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America Latina: cambiamenti strutturali

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L’AMERICA LATINA E I CAMBIAMENTI NELLA STRUTTURA DEL POTERE

A LIVELLO MONDIALE

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Questo testo dell’economista argentino Eduardo Lucita ci sembra sintetizzare in modo chiaro i cambiamenti di potere a livello mondiale ed i relativi riflessi in America Latina. È però una visione macroeconomica e macropolitica che trascura fenomeni rilevanti e interconnessi quali la ri-primarizzazione delle economie latinoamericane incentrata su un estrattivismo sfrenato e le relazioni sociali interne di forte tensione. Vedi i recenti avvenimenti brasiliani o le relazioni coi popoli indigeni e le comunità campesine. A.Z.

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Eduardo Lucita * – La Arena 2 luglio 2013

 

In questa epoca di cambiamenti, e anche di convulsioni politiche, che hanno prodotto una ristrutturazione del potere mondiale, l’America latina è coinvolta in questi cambiamenti e al suo interno coesistono progetti diversi.

L’imperialismo è entrato nella sua quarta fase: quella che conosciamo col nome di globalizzazione, che è l’approfondimento della tendenza storica verso la mondializzazione del capitale che oggi investe tutta la geografia mondiale. Come ha spiegato il filosofo Daniel Bensaïd questa fase “non sopprime l’antico ordine delle dominazioni interstatali. Si sovrappone ad esse […] e genera un movimento contraddittorio: l’estensione spaziale di un mercato mondiale senza frontiere e l’organizzazione territoriale sulla base degli Stati nazionali”.

Questo movimento contraddittorio è presente nei cambiamenti della struttura del potere mondiale che si sviluppano nello sfondo della crisi capitalista attuale e nella crescente instabilità politica.

Fine dell’unilateralismo

L’unilateralismo degli ultimi anni, che aveva portato gli Stati Uniti all’egemonia, è esploso. Nessuno dubita dell’egemonia economica e militare degli Stati Uniti ma anche del fatto che la sua leadership si è debilitata. La crisi mondiale sviluppatasi nel 2007-2008 ha posto fine a questo unilateralismo, il potere mondiale fino a quel momento concentrato si è disseminato e il mondo è in una transizione verso uno schema di potere multipolare o meglio di associazione fra potenze.

Gli Stati Uniti continuano ad essere la potenza egemonica in termini economico-militari ma questa egemonia è messa in discussione in modo crescente. Una nuova struttura di potere sta emergendo.

Nuova struttura del potere

Il fatto più rilevante è rappresentato da un gruppo di paesi che sta cercando di avere un proprio peso nelle decisioni e che si muove con maggiore indipendenza dai centri mondiali. Sono i Brics (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica) che il G-8 (Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Francia, Inghilterra, Italia e Russia) non può più limitare. Da qui la necessità di un nuovo raggruppamento più ampio e coinvolgente.

Il G-20, che riunisce le venti nazioni più forti del mondo, venne costituito nel 1999 ma solo come un luogo di dibattito. Tuttavia dopo la crisi finanziaria del 2008 venne convocato d’urgenza di fronte all’evidenza che la crisi mondiale non solo si aggravava ma sarebbe anche stata di lungo periodo.

Lo si considerò come “un nuovo Bretton Woods” nel senso che, come a quello, venne imposto il compito di definire i meccanismi per organizzare una uscita ordinata dalla crisi e, in termini politici, garantire l’organicità del sistema e la sua governabilità.

Niente di questo è accaduto. Il G-20 ha decretato la fine del Consenso di Washington ma ha collocato nel centro delle decisioni il Fondo Monetario Internazionale e il suo ordine di priorità ha un marcato accento neoliberista, come si può verificare ogni giorno in Europa. La crisi segue il suo corso con la sua sequela di disoccupazione, aumento della povertà e rischio di serie catastrofi ecologiche.

Nella regione

L’America latina è stata il centro delle resistenze al neoliberismo e continua ad essere il continente con le situazioni sociali più esplosive anche se disuguali a seconda dei paesi.

La maggioranza delle economie della regione hanno oggi un forte livello di complementarietà con le tendenze mondiali. Il loro attuale ciclo espansivo è il riflesso di quanto accade a livello mondiale ma anche delle iniziative dei governi locali. Praticamente tutti i paesi hanno migliorato la propria competitività internazionale e mantengono una politica di esportazione permanente approfittando del cambiamento dei termini di scambio. E’ chiaro che le economie sono ora molto più aperte e sottomesse alle tensioni dei mercati mondiali. In tutti i paesi la povertà e la miseria si sono ridotte, tuttavia il continente continua ad essere il più diseguale sul pianeta.

E’ in una situazione di lotte e di dispute che nella regione si è imposta una nuova situazione. In essa i governi e parte delle borghesie locali cercano di re-imporre le loro iniziative politico-economiche, cosa che conduce a distinti gradi di adesione o di scontro con l’imperialismo e con le oligarchie locali. La ricostruzione dello Stato e il ristabilimento dell’ordine del capitale; il riconsolidamento del neoliberismo e del libero mercato; o la spinta a riforme che aprano il passo ad una prospettiva politica trasformatrice sono presenti, con intensità diverse a seconda delle relazioni di forza in ciascun paese e della sua collocazione internazionale.

Vi è un blocco di paesi che concentrano processi di maggior radicalizzazione e di parziali rotture con l’imperialismo, che trovano la chiusa opposizione delle oligarchie tradizionali e dei paesi del nord: Venezuela, Bolivia e Ecuador trovano tutti un riferimento in Cuba. Altri sostengono politiche social-liberiste come il Brasile o l’Uruguay mentre l’Argentina condivide con i primi una determinata identità regionale e una concezione neo-sviluppista, però condizionata dai suoi accordi e dalla sua dipendenza economica dal Brasile. Quest’ultimo, malgrado le sue contraddizioni verso gli Stati Uniti, soprattutto nella sua politica di difesa, con la sua appartenenza all’Unasur e coi suoi accordi col Venezuela, collabora con Washington in politiche fondamentali e spera di ottenere la leadership regionale grazie all’appoggio di questi.

Il blocco del Pacifico

La novità del momento è stata la costituzione dell’Alleanza del Pacifico (AP) fra Messico, Colombia, Perù e Cile. Nella sua settima conferenza (tenutasi recentemente a Bogotà, ndt) questi paesi hanno incorporato come membro a pieno titolo il Costarica mentre numerosi paesi del Centro America oltre all’Uruguay ed alla Spagna hanno partecipato come invitati. Molti di questi paesi hanno firmato Trattati di Libero Commercio (TLC) con i paesi del Nord e cercano di approfondire il neoliberalismo, e hanno anche fatto passi avanti in direzione della liberalizzazione del commercio eliminando i dazi di importazione del 90% dei prodotti scambiati fra di loro.

Questo blocco non è esente da contraddizioni. La Colombia ha relazioni commerciali privilegiate col Venezuela mentre Cile e Perù hanno una relazione privilegiata col Mercosur. Nel frattempo Venezuela e Cuba sono garanti delle trattative di pace fra il governo colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) mentre il presidente colombiano Santos ha avanzato una richiesta non innocente di integrare il suo paese nella NATO.

Patio trasero

Dall’epoca del fallimento dell’ALCA –il progetto di un grande mercato dall’Alaska alla Terra del Fuoco- gli Stati Uniti non sembrano avere un progetto globale per la regione salvo l’adesione ai TLC paese per paese. Tuttavia non ignorano che l’America latina è un laboratorio di esperienze sociali e politiche e che è proprio da questa regione dalla quale possono nascere alternative politiche che generino una dinamica anti-imperialista e trasformatrice.

Il Vertice del Pacifico coincide con quello che sembra essere una nuova agenda regionale per il secondo periodo del governo del presidente Barak Obama. Non è pertanto gratuito che recentemente il segretario di Stato, John Kerry, nel suo intervento di fronte alla Commissione degli Esteri non abbia avuto difficoltà a dire “America latina è il nostro patio trasero…dobbiamo avvicinarglisi in maniera vigorosa”. La visita del vicepresidente Biden in Brasile e le sue pressioni per incrinare il Mercosur, la visita a Washington del presidente del Perù, Ollanta Humala, come in precedenza l’avallo ai colpi di Stato in Honduras e Paraguay o il rifiuto di riconoscere il trionfo elettorale di Nicolás Maduro in Venezuela, segnano l’intenzione di un ritorno alla dottrina Monroe. Altra fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti è costituita dall’Unasur, dal Celac e dall’ALBA-TCP, come anche gli investimenti cinesi e il progresso della diplomazia che il governo asiatico dispiega nella regione.

L’ALBA e i movimenti sociali

Queste iniziative degli Stati Uniti hanno attivato segnali di allarme nella regione sia nei governi detti progressisti come nei movimenti sociali. Recentemente in Brasile ha avuto luogo il primo vertice della “Articolazione dei movimenti sociali dell’ALBA”. Uno sforzo di integrazione regionale dal basso che non è in concorrenza coi governi progressisti ma che è ad essi complementare. Nell’incontro è stato esaminato ciò che caratterizza la nuova offensiva imperialista e la sua contropartita: raddoppiare gli sforzi per affrontare il neoliberismo e progettare un nuovo tipo di società, non subordinata agli interessi capitalisti nella regione.

In questo contesto conviene tener presente che nella fase delle resistenze ciò che domina è l’anti-neoliberismo ed un certo anti-imperialismo, ma se si deve passare ad un progetto realmente emancipatore, si tratta non solo di promuovere un cambiamento di modello, assolutamente necessario, ma essenzialmente un cambiamento nelle relazioni sociali di produzione e di queste con la natura.

Questo articolo è tratto dal “Mininotiziario America Latina” curato da Aldo Zanchetta, n 23/2013 

*Eduardo Lucita è membro di EDI-Economistas de Izquierda

 

 



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