemporanea, La Habana, 2001, p. 377.

[13] Questa frase del Che ridicolizza i nostalgici dello stalinismo aggrappati oggi al mito di Cuba, che si indignano se si distinguono fasi diverse nel pensiero del Che, e si scandalizzano se si accenna all’ingenuità di certe sue affermazioni contenute negli scritti giovanili.

[14] Ivi, p. 378.

[15] Ibidem. È molto apprezzabile la modestia e l’onestà con cui Borrego riferisce questa discordanza di valutazione con il Che. Grazie a lui ho conosciuto questo giudizio del Che sulla sua opera, che mi ha fortemente confortato non solo perché avevo apprezzato subito dopo la sua prima pubblicazione Il socialismo e l’uomo a Cuba come uno degli scritti fondamentali del Che maturo, ma perché avevo dato la stessa importanza al tomo sei. Avevo studiato per molto tempo l’opera, appena mi era stato concesso, prendendo minuziose annotazioni di tutti i sette volumi. Tuttavia quando, alcune settimane dopo che avevo portato come dono personale all’allora sguarnitissimo Centro Studi una fotocopiatrice portatile ma efficiente, mi fu finalmente concesso di usarla, e dovetti scegliere cosa copiare nei pochi giorni che mi rimanevano, tra l’altro spesso con interruzioni lunghissime dell’energia elettrica, non ebbi dubbi: l’unico che ho fotocopiato per intero è stato il sesto tomo.

[16] Ivi, pp. 378-379. Il Che in quella stessa conversazione si preoccupava anche delle persone, tra cui Fidel, a cui far arrivare quella raccolta.

[17] Nel corso di diversi convegni, a Cuba e in Italia, dedicati a Guevara dopo la “riscoperta” del 1987, alcuni economisti e militanti socialisti e comunisti cileni hanno espresso l’amarezza per non aver conosciuto tutta una parte, la più importante, del pensiero economico e politico del Che al momento dell’esperienza di Unidad Popular.

[18] Da Orlando Borrego (a cura di), El Che en la revolución cubana, Minazucar, La Habana, 1966, tomo VI, pp 555-557. (Negli Apuntes críticos il taglio è stato effettuato alla p. 362. Alla p. 364 era stato tagliato un altro passo piuttosto lungo, che nell’edizione di Borrego si trovava alle pp. 559-561, meno interessante per il lettore italiano perché centrato sui criteri di funzionamento del ministero e di intervento nelle imprese per migliorarne i criteri di funzionamento, e che quindi non abbiamo tradotto).

[19] Le ragioni per tagliare questo pezzo possono essere state diverse, ma è probabile che il curatore del libro temesse che questo episodio che faceva indignare tanto il Che facesse venire in mente ai lettori il modo disastroso con cui oggi certi rappresentanti cubani trattano con gli investitori stranieri nelle società miste, dividendosi tra loro perché sottoposti a diverse pressioni materiali (come si poteva pensare anche nei casi denunciati dal Che).

[20] Ivi, pp. 567-569 (Negli Apuntes críticos il taglio è stato effettuato alla p. 370)

[21] Ernesto Che Guevara, Scritti scelti, a cura di Roberto Massari, Erre emme, Pomezia, 1993, vol. II. Le parti sull’URSS sono alle pp. 564-571.

[22] Borrego (a cura di), El Che en la revolución, cit. T. VI. Pp 578-580; Massari, Scritti scelti, cit. pp. 576-577. (Negli Apuntes críticos il taglio è stato effettuato alla p. 380).

[23] Le comisiones de justicia laboral (o Consejos, come Guevara li chiama in altra parte) erano in fase sperimentale e non hanno avuto un grande futuro. Ma Guevara li segnalava evidentemente per valorizzare l’importanza del metodo di eleggere liberamente delegati, non per la loro funzione specifica abbastanza limitata. Il passo va capito nel contesto del giudizio severo sui sindacati, espresso in molti altri scritti dell’ultimo periodo, ma anche alla luce delle sue inquietudini sui meccanismi che avrebbero dovuto assicurare un legame organico e permanente con le masse, espresse soprattutto ne Il socialismo e l’uomo a Cuba.

[24] Guevara sosteneva che bisognava leggere tutto il ricco dibattito dei primi anni della rivoluzione russa, ma non aveva avuto tempo di studiare il russo, e si doveva basare su quello che gli fornivano i suoi consiglieri russi o cechi, che gli erano stati messi al fianco per influenzarlo e condizionarlo. Uno di essi, Oleg Daruscenko, un diplomatico sovietico che aveva passato due anni in Argentina ed era stato per questo scelto per insegnare il russo a Guevara, ammise nel 1988 di aver fatto fallimento come professore di russo, sia perché ignorava la metodologia dell'insegnamento delle lingue (il ché conferma che il suo vero compito doveva essere un altro), sia per la mancanza di tempo del Che. Guevara tuttavia lo influenzò profondamente: “gli interessava molto l'esperienza sovietica, e chiedeva di procurargli tutte le pubblicazioni nuove e le più interessanti tra le vecchie”. Ma un giovane diplomatico sovietico non era certo esperto dei dibattiti degli anni Venti, e difficilmente aveva accesso ai fondi segreti delle biblioteche in cui erano conservati gli scritti di Trotskij. Mentre erano disponibili in grande quantità scritti contro Trotskij, pieni di vecchie e nuove falsificazioni.

 



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