Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Ipocrisie e dimenticanze... --> Sinistra e rivoluzioni arabe *

Sinistra e rivoluzioni arabe *

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La sinistra e le rivoluzioni arabe

Critica alle rappresentazioni della Tunisia dei media italiani, anche di sinistra in una lettera collettiva: "Squarcio informativo a gennaio 2011, poi il muro di gomma si è richiuso".

In appendice, una polemica replica di Annamaria Rivera.

 

Ho ricevuto questa mattina la segnalazione di questo articolo collettivo, che pubblico volentieri per diversi motivi: il primo è ovviamente il totale accordo con le considerazioni fatte dagli autori, il secondo è che di uno di essi, Santiago Alba Rico, uno scrittore credo catalano che vive a Tunisi, ho pubblicato spesso preziosi articoli, suoi o collettivi, come Libia - Dal mondo arabo all'America Latina, Lettera aperta a Chávez, Revolución popular en Libia? e più recentemente Movimenti tellurici. Ma la terza ragione è che proprio questa mattina mi ero indignato con la superficialità di Giuliana Sgrena, che sulla prima pagina del Manifesto apre candidamente un editoriale con queste incredibili parole: “La guerra al terrorismo ha scatenato la prima guerra post coloniale in Africa”. Ma in quale pianeta Giuliana Sgrena ha vissuto negli ultimi decenni se crede che questa guerra sia la prima?.

Ma la severità del giudizio di questa lettera di Mario Sei, Santiago Alba Rico, Sondes Bou Said, Patrizia Mancini e Hamadi Zribi sull’atteggiamento dei media anche di sinistra è fondata per molte altre ragioni, ed è quindi indispensabile in questa fase che vede riaffiorare a vari livelli, accanto alla solita indifferenza per le tematiche internazionali, rigurgiti di vecchi atteggiamenti di incomprensione delle rivoluzioni reali, criticate o negate in nome della nostalgia per rivoluzioni puramente immaginarie ricalcate su modelli propagandistici logori, quando non per legami ideali con qualche regime "progressista". (a.m.18/1/13)

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Rivoluzioni arabe e cliché

Lettera firmata*

Roma, 18 gennaio 2013, Nena News - Per chi vive, lavora o frequenta in modo assiduo paesi come Tunisia ed Egitto, indipendentemente da quelli che sono i propri orientamenti politici, è pressoché una costante rendersi conto dell'enorme divario esistente tra la realtà vissuta e la realtà che di questi paesi viene rappresentata dalla maggior parte dei media occidentali.

Lo scarto tra realtà e sua rappresentazione è certo qualcosa di fisiologico. Rappresentando si seleziona, si sceglie, si isolano fatti o eventi che nelle pieghe della vita sono sempre intrecciati ad altri, sono mescolati ad una complessità che nessuna rappresentazione o racconto potrà mai restituire nella sua integralità. Anche nel caso di un paese in guerra è evidente che, per gli umani che vi si trovano in mezzo, non tutto è guerra e dolore: un sorriso continuerà ad affiorare sulle labbra di qualcuno, degli amanti continueranno a baciarsi, dei bambini continueranno a giocare. E sarebbe certo assurdo accusare di infedeltà ai fatti qualcuno che dedicandosi a informare e a raccontare le vicende di quel paese omettesse di ricordare i sorrisi, i baci degli amanti, i giochi dei bambini.

E' tuttavia possibile, e anche necessario, distinguere tra buona e cattiva informazione, tra corretta e falsa rappresentazione della realtà e il lessico ci offre un'ampia gamma di termini per poter operare questa distinzione. Oltre alla falsificazione pura e semplice dei fatti, esistono altre modalità per produrre visioni distorte del reale: la manipolazione delle informazioni, l'uso intenzionale di cliché consolidati, la demagogia. E così, per esempio, se in un paese uno scontro violento, ma isolato, tra forze politiche opposte provocasse la morte di alcune persone, sarebbe comunque falsificante parlare di guerra civile. Analogamente e scivolando nel banale, se il cliché "spaghetti e mafia" fosse applicato da qualcuno come criterio per descrivere la natura di tutti i cittadini italiani, sarebbe corretto considerare superficiale o disonesto questo giudizio.

L'esempio è certo banale, eppure è proprio con cliché banali come questo, per gli interessi manipolatori di alcuni e la pigrizia intellettuale di altri, che si è nutrito per decenni l'immaginario occidentale sul mondo arabo. Dopo il 14 gennaio 2011, data della caduta del regime di Ben Ali in Tunisia, sembrava che il muro di gomma fatto di demagogia, di stereotipi e di superficiali abitudini mentali si fosse di colpo liquefatto per far apparire una realtà che quel muro aveva sempre nascosto. E' sufficiente tornare ai titoli dei giornali o dei servizi televisivi del 15 gennaio 2011 e confrontarli con quelli dei giorni o dei mesi precedenti per accorgersi di come, da un giorno all'altro, tutto ciò che prima era "vero" apparisse improvvisamente falso. Lo squarcio informativo apertosi inevitabilmente con la rivoluzione tunisina è però durato poco e a distanza di due anni da quel 14 gennaio, il muro di gomma sembra essersi richiuso sugli stessi cliché e la stessa demagogia.

Questo avviene un po' ovunque, ma il panorama della situazione italiana è ancora più opaco di quello di paesi che come la Francia, per esempio, possono valersi, per varie ragioni, di un'informazione meno sterile e appiattita su stereotipi. L'appiattimento dell'immaginario collettivo su cliché prefabbricati è così diffuso che è persino divertente osservare amici o conoscenti arrivati in Tunisia che si sorprendono nel vedere un paese in cui a prevalere è soprattutto la varietà dei contesti e delle situazioni più che lo scenario immaginato per induzione, composto da salafiti e da donne col velo integrale.

Se osservare la sorpresa di coloro che costatano il divario tra realtà e sua rappresentazione può suscitare una certa ilarità, produce invece amarezza dover riconoscere il fatto che a indurre questo tipo di immaginario collettivo contribuiscano anche testate e organi d'informazione tradizionalmente collocati a "sinistra". Il riferimento specifico è rivolto ad alcuni articoli apparsi recentemente sulle pagine de Il Manifesto e firmati da due nomi assai noti: Giuliana Sgrena e Annamaria Rivera.

Nel primo caso si tratta di un articolo pubblicato il 30 dicembre e dal titolo eloquente: Islamisti scatenati sull'identità religiosa. E oltre le «nuove» leggi c'è la minaccia della violenza e dello stupro. Facendo di casi particolari dei fatti emblematici, la Sgrena riproduce stantii stereotipi, banalizza e semplifica oltre misura una realtà estremamente più complessa e stratificata. Nell'articolo la situazione tunisina e la situazione egiziana sono inoltre presentate come identiche ed evidentemente la loro assimilazione si regge unicamente sulla matrice islamica dei due governi. In realtà né la storia né il contesto politico dei due paesi permettono una tale equiparazione, a meno che non si voglia ripetere lo schema che aveva del mondo arabo musulmano una visione "notturna", in cui appunto tutte le vacche sono nere.

Singoli fatti, innegabilmente gravi, appaiono come la norma e quindi la Sgrena cita il caso, d'altronde ampiamente diffuso da tutti i media, della manifestante di piazza Tahrir trascinata con violenza da poliziotti che le scoprono il corpo fino al reggiseno. E che dire poi dell'informazione, di cui solo la Sgrena è a conoscenza, secondo la quale i Fratelli Musulmani sono "i garanti del sostegno economico a favore delle mutilazioni genitali femminili". Che la violenza e l'abuso sulle donne sia pratica corrente della polizia d'Egitto e Tunisia è dimostrata, secondo la Sgrena, da un altro fatto di cronaca, avvenuto questa volta in un quartiere residenziale nella periferia di Tunisi, dove una ragazza sorpresa in macchina col suo compagno è stata violentata da tre poliziotti.

Su questo stesso caso s'attarda anche Annamaria Rivera, in un articolo apparso sempre sul Manifesto il 15 gennaio e titolato Tunisia, anniversario amaro. Il caso, avvenuto lo scorso settembre, divenne famoso anche perché i poliziotti accusati contro-denunciarono la ragazza per atti osceni in luogo pubblico. Seguì quindi un processo da cui la ragazza fu prosciolta e i poliziotti definitivamente condannati. Ciò che sia la Sgrena che la Rivera omettono di raccontare è che in Tunisia l'indignazione collettiva fu imponente e che davanti al tribunale si concentrarono migliaia di persone a sostegno della ragazza. Più che per gli appelli internazionali, come sostiene Annamaria Rivera, è stata la reazione della società civile tunisina a determinare l'esito del processo. Una reazione e una capacità di mobilitazione che meritano di essere sottolineate e che sarebbero auspicabili anche in paesi non musulmani come i nostri, in cui casi di violenza e abusi sulle donne si verificano a decine, spesso nella generale indifferenza.

Nel suo articolo la Rivera si spinge però oltre e cita un altro fatto, diffuso sulle pagine di Facebook e rivelatosi poi totalmente inventato, di due giovani arrestati e condannati a due mesi di prigione per essersi dati un bacio in strada. In questo caso l'errore non è solo quello di diffondere falsità, ma anche di riportare mezze notizie. A seguito di quella falsa informazione infatti, estesasi a macchia d'olio, centinaia di persone si sono ritrovate in una piazza del centro di Tunisi per un bacio collettivo, e questo senza che ci fosse repressione alcuna da parte della polizia.

Concentrandosi unicamente sulla Tunisia, la Rivera insiste giustamente sulla difficile situazione economica, sull'aumento della disoccupazione e del costo della vita dovuto all'alta inflazione. Aspetti innegabili, ma rappresentare l'anniversario della rivoluzione come un funerale è assolutamente fuorviante, così come è snobismo intellettuale ritenere che la "conquista del bla-bla", cioè del "piacere di conversare liberamente, di dire tutto e qualsiasi cosa senza sentirsi spiati", -citazione che la Rivera riprende da un noto giornale in rete tunisino- sia ben poca cosa.

Merita la citazione un altro giornale in linea, Mag14, che come il Nawaat citato dalla Rivera è stato creato da un gruppo di giovani giornalisti: "Due anni dopo la fuga del dittatore, la società civile tunisina è in ebollizione. Intellettuali e giovani pubblicano articoli al vetriolo, criticano ministri e forze dell'ordine, denunciano la corruzione, creando una dinamica che la Tunisia non ha conosciuto nemmeno durante il momento dell'Indipendenza. Si tratta di tante rondini annunciatrici di una vera Primavera ancora a venire, ma di cui i primi fiori cominciano a germogliare, nella discrezione e nella generale confusione. E non fosse che per questo, Viva la Rivoluzione".

Per evitare eventuali equivoci, va chiarito che non si tratta certo di difendere né il governo dei Fratelli Musulmani in Egitto né quello di Nadha in Tunisia, che anzi restano allineati sulle classiche ricette neo-liberali, dimostrandosi incapaci di affrontare le gravi ingiustizie e disparità sociali che sono state la causa prima delle rivolte. La critica ai governi, giusta e necessaria, non può però risolversi nel dualismo laici-religiosi e nemmeno nell'idea che di quell'ondata rivoluzionaria, cominciata il 14 gennaio 2011, non sia rimasto nulla e a che a nulla abbia portato, se non a un semplice cambio di potere.

Dal 26 al 30 marzo si svolgerà a Tunisi il 12° Forum Sociale Mondiale e Annamaria Rivera conclude il suo articolo augurandosi che l'occasione si sottragga al rischio d'essere usata come fiore all'occhiello del nuovo regime. Perché questo non avvenga è anzitutto necessario che chi si occupa, per mestiere o per diletto, di informare e di raccontare lo faccia con il giusto rigore e senza riprodurre vecchi cliché che tanti danni hanno già prodotto in passato.

*Mario Sei, Santiago Alba Rico, Sondes Bou Said, Patrizia Mancini, Hamadi Zribi

Da http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=48001&typeb=0

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Una replica

Ricevo da Annamaria Rivera una replica – non meno astiosa – alla lettera di Mario Sei, Santiago Alba Rico, Sondes Bou Said, Patrizia Mancini, Hamadi Zribi, che lei presenta come una “polemica mediocre e astiosa”. Mi dispiace di essere incautamente finito in mezzo a un conflitto che non capisco, e di cui la stessa Rivera mi dice in una delle sue lettere, tra molte espressioni esaltate ed anche offensive nei miei confronti, che sarebbe nato per “ragioni assai ambigue (non te le riferisco perché non sono solita spettegolare)”. Avevo pubblicato quella lettera da Tunisi perché ne condividevo la sostanza, e conoscevo uno dei firmatari. Non sarei tenuto a pubblicare la replica, tanto meno in base alla legge sulla stampa evocata dalla Rivera, perché nella lettera dei cinque compagni c’erano opinioni magari discutibili, ma non si trattava di un’aggressione, come quelle staliniste a cui mi sono dovuto abituare io fin dagli anni in cui Annamaria era uno dei leader del circolo Lenin di Puglia, e che mi hanno volta a volta, anche in tempi recenti, bollato con gli epiteti più infamanti. Mai ho pensato per questo di ricorrere alla magistratura borghese, mai e poi mai. Ma la pubblico ugualmente. Certo starò più attento a evitare di sfiorare questi conflitti a cui sono estraneo.

 

 (a.m.24/1/13)

 

Annamaria Rivera

Una polemica mediocre e astiosa sulla transizione tunisina

 

Penso che la polemica sia il sale del dibattito culturale e politico. Dubito però sia utile una disputa capziosa, non documentata, volutamente ignara della biografia intellettuale e politica di colui o colei che si critica. E’ il caso della lettera “Rivoluzioni arabe e cliché”, firmata da  Mario Sei, Santiago Alba Rico, Sondes Bou Said, Patrizia Mancini, Hamadi Zribi e ospitata da Nena News: http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=48001&typeb=0&Rivoluzioni-arabe-e-cliche. Paradossale fin dal titolo, che contiene un tipico cliché: la connotazione di “arabe” riferita alle rivoluzioni o insurrezioni in paesi a maggioranza arabofona. Per non dire delle sbavature, lessicali e non solo, presenti nel testo: per esempio, “sulla matrice islamica dei due governi” [egiziano e tunisino]. Forse si voleva dire “sulla presenza influente di un partito islamista in entrambi i governi”? Davvero paradossale per una lettera ha come preambolo ridondante una lezioncina pretenziosa su realtà e rappresentazioni, cliché e stereotipi.

 

Forse gli autori avrebbero fatto meglio a esercitarsi nella lettura, comprensione e analisi testuale, prima di prendere a cornate i testi in questione:  due articoli, rispettivamente di Giuliana Sgrena e mio, entrambi pubblicati dal manifesto, l’uno il 30 dicembre, l’altro il 15 gennaio scorsi. Già averli accomunati è bizzarro e scorretto. Infatti, chi non indulga alla “pigrizia intellettuale” evocata dai cinque sa bene che Giuliana e io abbiamo orientamenti non coincidenti su taluni temi: per esempio, sull’ormai vecchia querelle intorno alla legge francese “sul velo”, io su posizioni nettamente antiproibizioniste.

 

L’accusa d’indulgere al “dualismo laici-religiosi” non può che suonare ridicola alle orecchie di chi conosca il mio impegno non solo contro la legge proibizionista, ma più in generale  contro l’arabofobia, l’islamofobia e il laicismo a senso unico. A testimoniare di questo impegno -che mi è valso attacchi e “avvertimenti” assai pesanti- stanno le mie opere, che almeno Patrizia Mancini dovrebbe aver letto. Per citarne solo alcune:  L’inquietudine dell’islam, con M. Arkoun, J. Cesari, A. Jabbar, M. Kilani, F. Khosrokavar (Dedalo 2002);  La guerra dei simboli (Dedalo 2005);  Les dérives de l’universalisme. Ethnocentrisme et islamophobie en France et en Italie  (La Découverte 2010).   

 

Ma, per evitare spropositi, sarebbe bastato che “la” Mancini (per fare il verso allo stile da verbale di polizia dei cinque) suggerisse ai suoi quattro sodali di leggere i miei numerosi articoli sulla rivoluzione tunisina. Lei, sì, li conosce bene, tanto da avermi  chiesto recentemente il permesso di pubblicarli in un blog in costruzione. Così come sa della mia trentennale frequentazione della Tunisia, non già da turista, ma da studiosa e attivista. Eppure dalla lettera traspare il pregiudizio che due donne possano scrivere solo “per mestiere” o “per diletto”, non già per generoso e rigoroso impegno sociale, politico e anche scientifico. 

 

Ma torniamo a uno dei due testi oggetto della loro critica, cioè l’articolo a mia firma pubblicato dal manifesto, poi postato qui: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/01/15/annamaria-rivera-tunisia-due-anni-dopo-la-rivoluzione-c%E2%80%99e-poco-da-festeggiare/

E’ assai singolare che i cinque sorvolino sulla notizia che riferisco in esordio e che probabilmente ignoravano, essi che vivono in Tunisia: l’ennesimo suicidio pubblico per fuoco di un giovane disoccupato di Mnihla, quartiere  povero e densamente popolato della periferia di Tunisi. Che la rivoluzione non abbia spezzato la teoria di torce umane che si snoda prima e dopo Bouazizi, non li colpisce. Che questo sia sintomo del grave malessere sociale che attraversa la Tunisia della transizione, per loro non fa problema (a tal proposito, vincano la “pigrizia intellettuale” e leggano il mio  Il  fuoco della rivolta. Torce umane dal Maghreb all’Europa, Dedalo 2012, che è anche un’analisi della rivoluzione tunisina). 

 

Inoltre, i cinque mi rimproverano di aver rappresentato “come un funerale” il secondo anniversario della rivoluzione. Niente di più falso: nel mio testo la parola “funerale” non c’è. E’ detto invece: “Vi è chi è arrivato a scrivere che il secondo anniversario della rivoluzione del 14 gennaio è un giorno di lutto”. Qui mi riferisco, prendendone le distanze, all’articolo di Nizar Bahloul, “14 Janvier, un jour de deuil…ou presque”, pubblicato il 13 gennaio in www.businessnews.com.tn.  Invece, la mia valutazione dello stato attuale della transizione è ben sintetizzata dal titolo dato da MicroMega: “c’è poco da festeggiare”. Per contro, a usare la metafora del funerale sono cittadini tunisini tutt’altro che passivi e rassegnati: il 14 gennaio scorso il Comitato dei laureati disoccupati di Menzel Bouzayene, uno dei luoghi da cui è partita l’insurrezione, ha commemorato l’anniversario con le esequie simboliche della “rivoluzione defunta”: lo si legge, corredato da documentazione fotografica, in molti siti e blog tunisini.

 

Quanto allo “snobismo intellettuale” che essi mi attribuiscono, mi chiedo se pensino sia per snobismo che il 9 aprile 2012, partecipando a Tunisi alla manifestazione per l’anniversario dell’eccidio del 1938, mi son fatta colpire da una granata di gas asfissiante lanciata dalla polizia (spalleggiata da milizie armate di bastoni), così da correre il rischio di morire. Nell’articolo scrivo: “Se è innegabile che la rivoluzione ha liberato la parola pubblica e infranto la cappa di paura, è altrettanto evidente che la libertà di espressione è tutt’altro che garantita”. Ad avvalorare questa affermazione si potrebbe citare la miriade di casi recenti di mortificazione della libertà di espressione e di processi per reati di opinione: cosa che i giornalisti tunisini, le più varie espressioni della società civile, nonché organismi di tutela dei diritti umani come Amnesty International non fanno che denunciare. Tutti malati di snobismo intellettuale?

 

Inoltre: i cinque mi rimproverano di aver omesso che sia stata “la reazione della società civile tunisina a determinare l'esito del processo” riguardante il caso della giovane stuprata da tre poliziotti e incriminata per atti osceni. Anche qui sarebbe loro risultato utile un preliminare esercizio di lettura e comprensione di un testo. Io scrivo, infatti,  che la Corte ha emesso quel verdetto, incalzata “dall’indignazione” e “dagli appelli internazionali”. Solo una lettura malevola può indurre a sostenere che non mi riferissi anche all’indignazione sorta in Tunisia.

 

Ancora: con l’elegante levità che li caratterizza, i cinque mi/ci accusano di “diffondere falsità” e di “riportare mezze notizie“. Quest’ultima accusa è riferita al fatto d’aver io riportato la voce, che dilagava in Tunisia, su due giovani condannati per essersi baciati per strada. La notizia era stata presa per fondata a tal punto che “centinaia di persone –scrivono gli stessi firmatari della lettera- si sono ritrovate in una piazza del centro di Tunisi per un bacio collettivo” (in realtà, chi ha organizzato quel flashmob riferisce che a parteciparvi sono state solo nove persone, sei donne e tre uomini). Ma perché mai io, che oltre tutto non risiedo in Tunisia, avrei dovuto decretarla falsa prima di ogni smentita? Smentita da chi, poi? In Tunisia, si sa, i rumori si diffondono rapidamente, spesso seguiti da smentite ufficiali, che a loro volta vengono smentite…Fatto sta che il quotidiano online Tunisie Numérique avvalora la notizia almeno fino al 16 gennaio, in un lungo dossier intitolato “Chronique d’un baiser interdit, volé et réprimé”.

 

Infine: è un peccato che i cinque censori sorvolino sui temi del mio articolo che sarebbe stato più interessante discutere (ma non erano utilizzabili per esercitarsi nella caccia alle streghe). Mi riferisco non solo al perdurare del fenomeno dei suicidi pubblici per fuoco, sintomo di disagio, disperazione sociale e abbandono d’intere regioni ed aree urbane popolari, ma anche al ruolo giocato nelle vicende più recenti dall’Ugtt, la principale centrale sindacale. La revoca dello sciopero generale nazionale da parte dei vertici sindacali, cui è seguita la firma solenne, giusto il 14 gennaio, del “Patto sociale” fra il governo, l’Ugtt e l’Utica (l’organizzazione padronale), non è forse la riproposizione dello schema tipico del vecchio regime? E’ ciò che sostiene un'altra centrale sindacale, la Cgtt, ricordando come la coppia partito-sindacato unicisia stata uno dei pilastri del regime dispotico (si veda: “La CGTT exprime sa consternation face au Pacte Social”, pubblicato il 12 gennaio da www.tuniscope.com e da altri siti).

 

Tuttavia, anche nelle fasi in cui l’Ugtt è stata integrata nel processo di normalizzazione disciplinare, ha sempre avuto una base indocile e assai difficile da controllare. Oggi è vero più che mai: nella  “Tunisia profonda” come nei quartieri urbani diseredati ogni giorno scoppiano rivolte, anche violente, e/o si svolgono scioperi generali, le une e gli altri sistematicamente repressi dalla violenza delle forze dell’ordine. Quanto giova al buon esito della transizione il fatto che queste lotte non trovino forme di unificazione e di rappresentanza nazionale? Come ha scritto, fra gli altri, Nicolas Beau, co-autore dei ben noti Notre ami Ben AlieLa régente de Carthage (La Découverte 1999 e 2009), oggi le élite politiche e intellettuali della Tunisia legale hanno completamente dimenticato il paese reale. E i cinque censori hanno l’ardire di accusare me di snobismo?

 

Da Nena News, 22 gennaio 2013    

 

 



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