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Almeyra: il marxismo di Hobsbawm

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Il marxismo di Eric Hobsbawm

di Guillermo Almeyra

 

Eric Hobsbawm è stato indubbiamente un grande storico, e un uomo di grande cultura che, in quanto tale, ricorse a Marx per analizzare il mondo in cui viveva. Ma a differenza da un altro grande storico inglese, Edward P. Thompson, che utilizzò l’essenza del pensiero marxiano per analizzare la formazione della classe operaia inglese a partire dalle tendenze comunitarie e democratiche dei contadini di un dato paese e di una determinata situazione, Hobsbawm, ugualmente dedito a studiare le ribellioni degli sfruttati e impegnato nella causa della liberazione degli operai, si basò, al contrario su un “marxismo asettico”. (letteralmente: un marxismo seco)

Nonostante le sue vaste letture, la sua lunga sottomissione alla politica del suo partito, il partito comunista britannico, e in larga misura anche alla storiografia della burocrazia sovietica, fece sì che le sue opere non uscissero dai limiti eurocentrici caratteristici di tanti importanti pensatori della sua epoca ugualmente influenzati dalle posizioni dei partiti comunisti stalinisti anche dopo la morte di Stalin e gli avvenimenti in Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia.

Da questo, per esempio, nonostante Hobsbawm fosse uno studioso del problema nazionale e del nazionalismo, deriva la sua insufficiente comprensione del duplice carattere – al tempo stesso conservatore e liberatore e con forti contraddizioni tra la dinamica anticapitalista delle loro basi e il capitalismo di Stato delle sue direzioni – del nazionalismo di alcuni movimenti di liberazione nazionale con caratteritiche di massa ma diretti da leader borghesi (come Perón, Vargas, Nasser), o da rivoluzionari non proletari, come gli algerini del FLNA, i sudyemeniti del PSY, o anche Fidel Castro, Che Guevara, Mao Zedong. Questa grande lacuna è particolarmente visibile nella debolissima sezione dedicata all’America Latina e alla decolonizzazione nei paesi arabi nel suo libro “Il secolo breve”:

D’altro canto, Hobsbawm ricorse a Marx soprattutto per capire il funzionamiento del capitalismo, che Marx al contrario aveva studiato non per curiosità scientifica o per un’analisi accademica, ma fondamentalmente per armare le sue vittime, perché potessero abbatterlo.

Per questo per Hobsbawm, come per Kautsky, la rivoluzione russa fu prematura , un errore. Marx comprendeva che la Comune di Parigi era condannata in partenza a un fallimento perché era un “assalto al cielo”, ma ciò non ostacolava che l’appoggiasse appassionatamente e prendesse da essa esempi per il futuro; per lo storico britannico invece il pensiero marxiano era essenzialmente uno strumento per l’analisi ma non un’arma per la trasformazione rivoluzionaria.

Per questo i suoi libri si possono leggere utilmente, ma lasciano una vaga sensazione di frustrazione, di insufficienza e, nonostante la loro qualità in genere superi di molto la maggioranza dei lavori accademici, hanno senza dubbio un po’ un certo retrogusto accademico, dovuto al fatto che Eric Hobsbawm non riuscì a superare i limiti del paese e dell’ambiente in cui ha vissuto, e ha studiato il suo tempo come osservatore in buona misura passivo e intellettualmente impegnato, ma non come protagonista.

(trad. a.m. 4/10/12)



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