Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Venezuela, una vittoria di Pirro?

Venezuela, una vittoria di Pirro?

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È uscito sulla rivista Cassandra, http://www.cassandrarivista.it/index.php/mondo/ , un mio articolo sul Venezuela, insieme a un articolo di Nadia Angelucci di bilancio della catastrofe delle sinistre in Paraguay, dopo la breve parentesi di Lugo, e ad uno di Cristina Carpinelli sulla “riabilitazione” di Stalin nella Russia di Putin, oltre a diversi articoli sulla situazione italiana, a partire dall’editoriale di Mario Ronchi (La sinistra è morta, rinasca la sinistra). Il mio articolo era stato scritto qualche settimana fa, ma è comunque una traccia per una discussione necessaria.

Ma ci ritornerò presto. Ho letto alcuni articoli preoccupati di compagni cubani (che per ovvie ragioni seguono con passione le vicende venezuelane), e qualche articolo allarmato proveniente dal Venezuela sulle prime concretizzazioni del “dialogo” di Maduro con imprenditori esponenti dell’opposizione come Lorenzo Mendoza, proprietario delle grandi Empresas Polar, e di cui la sinistra interna ricorda l’impegno golpista nel 2002 e poi nella serrata successiva che doveva stroncare sul nascere l’esperienza chavista. Una situazione che va quindi seguita con attenzione e spirito critico, senza attenuare la necessaria difesa dell’esperienza “bolivariana” dagli attacchi degli avvoltoi di casa nostra.

(a.m. 25/5/13)

Venezuela

Una vittoria legittima, ma un sintomo inquietante

Contrariamente a quanto dicono gli organi dell’imperialismo italiano, sempre pronti a denigrare i più moderati movimenti nazionalisti latinoamericani presentandoli come estremisti, sopraffattori, corrotti fino all’ultimo esponente, le elezioni venezuelane sono state del tutto regolari come hanno accertato gli osservatori internazionali, tra cui anche l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter. Non potevano non esserlo, dato che per impedire i brogli che caratterizzavano il sistema elettorale precedente, proprio Chávez aveva voluto un sistema combinato (elettronico e cartaceo) con ben sedici sistemi di controllo. Ma questo non lo dicono la Repubblica, la Stampa o il Corriere della Sera: quest’ultimo è stato recentemente condannato dalla magistratura italiana per aver descritto con abbondanza di particolari e di commenti ironici una passeggiata romana della presidente argentina per acquistare gioielli e abiti griffati in occasione di una sua partecipazione a un’assemblea della Fao. Una notizia risultata completamente inventata, come è stato facile dimostrare: la presidente non era neppure arrivata a Roma, e la smentita dell’ambasciata era stata snobbata…

 

Dunque il chavismo ha vinto e regolarmente. D’altra parte è lecito domandarsi perché Nicolás Maduro, se avesse voluto e potuto falsificare i risultati, si sarebbe attribuito solo un margine così esiguo di neppure 250.000 voti.

La violenta protesta dell’opposizione riunita intorno a Capriles ha solo un significato: ha gettato la maschera quasi chavista e bolivariana utilizzata in campagna elettorale, e ha puntato di nuovo sulla sovversione, con proteste di casseruole nella notte, e squadracce violente motorizzate: ci sono stati nove morti, tutti chavisti, ma questo la nostra stampa non lo dice, parla solo di imprecisati “scontri” in seguito alle irregolarità nel conteggio dei voti. Per Capriles è il ritorno a un antico vizio: durante il golpe del 2002 aveva assaltato personalmente l’ambasciata cubana, ora ha sparso la voce che le presunte urne trafugate sarebbero state nascoste negli ambulatori delle Misiones cubane. Ovviamente non era sparita nessuna urna, ma intanto erano morti nove militanti accorsi per difendere quelle preziose strutture dagli assalti delle squadre armate della destra.

Nonostante la testimonianza di Carter, e il parere di quasi tutti i leader latinoamericani, gli Stati Uniti non hanno riconosciuto il risultato del voto. È inquietante.

 

A nulla è valso ricordare che, con lo stesso sistema elettorale, Capriles ha battuto per un pugno di voti l'attuale ministro degli Esteri Elias Jaua alle elezioni del 16 dicembre 2012, confermandosi governatore dello stato Miranda con sole 583.660 preferenze contro 538.549. E che, in base al medesimo sistema elettorale, ha riconosciuto di aver ampiamente perso le presidenziali del 7 ottobre con Hugo Chávez. E a nulla valgono, oggi, le dichiarazioni di costituzionalisti emeriti che, in Venezuela e fuori, ritengono inconsistenti e pretestuosi gli argomenti addotti dall'opposizione per invalidare le elezioni. Voci in questo senso si levano anche negli Stati Uniti. Tra queste quella di Mark Weisbrot, direttore del CEPR, Centro di ricerca economica e politica, un istituto indipendente di cui fanno parte autorevoli economisti e premi Nobel.

 

Ma se la vittoria di Maduro c’è stata inequivocabilmente, ed è quindi lecito allarmarsi se c’è chi si ostina a negarla, la riduzione della distanza tra i due blocchi contrapposti in cui il paese è diviso non può essere sottovalutata dalla sinistra bolivariana. In pochi mesi, infatti, circa mezzo milione di voti chavisti sono passati all’opposizione, e questo dato suscita domande a cui è urgente rispondere. Le spiegazioni possibili sono molte e non semplici. È vero che ogni volta che non si trattava di votare per la presidenza e quindi per Chávez, ma per i suoi collaboratori, aumentavano molto le astensioni. La fiducia in chi aveva messo in moto la rivoluzione, non si estendeva a molti dei suoi uomini, alcuni dei quali – in particolare Diosdado Cabello che è considerato il leader della boliburguesia - sono stati sempre duramente puniti dal voto popolare. Ma nelle elezioni del 14 aprile non sono aumentate le astensioni, e c’è stato un vero e proprio spostamento di voti verso la destra, relativamente contenuto, ma che è stato interpretato come un segnale di disponibilità a un futuro governo di “larghe intese” da parte di quei settori dell’apparato statale, militare e industriale che, data la lenta ma costante crescita dell’opposizione, temono di perdere altrimenti tutto il potere non solo alla scadenza naturale del 2018, ma soprattutto se ci fosse una mancata conferma di Maduro a metà mandato, quando la costituzione ultrademocratica voluta da Chávez prevede la possibilità di un referendum confermativo e quindi di una revoca anticipata del presidente.

La campagna elettorale di Maduro d’altra parte si è rivelata molto debole, con varie trovate propagandistiche poco convincenti, come l’affermazione, ovviamente senza prove, che il cancro sarebbe stato inoculato ad arte al presidente. Analoghi i dubbi sui cinguettanti interventi di un uccellino che avrebbe dato a Maduro i suggerimenti del presidente appena scomparso, o sull’attribuzione del merito per la scelta di Bergoglio come papa a un intervento diretto di Chávez in cielo. Al di là della serietà e credibilità di questi argomenti, forse sarebbe stato meglio aspettare qualche tempo per valutare se un papa latinoamericano (tanto esaltato da tutti i media) è davvero utile alla continuità del progetto bolivariano…

Ma naturalmente la delusione per l’ingenuità di alcuni comizi di Maduro non può spiegare lo spostamento di voti verso la destra. Più probabilmente poteva casomai rafforzare l’astensione, che invece è rimasta stabile. Il risultato è forse un sintomo di allentamento dei legami con la rivoluzione di un certo numero di delusi: non molti, ma da prendere in considerazione come sintomo inquietante.

 

In passato, quando l’opposizione era ferma ai sei milioni di voti, Fidel Castro aveva raccomandato a Chávez di non considerarli tutti sostenitori degli Stati Uniti, e di puntare a recuperarne una buona percentuale (raccomandazione che si poteva girare al líder máximo non tanto per le elezioni, che a Cuba non danno possibilità di scelta, ma per altre forme di dissenso severamente punite). Ora i voti dell’opposizione sono diventati più di sette milioni, ed è ancor più necessario distinguere tra lo zoccolo duro organicamente legato al capitalismo e all’imperialismo, e chi è invece solo tentato da un possibile “cambiamento” rispetto a una fase di inflazione a due cifre (su cui le valutazioni sono molto diverse, ma che c’è e pesa), di penuria di prodotti indispensabili soprattutto nelle grandi catene a prezzi bloccati create da Chavez nel 2011, di criminalità diffusa che preoccupa anche parte degli strati popolari chavisti.

 

La penuria in realtà è creata dal monopolio delle importazioni che sfugge al controllo governativo o lo aggira con la corruzione, e ottiene il duplice risultato di accumulare profitti e di scaricare il malcontento sul governo. Non è stato fatto molto per ridurre la condizione di assoluta dipendenza del Venezuela dalle importazioni, soprattutto di generi alimentari, dalla Colombia e dal Brasile, e questa è una tematica molto sentita dalla popolazione.

Più complessa la questione dell’inflazione, che nel 2012 ha raggiunto il 25%, quindi uno dei livelli più alti nel mondo in questa fase. Ma va detto che prima di Chávez era intorno al 38%. La ragione principale è la fortissima dipendenza dalle importazioni, e la scarsa efficacia del meccanismo di controllo dei prezzi: ad ogni svalutazione inevitabilmente la maggior parte dei prodotti importati finisce per aumentare anche senza le speculazioni e gli imboscamenti.

Eppure il Venezuela non ha avuto la stessa sorte di tanti altri paesi colpiti da forti ondate inflazioniste (qualcuno ha evocato perfino la Repubblica di Weimar oltre che l’Argentina di Raúl Alfonsín nel 1989), e la ragione è che la maggioranza della popolazione è stata protetta con l’erogazione di molti servizi, direttamente o attraverso le Misiones, e ha avuto quindi vantaggi modesti ma reali rispetto al periodo precedente, nonostante l’inflazione. Pur essendo aumentata nei tredici anni di governo di Chávez anche la fascia di ricchi e ricchissimi, le misure prese a favore delle fasce più deboli hanno ridotto la percentuale di chi vive in condizioni di povertà. Grazie ai programmi sociali il tasso di povertà si è ridotto del 37,6%, e quello di povertà assoluta del 57,8%, e questo ha permesso di potenziare il mercato interno. Il programma sociale Vivienda avviato nel 2011 ha dato un contributo decisivo a questa crescita, anche se è stato realizzato finora appena il 10% di quanto Chávez si era proposto di realizzare entro il 2018. Sono state costruite 147.000 abitazioni già nel 2011, subito dopo le catastrofiche alluvioni, e 250.000 nel 2012.

 

Più difficile la questione della criminalità, che allarma effettivamente tutti, e viene per giunta drammatizzata dai media controllati dall’opposizione (che ha nelle sue mani la maggioranza delle reti televisive e dei giornali) ma che non è eliminabile solo con le polizie esistenti (che sono parecchie e tutte più o meno corrotte) mentre soltanto i quartieri dei ricchi dispongono di costosi vigilanti relativamente efficienti e di mura di recinzione a prova di infiltrazione. Raúl Zibechi e Guillermo Almeyra hanno suggerito che sarebbe utile riprendere le esperienze di milizie di autodifesa di certe comunità del Messico, o del grande agglomerato di El Alto in Bolivia, ma gli interessi connessi al commercio estero e al contrabbando, oltre che alle varie polizie ereditate dal regime precedente, sono molto forti e il problema è rimasto insoluto. Ma dovrà essere affrontato presto, mettendo in pratica il “Programa de la Patria 2013-2019” che era stato abbozzato da Hugo Chávez per il periodo di presidenza che è stato interrotto bruscamente dal male, e che prevedeva anche la lotta alla corruzione, all’inefficienza dell’apparato statale, alle distorsioni economiche che colpiscono una parte dei lavoratori.

I settori che dentro e fuori del PSUV, compreso il partito comunista del Venezuela, hanno sostenuto criticamente l’esperienza chavista, sottolineano che punto di forza per una controffensiva è il rafforzamento e la revisione del funzionamento delle misiones sociales, il rilancio del sistema sanitario e dell’istruzione gratuita, che dovrebbe anche riproporre (ma non sarà facile) il progetto di riforma universitaria, che era stato momentaneamente sospeso da Chávez, e poi dimenticato, per non irritare l’opposizione, che delle università ha fatto una delle sue basi.

Altro compito importante è la battaglia contro i mezzi di comunicazione commerciali, quasi tutti in mano dell’opposizione, evitando di colpirli con misure amministrative, anche se giuridicamente fondate, che sollevano però campagne internazionali imbarazzanti, e migliorando invece l’efficienza degli strumenti in mano al governo, oggi poco concorrenziali.

 

Naturalmente è essenziale che si mantenga e si rafforzi l’integrazione latinoamericana, con l’ALBA (Alianza bolivariana para los pueblos de nuestra América), la più ampia UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas, di cui fa parte anche la principale potenza dell’area, il Brasile), la CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños), il Petrocaribe, l’organismo che assicura a molti paesi dei Caraibi - e non solo a Cuba, come si scrive spesso in Italia - petrolio a prezzi e condizioni di favore, riducendo o eliminando gli intermediari.

Il Venezuela d’altra parte da meno di un anno è stato accolto anche nel Mercosur che ha come Stati membri e fondatori Argentina, Brasile, Uruguay (e aveva anche il Paraguay, che è stato però sospeso dopo il colpo di Stato che ha destituito il presidente Fernando Lugo), e ha come membri associati Bolivia, Cile, Perù Colombia ed Ecuador.

Forse le sigle possono apparire perfino troppe (ma ce ne sono altre ancora che non hanno decollato, come il Bancosur) ma non sono sovrapponibili e rispecchiano la diplomazia lungimirante di Hugo Chávez, che ha cercato di tenere insieme su vari piani l’intero subcontinente, superando le resistenze del fortissimo Brasile, che gioca su più campi, e per fronteggiare non solo le ingerenze statunitensi, ma anche il rischio di uno strapotere della Cina, che è presente ovunque con investimenti e accaparramento di risorse.

L’opposizione finge di non capirlo, ma questi processi di integrazione e cooperazione aumentano i vantaggi per ciascun paese, e permettono anche di proiettarsi sulla scena mondiale, anche con un rapporto comune con l’Africa, altro continente in cui si è rafforzata enormemente la presenza cinese.

 

Sono compiti impegnativi ma non impossibili. La situazione economica è difficile, ma non catastrofica come potrebbe apparire dalle previsioni dell’opposizione e di molti organi di stampa europei e nordamericani, che peraltro hanno spesso pronosticato un collasso imminente dell’economia venezuelana, in particolare nel 2004, 2006 e nel 2008, e ancora nel 2011, che ha visto invece una crescita del PIL del 4,2%, mentre nel 2012 ha superato il 5%.

Certo, al di là di tutti i piani e della retorica del chavismo sulla diversificazione economica, il paese continua a dipendere dalla rendita petrolifera, che genera più del 90% delle sue entrate. In questo senso il Venezuela chavista non è molto diverso dalla sua versione anteriore, quando si parlava di “Venezuela saudita”. Ma per altri aspetti c’è stato un cambio fondamentale, che è assurdo negare: secondo l’indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, che misura il progresso nazionale in termine di educazione, salute e retribuzioni, il Venezuela è al secondo posto in America Latina, grazie agli investimenti della rendita petrolifera in programmi sociali che hanno avuto un forte impatto sui livelli di povertà. Lo Stato ad esempio ha finanziato i due terzi del programma di costruzione di abitazioni (il piano Vivienda), e per completarlo dovrà spendere molto di più, mentre aveva anche avviato costori progetti di costruzione di autostrade e di una rete ferroviaria che era totalmente inesistente (tutto il trasporto era su gomma, grazie al prezzo irrisorio di benzina e gasolio, il più basso nel mondo, con risultati tremendi per l’ambiente).

Per la banca Merrill Lynch non ci sono dubbi, il paese è destinato al fallimento anche perché il debito pubblico sarebbe cresciuto in termini reali del 30% in vista delle due scadenze elettorali del 2012. In questa situazione secondo questi critici si rischierebbe una brusca inversione di tendenza. Ma è possibile fare marcia indietro sui costosi programmi sociali senza che un brusco cambiamento provochi un nuovo “Caracazo”? Difficile immaginare che Maduro possa arretrare su questo terreno. D’altra parte oggi neppure Capriles contesta la necessità di continuare con i programmi sociali avviati da Chávez tredici anni fa.

Ma come finanziarli? Il governo aveva già deciso di raddoppiare la produzione di petrolio, che si aggira in media sui tre milioni di barili giornalieri portandola a sei milioni entro il 2019, contando per questo sul finanziamento da parte della Cina, che ha già impegnato nel paese 40 miliardi di dollari. Certo, ci sono timori che la Cina conquisti altre posizioni privilegiate, soprattutto nella conca dell’Orinoco, escludendo progressivamente altri concorrenti. Ma i prestiti cinesi sono a un tasso molto basso, ed è difficile rifiutarli, soprattutto perché non sono molti ad essere disposti ad offrire crediti. E le preoccupazioni di Merrill Lynch sembrano esagerate, soprattutto se si confronta l’indebitamento venezuelano (che secondo il FMI avrebbe raggiunto il 49% del PIL) con quello medio europeo, per non parlare di quello dei paesi del sud dell’Europa, e tenendo conto che si tratta di un debito prevalentemente interno, pagato quindi in bolivares, periodicamente svalutati. Gli interessi del debito esterno nel 2012 hanno rappresentato solo un 3,4% delle entrate petrolifere, per cui non appare prevedibile una crisi della bilancia dei pagamenti per mancanza di valuta forte per pagare importazioni e debito.

Anche le previsioni pessimistiche sul possibile esaurimento delle riserve di petrolio (a parte quello ricavabile dalle sabbie bituminose dell’Orinoco, con procedimenti più costosi e pericolosi per l’ambiente) sembrano infondate. Secondo il servizio geologico degli Stati Uniti il Venezuela conta su riserve di almeno 500 miliardi di barili di petrolio, mentre ne estrae appena un miliardo all’anno. E quanto al suo prezzo, le proiezioni attuali lo danno ancora in rialzo a breve e media scadenza.

Non discuto qui la questione se l’abbondanza di risorse naturali sia un bene o piuttosto una “maledizione” che condanna un paese a una totale dipendenza da un prodotto. Può essere che per certi aspetti sia così, ma a breve termine è un prezioso salvagente che evita naufragi. Certo sarà necessario non solo sopravvivere, ma affrontare una graduale diversificazione produttiva.

 

Intanto Maduro ha annunciato alcune misure immediate che dovrebbero assicurare il consenso dei lavoratori, che sono la base sociale naturale del movimento chavista: un decreto attuativo per l’orario di 8 ore (40 settimanali), più volte annunciato, anzi proposto inizialmente come 36 ore nel referendum del 2007, ma non realizzato. Analogo senso ha la rivalutazione del salario minimo da 2.047 a 2.457 bolivares, che era stato preceduto da due aumenti del 10% in periodo preelettorale, e che dovrebbe permettere di recuperare le perdite dovute all’inflazione e alle svalutazioni.

Un'altra conquista importante è quella che ha reso retroattive le prestazioni sociali anche per coloro che non erano stati messi in regola e che ha consentito a tutti di avere una pensione parametrata sul salario minimo. Anche pensionati e pensionate, quindi, beneficeranno dell'aumento.  Inutile tentare il confronto con l’Italia degli esodati…

Molte imprese private hanno depositato ricorsi su ricorsi, ma si calcola che quasi 7 milioni di lavoratori, su un totale di 9 milioni, potranno usufruire della legge. Stanno per partire anche nuovi piani - sanitari e alimentari - specificamente rivolti agli operai: Barrio adentro obrero, che riguarda la salute per i lavoratori e i loro familiari, Mercado obrero, che sveltisce e facilita l'accesso alle reti dei mercati alimentari a basso costo (Mercal) ai lavoratori di tutte le categorie. “Per costruire il socialismo abbiamo bisogno di una classe operaia cosciente e organizzata”, ha detto Maduro invitando i lavoratori a scendere in piazza oggi. “Ci saremo anche noi”, ha risposto Henrique Capriles Radonski promettendo aumenti ancora maggiori. Tanto i suoi stessi sostenitori capitalisti non si preoccupano molto, perché non hanno dubbi che si tratta di una proposta puramente propagandistica.

Ma è importante per la sopravvivenza della rivoluzione che invece Maduro impedisca che le misure annunciate siano svuotate dalla resistenza dell’apparato statale, come è avvenuto tante volte creando sacche di malcontento e di sfiducia.
 

Recanati 8 maggio 2013

Antonio Moscato



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