Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Fidel e il Che

Fidel e il Che

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È uscito ai primi di febbraio il libro che avevo da tempo annunciato. Per presentarlo ho scelto un piccolo stralcio dall’Introduzione, e un paragrafo sull’eredità di Guevara nell’America Latina di oggi. In coda una piccola polemica con una recensione apparsa sul “Corriere della sera”.

1)   Dall’Introduzione

Su Fidel Castro ho scritto finora non poco, anche se non interi libri come su Guevara. Ho naturalmente seguito da vicino, a volte anche con qualche dubbio, ma sempre con molto rispetto, vari momenti della sua lunghissima esperienza politica, in lunghi articoli e nelle tre edizioni, volta a volta aggiornate e integrate, della mia Breve storia di Cuba.

Mai una biografia, però. Probabilmente perché era indubbiamente più difficile dare un giudizio complessivo su una persona ancora in vita ed anzi attivissima, perfino dopo la malattia, e che quindi ha in alcuni casi fatto e detto cose che in parte contraddicevano il suo operato precedente. D’altra parte la lucidità di Guevara nel cogliere in anticipo le contraddizioni e le insidie che minavano la forza apparente dei “paesi socialisti”, e gli stessi problemi di Cuba, mi avevano affascinato, e me lo rendevano particolarmente caro, mentre, pur riconoscendo i suoi grandi meriti storici, non potevo dimenticare che Castro aveva trascurato per anni gli ammonimenti del Che, e soprattutto aveva impedito per decenni la pubblicazione di alcuni suoi scritti importanti per Cuba.

Tuttavia non ho mai dimenticato neppure che Guevara, in tutti i suoi scritti, anche nel momento in cui stava lasciando l’isola, aveva ribadito la sua grande ammirazione per Fidel, rispetto al quale si era collocato sempre in una posizione di discepolo. Un giudizio che non mi convinceva del tutto, ma che non potevo ignorare.

(…) Come non si può sottovalutare che nel nucleo originario della rivoluzione, Fidel aveva uno dei fratelli, e molti amici di lunga data, ma un rapporto privilegiato si stabilì subito solo con Guevara, che divenne presto, al di là degli incarichi formali, il numero due della rivoluzione. Ad esempio nei primi anni della rivoluzione, Fidel e il Che, pur gravati da impegni pesantissimi, cercavano quando possibile di trovare una mezz’ora per mangiare insieme, l’unico momento possibile per scambiarsi informazioni e commenti. Solo loro due: dopo la partenza del Che, Fidel non lo ha fatto con nessun altro, compreso Raúl. Perché? (…)

D’altra parte anche nei decenni successivi su diverse questioni di fondo Castro ha dimostrato una statura notevole, superando scogli pericolosissimi. Ha ad esempio mantenuto una relativa ma sostanziale autonomia dall’URSS perfino negli anni in cui ai critici ostili e prevenuti (compresi quelli di orientamento maoista) sembrava diventato un vero e proprio fantoccio di Mosca. In realtà per un lungo periodo Castro è stato sottoposto a una fortissima pressione esterna (con la frequente minaccia di una riduzione delle forniture sovietiche indispensabili per aggirare il bloqueo), ma anche interna allo stesso partito cubano, in cui - soprattutto dopo il catastrofico fallimento della grande zafra del 1970 - fu costretto ad accettare un notevole ridimensionamento del suo ruolo, che continuava ad essere esaltato formalmente, ma era condizionato dall’obbligo di una preventiva approvazione “collegiale” dei suoi discorsi, che era quindi in molti casi costretto a leggere, cosa particolarmente fastidiosa per uno dei più efficaci oratori del ventesimo secolo.

Nonostante questi condizionamenti, Fidel Castro fu capace di staccarsi dall’URSS tre o quattro anni prima del suo crollo, sia sul piano ideologico con la campagna di rectificación de errores, che si contrapponeva polemicamente alla perestrojka, sia preparandosi ad affrontare quello che fu definito il “periodo speciale in tempo di pace”, accumulando scorte di combustibile e studiando varie forme di risparmio energetico per sopravvivere all’eventualità di quel taglio quasi totale delle forniture di petrolio e di altri prodotti strategici da parte dell’URSS e dei paesi del Comecon che effettivamente vi fu, in forma particolarmente acuta tra il 1989 e il 1994.

È vero che Castro si sganciò dall’URSS in modo discutibile (ad esempio vietando la distribuzione a Cuba di diverse riviste sovietiche in lingua spagnola, come Sputnik o Novedades de Moscú, evidentemente ritenute troppo aperte allo spirito dissacratore della glasnost), ma comunque riuscì a salvare il suo paese, nonostante l’embargo statunitense si fosse aggravato proprio dopo il crollo dell’URSS (cosa che dimostrava quanto fosse stato falso il pretesto addotto dagli USA per giustificare il blocco). Basta pensare alla sorte penosa della maggior parte dei partiti comunisti filosovietici, compreso quello italiano, dopo il tracollo dell’URSS, per capire l’importanza della capacità di resistenza di Cuba.

Fidel fu facilitato dal fatto che aveva a disposizione gli scritti di Guevara sull’URSS, rimasti inediti per la maggioranza dei cubani: dopo averli tenuti nascosti per almeno quindici anni, li rilesse e cominciò la sua “riscoperta” del Che. Questa prolungata censura fornisce probabilmente una chiave preziosa per capire le differenze tra i due dirigenti comunisti.

Il sostanziale consenso di cui Fidel Castro ha goduto e ha continuato a godere a Cuba anche dopo aver lasciato per forza maggiore le leve di comando, appare comunque incomprensibile a chi dimentica che per i cubani egli è stato prima di tutto un eroe dell’indipendenza nazionale, capace di sfidare prima gli Stati Uniti, poi l’URSS in diverse occasioni, dalla crisi dei missili ai due casi Escalante, dalle numerose polemiche sulle dubbie relazioni sovietiche con dittature latinoamericane, fino al tempestivo sganciamento finale.

E la sfida agli Stati Uniti non è stata una questione da poco: contrariamente alla leggenda su un presunto appoggio della CIA alla guerriglia nel 1958 (leggenda che distorce un dato vero ma di ben altro significato, cioè un tentativo di “acquistare” tempestivamente non Castro ma alcuni esponenti moderati del movimento 26 luglio), l’ostilità di Washington cominciò non solo prima di qualsiasi contatto di Castro e Guevara con l’URSS ma anche quando nessuna impresa statunitense era stata ancora espropriata.

Molti celebri giornalisti italiani continuano a ignorare questo dato, dimenticando che perfino i rapporti diplomatici tra Mosca e l’Avana furono ristabiliti solo nel maggio 1960, un anno e mezzo dopo la vittoria dei barbudos, e che a maggior ragione non c’era stato fino a quel momento nessuno scambio economico. Lo storico Tad Szulc ha dimostrato che “ancor prima che il governo Eisenhower avesse cominciato a capire cosa accadeva a Cuba, nelle alte sfere venne presa la decisione di sbarazzarsi di Castro”.Szulc, che è statunitense e tutt’altro che comunista, si è domandato come si può spiegare il “mistero” della riunione segreta del Consiglio di sicurezza nazionale USA del 10 marzo 1959 (cioè circa due mesi dopo la fuga di Batista e cinque giorni dopo l’arrivo all’Avana del nuovo ambasciatore Bonsal), che aveva come principale punto all’ordine del giorno quello di portare “un altro governo al potere a Cuba”… (…)

 

2)   Cosa rimane dell’eredità del Che

Spesso, nei dibattiti su questi temi, c’è qualche compagno che mi chiede cosa è rimasto dell’eredità del Che in America Latina. Sono costretto a rispondere che nei capi dei nuovi governi del “risveglio” poco o nulla. Solo Evo Morales rende periodicamente omaggio al Che, in contrapposizione a un esercito rimasto fondamentalmente “gorilla” e che ogni 8 ottobre celebra ostentatamente la sua unica “gloriosa vittoria”, quella del 1967 contro una dozzina di guerriglieri stremati. Evo, appena arrivato alla presidenza, aveva lanciato il vecchio grido di lotta dei cocaleros Waňuchun Yanquis! (A morte gli Yankee!), e aveva ricevuto l’ambasciatore statunitense sotto un ritratto del Che fatto con foglie di coca. Simpatiche provocazioni, ma Evo ha contraddetto poi uno dei principali insegnamenti di Guevara, il non mentire mai.

Correa poi ha ben altri riferimenti[i], e lo stesso Hugo Chávez, che aveva fatto ecletticamente riferimento in passato anche al Che e perfino a Trotskij, è passato poi all’esaltazione - volta a volta - di Komeyni o di Gheddafi. In questa ultima campagna elettorale ha fatto spesso riferimento a Dio, a Gesù Cristo, e perfino a Juan Domingo Perón… Non è un buon contributo alla formazione di una coscienza politica nelle masse che lo seguono fideisticamente.

* * *

Cuba comunque è inserita in questo contesto, e la sua sopravvivenza dipende ormai sempre più da quella del fronte dei paesi progressisti, con tutte le loro contraddizioni e ambiguità, e naturalmente soprattutto dal proseguimento e consolidamento dell’esperienza del Venezuela bolivariano.

Come tutti gli altri paesi dell’area, Cuba ha sviluppato un rapporto privilegiato con la Cina, che rimarrà comunque solido quali che siano le alternanze alla testa dei vari paesi: la Cina fa accordi commerciali e accorda crediti anche a paesi con governi di destra come la Colombia e il Cile, che si guardano bene dal rifiutarli. E la Cina non pretende assolutamente di diventare – come negli anni Sessanta – un modello e un “paese guida”. Vuol essere solo un concorrente degli Stati Uniti e accaparrarsi un accesso privilegiato alle materie prime di cui il continente è ricco.  Altra cosa, senz’altro negativa, è l’ammirazione di Raúl Castro ed altri dirigenti per l’esperienza cinese, che considerano esempio di un “socialismo realistico” (e autoritario).

Tuttavia, nell’eventualità di un insuccesso elettorale di alcuni dei governi “progressisti” in Venezuela e in altri paesi dell’area, Cuba se la caverebbe abbastanza male, senz’altro peggio degli anni in cui, anche se isolatissima nel continente, poteva beneficiare dell’aiuto interessato ma consistente dell’URSS.

Infatti finora la forza trainante del Venezuela ha spinto anche altri paesi con governi meno di sinistra, come Argentina e Brasile, a stabilire accordi vantaggiosi per l’isola. In particolare Lula e Dilma, che pure tutelano con ogni mezzo nel continente le potenti multinazionali del loro paese come Petrobras, Odebrecht o Vale do Rio Doce, al punto di minacciare interventi armati o l’interruzione dei rapporti diplomatici con Ecuador o Bolivia, quando questi paesi hanno difeso i loro interessi da ingerenze brasiliane, hanno garantito investimenti di un certo peso a Cuba.

Il problema principale di Cuba è però interno. Le riforme più volte annunciate e indubbiamente attese da una parte notevole della popolazione, sono rimaste sempre a mezza strada, e non hanno risolto molto, e neppure tranquillizzato i cittadini preoccupati dalla lunga stagnazione. Sono sufficienti ad allarmare la sinistra interna, preoccupata per l’erosione continua dello spirito egualitario che aveva permesso di resistere a tempi davvero difficili, ma non a garantire quel livello di vita che l’esibizione del turismo e gli spettacoli televisivi captati nonostante i divieti sulle reti statunitensi in spagnolo hanno fatto intravedere.

Esempio tipico, il permesso di viaggiare all’estero, tanto atteso, e poi varato con norme che renderanno difficile per una parte notevole della popolazione l’ottenimento del passaporto valido per l’espatrio, mentre i bassissimi redditi da lavoro renderanno impossibile ai più la concretizzazione del sogno di un viaggio per l’alto costo dei biglietti aerei.[ii] Lo stesso si può dire per il “diritto” ad acquistare un automobile o una casa, diritto astratto e non concretizzabile per chi vive del suo lavoro, ma non per chi esercita il furto o il contrabbando di beni pubblici, o il mestiere di lenone. Quindi la concessione di questi “diritti” aumenterà le tensioni sociali e rafforzerà la tendenza di coloro che vivono al margine della legalità a trasformarsi in una classe sociale sfruttatrice. Incerto l’esito dell’ennesima apertura a modeste esperienze di imprese private in agricoltura e nel commercio, per l’alea del controllo burocratico, sempre incombente e potenzialmente arbitrario.

Su questo futuro pesa anche il rafforzamento della gerarchia cattolica, che ha abilmente offerto una sponda sulle sue pubblicazioni anche a intellettuali laici critici da sinistra, e in alcuni momenti una certa protezione ai dissidenti di destra, ma ha soprattutto beneficiato della necessità del regime di rafforzarsi attraverso un intesa con la Chiesa, unica forza organizzata al di fuori del partito comunista. La gerarchia ha ottenuto così di fatto un ruolo di blanda opposizione legale, con scarso entusiasmo della sinistra marxista e libertaria, che teme un accordo tra due apparati ugualmente autoritari. [A La Chiesa a Cuba è dedicata una ampia appendice del libro]

In questo contesto è possibile dire che nella Cuba di oggi Guevara non ha posto se non nei cuori di quella generazione che ha potuto conoscerne il pensiero e conservarne viva la memoria anche negli anni dell’assimilazione strutturale e culturale al “socialismo reale”, ma è sostanzialmente ignorato dalla maggior parte della popolazione. Le sue opere sono merce per i turisti di sinistra, e vendute in dollari: il volume che nel 2006 doveva mettere termine alla polemica sugli inediti guevariani occultati è stato stampato in una tiratura insignificante rispetto a quelle abituali delle pubblicazioni ufficiali, ed è stato presentato in sordina ai margini della Fiera del libro davanti a una ventina di persone, oltre alla famiglia, attivissima nella vendita dei diritti all’estero, e nelle minacce a chi cerca di aggirare l’esclusiva concessa - a caro prezzo, ma senza garanzie di qualità e diffusione - a case editrici assolutamente commerciali come la Mondadori della famiglia Berlusconi. Ma di questo ho parlato ampiamente nel mio libro Il Che inedito. Il Guevara sconosciuto anche a Cuba, Alegre, Roma, 2006.

Il sito boliviano più ricco di notizie su Guevara, e che ha messo in rete i manoscritti originali e completi del Diario di Bolivia, ha calcolato che nel 2012, nella settimana dell’anniversario della morte del Che, ha avuto 37.432 visite da 153 paesi, tra cui spiccano Olanda, Russia, molti paesi latinoamericani, Giappone, Svezia e Spagna, e perfino gli Stati Uniti, tutti con più di mille visite, mentre solo 148 internauti lo hanno visitato da Cuba. Certo, hanno pesato le grandi restrizioni all’accesso a internet, rimaste invariate anche dopo l’annuncio del completamento del cavo sottomarino che collega l’isola al Venezuela e che doveva invece garantire a tutti l’accesso alla rete. Forse pesa anche che il collegamento a internet è concesso più facilmente agli imprenditori rampanti, locali e stranieri, verisimilmente poco interessati a Guevara. Ma il dato resta…

Tuttavia c’è qualche dato che lascia aperta una speranza. Se nel recente congresso del partito comunista cubano e nella Conferenza organizzativa che doveva gettare le basi di una riorganizzazione, Guevara non è stato nominato neppure di sfuggita, esso è ben presente nel dibattito della sinistra interna, quella che non vuole andarsene dall’isola, e che non vuole essere considerata “dissidente”, ma rivendica cambi profondi. Rispondendo a un giovane che se ne è andato da Cuba, e che gli ha scritto una lettera aperta interessante e problematica, Rafael Hernández, direttore della prestigiosa rivista Temas, ha chiesto al suo interlocutore, se aveva mai letto Guevara:

Certo, finché stavi a Cuba tutte le mattine gli facevi un saluto rituale, e probabilmente lo ammiravi per la capacità di morire per le sue idee, ma lo ignoravi come pensatore politico. O ne conoscevi solo qualche frase su muri scrostati, o certi luoghi comuni come l’uomo nuovo o gli stimoli morali contro quelli materiali. Come mai non ti hanno fatto leggere in classe “Il socialismo e l’uomo a Cuba”? Perché il Che non credeva nell’infallibilità del governo o di quella che chiamava l’avanguardia: “Anche lo Stato si sbaglia, a volte”…

A Cuba questa sinistra guevarista è minoritaria, ma legale e non insignificante. Ha lottato contro l’emarginazione, la rassegnazione, la tentazione della fuga, ma ha rifiutato al tempo stesso l’assimilazione alla casta burocratica. E ha come cemento il pensiero del Che maturo e dimenticato dai discorsi ufficiali, ma anche il Castro dei primi anni, il Castro di Playa Girón, quello dei discorsi contro la burocrazia e il “settarismo” del 1962, quello della franca autocritica pubblica dopo il fallimento della grande zafra dei 10 milioni di tonnellate. Il Castro che è stato non meno dimenticato a Cuba e nel mondo.

È un segnale importante e dà una speranza: è proprio ricollegandosi alla straordinaria esperienza dei primi anni della rivoluzione in cui il Che e Fidel hanno riscoperto insieme il marxismo rivoluzionario, e praticato un reale internazionalismo, che può consolidarsi a Cuba un progetto alternativo a quello logorato di una gerontocrazia che cerca solo di perpetuarsi. Un progetto a cui ricollegarsi, per ripartire, nell’America Latina, e anche nella nostra Europa.

3)   Osservazioni su una recensione al libro

Nel supplemento “la Lettura” del “Corriere della sera” di domenica 10 febbraio è uscita una recensione di Marco Gervasoni al mio ultimo libro, Fidel e il Che delle edizioni Alegre. Mi ha sorpreso un po’ la prima parte della recensione, che prescinde da quello che ho scritto io ed espone la vulgata su un Guevara “responsabile come e forse più di Castro dell’eliminazione fisica di numerosi oppositori politici”. Naturalmente sorvolando sul fatto che gli oppositori eliminati fisicamente con la corresponsabilità di Guevara erano i torturatori batistiani, nei primi mesi dopo la vittoria della rivoluzione.

Gervasoni riconosce tuttavia che ho fatto lo sforzo “di esaminare criticamente sia le leggende nere su Castro che quelle bianche sul Che”, anche se poi non mi sembra abbia colto il senso complessivo del libro, che prima di tutto voleva spiegare le condizioni oggettive e soggettive che hanno spinto Guevara a lasciare l’isola e costretto Castro per almeno quindici anni a legarsi sempre più all’URSS, come conseguenza di suoi errori di volontarismo (soprattutto il fallimento della grande zafra dei 10 milioni di tonnellate), ma anche di una robusta tendenza interna filosovietica che lo condizionava sempre più pesantemente.

Gervasoni invece si schiera: Castro aveva ragione perché “era un politico, e come tale doveva muoversi con senso del realismo”, mentre Guevara ne era del tutto privo. Così per lui Guevara avrebbe sbagliato a cercare di ricominciare da un’altra parte per evitare di ripetere gli errori fatti a Cuba, mentre Castro avrebbe avuto ragione ad adattarsi alle pressioni dei filosovietici, a giustificare l’invasione della Cecoslovacchia, a riprodurre il modello sovietico a Cuba, ecc…

 

Di tutti i miei sforzi per collocare nella storia il rapporto dialettico tra i due, le “due anime della rivoluzione cubana”, rimane solo un nesso cronologico: è “dopo la morte di Guevara” che si ha, non si sa perché, “la svolta filosovietica di Fidel”. A tutta la complessa ricostruzione delle ragioni della forzata partenza da Cuba di Guevara, che aveva colto in tempo i segni dell’assimilazione all’URSS, che è secondo me la parte più importante del libro, non si accenna neppure… Il Che avrebbe lasciato il paese per “mancanza di realismo”?

Viene in mente a questo proposito la critica sferzante di Gramsci a Togliatti, quando questo, per “realismo”, aveva bloccato nel 1926 la lettera al partito comunista russo che criticava l’esclusione di Trotskij ed altri grandi rivoluzionari dal gruppo dirigente. Gramsci aveva dato un giudizio severissimo sull'episodio: «Saremmo dei rivoluzionari ben pietosi ed irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti, giustificandone a priori la necessità». Chi dei due aveva ragione?

Ho cercato nel libro di spiegare perché Castro, che non era inizialmente filosovietico, ha finito per apparire tale e soprattutto non è riuscito a impedire che il suo paese finisse per riprodurre al suo interno molti aspetti del modello dell’URSS. Ma non mi sembra che il risultato di questo “realismo” sia stato tanto positivo, e che viceversa fosse sbagliata la lungimiranza di Guevara, quando proponeva un rapporto di minore dipendenza dall’URSS, e per questo cercava di rompere l’isolamento di Cuba…

PS. Un altro bersaglio di Gervasoni è la “continua esaltazione della violenza”, che secondo lui si troverebbe in tutti gli scritti di Guevara. Eppure basterebbe leggerli per scoprirvi l’attenzione umana perfino per chi aveva compiuto colpe gravi, che la guerriglia in quel momento non poteva punire altrimenti, ma che in un’altra fase avrebbero consentito il recupero del colpevole. In realtà Guevara è così antitetico a ogni forma del potere, che diventa il naturale bersaglio di tutti i conservatori. Perfino la sorella di Castro, Juanita, divenuta per sua ammissione agente della CIA, in odio alla rivoluzione che aveva osato applicare la riforma agraria alle terre di famiglia, nel suo singolare libro di memorie (che ho recensito: Juanita, Guevara e la CIA ) manifesta fin dal primo momento una forte ostilità verso il Che, su cui ritorna in modo ossessivo a più riprese nel corso del libro. Le sembra arrogante e maleducato, perché a differenza dei due fratelli Castro è inflessibile nel respingere ogni tentativo di influenzare la giustizia con raccomandazioni basate su rapporti di amicizia o parentela.

Insomma sparare sul Che è uno sport diffusissimo, che si è diffuso particolarmente in Italia nel periodo delle strumentale riscoperta della “nonviolenza” da parte di Bertinotti, e facilitato anche dalla scarsa conoscenza dei suoi scritti, sostituita in genere, perfino a Cuba, dalla venerazione di un’icona inoffensiva e da una serie di bei pensierini da far recitare ai pionieri, come ricorda Rafael Hernández nel brano riportato sopra.

(a.m. 11/2/13)



[i] Anche se, secondo Alberto Acosta, il presidente Correa periodicamente canta con i ministri Hasta siempre Comandante Che Guevara, pur evitando accuratamente il tema della riforma agraria, che sarebbe la prima indicazione del Che per un paese con un’alta concentrazioni di latifondi come l’Ecuador.

[ii] Le prime sperimentazioni di questo nuovo “diritto” si sono scontrate con la difficoltà di ottenere un visto: solo pochi paesi, in genere poco attraenti per un cubano come la Bielorussia o il Kirghisistan, non richiedono che sia fornito di un visto di entrata.



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