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Al San Raffaele c'è chi dice no

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LOMBARDIA Nel centro dell'impero che fu di don Luigi Verzè si sta giocando una partita decisiva tra i lavoratori e il nuovo padrone che farà da modello per tutta la sanità privata. Infermieri, tecnici e amministrativi hanno bocciato l'accordo voluto da Rotelli che continua a minacciare 244 licenziamenti. Un ricatto alla Marchionne che rischia di pregiudicare anche l'eccellenza dell'ospedale. Ma il fattore imprevisto è la volontà di resistenza dei dipendenti, nonostante intimidazioni e minacce.

di Giorgio Salvetti, 7/2/ 2013 - Il Manifesto

Milano - Camice bianco. Una fila di persone in attesa di avere un consulto. Non siamo in un ambulatorio. Siamo sotto una tenda nel piazzale dell'ospedale San Raffaele. I lavoratori sono in lotta da tre mesi e una settimana fa hanno votato no ad una proposta di accordo che prevedeva la decurtazione dello stipendio del 10% per «salvare» dal licenziamento 244 persone tra ausiliari, infermieri, tecnici e amministrativi. Un ricatto in stile Marchionne messo a punto dalla nuova gestione di Giuseppe Rotelli, il potente imprenditore della sanità privata che ha rilevato l'ospedale dopo il clamoroso crac che ha chiuso nel peggiore dei modi l'era di don Luigi Verzè.

Modello Rotelli

Che cosa succederà adesso? C'è chi ha paura di perdere il posto - le 244 lettere di licenziamento potrebbero partire da un giorno all'altro - e c'è chi non ha nessuna intenzione di mollare. Per difendere se stessi, i colleghi, ma anche l'ospedale e i suoi pazienti. Tutti però sono molto orgogliosi del loro lavoro e della loro lotta. Queste persone per anni sono state abituate a sentir parlare del san Raffaele solo in termini di eccellenza. Il top delle cure ospedaliere, della ricerca e dell'università. Poi improvvisamente il crac dell'impero di Don Verzè per investimenti megalomani che nulla avevano a che vedere con l'ospedale. E, come se non bastasse, le inchieste sulla sanità che hanno coinvolto anche Formigoni. Infine, la newco per salvare il san Raffaele comprata da Rotelli che ha battuto anche la concorrenza del Vaticano. Adesso il nuovo padrone ha deciso di trattare questi lavoratori, che nonostante tutto e tutti hanno salvaguardato l'ospedale, come un costo di cui liberarsi. Uno shock. I lavoratori del San Raffaele, invece, stanno tenendo testa a Rotelli e la loro lotta è diventata cruciale e paradigmatica per tutto il comparto della sanità privata. Se le pretese di Rotelli non passeranno qui, allora non passeranno anche altrove. Altrimenti al San Raffaele si creerà un modello da esportare in molte altre realtà.

Dall'eccellenza al crac

Essere un simbolo è il destino di questo ospedale sin dalla sua nascita. La grande cupola sormontata dall'angelo voluta da don Verzè è un monumento alla sua storia. Da lassù si vede la torre con le antenne di Mediaset di Cologno Monzese. Un'immagine che da sola rende lo stretto rapporto che ha legato per anni don Luigi a Silvio Berlusconi. Un legame solido e proficuo per entrambi che ha cominciato a incrinarsi quando via Olgettina, l'indirizzo del San Raffaele, è diventata celebre per ben altri motivi. Qui abitavano le ragazze delle feste di Arcore. «Il vento sta cambiando», confessò allora Mario Cal, il vice di don Verzè che il 18 luglio del 2011, travolto dal fallimento, decise di togliersi la vita.
I medici, i professori e tutti i lavoratori scoprirono allora che don Luigi investiva in modo sconsiderato in Brasile e in Sardegna, spendeva per gli aerei privati e che l'ospedale - allora era una fondazione - usava il sistema delle sovrafatturazioni per creare fondi neri. Infine arrivò l'inchiesta su Pierangelo Daccò, il faccendiere amico di Formigoni che usava i suoi contatti in regione per fare avere 7 milioni di euro di finanziamenti della regione al san Raffaele, e poi pagava le vacanze al Celeste. L'ospedale, unico pezzo pregiato e sano del gruppo di don Verzè, venne messo all'asta dal tribunale fallimentare e divenne un grande affare. Giuseppe Rotelli, già proprietario del gruppo San Donato (18 ospedali, 17 in Lombardia, uno in Emilia Romagna) - e primo azionista fuori dal patto di sindacato del Corriere della Sera - se lo comprò per 405 milioni costituendo il più grande gruppo della sanità privata in Italia, il terzo in Europa. Ma tutto era cambiato, l'ospedale non aveva più solo il compito di curare e fare ricerca, e neppure quello di esaltare le benemerite opere terrene di un prete che si sentiva secondo solo al padre eterno, ma era un'azienda che deve fare profitto.

Un ricatto inaccettabile

Rotelli, dopo pochi mesi, cominciò ad attaccare i sindacati (qui i più forti sono Usb e Usi). Dichiarò un passivo di 65 milioni e per portare in pareggio i bilanci minacciò 244 licenziamenti nel «comparto», ovvero non tra medici e professori, ma in tutti gli altri settori. I lavoratori hanno reagito con la lotta. Le hanno provate tutte: hanno manifestato, fatto cortei, bloccato la tangenziali, due lavoratrici sono salite sul tetto dell'ospedale... Fino a due settimane fa, quando a Roma dopo 19 ore di trattativa è stato firmato un accordo che prevedeva di rinunciare ai licenziamenti in cambio di un taglio per un periodo indefinito del 10% di tutti gli stipendi, l'azzeramento di tutti gli accordi sindacali pregressi e il passaggio per tutti dal contratto pubblico al contratto della sanità privata. Un vero e proprio ricatto. Le pressioni per far votare sì a quell'accordo sono state incredibili eppure i lavoratori l'hanno bocciato: 1.365 no contro 1.110 sì.
Paola Sclavi, sindacalista rsu della Cgil, quell'accordo l'ha firmato eppure è la prima a denunciarne i punti critici. «Si taglia sulle indennità, come per esempio le ore di lavoro di notte, non c'è un termine temporale chiaro al taglio degli stipendi e soprattutto non c'è l'impegno a non proporre più licenziamenti collettivi per il futuro. Inoltre il passaggio al contratto privato apre la strada ad una politica al ribasso che apre alla rincorsa del lavoro al più basso costo e che finirà per allontanare i migliori e pregiudicare l'eccellenza dell'ospedale. Una specie di modello Marchionne, solo che qui non non facciamo auto, curiamo le persone». Perché firmare allora? «La Cgil non ha preso posizione a favore dell'accordo, ha lasciato libertà di scelta ai lavoratori». Una scelta difficilissima.

Orgoglio e paura

Una signora sulla cinquantina si affaccia piuttosto dimessa al gazebo, non vuole che si faccia il suo nome: «Guarda che qui hanno votato no quelli che sanno già di non essere licenziati, il mio ufficio è tutto in esubero, è facile fare i duri per chi non rischia...». E' la solita storia di queste situazioni. Al San Raffaele aleggia come un fantasma il mitico «allegato b». Una bozza di piano dell'organico che senza fare nome e cognomi ipotizza i tagli di personale settore per settore. Risultato: nessuno sa chi potrebbero essere i destinatari delle lettere di licenziamento, i lavoratori si guardano in faccia chiedendosi, toccherà a me o a te? Si fanno i conti, conteranno di più l'anzianità o le esigenze organizzative, oppure i coefficienti familiari? La pistola è puntata contro tutti e nessuno, ed è questa snervante incertezza che preme come una clava sul futuro e sul presente dei lavoratori che i sindacati devono gestire. Il rischio che prevalga l'egoismo, che la logica del padrone spezzi il fronte e prevalga è sempre dietro l'angolo. Prima del voto i primari e i capi sala hanno spinto in tutti i modi i lavoratori a votare sì. E' stato persino fatto circolare un volantino falso dell'Usb che diceva di votare sì, c'è chi giura di aver visto l'autista dell'amministratore delegato infilarlo nelle cassette delle lettere. Aldo, tecnico camice bianco non ci sta. «Prima di tutto per la nostra dignità, poi per i pazienti e per i colleghi di altri ospedali privati. Votare sì voleva dire cadere nella trappola e arrendersi, adesso noi ci difenderemo e continueremo a lottare». E Aldo rappresenta la maggioranza.
Sulla facciata dell'ospedale è appeso uno striscione gigante: «Tre soli esuberi: presidente, vice e amministratore delegato». Nel piazzale accanto alle tende dove dormono a turni gli occupanti del presidio, una lunga fila di lenzuola bianche. Ogni reparto scrive la sua voglia di non mollare. Ce n'è uno che unisce tutti: «Nessun voto per questa politica». Su questo piazzale, dopo mesi di lotta, sono pochi i politici che si sono fatti vedere, anche in campagna elettorale.
Incredibile, soprattutto per il centrosinistra e per il candidato Umberto Ambrosoli. Il San Raffaele è il simbolo del modello formigoniano, della commistione tra berlusconismo e un certo tipo di interpretare la fede e di intrecciarla agli affari. Qui si sta giocando una delle più decisive lotte sindacali del paese nell'interesse dei lavoratori e dei cittadini. E Ambrosoli, inspiegabilmente, non è a fianco di questi lavoratori. C'è invece la mamma di Sara. Dentro il gazebo Sara ha festeggiato il suo compleanno e ci sono ancora gli striscioni con disegnati gli orsetti e le lettere d'auguri. Un segno di vita e di futuro. «Lotto anche per lei, per il futuro di mia figlia, come lavoratrice, come cittadina e come paziente». Auguri.

 

SINDACATO Ieri assemblea, sit in e appello ai candidati 7/2/13 - Il Manifesto

Tutti a casa di Margherita per continuare a lottare

Milano - G.Sal. - «Tutti a casa di Margherita». L'invito è scritto su un volantino. «Potrebbe essere il titolo di un bel film... purtroppo con un finale tristissimo: 244 licenziamenti». Di fianco un menù. Come dire che chi ha votato no sarà licenziato e dovrà farsi sfamare dalla colpevole del misfatto: Margherita, appunto. Ma chi è costei? Margherita Napoletano è l'attivissima e combattiva delegata dell'Usb che si è schierata contro l'accordo voluto da Rotelli. La sua storia è molto particolare. Ha studiato al San Raffaele, ha fatto una tesi sulla sanità in Palestina ed è diventata ingegnere biomedico. Tra le tante cose, ballava flamenco con un gruppo al circolo Arci Metromondo di Milano, uno dei luoghi più di sinistra della città. Non proprio un'adepta di don Verzè, eppure quello spettacolo di flamenco era così bello che venne inserito ogni anno a giugno nella festa del ringraziamento voluta da don Luigi. Ma soprattutto ha sempre lavorato e seguito progetti nel laboratori del san Raffaele, ma anche all'estero. Oltre che fare la sindacalista è consigliere comunale a Segrate.
Insomma, hanno allevato una serpe in seno?
Me lo dicevano sempre i miei colleghi. Ma don Verzè era uno così, prendeva da tutti, purché gli fosse utile.
Ieri avete fatto un'assemblea con i lavoratori, cosa avete deciso?
Abbiamo lanciato tre campagne. La prima si chiama «244 ottimi motivi», abbiamo anche fatto delle spillette. Poi non faremo più gli straordinari per dimostrare che gli esuberi non ci sono e abbiamo chiamato questa scelta «Qui gli straordinari siamo solo noi». Infine abbiamo lanciato un nuovo modo di agire: «Scusa capo non posso». Finora da parte dei lavoratori c'è stata massima disponibilità, ma visto che l'amministrazione ne ha dimostrata pochissima nei nostri confronti cambieremo atteggiamento. Poi siamo andati a fare un sit-in nell'atrio dell'amministratore delegato e abbiamo chiesto a tutti i candidati alla Regione di venirci a trovare. Non si è presentato nessuno. Ambrosoli ha fatto un comunicato, ma meglio di niente.
Qual è il vero obiettivo di Rotelli?
Il sindacato. Qui al san Raffaele i sindacati di base sono sempre stati forti. Non c'è crisi nella sanità privata, lo dimostra il successo del gruppo Rotelli e anche del San Raffaele che in questi anni è raddoppiato. Non c'è necessità e urgenza né di licenziare né di tagliare diritti e stipendi. C'è invece la voglia di piegare il sindacato conflittuale e di sconfiggere la coscienza e la voglia di non arrendersi dei lavoratori.
Per fare cosa?
Per fare quello che si vuole senza doverne rendere conto a nessuno. Ad esempio, non ci hanno mai voluto far vedere il piano industriale, per una questione di principio. Dicono che non ci sarà nessun piano industriale se prima non si fa un piano di risanamento, ovvero se non si colpisce il lavoro.
A chi potrebbero far pagare la vittoria del no?
Prima di tutto ai delegati sindacali. Pomigliano e la Fiat insegnano. Noi lo sappiamo e ci siamo già attrezzati. Ma siamo disposti a rimetterci anche lo stipendio e il posto di lavoro. In ogni caso credo che sarà possibile impugnare i licenziamenti. Siamo pronti a costituire un pool di legali oltre che a continuare a mobilitarci e a lottare.
Davvero qui non si sono visti i politici?
Sì i soliti, Luciano Muhlbauer (Prc), Massimo Gatti, consigliere di opposizione della provincia di Milano, e pochi altri. E' venuto anche Mattia Calise del Cinque Stelle, abita a Segrate che è qui dietro l'angolo e hanno anche girato un video, poi ha fatto una comparsata Boni della Lega, ma è stato invitato ad andarsene.
Il Pd e Ambrosoli non si sono fatti vivi?
Sì, è venuto il circolo del Pd di Segrate...
Com'è possibile che Ambrosoli non colga l'importanza di questa situazione in chiave elettorale dopo il disastro di Formigoni e gli scandali della sanità?
Constato solo che il primo giorno di campagna elettorale delle primarie Ambrosoli ha equiparato sanità pubblica e privata. Noi comunque chiediamo che adesso si sospenda tutto fino a dopo le elezioni, sia regionali che nazionali. Perché è ovvio che il San Raffaele dovrà rendere conto a nuovi referenti politici. Anche l'organico interno dipende dai tagli della spending review che fino ad ora ha voluto il governo Monti. E, almeno sulla sospensione, Ambrosoli ieri nel suo comunicato ha chiesto che non ci siano ulteriori azioni unilaterali da parte dell'azienda.
Allora, tutti a casa di Margherita?
Ormai la mia casa è nel gazebo qui davanti, quello è sempre aperto a tutti.

 

Ho inserito con grande piacere questa corrispondenza da Milano, perché avevo conosciuto Margherita Napoletano quando era ancora una studentessa timidissima, e ne avevo seguito la crescita politica dapprima a fianco del suo compagno Gino Perri, infaticabile animatore del circolo ARCI Metromondo e di tante iniziative di solidarietà internazionalista, poi con un ruolo crescente come sindacalista, nonostante l’impegno di madre (con tre splendide figlie). Sindacalista attiva nella sua azienda, ma anche nei tentativi di costruire un tessuto unitario tra i sindacati di base, in cui ha avuto a volte un ruolo significativo. È la dimostrazione che lottare si può, e a volte si può anche vincere qualche battaglia. (a.m. 7/2/13)

 



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