Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Divergenze in Palestina

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Le diverse facce della Resistenza Popolare in Palestina

Ricevo questo interessante articolo sulle contraddizioni in seno al movimento palestinese, in una traduzione tuttavia non sempre chiara, che non mi è possibile migliorare in questi giorni. Se qualcuno potesse aiutarmi, me lo faccia sapere, o mi segnali almeno se ci sono sviste clamorose. Per questo accludo la versione inglese: http://www.zcommunications.org/the-different-faces-of-popular-resistance-in-palestine-by-ramzy-baroud

(a.m. 22/12/12)

 

di Ramzy Baroud

 Apparentemente la resistenza popolare ha, tutta a un tratto, manifestato un contrasto di visioni e strategie fra l’autorità Palestinese a Ramallah e i suoi rivali a Gaza, sottolineando un divario esistente e sempre più divergente tra le varie fazioni e la leadership.

 Il Presidente dell’Autorità Palestinese (PA), Mahomoud Abbas, in un discorso a un meeting dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a Ramallah nel Luglio 2011, sembrava essere finalmente riuscito a raggiungere una conclusione dirompente, che si diceva ispirata dalla Primavera Araba. “Nel prossimo futuro, noi vogliamo un’azione di massa, organizzata e coordinata dappertutto. Questa è la possibilità di far sentire la nostra voce al mondo intero e dire che noi vogliamo ciò che è nostro di diritto”. Egli aveva esortato i Palestinesi a condurre una resistenza popolare, enfatizzando il fatto che deve essere una “resistenza popolare senza armi così che nessuno possa fraintenderci”. (Reuters). ( Egli fece una dichiarazione simile all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Settembre).

 Fu il modo di proiettarsi in avanti di Abbas. Aveva bisogno di quietare la rabbia e il risentimento per la sua mancanza di leadership.

 Abbas ha poca credibilità per quanto riguarda lo scatenamento di qualsiasi forma di resistenza nei confronti di  Israele. L’Autorità Palestinese, dall’epoca del suo insediamento nel 1994 quale organo di transizione che avrebbe guidato i Palestinesi verso l’indipendenza, è diventata fine a sé stessa, dedicata all’ auto-conservazione, fino al punto di collaborare con il governo Israeliano per gestire quella stessa occupazione che ha tormentato i Palestinesi per più di 45 anni. Infatti, il coordinamento per la sicurezza tra le due parti è basato sull’intesa comune di imbavagliare ogni dissenso che potrebbe mettere in pericolo la posizione della AP o quello che è percepito da Israele, come una minaccia alla sua sicurezza. Non si direbbe, sempre che esista, che la AP stia portando avanti un’azione di massa, coordinata e organizzata in maniera generalizzata. La rivoluzione retorica messa in scena dalla AP, tuttavia, ha servito il suo scopo, almeno per ora, dato che Abbas e i suoi uomini sono riusciti a sopravvivere allo sconvolgimento regionale.

 Il termine “resistenza popolare” viene ancora usato con larghezza come se la semplice ripetizione costituisse una chiave per la soluzione di ogni dicotomia politica che fronteggia i Palestinesi. Il contesto in cui viene usato e manipolato viene recepito in maniera sfavorevole da quelle fazioni Palestinesi che hanno promosso la lotta armata e che si oppongono in maniera veemente agli accordi di Oslo e alle sue istituzioni. La Jihad Islamica a Gaza è particolarmente infastidita dalla versione di Abbas.

 Quando il Segretario della Jihad Islamica, Generale Ramadan Shallah, parlò di fronte a migliaia di sostenitori a Gaza, durante la celebrazione del 31mo anniversario della fondazione del movimento, egli parlò proprio di questo problema. Il Generale esortò a una nuova strategia nazionale sottolineando il fallimento del cosiddetto processo di pace. “Il progetto Palestinese di stabilire uno stato sui confini del1967 attraverso negoziati è ovviamente fallito”.

 Ovviamente, egli si scagliò anche contro la “resistenza pacifica non-violenta”, il che generò diversi slogan che si prestarono ad essere riportati generosamente dai mass media. È interessante comunque che i punti di vista di Shallah sulla resistenza popolare non-violenta fossero intrecciati alla denuncia della inutile ricerca della AP di ottenere concessioni da parte di Israele. “ Diciannove anni di negoziati falliti hanno creato una crisi che non può essere risolta semplicemente insistendo su nuovi negoziati o attraverso la resistenza non-violenta”, disse, secondo l’Agenzia di Notizie Palestinese Màan (Ottobre 4).

 Una terza e meno faziosa interpretazione della strategia di resistenza popolare fu offerta dall’attivista Palestinese Dr. Mostafa Barghouti, sempre molto articolato, che, molto chiaramente difese, durante un’intervista ad Al Jazeera (Ottobre 18), il diritto Palestinese a resistere con tutti i mezzi disponibili, ma asserì che la resistenza popolare può costituire una strategia più efficace per ottenere diritti politici.

 Ovviamente, il problema non sta nella strategia non-violenta della resistenza popolare in sé, ma nel suo contesto politico e nell’uso sbagliato che alcuni partiti ne fanno. La resistenza popolare, quando inserita nel contesto di un quadro veramente genuino che tende a mettere a punto una strategia favorevole e che porti risultati benefici per l’ottenimento di  diritti per i Palestinesi, assume una connotazione completamente diversa. Per di più, quando si consideri la storia Palestinese, la strategia non è affatto un concetto alieno o un tentativo disfattista per non essere fraintesi dai benefattori occidentali.

 La storia è piena di evidenza. Il 19 Settembre 1989, nella città di Beit Sahour nella West Bank, cominciò una campagna di resistenza popolare e disobbedienza civile che divenne materia leggendaria. Si trattò di uno sforzo che era parte della mobilitazione massiccia e ispiratrice della Prima Rivolta Palestinese (1987-1993). Numerosi tentativi di spezzare la volontà collettiva di Beit Sahour fallirono. Il governo Israeliano mobilitò il suo esercito a tutta forza, lanciando  “il più grande raid di tassazione nella storia recente”. Le forze di occupazione fecero il loro ingresso e i dazieri generarono le loro magie, confiscando tutto ciò che poté essere confiscato. Molte famiglie furono lasciate con niente. Molti mobili confiscati e altri beni personali furono venduti alle aste entro Israele. La piccola città si trovò sotto un coprifuoco militare di 45 giorni che iniziò la notte del 21 Settembre. Centinaia di residenti di Beit Sahour furono portati nei campi militari e molti rimasero in prigione sotto varie scuse. I militari israeliani potrebbero aver pensato di aver vinto una battaglia decisiva ma quel giorno una stella, vicino a Betlemme, brillò nel cielo notturno della Palestina. Mise in comunicazione il passato con il presente e prese a ispirare la speranza che la gente, nonostante i molti anni di occupazione militare, aveva ancora abbastanza potere perché  una piccola città potesse creare dei problemi per l’establishement politico e militare di Israele.

La  resistenza popolare in Palestina ha un secolo di storia. Le sue origini sono tuttavia spesso datate al 1936 quando i Palestinesi, Mussulmani e Cristiani, si ribellarono contro la volontà coloniale sionista e il ruolo Britannico di farla propria e di assicurarne il successo. Nell’aprile 1936, tutti e cinque partiti politici Palestinesi si raggrupparono sotto l’egida di un Alto Comitato Arabo (AHC). Quell’unità era un riflesso dell’atteggiamento generale presente fra i Palestinesi comuni.

 Fu dichiarato uno sciopero generale inaugurando così l’inizio della leggendaria campagna di disobbedienza civile Palestinese – come esemplificato dallo slogan di “Niente Tassazione senza Rappresentazione”. La rivolta del 1936 mandò un segnale fortissimo al governo Britannico che i Palestinesi erano uniti dal punto di vista nazionale e capaci di agire come una società assertiva e sicura di sé in modi che avrebbero disturbato il permanere del ruolo dei Britannici sulla nazione. L’amministrazione Britannica in Palestina non aveva, fino ad allora, dato importanza alla richiesta Palestinese di indipendenza e aveva prestato poca attenzione alla loro profonda preoccupazione sulla crescente minaccia del sionismo e dei suoi progetti coloniali.

 Certamente queste non sono storie molto distanti. Quella azione collettiva non costituì una fase momentanea, ma  si ripeté attraverso la storia, anche dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993 che istituzionalizzarono l’occupazione di Israele e punirono in maniera spietata coloro che osarono resistere.

L’AP di Ramallah dovrebbe smetterla di utilizzare e fare riferimento alla nozione di resistenza popolare mentre allo stesso tempo fa di tutto in suo potere per sopprimerla. E i rivali di Abbas non devono associare la resistenza popolare con Oslo e le sue istituzioni da bancarotta, perché la storia può facilmente separare questa connessione distorta. La resistenza popolare in Palestina continua a esistere non per merito della leadership Palestinese ma nonostante essa.

 Ramzy Baroud (ramzybaroud.net) è un editorialista internazionale e l’editore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro e’ My Father was a Freedom Fighter: Gazàs Untold Story. Le fotografie della resistenza sono da Wikimedia.

 Da: Z Net- Lo spirito della resistenza è vivo

Redazione 21 dicembre 2012

 



Tags: Palestina  OLP  Gaza  Ramzy Baroud