Movimento Operaio

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Il Cile a 40 anni da Allende - Dossier

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Dossier

A 40 anni dal golpe cileno, retorica e bugie

 

Si avvicina l’anniversario del golpe cileno, e i mass media (anche se dedicano più spazio agli attentati alle Due Torri dell’altro 11/9) hanno già cominciato le rievocazioni e le celebrazioni  retoriche. Ha iniziato il “Corriere della sera” con un lungo articolo di Carlo Vulpio, che non nasconde le responsabilità dirette dell’amministrazione degli Stati Uniti, delle multinazionali del rame, della ITT, e personali di Richard Nixon e Henry Kissinger, ma poi assurdamente elogia Allende per aver salvato il Cile dal castrismo:

Allende aveva escluso la via castrista per il Cile rifiutando la geniale idea della sinistra comunista di istituire anche in Cile i soviet operai e contadini “come in Russia” e affermando fino alla noia che “non è rivoluzionario chi, con la forza, riesce a comandare temporaneamente, ma chi, giungendo legalmente al potere, trasforma il senso e la convivenza sociale, le basi economiche del paese.”

Quante assurdità in poche righe! A quanto pare l’argomento (purtroppo verificatissimo) che lo scontro non era evitabile e che bisognava prepararsi a fronteggiarlo anche militarmente, viene ridicolizzato attribuendo alla “sinistra comunista” la proposta di “istituire” in Cile quei soviet che avevano cessato di esistere in Russia da più di cinquant’anni. In realtà, quando i preparativi di golpe erano apparsi più evidenti, molte  strutture unitarie di quartiere o di fabbrica come i cordones industriales e i comandos comunales, a volte nati spontaneamente, a volte controllati dalla burocrazia politico-sindacale, avevano semplicemente chiesto invano armi per difendersi.

L’articolo, su un’intera pagina, recensisce una biografia scritta da un mediocre professore spagnolo dell’università cattolica di Santiago del Cile, Jesús Manuel Martínez, che riesce in tutto il libro a non nominare mai Pinochet (per disprezzo o per prudenza, visto il permanere di una forte componente “nostalgica” in Cile?). Ed è infarcito di aneddoti grotteschi e inverosimili come quello che attribuisce a Leonid Breznev il consiglio dato ad Allende di armarsi (“Ogni rivoluzione deve sapersi difendere”), mentre in realtà il partito comunista filosovietico del Cile era stato di tutta la coalizione di Unidad Popular il più ostile all’armamento del popolo, e aveva seminato illusioni sul carattere democratico dell’esercito, come risultò nella grottesca intervista dell’Unità al suo numero due, Volodia Teitelbaum, che accludo al dossier.

Secondo l’autore del libro, il consiglio di Breznev sarebbe stato ignorato ma ricambiato da Allende, che non dimenticava mai di essere medico, con una diagnosi di una forte influenza, e la prescrizione di un periodo di riposo… Sciocchezze, che servono poco alla comprensione di quella prevedibile tragedia, come l’aneddoto che vede Allende assediato nel palazzo presidenziale della Moneda, che a un ufficiale che gli intimava la resa risponde chiedendogli come stava con il cuore, visto che aveva avuto da poco un infarto.

Di Allende, presentato come “non violento”, massone, marxista non ortodosso, e soprattutto “antileninista”, si fa un ritratto affascinante: peccato che non ci si domandi come mai non ha saputo prevedere quello che Guevara undici anni prima aveva considerato l’esito più probabile di una vittoria elettorale delle sinistre, qualora non si preparasse a fronteggiare anche militarmente la controffensiva dell’avversario sconfitto. Guevara lo aveva capito non perché fosse un mago, ma perché aveva riflettuto sulla sconfitta della rivoluzione spagnola e su tante altre terribili lezioni della storia. E per la stessa ragione lo avevano capito le piccole organizzazioni trotskiste, mentre fior di intellettuali sedicenti marxisti si erano illusi e avevano contribuito all’impreparazione delle masse popolari di fronte al golpe.

Ho detto che la lezione più importante era venuta dalla rivoluzione spagnola, ma di tremende sconfitte di esperienze riformiste inermi è piena la storia del Novecento. Appena otto anni prima in Indonesia un partito comunista forte di tre milioni di iscritti (e per giunta schierato con Mao nella polemica russo-cinese) era stato spazzato via in poche settimane da un colpo di Stato militare, con un bagno di sangue costato 600.000 vittime, e forse addirittura un milione (non sembri strana l’incertezza sulle cifre, quando ci sono massacri di massa è sempre quasi impossibile calcolarle esattamente. E comunque non cambia molto il bilancio…).

 

Ma la tragedia del Cile ha molto in comune con quella della Spagna. Entrambe sono entrate nell’immaginario collettivo della sinistra, ma senza una riflessione sulle cause della sconfitta. Alle canzoni della “Gloriosa Spagna” si sono affiancate quelle suggestive degli Inti Illimani, ma la principale spiegazione di due sconfitte epocali fu l’ingenerosa attribuzione delle responsabilità alle minoranze che avevano preavvertito invano dell’esito probabile. Sul Cile, in particolare, fu fuorviante la spiegazione data da Enrico Berlinguer per accelerare quell’anticipazione delle larghe intese che fu il “compromesso storico”, spiegando la sconfitta dell’esperienza di Unidad Popular con la pretesa di poter governare col 51%. Povero Allende, che era arrivato primo con poco più del 30% e per governare aveva fatto appunto quel che ora Berlinguer proponeva come toccasana: contrattare l’appoggio della DC…

D’altra parte Berlinguer era cresciuto all’ombra di Togliatti, che nel 1944 aveva riproposto per l’Italia una variante del Fronte Popolare spagnolo di cui era stato – nell’ombra - uno dei massimi dirigenti. L’esito era stato ugualmente fallimentare, anche se meno catastrofico. ma pur sempre dolorosissimo per un’intera generazione emersa nella Resistenza e costretta a subire un pesante ventennio di potere democristiano, con licenziamenti politici di massa, salari di fame, clericalizzazione dello Stato. E non a caso gli articoli che dalla “lezione cilena” ricavavano la necessità di un compromesso storico, si ricollegavano a un editoriale di Rinascita scritto da Togliatti, che lamentava la scarsa “intelligenza” delle classi dominanti, che non avevano onorato il patto di collaborazione con il movimento operaio.

Viceversa anche la sinistra cosiddetta “radicale" ha spesso una lettura parziale che vede il golpe come concepito esclusivamente a Washington, senza tener conto del largo consenso di cui godeva la destra anche grazie a una gerarchia cattolica reazionaria, che trascinò anche larghi settori della DC. Si sottovaluta così la duratura spaccatura del paese in due che spiega (insieme alle debolezze e ambiguità della sinistra che ha sposato da tempo le “larghe intese”) il ritorno di accaniti pinochetisti come Piňera al palazzo della Moneda.

Ma la conseguenza più negativa di una lettura acritica di quella tragedia purtroppo non inevitabile, è la testarda riproposizione dell’unità come bene supremo, a qualunque costo. Non l’unità di classe, il fronte unico, ma l’unità interclassista sovrapposta alla Resistenza, riproposta in ogni occasione, fino alla collaborazione con Monti e poi alle “larghe intese”, di cui giustamente Napolitano rivendica il merito per la sua corrente.

Un’ultima osservazione: L’elogio di Allende che avrebbe “salvato il Cile dal castrismo”, mi ricorda un penoso dirigente socialista riformista, Ludovico D’Aragona, che era segretario della CGdL alla vigilia del fascismo e si riciclò come intellettuale tollerato dal fascismo: negli anni Trenta proclamò lo scioglimento della CGdL perché ormai superata dal corporativismo fascista, e su una rivista “Problemi del lavoro”, che Mussolini ovviamente tollerava, si vantava di aver “salvato l’Italia dal bolscevismo” stroncando gli scioperi del 1920. D’Aragona concluse poi la sua esistenza tornando in scena come membro socialista dell’Assemblea Costituente, poi fu nominato “senatore di diritto” in quanto “antifascista”, fu tre volte ministro con De Gasperi, e dirigente di primo piano del PSDI… . È un particolare marginale, utile però per ricordarci perché l’Italia repubblicana e postfascista è nata malata, ma anche che i “moderati” riformisti preferiscono spesso un regime fascista alla rivoluzione, che considerano il male maggiore…

(a.m. 4/9/13)

Vedi anche l'ottima ricostruzione di Diego Giachetti in http://anticapitalista.org/2013/09/11/la-tragica-conclusione-dell-esperienza-di-unidad-popular-in-cile/

 

NOTA EDITORIALE. Ho scelto per il Dossier e ripropongo qui tra gli articoli il capitolo di Risveglio dell’America Latina sul Cile, che avevo inserito a suo tempo tra i testi, nella sezione, I GRANDI NODI DEL NOVECECENTO//L’AMERICA LATINA E CUBA. Ha avuto più di 1400 visite, ma sicuramente è sfuggito a molti dei visitatori più recenti, che in genere si concentrano sugli articoli più recenti segnalati al centro della Home Page.

Inoltre ho scelto un breve passo dal libro di Livio La strada percorsa, dedicato egli echi italiani della vicenda cilena, e la riproduzione della pagina dell’Unità con cui si escludeva la possibilità di golpe proprio nel giorno in cui avveniva…

clicca per ingrandire

L'unità 11 settembre 1973                 

 

La tragedia del Cile:

UNA SVOLTA EPOCALE NEL CONTINENTE

Dal mio libro: Il risveglio dell’America Latina, Alegre, Roma, 2008

 

 

Il golpe di Pinochet, pur prevedibile e da alcuni previsto, colpì profondamente la sinistra in tutto il continente e nel mondo, soprattutto perché l'esperienza di Unidad Popular era stata esaltata e mitizzata. Tutti erano certi che, come diceva la popolare canzone, “el pueblo unido jamás será vencido”. Fu interpretato subito con una celebre deformazione della realtà da parte di Berlinguer, che sull'onda dell'emozione della sua base lanciava il “compromesso storico”, affermando che mai più si sarebbe dovuto governare con il 51% dei voti, cioè che bisognava cercare larghe intese con la democrazia cristiana. Una terapia sicuramente sbagliata: era proprio quello che aveva fatto Allende, che aveva subito cercato e ottenuto i voti della democrazia cristiana, e aveva cercato di neutralizzare perfino la destra fascisteggiante nominando Pinochet alla testa dell'esercito. Con i risultati che si sono visti.

Celebrata nel corso degli anni in modo sempre più retorico e mistificante, al suono (peraltro bellissimo) delle canzoni degli Inti Illimani, l'esperienza di Unidad Popular è stata rilanciata ultimamente perfino da Fausto Bertinotti, che nel corso di un viaggio nelle capitali della sinistra più moderata dell'America Latina ha proposto come modello per il movimento operaio italiano proprio Salvador Allende, contrapponendolo assurdamente a Guevara, con argomenti degni della vecchia destra amendoliana del PCI che lo bollava come "stratega da farmacia".

Per questo abbiamo pensato di riproporre di seguito, soprattutto per i lettori più giovani, alcune analisi di quegli anni, di Livio Maitan e della IV Internazionale, e anche la ricostruzione del pensiero di Guevara sul Cile e sulla possibilità della "via pacifica" al socialismo.

 

 

1. Il primo bilancio

 

ANCORA UNA LEZIONE DRAMMATICA[1]

Bandiera Rossa

 

[…]

Sono in realtà bastate poche ore per distruggere il lavoro di anni del riformismo cileno. Unidad Popular, esaltata con vibranti parole come l’esempio più avanzato di “via pacifica e nazionale” al socialismo, è crollata, trascinando con sé la classe operaia cilena. E qui sta anche la sua responsabilità storica: non aver nemmeno saputo garantire la difesa della classe che l’aveva portata al potere; l’averla esposta, praticamente disarmata, ai colpi della reazione.

Certo, chi ha organizzato il golpe , chi lo ha armato, chi ha diretto il massacro sono i militari, la borghesia, la DC cilena e l’imperialismo USA. I carnefici sono sempre quelli, solo le divise cambiano: Guatemala ’54, Indonesia ’65, Bolivia ’71, Uruguay e Cile ’73, per non risalire più indietro nel tempo. Di fronte a questa coerenza storica della borghesia non resta che ribadire la denuncia e intensificare la lotta. Ma la denuncia del nemico di classe, che ci accomuna tutti, rivoluzionari e riformisti, nei momenti più drammatici della storia del movimento operaio non può farci dimenticare che ogni sconfitta di un reparto della classe operaia, in qualunque paese, è quasi sempre dovuta, in ultima analisi, alla direzione politica che la classe operaia ha (e non sempre si merita). E ciò è particolarmente vero nel caso cileno.

Unidad Popular era stata spinta al potere da una vigorosa ascesa del proletariato. In termini elettorali essa rappresentava poco più del 40% della popolazione del paese: ma questo 40% rifletteva la stragrande maggioranza della classe operaia e settori importanti di contadini, studenti, sottoproletari e piccola borghesia radicalizzata. Il rapporto di forza, sfavorevole in termini parlamentari, si rovesciava nelle piazze, nel corso delle mobilitazioni e nelle prove di forza fra le classi contrapposte: alle centinaia di migliaia di proletari che rispondevano agli appelli di Unidad Popular, maggioranza del paese reale, la borghesia non poteva contrapporre nulla di analogo.

È a questa forza crescente che guardava con timore la borghesia. Ampi suoi settori avevano appoggiato e permesso – entro certi limiti – l’avvio dell’esperimento riformista di Unidad Popular. La condizione per mantenere l’appoggio era che il riformismo restasse rigidamente confinato all’interno del quadro politico, istituzionale, sociale e giuridico dello Stato borghese: a Unidad Popular, in sostanza, era concesso realizzare, sia pur con qualche modifica, il programma incompiuto di Frei. I settori maggioritari di Unidad Popular accettavano questa impostazione. Ma i riformisti dell’uno e dell’altro campo non avevano fatto i conti con la reale dinamica della lotta di classe.

Inizialmente, i ranghi della destra apertamente fascista e reazionaria erano formati solo da settori borghesi legati alle istituzioni più arretrate, i cui privilegi venivano colpiti anche dal più timido riformismo. Ma ben presto l’estrema destra doveva ampliarsi, grazie all’apporto di strati di borghesia spaventati non tanto dalle demagogiche promesse di Unidad Popular (peraltro piuttosto poche) quanto dalle trasformazioni che vedevano operarsi all’interno del proletariato. Nel corso dei due anni di Unidad Popular il peso dei settori borghesi apertamente orientati verso la guerra civile è andato così crescendo, mentre parallelamente diminuivano i “costituzionalisti” (che in sostanza si proponevano ormai i medesimi obiettivi, ma intendevano perseguirli ricorrendo fin dove era possibile agli strumenti della lotta legale).

Mentre la borghesia si radicalizzava a destra, un fenomeno uguale e di segno opposto si verificava tra il proletariato: contadini poveri occupavano le terre dei latifondisti, senza badare se queste rientrassero o meno nell’ambito delle terre da nazionalizzare; gli operai occupavano le fabbriche (in modo particolare a partire dal fallito golpe del 29 giugno) e le ritenevano socializzate di fatto; nascevano i cordones industriales e i comandos comunales, a volte come creazioni della burocrazia politico-sindacale, ma molto più spesso come espressione della volontà della base operaia di farsi strumenti di potere e di organizzazione unitaria. In poche parole: il proletariato cileno andava riscoprendo, a volte spontaneamente, altre volte sotto l’impulso di settori rivoluzionari, l’organizzazione autonoma di classe: ciò che si delineava nelle fabbriche e nei quartieri erano embrioni di organismi di tipo sovietico, gli embrioni di una situazione di dualismo di potere. Unidad Popular, al di là delle intenzioni, si vedeva costretta a cavalcare la tigre. Opporsi frontalmente all’ascesa operaia avrebbe significato lasciare spazio all’estrema sinistra, giocarsi l’appoggio delle masse, restare un governo sospeso per aria.

Incoraggiare la masse avrebbe significato precipitare lo scontro e rischiare di perdere il controllo del movimento. Unidad Popular scelse una via intermedia, fatta di un passo avanti e due indietro: si accettavano stati di fatto, da una parte (ad es. occupazioni di fabbriche e terreni) e dall’altra si cercava di imbrigliare il movimento, eliminandone le punte avanzate (incriminazione dei segretari del PS e del MAPU; persecuzione dei marinai progressisti; perquisizioni dell’esercito: tutte misure cui il governo non si è opposto).

Agli operai che chiedevano una radicalizzazione si facevano promesse demagogiche senza alcuna intenzione di mantenerle e contemporaneamente si strizzava l’occhio a quel che restava della borghesia “dialogante”.

Presa fra l’incudine e il martello, Unidad Popular non poteva che cedere: o sotto i colpi della reazione, o sotto i colpi della rivoluzione.

Spaventata dalla rivoluzione, la burocrazia di UP ha assistito impotente ai preparativi del golpe e della guerra civile – oggetto di quotidiane e pubbliche discussioni, in Cile, da mesi – rifiutandosi fino all’ultimo di prendere l’unica misura che avrebbe potuto rovesciare i rapporti di forza sul piano militare: l’armamento delle masse. Queste, a loro volta, sono andate allo scontro come potevano, con le poche armi che avevano: lasciate a se stesse dalle direzioni riformiste e senza che esistessero ancora le condizioni perché il MIR o un altro settore dell’estrema sinistra potessero proporsi come direzione nazionale di ricambio.

Di fronte alla bancarotta del riformismo di UP, occorrerebbe – per non cadere nella mitologia di segno opposto – vedere anche quali furono le responsabilità (infinitamente minori, però, dati i rapporti di forza reali) che hanno avuto il MIR e altri settori dell’estrema sinistra, le cui oscillazioni e insufficienze programmatiche hanno fatto sì che la radicalizzazione in atto nella classe operaia non trovasse lo strumento politico organizzativo adatto: se nel Cile c’erano solo embrioni di organismi di tipo sovietico, gli embrioni del partito rivoluzionario leninista erano ancor più ridotti.

Le ripercussioni al di fuori del Cile della tragedia di UP sono state enormi, senza molti paragoni (se si eccettuano certe mobilitazioni per il Vietnam) in questi anni. In decine e decine di paesi si sono avute mobilitazioni, a volte gigantesche; una reazione militante, che mancò sfortunatamente in occasione di altre tragiche circostanze e che riflette in parte anche il nuovo grado di radicalizzazione di questi anni ’70. Ma la tragedia cilena ha ed avrà altre ripercussioni, in tutti i settori del proletariato, delle burocrazie riformiste e della borghesia stessa.

In America latina tramonta la “via pacifica”: la tragica ironia della sorte vuole che la “via pacifica” cilena sia costata al proletariato latinoamericano molti più morti di quanti non se ne siano avuti in decine di paesi da parte dei fautori della lotta armata. La burocrazia cubana si trova d’un colpo isolata, circondata da paesi retti da dittature.

Lo stesso equivoco del peronismo – che fa sì che in Argentina l’ampia mobilitazione delle masse non trovi sbocchi politici adeguati – rischia di trovare una soluzione di destra, apertamente di destra.

La borghesia internazionale ha nel complesso accolto con mal dissimulata soddisfazione la fine dell’allendismo: in Italia la gamma delle reazioni va dall’aperto “grazie CIA” dei fascisti agli equilibrismi di Granelli-Salomone [esponenti DC che avevano commentato il golpe su L’Espresso NdR] che, essendo al “centro”, distribuiscono equamente le colpe a destra e a sinistra. Ciò nonostante, anche la borghesia, almeno in certi settori, si dimostra preoccupata per le possibili ripercussioni degli avvenimenti cileni fra la classe operaia. Stiamo attenti – diceva in sostanza un editoriale del Corriere della Sera – il pericolo è che gli operai si convincano dell’“impraticabilità” della via parlamentare.

Preoccupazioni reali, ma parzialmente infondate, visto che è il PCI stesso che si precipita in soccorso della legalità borghese. Tra sbandamenti e oscillazioni (prevedibili date le circostanze), L’Unità si affanna a dimostrare la “specificità” della situazione cilena, a trovare “distinguo” fra la sinistra (?) e la destra della DC cilena, a invitare oratori DC alle manifestazioni unitarie per il Cile, a spiegare tutto con la fellonia di un pugno di generali e l’agitazione massimalistica di alcuni estremisti. Ma è un compito non facile. Ampi settori della base comunista appaiono traumatizzati, si sentono avviliti e ingannati e manifestano anche in modo clamoroso il loro dissenso.

L’imbarazzo e l’irritazione della burocrazia del PCI sono aumentate dal disinvolto comportamento del PSI che – com’è noto – è tanto più “rivoluzionario” quanto più gli avvenimenti di cui si occupa avvengono a mille miglia da Montecitorio. Assistiamo così allo squallore di un partito operaio d’opposizione che impone sulle piazze ai suoi militanti l’oratore DC, e di un partito operaio di governo, il PSI, che rifiuta nelle piazze la DC che accetta al governo. Certo, è possibile che vi sia anche qualche settore della FGSI che va radicalizzandosi, ma da qui ad avallare il PSI come stanno facendo tanti gruppi dell’estrema sinistra (Manifesto, LC, AO, ecc.) il passo è lungo.

La realtà è che la lezione cilena è appresa in modo molto distorto da ampi settori dell’estrema sinistra. C’è il rischio che tra non molto si faccia l’equazione Altamirano = Lombardi (Altamirano era il segretario del ps cileno, Lombardi esponente della blanda sinistra socialista italiana. NdR). Tutto quello che si ricava dalla tragica esperienza cilena sembra essere: con la DC non si collabora; ci vuole la lotta armata. Ma anche il più stupido gruppo m-l va da anni ripetendo che “il potere nasce dalla canna del fucile”, senza che la cosa turbi troppo, in ultima analisi, la borghesia.

Ciò che occorre è sgomberare il campo dai “nuovi miti e nuovi riti” di una “nuova sinistra” sempre più centrista nei suoi gruppi dirigenti.

Quando la Rossanda scrive (Manifesto del 20 settembre) che “siamo colpevoli tutti di quella mancanza di solidarietà che consiste, innanzitutto, nel non voler o saper riconoscere i lineamenti reali di una vicenda politica” tenta con civetteria di coinvolgerci tutti (“la sinistra in Europa ha mutuato il Cile dalle immagini che hanno trasmesso i partiti comunisti”). È la solita storia: per il Manifesto la storia comincia dalla sua espulsione dal PCI: prima era notte fonda e tutte le vacche erano nere: di qui la necessità di “ripensare” e “interrogarsi” sulle vicende del movimento operaio: il che va anche bene se prima o poi approda a qualche risultato, e non quando si trasforma in ginnastica mentale permanente (“dubito, ergo Manifestum sum”). I marxisti rivoluzionari (che di fronte alle tragedie del movimento operaio non passano il tempo a “fregarsi le mani” – come stupidamente scriveva una redattrice del Manifesto) e che non stanno tutti a 8.000 km di distanza dal Cile (di centinaia e centinaia di nostri compagni mancano notizie dopo il golpe) certe cose le avevano scritte o dette, alcune indicazioni le avevano date. Quando sbagliamo è giusto che paghiamo, ma cominciamo ad essere un po’ stanchi – francamente – di dover pagare o essere costretti a coprire anche gli errori degli altri.

 

 

2. Una lucida analisi prima del golpe

 

Per far capire che i marxisti rivoluzionari anche in Italia non erano stati colti di sorpresa dal golpe, riportiamo qui di seguito un articolo scritto un anno prima da Livio Maitan e apparso sul numero di Bandiera Rossa del 20 luglio 1972. Invece l'Unità aveva pubblicato costantemente analisi ottimistiche; perfino nel numero dell'11 settembre 1973, cioè nel giorno del golpe, un'intervista rilasciata il giorno precedente da Volodia Teitelboim, allora vicesegretario del pc cileno (successivamente segretario generale), che si trovava in Italia per la Festa nazionale dell'Unità, in cui il leader comunista cileno aveva escluso categoricamente che ci fosse pericolo di golpe, e aveva elogiato la coscienza democratica dei militari cileni. Egli aveva detto testualmente: "Le forze reazionarie cercano impudentemente di impegnare le forze armate in un'avventura." [...] La destra cerca di mobilitare qualche cerchia familiare di qualche generale o ammiraglio. Ma la grande maggioranza dell'esercito è rimasta fedele al senso profondo della sua missione costituzionale, obbedendo al potere civile".[2]

 

CILE: LA LOGICA DEL COMPROMESSO

Livio Maitan

 

Mentre scriviamo questo articolo, non disponiamo ancora di tutte le informazioni necessarie sulle polemiche sviluppatesi nella riunione di vertice dell’Unità Popolare e sulla conclusione definitiva delle elezioni sindacali. Tuttavia, il senso degli avvenimenti cileni delle ultime settimane è, nella sostanza, talmente chiaro che possiamo egualmente cercare di definirlo.

In un documento del dicembre scorso il Segretariato Unificato della IV Internazionale diceva:

Una delle tendenze fondamentali della situazione cilena risiede nel fatto che, nella sua mobilitazione, il movimento di massa si è scontrato e si scontra inevitabilmente con i limiti del riformismo e della collaborazione di classe auspicati da Allende. È questo fattore che, in ultima analisi, provoca i più acuti conflitti e allarma la borghesia e l’imperialismo, i quali, temendo ulteriori sviluppi, si pongono il problema dell’inevitabile scontro. In altri termini, la borghesia era disposta ad accettare ed anche a stimolare un’operazione riformista di cui essa comprendeva la necessità e che, dopo il fallimento di Frei, non poteva essere tentata che sotto la direzione dei partiti operai. Ma essa ha paura della dinamica di un movimento di massa che potrebbe travalicare il quadro riformista, aprendo una vera e propria crisi rivoluzionaria e ponendo all’ordine del giorno il problema del potere […] In effetti, nel corso dell’ultimo anno gli operai e i contadini non si sono limitati ad appoggiare il governo Allende e ad aspettare le decisioni del governo: spesso hanno preso iniziative che hanno costretto il governo a ratificare dei fatti compiuti: non solo, le azioni concrete delle masse sono andate spesso al di là delle linee programmatiche dell’Unità Popolare.(Vedere il testo integrale in IV Internazionale, n. 4).

Da dicembre in poi queste tendenze di fondo non avevano subito modificazioni. Il governo cercava di mantenere in qualche modo l’iniziativa, ma con sempre minore mordente, in realtà barcamenandosi tra le pressioni contrapposte che continuava a subire. Settori del movimento di massa continuavano ad andare al di là del quadro programmatico della coalizione governativa, i partiti borghesi non perdevano occasione per sottoporre il governo a duri attacchi e si sforzavano di allargare e attivizzare la loro base di massa. Quasi di continuo si svolgevano, sui terreni più disparati, parziali prove di forza.

Il guaio per Allende era che queste prove di forza si concludevano per lo più negativamente per il suo governo e il suo disegno politico. È noto che la coalizione dei partiti borghesi è riuscita a riportare successi in tutte le più recenti elezioni supplementari, registrando avanzamenti rispetto alle elezioni dell’aprile 1971 che avevano costituito per l’Unità Popolare il punto più alto. Significativa era stata anche la vittoria del candidato conservatore nelle elezioni dell’università del Cile, che erano state per molte settimane al centro dell’attenzione politica del paese. Infine, fatto per un certo aspetto, ancor più significativo, le liste democratico-cristiane hanno riportato, stando ai risultati sinora resi noti, un successo superiore a ogni aspettativa nelle stesse elezioni della Centrale Unica dei Lavoratori, in cui hanno strappato circa il 30% dei voti (tra l’altro, i DC hanno consolidato o addirittura rafforzato posizioni di abbastanza netta maggioranza relativa nella maggiore miniera di rame).

Ma quello che ha indotto Allende a prendere l’iniziativa della riunione di vertice dell’Unità popolare e a provocare, alla conclusione della riunione stessa, il rimpasto ministeriale, è stata la situazione critica creatasi alla metà di maggio a Concepción, la seconda città del paese. L’opposizione aveva deciso di organizzare per il 12 maggio una grande manifestazione, replica di quelle già organizzate a Santiago e in altre città; l’Unità popolare decideva di organizzare lo stesso giorno una manifestazione di risposta e un’iniziativa analoga veniva annunciata dal MIR, che a Concepción dispone di un’influenza non trascurabile. Il rappresentante del governo nella Provincia, membro del PC, pur essendo contrario a uno svolgimento delle tre manifestazioni nello stesso giorno, concedeva l’autorizzazione. A questo punto, però, interveniva il governo insistendo perché le due manifestazioni di sinistra avvenissero in altra data e il comitato provinciale di Unità Popolare accettava. Sennonché, visto che la destra continuava i preparativi per una manifestazione che si annunciava particolarmente aggressiva, quasi tutti i partiti dell’Unità Popolare, a eccezione del PC, si accordavano per organizzare egualmente una contromanifestazione unitamente al MIR. Il governo interveniva allora una seconda volta vietando ogni manifestazione. Ma molti manifestanti scendevano egualmente per le strade e si verificavano gravissimi scontri sia tra i manifestanti di opposte tendenze sia tra i manifestanti e la polizia, con vari feriti e un morto. Le organizzazioni di Concepción del PS, del MAPU, del Partito Radicale, della Sinistra Cristiana e del MIR diffondevano un comunicato comune in cui respingevano gli attacchi ufficiali contro la manifestazione antireazionaria, rivendicandone anche a posteriori la comune responsabilità.

L’episodio metteva a nudo una tendenza che Allende non poteva, dal suo punto di vista, non considerare sommamente pericolosa. Da un lato ci si stava avviando verso scontri diretti con lo schieramento reazionario, dall’altro si verificava una radicalizzazione nella stessa Unità Popolare con convergenze con la sinistra rivoluzionaria. Il quotidiano conservatore El Mercurio commentava, per parte sua:

È sorto a Concepción una specie di movimento di indipendenza di fronte al Partito comunista, e le direzioni regionali dei partiti dell’Unità popolare non accettano le espressioni di solidarietà con il comunismo [El Mercurio intende parlare della solidarietà con il rappresentante governativo della provincia, membro del PC] che divulgano le direzioni nazionali. Questo significa che il movimento di estrema sinistra con le sue tonalità castriste, pechinesi e trotskiste, sta conquistando un’influenza inaspettata.

Più ancora che Allende, dimostrava di preoccuparsi il PC, che passava subito all’attacco parlando di una crisi dell’Unità popolare e della necessità di procedere a una verifica politica complessiva. Gli attacchi al MIR e all’estrema sinistra in generale venivano rilanciati con rinnovato vigore e, in certi casi, si passava anche a vie di fatto (poco dopo gli incidenti di Concepción una delegazione del MIR si recava al Ministero degli Interni per denunciare precisi episodi di violenze di cui sono stati vittime suoi militanti, in particolare durante le elezioni sindacali, ad opera di squadre di azione del PC, soprattutto la brigata Ramona Parra che già si era distinta negli incidenti in cui, sempre a Concepción, era stato ucciso il mirista Arnoldo Rios…).

La situazione era ulteriormente aggravata dal deteriorarsi della situazione economica, caratterizzata da una ripresa di tendenze inflazionistiche, dalla penuria di alcuni generi, dalla difficoltà di fare ricorso massiccio alle importazioni – rese necessarie dall’aumento dei consumi – in seguito al declino delle riserve valutarie e alle strozzature registrate nelle esportazioni. Non va dimenticato, in particolare, che l’andamento della produzione del prodotto-base del paese, il rame, è tutt’altro che soddisfacente. Basti pensare che le tre principali miniere hanno prodotto nel 1971 solo il 68% di quanto era stato preventivato e che la miniera El Teniente, che è il giacimento sotterraneo di rame più grande del mondo, ha registrato nello stesso anno una perdita di oltre 18 milioni di dollari.

In questo contesto i gruppi dirigenti dei partiti della coalizione di governo decidevano di procedere a un riesame della situazione.

In realtà, le scelte possibili non erano molte. Non si trattava, infatti, di stabilire una linea su questo o quel problema particolare, ma di definire nuovamente la linea generale. Il progetto originario di Allende – il suo riformismo ad ampio respiro – presupponeva da un lato un allargamento della base di massa della coalizione, dall’altro l’accettazione di una rigorosa disciplina da parte degli operai e dei contadini (non andare al di là dei limiti fissati “costituzionalmente” dal governo). Abbiamo già visto che sin dai primi mesi di esperienza la seconda condizione tendeva a non realizzarsi: settori importanti consideravano che i rapporti di forza erano evoluti a loro favore e ponevano il governo di fronte a fatti compiuti. Quanto alla prima condizione, tutti i test degli ultimi mesi stanno a indicare che, dopo il vertice raggiunto circa un anno fa, la base di massa si è venuta restringendo piuttosto che allargando e nessuno può seriamente contestare che l’opposizione gode di un appoggio considerevole non solo da parte delle classi privilegiate o dei ceti medi, ma anche tra i contadini, gli studenti e persino strati operai non irrilevanti. L’intenzione di Allende di cercare di spezzare il blocco impostogli dalla maggioranza parlamentare ostile con un referendum che gli ridesse autorità e gli aprisse la via della riforma costituzionale non poteva tradursi nella realtà e quindi il suo disegno rischiava di rimanere a mezz’aria.

Oggettivamente, in una situazione del genere, per quanto grandi possano essere le difficoltà, non c’è altra soluzione che quella di approfondire il processo rivoluzionario. Più precisamente: la classe operaia e i suoi alleati non possono accettare le limitazioni che vuole imporre loro l’avversario, devono andare avanti con le espropriazioni, colpire anche i settori capitalistici delle campagna, rifiutare qualsiasi compromesso sulla delimitazione rigida delle tre aree (statale, mista e privata). Né possono accettare di rispettare le regole di un giuoco costituzionale concepito appunto in funzione della conservazione del regime sociale che si dovrebbe abbattere. In altri termini, un anno e mezzo dopo l’avvento al governo, Allende cozzava contro i limiti e le contraddizioni del suo progetto riformista. Sinché restava fedele a questo progetto, non poteva che sforzarsi di frenare e canalizzare il movimento invece che irrobustirlo, non poteva che adoperarsi per evitare la prova di forza anziché rispondere all’azione diretta delle masse diseredate.

Proprio perché sono i fautori più sistematici della “via cilena” e dispongono di una consistenza politica e organizzativa di gran lunga superiore a quella di tutte le altre formazioni della coalizione – socialisti compresi – i comunisti del PC hanno preso apertamente e decisamente l’iniziativa della scelta moderata che il vertice dell’Unità popolare ha sancito. Visto che l’approfondimento del processo rivoluzionario con la prospettiva di una mobilitazione rivoluzionaria delle masse e di una prova di forza decisiva con gli avversari di classe veniva escluso, non restava che segnare il passo, decidere di consolidare quanto sinora acquisito, dare garanzie concrete della propria moderazione, cercare il compromesso con la DC. È quanto si è deciso, è quanto si sta cercando di fare. Per parte sua la DC ha buone ragioni per non ripudiare una simile prospettiva, nonostante la tentazione di sfruttare una situazione relativamente favorevole. Infatti, la DC non è a priori contraria alla continuazione del disegno riformista: si tratta solo di essere rassicurata che certi limiti non saranno superati. La base del compromesso è proprio qui: la DC rinuncia a sferrare un attacco frontale (che implicava anche per lei pericoli da non sottovalutare, tra cui quello di essere superata sulla destra proprio in caso di successo dell’ondata di reazione) e l’UP offre garanzie di restare nell’ambito del disegno originario, che peraltro la DC aveva, tutto sommato, accettato nel momento in cui aveva deciso di dare il suo voto ad Allende nella sessione delle camere riunite.

È difficile dire se si realizzerà un compromesso organico o se, variante forse più probabile, ci sarà una obiettiva convergenza. Comunque sia, le prospettive per Allende non saranno allegre. Alla lunga, infatti, egli potrà anche restare alla presidenza, ma il prezzo che pagherà sarà lo svuotamento progressivo del suo stesso progetto originario con una progressiva demoralizzazione e smobilitazione delle masse. L’altra alternativa è che il movimento delle masse conservi il suo dinamismo e la sua vitalità e giunga, quindi, a una resa dei conti con la direzione riformista che intende ributtarlo indietro e imporgli un fallimentare  compromesso.

Esistono indubbiamente in Cile importanti settori contadini e studenteschi e strati di classe operaia che potrebbero arrivare alla rottura con i partiti tradizionali nella misura in cui si producessero nuovamente situazioni conflittuali acute. Esistono egualmente centinaia, forse anche migliaia, di quadri rivoluzionari che, al di là di debolezze teoriche e politiche, hanno compreso fondamentalmente la logica della situazione e i modi in cui bisogna intervenire. Il problema è se gli strati di avanguardia sapranno trascinarsi dietro il grosso della classe, se i quadri rivoluzionari sapranno stabilire tutti i legami che permettano loro di diventare veramente dei dirigenti del movimento di massa, dei protagonisti.

Anche nel Cile, la mobilitazione rivoluzionaria delle masse sarà possibile con prospettive di successo nella misura in cui sorgeranno gli strumenti democratici rivoluzionari adeguati a questa mobilitazione, suscettibili di determinare una situazione di dualismo di poteri, preludio necessario alla lotta per il potere. E la lotta per il potere potrà avere uno sbocco vittorioso solo se esisterà un partito rivoluzionario.

Soddisfare queste due esigenze insopprimibili – e soddisfarle tempestivamente – è compito imperativo dei rivoluzionari cileni. Se non riusciranno ad assolverlo – a scadenza relativamente breve – la svolta a destra ora delineata non sarà che il preludio di una dura sconfitta del movimento operaio.

 

 

3. Anche Guevara ha previsto la tragedia del Cile

 

Se a prevedere quel che sarebbe successo in Cile erano in pochi, va detto che non furono ascoltati. E non erano solo Livio Maitan, o Ernest Mandel a descrivere la catastrofe imminente. Emerge infatti chiaramente dagli scritti di Ernesto Che Guevara che anche lui non si faceva illusioni sulla dinamica della lotta di classe nel continente americano.

In primo luogo (contrariamente a quanto è stato scritto infinite volte, anche di recente, e perfino su Liberazione) egli non si faceva illusioni sulla Bolivia dal punto di vista geostrategico; lo ripeterà nel 1965 quando giungerà in quel paese per addestrare i quadri rivoluzionari latinoamericani: “Sarà forse l’ultimo paese del continente a liberarsi”; era convinto anche che la lotta sarebbe stata inevitabilmente continentale: “Questa nuova tappa dell’emancipazione dell’America si potrebbe forse concepire come un confronto tra due forze locali che lottano per la conquista del potere in un dato territorio? Evidentemente no. La lotta sarà uno scontro mortale tra tutte le forze popolari e tutte le forze della repressione”.

Inizialmente d'altra parte non pensava alla Bolivia, casomai riteneva più adatto alla lotta il Perú, a cui nel 1966 rinuncerà solo dopo la notizia della morte o dell’arresto dei rivoluzionari di quel paese su cui contava di più.

Riconosceva anche che in Cile si presentavano possibilità diverse, più favorevoli rispetto ad altri paesi del continente, e non escludeva che le sinistre potessero un giorno arrivare al governo per quella via elettorale che a Cuba era stata invece preclusa dalla dittatura di Batista.

Tuttavia avvertiva lucidamente: “In Cile, dove i partiti di sinistra hanno maggiore influenza, una traiettoria vigorosa e una fermezza ideologica che forse non esiste in un altro partito in America”, si è

ormai posto il dilemma: o la presa del potere avviene per via pacifica, o deve avvenire per via violenta, e di conseguenza tutti si preparano allo scontro futuro; uno scontro che a mio modo di vedere vi sarà, perché non esiste esperienza storica, e ancora meno può esistere qui in America, che dimostri che, nelle attuali condizioni dello sviluppo della lotta tra le grandi potenze e con l’acuirsi dello scontro tra l’imperialismo e il campo della pace, si possa verificare qui una cessione del potere da parte dell’imperialismo. Dal punto di vista strategico sarebbe ridicolo, quando ancora gli imperialisti dispongono delle armi; per questo la sinistra deve essere molto forte e costringere la reazione a capitolare, ma il Cile non è, almeno per ora, in queste condizioni.[3]

Già nel 1961 aveva osservato che

quando sentiamo parlare di presa del potere per via elettorale, la nostra domanda è sempre la stessa: se un movimento popolare giunge al governo di un paese spinto da una grande votazione popolare e decide, di conseguenza, di dare inizio alle grandi trasformazioni sociali previste dal programma in base al quale ha avuto la vittoria, non entrerebbe immediatamente in conflitto con le classi reazionarie del paese? E non è stato sempre l’esercito lo strumento di oppressione di tali classi? Se così è, è logico dedurre che tale esercito si schiererà dalla parte della sua classe ed entrerà in conflitto con il governo costituito.[4]

Ma osservava poi che l’esito poteva essere diverso a seconda dell’atteggiamento delle sinistre: “Può succedere che il governo venga rovesciato con un colpo di Stato più o meno incruento e che ricominci il gioco che non finisce mai; ma può succedere invece che l’esercito oppressore venga sconfitto grazie all’azione popolare armata mossa in appoggio al proprio governo”. [...] “Ciò che ci sembra difficile è che le forze armate accettino di buon grado delle riforme sociali profonde e si rassegnino come agnellini alla propria liquidazione di casta”.[5]

Forse Guevara può sembrare troppo ottimista. In realtà non lo era. L'esito tragico fu facilitato dalla assoluta mancanza di preparazione delle masse alla prospettiva dello scontro, dalla mancata distribuzioni di armi, richieste a gran voce invano nelle prime ore dopo l'inizio del golpe. Una decisa risposta poteva disorientare i militari, provocare defezioni nella loro base, come avvenne ad esempio nel luglio '36 in Spagna (la sconfitta venne dopo e fu conseguenza degli errori e dei crimini della primavera del 1937).

In ogni caso, ci sembra proprio che Guevara non fosse esattamente un sognatore, come ripetono tanti sciagurati, o un avventuriero irresponsabile, come ha insinuato Fausto Bertinotti nella sua visita a Santiago del Cile del 2007, quando ha contrapposto Allende al Che e la Bachelet e altri governanti moderati del continente a Chávez.

Per giunta, dire che il mito di Guevara ha soppiantato quello di Allende è proprio una sciocchezza: è avvenuto l’esatto contrario, nei primi anni dopo la sua morte. E le sue previsioni erano state inascoltate o dimenticate, con gli effetti che si sono visti. E ci sono voluti decenni per riscoprirlo, e capire che su questo, ma anche sul futuro di Cuba, Guevara era invece ben più lungimirante di tanti altri uomini politici.

Vedi anche l'ottima ricostruzione di Diego Giachetti in http://anticapitalista.org/2013/09/11/la-tragica-conclusione-dell-esperienza-di-unidad-popular-in-cile/




[1]Si tratta della prima riflessione sul golpe, apparsa senza firma su Bandiera Rossa, 10 ottobre 1973 (ma il numero era stato chiuso in tipografia il 28 settembre). Il primo commento "a caldo" era apparso sul numero precedente, chiuso in tipografia il 12 settembre, che riportava anche un documento dei trotskisti cileni sul ruolo dei Cordones industriales. Altri articoli più ponderosi e due importanti risoluzioni del Segretariato unificato della Quarta Internazionale erano apparse sui numeri 4 (febbraio 1972) e 10/11 (novembre 1973) della rivista Quarta Internazionale.

[2] Nel lungo articolo Teitelboim ammetteva qualche difficoltà per Unidad Popular, ma le attribuiva a gruppi "gauchistes" che hanno proceduto a "occupazioni ingiuste di imprese", oppure all'azione di "gente estranea al popolo, che ha concezioni soggettivistiche e volontaristiche, che per conto proprio ha abolito le leggi dell'economia politica, che ignora la tattica, che non concepisce le tappe della rivoluzione", ecc.

[3] Ernesto Che Guevara, America Latina. Risveglio di un continente, Feltrinelli, Milano, 2005, pp. 378-379.

[4]Ivi,p.282.

[5] Ibidem.

 

 



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