Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Venezuela - Minacciata la Rivoluzione bolivariana

Venezuela - Minacciata la Rivoluzione bolivariana

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Di recente, la tendenza “Marea Socialista” del PSUV ha reso pubblica un’importante analisi dell’attuale situazione politica venezuelana, in cui il parlamento nazionale ha conferito poteri eccezionali al presidente Maduro per governare per decreto. Alla luce di tale documento (“Le misure di emergenza di Nicolás Maduro nel senso giusto”, http://www.aporrea.org/tiburon/a177091.html ), Alfons Bech, un sindacalista catalano attualmente residente in Venezuela, commenta la propria personale esperienza e la situazione di instabilità politica e sociale che sta attraversando il paese.

 

Il presidente del parlamento e secondo leader del processo Chavista dopo Maduro, Diosdado Cabello, ha denunciato una settimana fa la presenza di preparativi golpisti. In un intervento elettorale al Consiglio comunale di Guanare (la capitale della regione Portuguesa), ha affermato: “c’è un colpo di Stato in marcia, al contagocce, e ci vediamo costretti a dare una risposta convincente (…) non si tratta di fantasia, di illusione o di un incubo. È reale quel che sta accadendo, stanno facendo il copione del golpe.”. Ha inoltre affermato che era in preparazione una serrata padronale, di fronte alla quale ha chiamato i lavoratori a prendersi le imprese che si fermano.

Non è il solo Cabello a parlare dei preparativi di golpe, di una destabilizzazione. Anche l’opposizione sta dicendo da settimane che il governo ha un piano per impedire le elezioni comunali dell’8 dicembre, col pretesto della violenza della destra.

È anche certo che il governo è andato disperatamente in cerca del deputato numero 99 per approvare la legge che darebbe poteri speciali al governo di fronte alla guerra economica e alla corruzione.

Quale è dunque la realtà di quel che sta accadendo in Venezuela?

 

Le code

 

Questa settimana mi sono recato per due giorni a fare la coda ai supermercati del mio quartiere, “23 de Enero” (23 Gennaio), per acquistare articoli e generi alimentari che mancavano in casa e che sono per noi indispensabili: carta igienica, farina di granturco, olio vegetale, latte, caffè, zucchero. Il primo giorno sono stato in quattro supermercati senza riuscire a comperare carta igienica. Il secondo giorno mi sono piazzato alle 8,15 della mattina nell’incipiente coda del Makro, in Av. Sucre. Tutti chiedevano a quelli che erano in coda se sarebbe arrivato questo o quell’articolo. Nessuno lo sapeva. Ho chiesto all’addetto all’impiegato che conta la gente che è in coda per lasciarla passare e poi controlla l’uscita guardando lo scontrino Credeva che sarebbero arrivati. Pensava che dovessero arrivare: la carta igienica, l’olio, il riso e la farina per il pane.

Alle 8,28 il camion che doveva rifornire il supermercato è arrivato. Ha parcheggiato, l’autista è sceso, è andato verso il supermercato, tornando dopo un’ora circa. Gli chiesi quando lo avrebbero scaricato. Non lo sapeva. La gente si stava arrabbiando per l’attesa. Alle 10,30 chiedo all’impiegato alla porta che cosa succedeva col camion. Mi dice che la gerente sta controllando l’elenco delle merci che porta!!!??? Stupore e indignazione da parte mia. Gli chiedo come mai queste due ore non siano bastate per verificare l’elenco. Per giunta, non lo stanno di certo verificando materialmente nel camion. Avrebbero potuto farlo ricevendo l’elenco via Internet e addirittura prima che arrivasse il camion! Mi guarda rassegnato e stanco, e mi risponde piano che sì, sta tardando più di quel che richiede la verifica del conto. Alla fine, il risultato è che non riesco a procurarmi tutto quello che cerco. Una signora anziana e afflitta dai dolori alle gambe, con tanto di bastone, commenta: “Non c’è latte, se lo avessi saputo sarei andata all’altro negozio più su dove c’era, ma adesso non posso arrivare fin là, per giunta con questo carico”. Abbiamo impiegato quasi quattro ore. L’ho aiutata ad attraversare la strada portando le sue buste troppo pesanti per lei, finché prese l’autobus.

I commenti nella coda dicono molto sulle difficoltà quotidiane della gente che lavora. I figli delle persone anziane non riescono a procurarsi quel che serve perché i prodotti arrivano in mattinata e loro lavorano. I ragazzi studiano. Acquistano di mattina quelli che non lavorano o sono pensionati. Si fermano e, vedendo quello che portano nelle borse di plastica, si chiedono l’un l’altro dove si possa trovare questo o quell’altro prodotto. La giovane che è in coda e la madre che ne sta facendo un’altra comunicano tra loro per telefono: “Mamma, mi hanno detto che il latte ce l’hanno i cinesini più su”. Ed è così. Chi lavora non ha altro da fare che andare a fare acquisti la sera e vedere se si trova qualcosa. Ormai, in generale, si è affermata l’idea di fare la coda e comprare quello che eventualmente si trovi.

In coda, la donna anziana aggrappata al bastone mi dice anche che erano passati quelli del Consiglio comunale per distribuire gratis lampadine agli abitanti del quartiere. Portavano via quelle vecchie o fulminate, sostituendole con altrettante nuove a basso consumo. Quando avevano bussato alla sua porta gliene hanno cambiata una fulminata. Ma altre tre che aveva da parte e che aveva già sostituito non gliele avevano volute cambiare. L’addetta del Consiglio le aveva detto che dovevano restare fulminate dov’erano e non gliele hanno volute cambiare. L’anziana indignata le aveva risposto: “Ma come facevo a rimanere al buio aspettando che passaste?”. E le aveva detto che si portassero via quella che aveva cambiato, che non le serviva più. Ma sulla scala si era accorta che gente del Consiglio comunale dava un paio di casse intere di lampadine a una persona e chiese loro “A questi dai tutte le lampadine che vogliono, e a me, che cammino e mi sposto a fatica, non volevi neanche cambiare le tre lampadine rotte che vi ho dato!”. L’addetta del Consiglio si era seccata e aveva attaccato dicendo che se la stava accusando di rubare la stava diffamando: Dovette tacere Ma mentre era in coda diceva che quella gente sì che sta bene e non gli manca nulla, e agli amici neanche.

 

Gli abusi ai danni di chi lavora

 

Un altro esempio. I lavoratori dell’Hotel Venetur Residencias Anauco Suites, un albergo al centro di Caracas gestito dal governo, non hanno avuto il salario extra (percepito in bonus, “utilidades”), pari a 50 giorni di salario per contratto collettivo, che vanno pagati entro la seconda metà di settembre. Per rivendicarlo sono entrati in sciopero e hanno organizzato picchetti all’ingresso dell’albergo, impedendo di entrare a chi vi alloggiava; si è cambiata la gestione, l’hotel è passato sotto controllo degli ispettori della Presidenza della Repubblica e i lavoratori si aspettano anche che quel loro diritto sia cancellato, ignorando il contratto collettivo, con il sorprendente pretesto che lo stesso contratto sarebbe scaduto.

L’albergo comprende alcuni appartamenti dove sono alloggiati quadri intermedi cubani suddivisi tra le varie Missioni sociali, in base agli accordi Cuba-Venezuela. I lavoratori accusano la destituita gerente chavista di operare contro quanto voleva Chávez e che oggi dichiara Maduro, dimostrando tutti i maneggi e le corruttele della direzione in una lettera indirizzata al governo. Bene, il governo è intervenuto, quasi ad evitare un vicolo cieco politico-diplomatico ed ora ha militarizzato l’albergo. Potrebbe essere l’occasione per mettere in moto il controllo operaio e che a dirigere la direzione fosse qualcuno eletto dai lavoratori, che conoscesse lo stato dell’impresa e rendesse conto ai loro sindacati ed assemblee, come predicava Chávez. Lo farà il governo? Per il momento, quel che suole fare è mettere nella faccenda un militare inesperto in quasi tutte le aziende nazionalizzate o recuperate, ignorando i lavoratori. Poi, scende la produttività e segue la corruzione.

Questi sono soltanto due esempi dei tanti ancora che si potrebbero fare. I lavoratori licenziati dalle loro imprese dai padroni non hanno l’appoggio del governo o del ministero del Lavoro per costringerli a rispettare ed applicare le leggi. Le imprese chiudono, con i lavoratori che aspettano di rimetterle in funzione e produrre, ma il ministero del Lavoro non le rimette in funzione o percomplicità con i padroni o per inettitudine e apatia. Aumenta in continuazione il numero delle imprese pubbliche cui lo stesso Stato deve arretrati. I problemi di un’inefficace raccolta e di mancanza di un riciclaggio dei rifiuti crea problemi sanitari in città e paesi; sui giornali distribuiti gratuitamente vi sono denunce di quartieri contro i pericoli per la salute causati da questa situazione, con la comparsa di topi, serpi e insetti che diffondono il dengue.

Una insufficiente e a volte inesistente rete di trasporto pubblico, soprattutto al di fuori della capitale; Valencia, seconda città industriale del Venezuela, ad esempio non ha ancora una metropolitana adeguata né si prevedono soluzioni. Un’insicurezza dei cittadini che va dal fatto che molti motorizzati ignorano il rosso ai semafori e fanno quello che vogliono, salendo addirittura sui marciapiedi, fino alle bande di malviventi e alla violenza contro le donne, senza che la polizia faccia nulla. Per quanto ancora la popolazione potrà sopportare una situazione del genere?

Ma la cosa più immediata ed urgente è forse la mancanza di beni di prima necessità, con un’inflazione accumulata che sta già al 50% secondo fonti ufficiali, ma che è in realtà di molto superiore, e distrugge il salario che ogni volta basta sempre per meno cose. È questa emorragia che è urgente contenere. Altrimenti, la prevedibile esplosione sociale può andare in mille direzioni. O, meglio, può contribuire a devolvere il potere alla borghesia. In realtà, è questo stesso stato di cose che sta generando la delusione nei confronti della rivoluzione bolivariana e di chi la dirige. Magari quello che dice Cabello è la verità e cioè che si prepara un nuovo colpo di Stato, non lo so. E non credo che nessuno, tranne pochi possa saperlo. Ma quel che so è che lo stillicidio delle code, gli abusi lavorativi, la precarietà, l’insicurezza, la condizioni insalubri… rispondono molto bene al copione, allo sfascio col contagocce cui si riferisce Cabello. E allora, quali misure si prendono contro coloro che, dall’interno, esercitano la corruzione e l’abuso?

L’ultima decisione del governo Maduro di creare un viceministro della felicità suprema è, al di là della barzelletta, una dimostrazione del vicolo cieco in cui si trova il governo e, alla fine, la rivoluzione bolivariana. A questa decisione se ne vanno aggiungendo altre, ognuna delle quali, se possibile, più inverosimile. Ad esempio, quella di decretare l’inizio del Natale il 1° novembre, perché funzioni come il “miglior vaccino contro chiunque se ne uscisse con trovate, schiamazzi o violenza”. Ma chi ogni giorno va a fare le code non vede né la suprema felicità né lo spirito natalizio da nessuna parte. Al contrario.

La situazione economica, infatti, è sempre più un vicolo senza uscita. A parte i dollari legati al petrolio, un 96% sproporzionato delle entrate in dollari per esportazioni, il petrolio non è tutto. Il petrolio ha consentito per molti anni che, in primo luogo, se ne avvantaggiassero le grandi multinazionali statunitensi; poi, con la sua nazionalizzazione, che restasse qualcosa in più anche alla borghesia venezuelana e, per ultimo, che una buona parte di questo beneficio venisse destinato a programmi sociali e ad aiuti ai paesi dell’ALBA, all’epoca di Chávez, dal 1990 fino ad ora. Stiamo parlando di introiti multimilionari. Il giornalista venezuelano Modesto Ruíz, nel suo articolo “Il labirinto dell’economia bolivariana”, fornisce alcuni dati molto eloquenti: “L’anno scorso, su un fatturato di 100 miliardi di dollari, lo Stato è rimasto con 57 miliardi di spese correnti. Fino al 2002, 5 multinazionali petrolifere e la Direzione Generale di PDVSA si accaparravano il 78% del fatturato annuo. Questo spiega il golpe dell’aprile di quell’anno. Visto in cifre e statisticamente, il cambiamento nel controllo statale e la distribuzione sociale della rendita rappresenta un enorme progresso in sovranità ed economia nazionale. Il chavismo ha quadruplicato la spesa sociale in meno di 6 anni, aumentando il livello generale di consumo, benessere e relativa felicità della popolazione che vive di lavoro”.

Ma quel che ha consentito di aumentare relativamente il livello di vita, di consumo e di felicità dei lavoratori e degli strati più poveri non è stato né il socialismo né qualcosa di molto meno, anche c’è stato un progresso sociale durante la rivoluzione. È stata la parte della rendita petrolifera destinata alle varie Missioni: abitazioni, cultura, sanità, che ha sorretto un balzo molto rilevante. Tuttavia la rivoluzione si è fermata prima di arrivare all’espropriazione degli espropriatori, della gente più ricca e potente economicamente, che hanno continuato a comandare nell’ombra. Il miglioramento della popolazione lavoratrice non ha impedito che i borghesi continuassero ad aumentare la loro parte, quella del leone, nell’appropriazione delle rendite. “Nel 1998 ai lavoratori spettò il 39,7% del nuovo valore creato, superiore al 36,2% che spettava al capitale. Dieci anni dopo, la quota spettante ai lavoratori scese a 38,8%, mentre quella dei capitalisti è salita al 48,8%” (cfr. Victor Álvarez, in Comuna, n. 2, I trimestre 2010).

 

Il caos economico e la burocrazia

 

Nei quasi quindici anni della rivoluzione bolivariana si è andata sviluppando una burocrazia che è vissuta sulla testa del popolo, con una scala di privilegi molto variabile, da quelli che si sono arricchiti rubando milioni, fino a chi ha ottenuto lavori di cui non si chiede loro conto o che gli consentono di appropriarsi di una parte di quel che passa dalle loro mani. È noto il detto. “Chi divide e distribuisce… resta con la parte più grossa”.

A prescindere da tutto il radicalismo e le denunce verbali contro la borghesia e contro l’imperialismo, la verità è che il governo, da Chávez ad oggi, ha consentito che i borghesi continuassero ad appropriarsi di una parte rilevantissima  della rendita petrolifera. La detenzione dei dollari è uno degli elementi chiave per capire questo processo. Cercherò di spiegare brevemente quello che sono riuscito a capire.

Le esportazioni sono il tramite per ottenere dollari. In Venezuela è il petrolio che detiene il 97% delle esportazioni. Vale a dire, dei dollari. Tutto il resto di merci, di tutti i settori ed industrie, non rappresenta più che il 3% dei dollari. Il dollaro è inoltre la moneta rifugio in cui si possono assicurare i risparmi, o quella che consente di andare all’estero o con la quale acquistare appartamenti a Miami o a Panama. Questo assegna alla moneta-dollaro un ruolo smisurato, ben al di sopra del bolívar, che è una moneta che non conta a livello internazionale.

Di qui il fatto che tanto la borghesia quanto il piccolo risparmiatore ricerchino affannosamente i dollari. Il governo, tramite l’impresa petrolifera statale PDVSA, consegna dollari agli imprenditori, che li richiedono per effettuare importazioni. Si supporrebbe che quei dollari venissero usati per quello per cui sono stati richiesti. Le cose, però, non stanno così. O… stanno così solo in parte. Una parte dei dollari che il governo consegna si usano per venderli sul mercato parallelo del dollaro. Sul mercato ufficiale il prezzo di un dollaro è di 6,4 bolívares. Sul mercato parallelo è di… 50! Perché fare traffici per importare da cui si ricavano profitti del 50% o fino al 100%, se si può ricavare il 700% solo cambiando la moneta? Da un lato c’è il vantaggio del cambio del dollaro sul mercato parallelo di, poniamo, la metà dei dollari assegnati dal governo. Dall’altro però si alza il prezzo, fin quasi a quello del mercato nero del dollaro, delle merci che sono acquistate in dollari internazionalmente. Non è il caso del piccolo risparmiatore, o del lavoratore con un salario che gli permette di andare in vacanza fuori dal paese e ha bisogno di accumulare dollari (quelli assegnati dal governo non bastano). Ma, essendoci questa brusca differenza di cambio tra quello ufficiale e quello parallelo o nero, la conseguenza è che tutti sono a caccia di dollari. Per questo il prezzo del dollaro è schizzato in alto, soprattutto dopo la morte di Chávez, sale, sale continuamente, da una settimana all’altra. E questo si ripercuote su tutte le merci in un processo inflazionistico. Il tutto non accadrebbe se il governo fosse disposto a controllare realmente la destinazione dei dollari che offre agli imprenditori, andando a guardare se è sicuro che siano stati utilizzati per le importazioni dichiarate. Numerosi consigli di fabbrica e sindacati si sono proposti al governo per fare le verifiche, sapendo che gli imprenditori truffano il governo e il paese. Ma se il governo non sta attento e non prende alcuna misura per esercitare il suo controllo… un qualcosa vi sarà. E questo qualcosa, questa inefficienza, ha un significato economico molto chiaro: la stessa burocrazia statale inserita nei ministeri, nella direzione delle aziende, nelle banche o nei sindacati, partecipa in maggiore o minor misura a questo saccheggio del popolo, della patria, anche se poi si riempiono la bocca su di questa.

In realtà, quello a cui si sta assistendo è una scalata verbale di attacchi all’opposizione, ma che ricordano molto il ladro che grida “al ladro!” per nascondere il proprio comportamento.

 

Misure del governo per dopo le elezioni

 

Il governo ha annunciato misure radicali, rivelatrici. Sicuramente si tratterà di cerotti per cercare di evitare l’esplosione sociale. Vedremo. Per ora, ha annunciato 60 miliardi di bolivares per garantire il pagamento delle strenne natalizie ai lavoratori. Sicuramente il grosso della spesa sociale andrà alle Missioni. Il governo sta attualmente dirottando parte della rendita petrolifera verso gli strati più poveri della popolazione, quelli che vivono nei quartieri più miseri, quelli che fanno code di ore e ore per comprare spendendo il meno possibile. Verso questa parte della popolazione dirotterà una certa quota di dollari con prodotti importati, che assicurino la tregua sociale durante la campagna elettorale e le festività natalizie. Al tempo stesso, accusa l’opposizione e la destra borghese di star preparando un colpo di Stato. di provocare instabilità sociale con mobilitazioni, di ordire un piano per non rifornire negozi, ecc. E, per la verità, alla borghesia va molto bene fomentare le code e vi contribuisce, ritardando per quello che può la distribuzione e la vendita dei prodotti di prima necessità. Sa che questo provoca malcontento e logoramento del governo. L’opposizione non ha una bussola, né ha un progetto politico definito: è divisa. Il suo candidato più noto, Capriles, è bruciato, e tutti loro lo sanno bene. Senza dubbio, ad offrire la principale carta all’opposizione è lo stesso governo, con le sue continue improvvisazioni e la sua dimostrazione di non riuscire ad arginare questa situazione di caos economico e di corruzione – perché vi è implicato esso stesso fino al collo. Ci mancano solo le occasioni per Maduro e il discorso ufficiale di elevare agli altari Chávez. Per il momento può servire per il settore della popolazione che riceve gli aiuti; ma, al contempo, va aumentando tra i lavoratori, anche quelli tra i più fedeli a Chávez, l’idea che i ministri e tutti i burocrati non abbiano alcun problema per vivere: non fanno code, né sanno di sicuro che cosa succeda in un quartiere come il 23 de Enero di Caracas.

Tuttavia quelle misure, che dovrebbero dare la sensazione di suprema felicità, non soddisfano né la classe lavoratrice né la piccola borghesia. La donna o l’uomo che lavora in una fabbrica, o anche in un ministero, o in un comune, non può dedicare ore a fare code, a recarsi ai Mercal organizzati dal governo. Questi sono mercati eccezionali. Né possono beneficiare di campagne rivolte ai poveri, perché non lo sono. C’è disponibilità di denaro in larghi strati, frutto anche di conquiste rivoluzionarie, tra cui la Legge Organica del Lavoro dei/delle lavoratori/lavoratrici (LOTTT).  Tuttavia, le conquiste rivoluzionarie sono minacciate. La borghesia e la burocrazia si stanno portando via giorno dopo giorno una parte maggiore della rendita petrolifera, di cui vive l’intero paese. E gli unici che creano ricchezza, ossia la forza lavoro, il popolo lavoratore, sono derubati da questo prelievo di borghesi e boli-borghesi. Il caos nella disparità del cambio del dollaro tra ufficiale e parallelo, il calo della produttività nel paese e l’aumento e l’abuso delle importazioni, la sempre più scadente qualità dei servizi pubblici, il crollo del potere d’acquisto dei salari, non consentono di pensare che ci sia molto da aspettare per vedere queste contraddizioni esplodere in maniera violenta. Sicuramente un grave conflitto sociale non si presenterà prima delle elezioni, ma dopo: o c’è una svolta radicale, o la controrivoluzione darà colpi molto gravi.

 

I rivoluzionari

 

Al centro di una simile situazione, c’è una grande debolezza dell’avanguardia rivoluzionaria. Il grosso delle organizzazioni rivoluzionarie si è adattato al chavismo ufficiale. Il culto della personalità di Chávez si è saldato alla complicità politica tra la burocrazia militare, sindacale e politica di chi intravede sempre un cambiamento sociale in chiave di possibile ascesa sociale personale. Aver spostato la borghesia in secondo piano offre molte occasioni in un paese ricchissimo di petrolio.

Tuttavia, nella misura in cui la maggioranza della popolazione e, quindi, anche della classe operaia, nell’ottica democratica, identifica le sue conquiste con la personalità di Chávez, con i decreti e le decisioni in favore della rivoluzione, dei diritti della popolazione lavoratrice, dei diritti delle donne, degli indigeni e dei contadini, l’avanguardia rivoluzionaria della classe lavoratrice, in primo luogo quella cosiddetta “governativa”, non fa nulla per avvicinarsi a quanto sta accadendo nel vivo della sua classe di riferimento. Chiaramente, Chávez ha sbagliato tante volte, compreso anche il fatto che non è stato in sintonia con gli interessi dei lavoratori. Un esempio di questo sono le lotte portate avanti dai lavoratori di SIDOR, fabbrica che non è stata nazionalizzata se non un anno e mezzo dopo. Ma questo non è l’elemento principale a cui pensano i lavoratori quando fanno un bilancio, ma è, come è logico, l’aspetto positivo.

Oggi la sinistra rivoluzionaria che è rimasta all’interno del sostegno al processo della rivoluzione democratico-borghese, bolivariana, è in condizioni migliori per svolgere un ruolo autonomo, se riesce a conservare un profilo critico. Questo ruolo lo hanno svolto varie tendenze critiche. Grazie al ruolo di quelli che lottano dall’interno, ma denunciando al tempo stesso la burocrazia e battendosi per organizzare la classe operaia come il motore della rivoluzione, sono arrivati ad ampie alleanze con altri settori rivoluzionari e democratici che si identificano con la parte progressista del chávismo e che si esprimono nella pagina web Aporrea. L’avanguardia rivoluzionaria classista, realmente anticapitalista e antiburocratica, ha dalla sua una grande autorità politica e morale. Può contare su quadri capaci e con saldi legami con la classe lavoratrice e in seno ai movimenti sociali cittadini. Naturalmente, la debolezza organizzativa di questa avanguardia e delle tendenze di classe nei sindacati o nel movimento popolare, diventa un fattore di maggior gravità della situazione che si approssima. I compiti che si pongono di fronte al rischio di un arretramento della rivoluzione, di un inizio di controrivoluzione, inclusa la repressione e la liquidazione dell’ala sinistra legata alle basi lavoratrici e popolari, costituiscono in definitiva il combinarsi di lotta politica alla burocrazia, di chiarificazione delle ragioni dell’attuale crisi economica e di misure da adottare, e di organizzazione dei sindacati, con un tipo di sindacalismo indipendente e rivoluzionario, e degli istituti di partecipazione del popolo attraverso l’intervento e la discussione.

La costituzione della recente Federazione automotrice, che incorpora tutta l’industria del settore, è un esempio di quel che va fatto e che deve estendersi in tutte le industrie. Il tipo di sindacalismo combattivo, solidale, aperto e democratico è in questo momento uno degli elementi più indispensabili per conquistare l’indipendenza materiale e politica della classe operaia rispetto alla burocrazia e alla borghesia.

 

L’importanza internazionale del processo rivoluzionario

 

La sinistra che vuole trasformare realmente i propri paesi ed abbattere la politica neoliberista, dell’austerità, che sta praticando l’imperialismo in Europa, deve seguire questo processo. Non adulando coloro che oggi se ne stanno seduti in alto nel governo rivoluzionario, ma cercando di capire le ragioni delle attuali difficoltà del Venezuela, quello che dice la gente che lavora, lo spirito della classe che fa le code, e con la capacità di distinguere le organizzazioni rivoluzionarie indipendenti dal potere di quelle funzionali a elementi di governo che vivono con privilegi.

In Venezuela si sta giocando qualcosa di più di un processo rivoluzionario nazionale. Rientra nella lotta di classe mondiale. Non è un segreto per nessuno che l’imperialismo, in primo luogo il governo degli Stati Uniti, ma anche quelli dell’Europa, perseguono la caduta di Maduro e della Rivoluzione Bolivariana. Perché costituisce un faro per l’America Latina, con un potere economico ed energetico significativo. E perché ha aperto una breccia nell’intera politica mondiale neoliberista impiantatasi a partire dagli anni Ottanta. E perché ha animato e sospinto altre rivolte in America, ad esempio in Bolivia e in Ecuador, ed ha influenzato progetti di indipendenza nazionale contro l’imperialismo statunitense a livello dell’America. Per questo dobbiamo seguire questo processo e dare il nostro appoggio ai rivoluzionari che si trovano di fonte al bivio cruciale che sta attraversando il Venezuela.

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Alfons Bechè stato il responsabile della collaborazione con i sindacati dei Balcani per la Fundación Pau i Solidaritat [Pace e solidarietà] delle CCNC (COOO – Commissioni Operaie di Catalogna]). Attualmente risiede in Venezuela. (Da www.sinpermiso.info, 24 novembre 2013). La traduzione è di Titti Pierini.

 

 



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