Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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In Venezuela si vota

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In Venezuela si vota

all'ombra del Comandante

di Geraldina Colotti, inviata a Caracas per il manifesto

 

In attesa del risultato delle elezioni amministrative (per entità che in realtà sono più che regioni, Stati), in un momento difficile per la malattia del presidente, segnalo volentieri questo articolo ben documentato di Geraldina Colotti, che può aiutare a seguire i primi risultati e a capire meglio le difficoltà che incontra il movimento bolivariano e il PSUV, per la sua gestione autoritaria e la tolleranza del vertice nei confronti di alcuni dirigenti mal visti dalle masse. Mi auguro ovviamente un successo pieno delle liste del PSUV, anche come espressione dell’affetto innegabile dei venezuelani verso il loro vulcanico presidente, e che quindi non pesi quella disaffezione per le urne, quando non si trattava di votare per Chávez ma per i suoi collaboratori.

In appendice riporto un articolo di Luigi Vinci, che giustamente denuncia le speculazioni italiane e spagnole sulla salute del presidente, ma traccia negli ultimi paragrafi un quadro abbastanza fantasioso della formazione politica di Chávez, con parecchie imprecisioni per spiegare la sua evoluzione a sinistra: in particolare Vinci sposta il Caracazo dal 1989 al 1992, per far coincidere con quell’episodio il tentativo golpista di Chávez, presentandolo così come una risposta a caldo. Un vecchio vizio della “nuova sinistra” quello di abbellire la storia. A quanto pare non si perde con gli anni…

(a.m. 16/12/12)

 

Il Paese alle urne per le regionali mentre Hugo Chávez lotta a Cuba contro il tumore e si prepara a consegnare il testimone al suo vice Maduro, ex autista di bus a Caracas ed ex sindacalista Nello Stato di Miranda, dove si trovano le più importanti imprese del Venezuela, si presenta il marxista Elias Jaua, fondatore del ministero dell'Economia popolare. Nel Bolivar i comunisti invece non appoggiano i chavisti, e nell'Aragua si gioca una sfida tutta a sinistra

 

«Buenas vibras, Comandante». Sui muri del Venezuela, le scritte che inviano «vibrazioni positive al Comandante» si mischiano agli slogan per le elezioni regionali di domani. Il paese segue con trepidazione le notizie sulla salute del presidente Chávez, operato per sei ore a Cuba del tumore tornato ad aggredirlo. E intanto, si prepara a votare. A mezzanotte di giovedì tutti i candidati hanno concluso la propria campagna. Nessuna attività di propaganda è più consentita, ma ogni città è animata da innumerevoli eventi culturali legati alle feste natalizie, qui particolarmente frenetiche. Da ieri e fino a lunedì, proibita la vendita di alcolici e il porto d'armi. Domani, 17 milioni di elettori si recheranno alle urne in 23 stati (su 24) per eleggere altrettanti governatori e 237 deputati regionali. Solo nel Distretto Capitale non ci saranno elezioni. Nel paese, sono in funzione 36.220 tavoli elettorali, distribuiti in 12.784 centri di votazione. Ognuno di questi è dotato di un sistema automatico di voto con doppio riscontro, universalmente considerato a prova di brogli: 36.220 macchine elettorali provviste di un Sistema di autentificazione integrato (Sai) e di tessera magnetica. Presenziano al voto osservatori provenienti da 18 paesi.
A Palo Verde, uno dei capolinea metropolitani di Caracas i venditori ambulanti stazionano lungo la strada e nel piazzale antistante. Quattro cani giovani dormicchiano vicino alla biglietteria, al riparo dalla pioggia. I passeggeri sopra i 55 anni passano per la porta grande: nessuno qui paga i trasporti oltre quella soglia di età, e riceve una pensione corrispondente al salario minimo, anche se non ha maturato i contributi. Una donna si china a raccogliere un volantino elettorale, si guarda intorno e scuote la testa. Vi compare l'immagine di Elias Jaua, proposto dal Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) come candidato governatore per lo stato di Miranda, in cui si trova la zona: il volto è per metà il suo, per l'altra metà quello di Fidel Castro. Dice: «Comunismo per Miranda, Elias Jaua Governatore». Sul retro, la foto dell'interno di un aereo in cui Jaua compare con Fidel e Raul Castro. La parola «comunismo» è cancellata. Sotto, una scritta: «Solo tu puoi fermarlo, vota il 16-D».
Nato il 17 dicembre del '69, Elias Jaua è un marxista preparato, che proviene dai movimenti studenteschi, faceva parte di Bandera Roja, ha seguito Chávez fin dall'insorgenza del 4 Febbraio e ha fondato il ministero dell'Economia popolare. È molto popolare. Un sondaggio di Datanalisis ha chiesto agli intervistati chi avrebbero votato se il Psuv se non avesse candidato Chávez: Elias Jaua risultò il più gradito con il 28%, seguito da Diosdado Cabello, presidente dell'Assemblea e vicepresidente del Psuv e poi da Nicolas Maduro, attuale vicepresidente, considerato da Chávez il più adatto a governare il paese in caso di sua inabilità.

Avere il gradimento popolare non significa, però, essere in grado di governare questo paese complesso, un prisma dai colori magmatici a cui ora manca la luce principale. Preparato e sobrio, Maduro, 50 anni, è di estrazione operaia e sindacale, era un ex autista di autobus a Caracas ed è stato un apprezzato ministro degli esteri. Un civile, però, difficilmente può essere accettato con lo stesso livello di gradimento dalle Forze Armate, uno degli assi importanti che sostiene il processo bolivariano. Un settore da cui provengono elementi di forte nazionalismo progressista, che hanno incrociato e sostenuto le guerriglie degli anni 60-70: in lotta contro il patto consociativo tra centrodestra e centrosinistra (Copei e Ad) che li escludeva dall'agone politico al pari del Partito comunista. Diosdado Cabello proviene dalle loro fila, e sa di più come trattare la materia. Mercoledì sera, quando si era sparsa la voce della morte di Chávez, ha scelto la commemorazione di una messa nell'Università militare bolivariana per smentire la notizia. Alla presenza di Maduro e dell'ex ministro della Difesa, Diego Molero Bellavia, Cabello ha chiesto alle Forze Armate di mantenere l'unità, secondo il mandato del presidente, e ha invitato i militari a vigilare, e a non lasciarsi ingannare dalla "guerra mediatica". I militari sono chiamati a vigilare i seggi e a custodire il materiale elettorale, dispiegati secondo il Plan Repubblica.
Quello di Miranda è uno stato complicato, dove persistono grandi differenze sociali e che in quattro anni è balzato dal nono al secondo posto per numero di delitti. L'opposizione lo ha governato dal 2008, scalzando Diosdado Cabello. Quelle elezioni si svolsero in un clima di riflusso per il chavismo, reduce dalla sconfitta del 2007: quella della Riforma costituzionale, che non passò seppur per pochissimi punti e che prevedeva una decisa accelerata in senso socialista. Allora si stava creando il Psuv, una idea che provocò diverse scissioni. «In quella tappa - ha dichiarato Jaua in un'intervista al Correo del Orinoco - ci eravamo troppo ideologizzati, e finimmo per perdere un po' di quella che è la ricchezza del chavismo: la sua connessione affettiva con il popolo, il rispetto nella pluralità di un movimento che è diverso, ribelle, combattivo. Si commise l'errore di pensare che questo si potesse convertire in una chiesa e si provocarono importanti conseguenze, specialmente negli stati come Miranda, in cui la differenza di pensiero politico è grande».
Il governatore di Miranda è Enrique Capriles Radonski, che ha perso le elezioni presidenziali del 7 ottobre (quasi settemila voti in meno di quelli ottenuti da Chávez) come rappresentante della Mesa de unidad democratica (Mud). Ora si propone di nuovo, nonostante alcune defezioni nel suo campo, mentre aumentano le proteste di funzionari, vigili del fuoco e polizia a cui non paga da mesi lo stipendio, e di quella parte di popolazione che lo accusa di inefficienza. Il suo principale slogan è sempre lo stesso delle presidenziali: «Vota in basso e a sinistra». Un depistaggio non proprio convincente, vista la composizione della Mud (dai più cauti Ad e Copei, alle fasce dell'estrema destra più accese, a una micro scissione di Bandera Roja) e la propaganda tutta basata sul «pericolo del comunismo».
A Miranda si giocano interessi forti e di portata nazionale. Vi si trovano molte delle più importanti imprese del paese, multinazionali e finanziarie. Ne esistono anche molte di medie e piccole dimensioni, attive nelle zone industriali come Guarenas-Guatire, Valles del Tuy, Altos Mirandino, e Barlovento, legate al settore del turismo. Molte di queste hanno aperto un dialogo con Jaua, che l'opposizione considera «grande espropriatore della regione e fautore delle Comuni». Al primo punto del suo programma, c'è quello di promuovere la partecipazione e il protagonismo delle Organizzazioni del potere popolare, al secondo quello di promuovere imprese miste con la piccola e media industria. E così, alcuni sondaggi danno qualche punto di vantaggio al candidato chavista, altri prevedono un testa a testa dagli esiti incerti.
Il 10 dicembre, Jaua ha inaugurato una nuova teleferica, che collega il centro alle colline che circondano la capitale, dove si trovano i quartieri più poveri. Un progetto totalmente basato sulle energie solari e alternative. Da Palo Verde, una fila di persone aspetta da allora il Metrobus. A Caracas, le file per i trasporti sono sempre ordinate. Nel metro, tutti si incolonnano nei passaggi disegnati senza ingombrare: «Prima arrivavo a casa tardi la sera - dice un lavoratore - ora impiego in tutto 17 minuti. Non può immaginare cosa significhi». Una ragazza trafelata con pacchi e bambino annuisce. Una signora elegante, che abita in zona, brontola invece salendo sul taxi: «Adesso ingombreranno anche il posteggio».
Gli Stati Carabobo, Miranda e Zulia, governati come lo Stato Lara dall'opposizione, sono quelli con maggior numero di elettori. Secondo il Registro elettorale (Re) per le elezioni presidenziali del 7 ottobre scorso, nei primi tre ci sono stati 5 milioni e 801 mila 426 elettori, ossia il 30% degli aventi diritto. Il Zulia è in testa alla lista, con 2 milioni 334 mila e 529 elettori. Ovvero il 12,47%. Miranda è al secondo posto con un milione 950 mila e 657 elettori, pari al 10,40% Al terzo, Carabobo con un milione e 516 mila 240, l'8,01%. Lo Stato Lara occupa il quarto posto con un milione e 197 mila e 690 elettori. Un totale di 6 milioni 999 mila e 116 elettori, ossia il 36% di tutti quelli che conta il paese. Una percentuale che si alza per queste regionali, dato che dei 18 milioni 903 mila e 143 venezuelani abilitati a votare per le presidenziali di ottobre (compresi 100 mila e 495 residenti all'estero), saranno abilitati alle regionali solo 17 milioni 421 mila e 923. Non voteranno, infatti, i residenti all'estero né quelli che abitano nel municipio Libertador. Un municipio che si trova nel Distretto Capitale, è il più esteso e popolato dei cinque in cui si divide l'area metropolitana di Caracas ed è l'unico che non appartiene allo Stato di Miranda. L'opposizione governa anche nel Táchira e nella Nueva Esparta (oltreché nel Distrito Capital), dove il chavismo spera di approfittare dell'onda favorevole delle elezioni presidenziali (quando Chávez ha vinto in 22 stati) per recuperare.
Conquistare gli stati con maggior numero di votanti è importante anche per vincere una eventuale riforma della Costituzione, prevista nella prospettiva di uno Stato comunale: prossima tappa ipotizzata dal processo bolivariano e avversata dall'opposizione. Un percorso che consentirebbe di consolidare la «democrazia partecipativa e protagonista» e che prevede la gestione delle risorse per canali diretti e condivisi da parte delle comunità organizzate in consigli comunali. Nei consigli comunali - oggi un mix popolare di slanci e stanchezze - si organizza una parte fondamentale del blocco sociale che sostiene il processo, pronto a criticare "dal basso" (e vivacemente) burocratismi e battute di arresto. Strutture orizzontali assembleari che evidenziano la mobilissima struttura a rete che sta alla base di questo laboratorio politico: media comunitari, collettivi studenteschi, consigli operai, motociclisti organizzati, artisti di strada, gay, femministe radicali...
Fra i più accesi "sostenitori-critici" c'è Roland Denis, ex viceministro della Pianificazione e Finanze nel 2003, proveniente dalle reti di resistenza alternative di Nuestra America Rebelde. «In questa fase - dice al manifesto - in Venezuela esistono tre repubbliche, tre grandi progetti in conflitto. C'è la repubblica liberale oligarchica, il progetto classico neoliberista oligarchico, quello della destra della vecchia borghesia venezuelana; ce n'è uno corporativo, burocratico, che ha i suoi appoggi nell'amministrazione dell'impresa petrolifera di Stato Pdvsa. Organizza, controlla, disciplina e finanzia un corpo immenso, industriale sociale culturale. L'impresa si espande sulla società in un modello corporativo burocratico che ingloba molte fabbriche, attiva corporazioni minori che assumono il controllo della rivoluzione reale e ne paralizzano lo sviluppo a partire dalla gestione della rendita petrolifera. E c'è una repubblica autogovernante, che si alimenta dei discorsi avanzati di Chávez e si scontra con le altre due». Su questi temi Denis - figlio ribelle di una grande famiglia - ha scritto un paio di libri, in cui sostiene che «la formazione del Psuv è stata un errore, perché ha preteso ingabbiare un socialismo libertario di cui è impregnato il processo e che continua a esserne il motore».
La partecipazione popolare trova un rinnovato spazio nelle proposte del nuovo Piano di sviluppo socialista 2013-2019, la cui bozza è stata presentata dal governo. Fino al 10 dicembre i cittadini hanno potuto trasmettere le loro proposte, online o in apposite cassette disseminate in tutto il paese. Il ministero della Pianificazione e sviluppo, diretto da Jorge Giordani, le sta ora visionando per includerle nel programma definitivo di governo che il presidente Chávez dovrebbe presentare il 10 gennaio, quando assumerà (forse) le funzioni.
Nello Stato di Aragua, tradizionalmente chavista, la partita sembra invece doversi giocare tutta a sinistra. Il governatore uscente non piace alla base, che abbiamo vista in piazza durante i comizi del candidato Tareck El Aissami. Una giovane sindacalista di Maracay, leader del sindacato dei lavoratori dell'economia informale, oggi attivissima nella campagna elettorale e nel Frente Amplio revolucionario Bravo Pueblo, ci ha raccontato di aver subito un anno di carcere senza processo per la sua vivace attività sindacale che metteva in causa il potere del governatore. A Maracay, l'economia informale trova spazio in un grande mercato coperto e in molte aree circostanti e i lavoratori hanno accolto con calore il nuovo candidato. Ex ministro degli esteri, simpatico e diretto, El Aissami ha dato buona prova di sé su un tema caldo come quello dell'insicurezza: non con la repressione, ma puntando sull'educazione delle forze di polizia, che sono parte del problema e non della sua soluzione, come dimostrano le statistiche. Ha puntato sull'Università sperimentale della polizia (Unes) e sullo sviluppo dei collettivi di Controloria social, che monitorano il funzionamento delle forze dell'ordine nelle strade e possono sporgere denunce in quanto «autorità popolare».
Un altro stato che evidenzia le contraddizioni del chavismo è quello di Bolivar, il più esteso di tutti, a forte componente operaia. Qui il Partito comunista, che non si è sciolto nel Psuv ma ha mantenuto le sue strutture, non appoggia il candidato chavista, ma corre da solo: «Non possiamo continuare a turarci il naso - dice una militante Pcv che vive vendendo torte - quello è un corrotto inaffidabile, se una rivoluzione si definisce tale, dev'essere conseguente».

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Chi è Chávez

15 dicembre 2012 - Fonte: ilbecco.it

di Luigi Vinci -

In questo momento il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías è in cura a Cuba dopo aver subito il quarto intervento chirurgico contro una forma di tumore alla vescicail cui esito, purtroppo, è spesso infausto. In Occidente una comunicazione ostile e falsificante continua a sostenere che sulla malattia di Chávez c’è il segreto: in Venezuela la sua natura è pubblica. Chávez d’altra parte è bersaglio da sempre di una tale comunicazione. L’origine di essa è spagnola, esattamente nel quotidiano el País, “centro-sinistra” liberista, strettamente imparentato a la Repubblica, altrettanto orientata.

Tra le ragioni dell’accanimento spagnolo c’è il fastidio per le nazionalizzazioni operate dal governo venezuelano, che hanno colpito diversi capitalisti spagnoli, operanti in settori che il governo venezuelano, ritenendoli strategici, non vuole che rimangano nelle mani di imprenditori privati né che dipendano dalle dinamiche di mercato, ma vuole che siano al servizio dello sforzo dello stato di sviluppo economico programmato.

Gli aggettivi correntemente usati nei confronti di Chávez sono “populista” (per i liberisti, e per le parti politiche borghesi in generale, sono “populisti” non solo quelli veri ma anche tutti quelli che guardano alle richieste popolari anziché a quelle della grande borghesia e, in America latina, degli Stati Uniti) e “caudillo” (che fu il titolo ufficiale che il fascista spagnolo Franco adottò dopo aver sconfitto la Repubblica).

Come Chávez è diventato un rivoluzionario socialista - La sua, all’inizio, è parte di una storia di duecento anni condivisa da tanti altri giovani ufficiali latino-americani. Le forze armate dei paesi latino-americani sono state storicamente, quasi sempre, uno strumento di repressione antipopolare aperta e brutale, e questo perché in mano, negli alti ranghi, alle oligarchie economiche e politiche, a loro volta sorrette dagli Stati Uniti. Tuttavia le forze armate hanno anche rappresentato per molti giovani del popolo uno strumento di emancipazione individuale dalla miseria e dall’emarginazione, soprattutto quando questi giovani erano meticci, neri, discendenti di popolazioni native. Non mancano perciò nella storia latino-americana figure, anche di grande rilievo, di militari democratici, progressisti, rivoluzionari. Quello che diverrà il capo del Partito comunista del Brasile, Luís Carlos Prestes, fu inizialmente un capitano che, dopo essersi ribellato all’oligarchia, guidò, dal 1924 al 1927, una “lunga marcia” nell’interno brasiliano, quella cosiddetta dei tenenti, più lunga (24 mila chilometri!) di quella guidata da Mao in Cina. Chávez dunque all’inizio della sua vicenda era un giovane tenente colonnello dell’aviazione di sentimenti democratici e nazionalisti. Nel 1992 il governo venezuelano (normalmente in Venezuela si alternavano governi dell’oligarchia, a guida COPEI cioè sedicente democristiana o Acción Democrática cioè sedicente socialdemocratica, oppure governi militari di estrema destra, risultato di qualche golpe), che era in mano ad Acción Democrática, aumentò enormemente, convertito dal FMI al liberismo, i prezzi della benzina e di molti generi alimentari, determinando una rivolta popolare (che passerà alla storia come il “caracazo”), alla quale rispose con la repressione militare. Molte migliaia di manifestanti (a oggi non si sa il numero), furono uccise dalla polizia e dai soldati. Una parte delle forze armate, soldati, giovani ufficiali, i cadetti dell’accademia militare, rifiutò però di partecipare al massacro e si ribellò. Chávez fu il capo della rivolta, coadiuvato da altri tre tenenti colonnello. Si appellò al complesso delle forze armate perché cessassero la repressione e arrestassero il governo: la cosa non avvenne, la caserma dove era Chávez fu circondata, egli non volle resistere e si arrese. Radiato dall’esercito, processato, condannato a una pesante pena detentiva, due anni dopo un’ondata di manifestazioni popolari obbligherà il governo a liberarlo.

E’ in carcere che Chávez diventa marxista: per merito di una notevole figura, Jorge Giordani, figlio di un comunista italiano accorso in Spagna nel 1936 a difesa della Repubblica, e che lì prese moglie. La famiglia riparò fortunosamente, nel 1939, a Santo Domingo, dove nascerà Jorge, poi si trasferirà in Venezuela. Attualmente Giordani è Ministro dell’Industria e della Pianificazione. Egli introdusse Chávez in particolare alla lettura di Gramsci; lo portò, perciò, a una concezione assai evoluta e profondamente democratica del marxismo e del socialismo, per tanti aspetti sostanziali radicalmente alternativa al “socialismo reale” autoritario e burocratico sperimentato nell’Europa dell’Est. Alla lezione di Gramsci, come abbiamo visto in questi anni, Chávez rimarrà fedele.