Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> L’Italia in Albania (e dintorni)

L’Italia in Albania (e dintorni)

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Ancora c’è chi si indigna se si fanno partire molti dei guai dell’Italia unita dalla sciagurata e assolutamente non necessaria entrata nella Prima Guerra Mondiale. Eppure stiamo pagando ancora il prezzo di quella guerra, che costò in tre anni l’equivalente di sedici bilanci normali, e portò il debito estero a livelli stratosferici. Le spese militari, già elevatissime durante i primi cinquant’anni di Stato unitario, passarono da un 21-27% degli anni precedenti al 76% del 1918. E il bilancio non era solo quello finanziario. Oltre ai 650.000 militari morti, ci fu un aumento della mortalità tra i civili rispetto alla media degli anni precedenti. Si calcola che ci fu oltre mezzo milione di decessi in più per la recrudescenza della malaria, della tubercolosi, e di altre malattie endemiche, dovute alla riduzione dell’attività di prevenzione.

È vero che c’erano stati molti precedenti, che qui ricordo sinteticamente: dalla presenza del Regno di Sardegna in azioni di guerra illogiche e assurde come la Guerra di Crimea già negli anni immediatamente precedenti la proclamazione del Regno d’Italia, alle “conquiste” africane costate enormemente di più di quanto potevano fruttare, ma su cui si arricchirono intermediari e armatori che si facevano pagare dal governo il costo di linee di navigazione senza passeggeri né merci. Esempio tipico il Rubattino, lo stesso che aveva fornito (e non per patriottismo) i due piroscafi per la spedizione dei Mille.

E tra i precedenti morali, come dimenticare la lunga serie di fallimenti bancari legati alla folle corsa all’edificazione della Roma umbertina, che culminò nel 1893, poco più di due decenni prima della Grande guerra, nello scandalo della Banca Romana, in cui erano coinvolti i due grandi rivali della politica di allora, Giolitti e Crispi, che risultarono entrambi complici e beneficiari di quel Bernardo Tanlongo, un semianalfabeta arrivato al vertice della Banca Romana, di cui si servì per stampare milioni di banconote false. E a chi crede che la subalternità dei vertici della magistratura al potere sia nata solo ora, guardi come finirono Tanlongo e gli altri principali imputati: assolti già nel luglio 1894 perché erano “misteriosamente” scomparsi i documenti che li accusavano…

Intanto nella prima fase dell’esplosione dello scandalo alcuni potenziali testimoni erano stati assassinati: ad esempio Emanuele Notarbartolo, ex direttore del Banco di Sicilia (una delle banche che potevano stampare carta moneta), che aveva denunciato gli abusi del suo successore e le ingerenze di un deputato (che sarà otto anni dopo condannato come mandante). Un altro assassinato eccellente era stato il deputato Rocco De Zerbi, membro della commissione della camera per il riordino bancario (ma accusato di aver ricevuto dalla Banca Romana la cospicua somma di mezzo milione di lire per l’impegno a non toccarne gli interessi).

Va ricordato che il Tanlongo, che era già stato fatto commendatore, era stato proposto come senatore proprio da Giolitti poco tempo prima dell’esplosione dello scandalo, e dopo che Giolitti aveva ricevuto dalla Banca Romana (ex pontificia) cospicui finanziamenti in nero, per corrompere la stampa estera.

Una canzone popolare di allora diceva:

Se rubi una pagnotta a un cascherino, crac

Vai dritto in galera senza onore, crac

Se rubi invece qualche milioncino, ti senti nominar commendatore.

E i nostri commendatori, son tutti malfattor

Ci rubano tutto quanto per farsi senator.

Noi siamo tre, ladri tutti e tre, che per aver rubato ci han fatti cugini del re

Ma quello della Banca Romana non era un caso isolato.

 

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Scheda

Il senatore Giovanni Agnelli e la giustizia

(dal primo capitolo di Cento … e uno anni di FIAT)

[…] La FIAT era nata l’11 luglio 1899 per iniziativa di un gruppo di imprenditori affascinati dalle prospettive dell’automobile: il conte Roberto Biscaretti di Ruffia, che già importava automobili da corsa dalla Germania, il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, l’avvocato Carlo Racca, Michele Lanza, un modesto produttore di candele (non per automobili, ma di cera), e l’avvocato Cesare Goria-Gatti, il redditiere Lodovico Scarfiotti, il banchiere e setaiolo Michele Ceriana-Mayneri, un agente di cambio, Luigi Damevino, e un terzo nobile, il marchese Alfonso Ferrero de Gubernatis di Ventimiglia. Giovanni Agnelli entra successivamente come relativamente piccolo azionista. Nell’assemblea dei soci, il consiglio di amministrazione era stato formato solo dai “padri fondatori” che abbiamo ricordato.

Presidente era stato eletto lo Scarfiotti, vicepresidente il Bricherasio, che tuttavia era irritato perché avrebbe desiderato essere lui il presidente. Elette le cariche minori, il conte Biscaretti si accorse che mancava un segretario, un incarico puramente formale che, per consuetudine, si assegnava al più giovane dei presenti o a un semplice impiegato. In fretta e furia venne votato il nome di Giovanni Agnelli, a cui nessuno dava la minima importanza, soprattutto perché non era né nobile, né appartenente alle “grandi famiglie” borghesi, come tutti gli altri.  […]

Giocando sulle gelosie e rivalità tra i soci fondatori, Giovanni Agnelli si era fatto proporre come “membro delegato del consiglio” e poi amministratore delegato, con ampi poteri;. ma ancora senza un pacchetto azionario consistente.

Solo nel 1906 riesce a fare il gran colpo: con la connivenza dell’unico suo complice nel consiglio di amministrazione, Luigi Damevino, Agnelli fa passare la proposta di ridurre a un ottavo il valore nominale delle azioni, col risultato di invogliare un gran numero di acquirenti; il valore reale anziché ridursi si raddoppiò ulteriormente. E una parte notevole finì nelle mani dei due compari. Successivamente, con un gioco complesso in cui entrano due istituti bancari, tra cui la Banca Commerciale, vengono dapprima preannunciati dividendi favolosi, che vengono poi pagati indebitandosi con le banche (e che quindi non avevano alcun fondamento reale), mentre un cambiamento di ragione sociale e l’emissione di nuove azioni porta a un vero esproprio di cinque dei vecchi fondatori, che rimangono con sole 2.000 azioni ciascuno, mentre Agnelli, Damevino e Scarfiotti, che si è unito ai due compari, sono entrati in proprietà di 37.000 azioni. Tra le attività della società sono comparse (e non spariranno mai) le forniture militari di vario genere, tra cui otto sottomarini commissionati dal governo italiano e da quello tedesco.

Il 7 luglio 1907 il primo crollo della borsa in Italia trascina nella polvere per qualche tempo i titoli FIAT, ma il terremoto serve a un’ulteriore concentrazione nelle mani dei tre avventurieri. Il giornale giolittiano La Stampa, che diventerà solo successivamente di proprietà degli Agnelli, comincia a denunciare la truffa ai danni della vecchia maggioranza del consiglio di amministrazione, e il 23 giugno 1908 la questura è costretta a denunciare Giovanni Agnelli per “illecita coalizione, aggiottaggio in borsa e alterazione di bilanci sociali”. Sono coinvolti anche il solito Damevino e il presidente Scarfiotti.

I capi d’accusa risultano particolarmente gravi: la procura assicurava “non esservi ragionevole dubbio” che la crisi finanziaria della FIAT dovesse “attribuirsi ai loschi intrighi dei suoi amministratori”. I tre si sarebbero arricchiti e avrebbero assunto il controllo della società in danno agli altri azionisti attraverso queste manovre: 1) spargendo “false notizie di colossali commesse ricevute dall’America poi rivelatesi inesistenti”; 2) rassicurando gli azionisti sulle condizioni della società, pagando dividendi esagerati grazie a un mutuo passivo di parecchi milioni; 3) accreditando “con bilanci fittizi” una prosperità della FIAT che in quel momento non c’era.

Lo scandalo fu enorme, ma non vi fu arresto per nessuno. Si dimise intanto l’intero vertice, mentre proprio Agnelli veniva incaricato temporaneamente della ordinaria amministrazione per la continuità dell’azienda. In suo favore interveniva il ministro di Grazia e Giustizia, Vittorio Emanuele Orlando, che spudoratamente esercitava una pressione sulla procura, ricordando che l’indagine processuale avrebbe potuto “influire in modo sinistro sulla sorte di industrie locali, che sono pure notevoli elementi dell’industria nazionale”.

Un imponente collegio difensivo faceva protrarre l’inchiesta per anni, finché l’opinione pubblica distratta dall’imminenza della guerra, esaltata dalla vittoria in Libia (attribuita da tutta la stampa agli autocarri 15 bis forniti dalla FIAT), non si accorgeva neppure dell’assoluzione con formula piena di Giovanni Agnelli e dei suoi compari. L’unico a pagare era stato il presidente Scarfiotti.

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Come si vede, nulla di quello che accade oggi era ignoto alla fase di ascesa del capitalismo italiano: finanziamenti illeciti, pressioni aperte sulla magistratura per assicurare l’impunità ad alcuni capitalisti, disfunzione della giustizia paralizzata, come oggi, da collegi difensivi efficaci e numerosi che ogni potente (non solo Berlusconi!) può assicurarsi. E quando necessario, in casi particolarmente gravi, si ricorre all’assassinio. Calvi e Sindona, assassinati novanta anni dopo il caso della Banca Romana, non erano una novità, ma rappresentavano una continuità nella storia criminale del capitalismo italiano.

Ho voluto ricordare questi precedenti morali del ceto politico borghese dell’Italia prefascista, quello che portò l’Italia in guerra, perché al di là delle divergenze politiche a volte aspre tra giolittiani e crispiani, e poi tra neutralisti e interventisti, c’era una complicità profonda tra le varie componenti, ed una loro estraneità (bipartisan, si direbbe oggi…) ai sentimenti e alle aspirazioni delle masse operaie e contadine. Che avevano d’altra parte molte difficoltà a manifestarli, anche per il fortissimo tasso di analfabetismo.

Le indagini statistiche condotte durante la guerra sulle varie classi di leva rivelarono percentuali che andavano dal 23% della classe 1900 al 39,66 della classe 1872. Ma le statistiche ignoravano per giunta l’analfabetismo di ritorno, e il semianalfabetismo che rendeva impossibile (anzi rende, perché il fenomeno persiste ed è in netta ripresa) la lettura di un giornale e a maggior ragione di un libro. Tutta la retorica patriottica che doveva coprire la brutale realtà della scelta di partecipare a una guerra imperialista per potersi sedere al tavolo dei vincitori, non arrivava in alcun modo alla grande massa dei fanti contadini. Se si ribellarono poco, fu perché erano da sempre assuefatti alla sottomissione e alla rassegnazione. Non a caso già nella guerra di Libia (che fu per vari aspetti una “prova generale”…) era stato reintrodotto sperimentalmente il corpo dei cappellani militari, a cui nella Grande Guerra non solo il clericale Cadorna, ma anche generali agnostici o massoni delegarono il compito di anestetizzare le truppe.

Contrariamente alla leggenda alimentata da Cadorna con un ignobile e sovversivo comunicato che dopo Caporetto attribuiva a un inesistente “disfattismo” di socialisti e neutralisti una sconfitta clamorosa ma non inspiegabile dovuta all’assoluta inadeguatezza degli alti comandi, gli atti di ribellione cosciente a ordini insensati furono pochissimi, molto meno di quanti ce ne fossero stati non solo nella Russia durante la rivoluzione, ma anche in Francia, in Germania e nell’impero austroungarico. Mentre l’uso delle fucilazioni anche a caso (per decimazione, ossia per sorteggio!) fu molto più frequente in Italia.

Su Caporetto ritornerò prossimamente, dato che mi sono proposto come compito per un paio d’anni di martellare sui temi delle guerre passate e future, per tentare di contrastare l’intossicazione patriottarda proposta dalla massima carica dello Stato e spalleggiata con entusiasmo da un ampio arco di guerrafondai, veramente bipartisan, sempre pronti a scatenare perfino “tempeste informatiche” su Twitter in appoggio ai due marò assassini, degno simbolo delle nuove missioni dell’Italia.

Vorrei ricordare invece brevemente una delle poche iniziative contro la guerra che ci fu realmente, anche se senza nessun diretto impulso esterno: la rivolta dell’11° Reggimento Bersaglieri ad Ancona, nel giugno 1920. Un’iniziativa modesta, e insufficientemente sostenuta a livello nazionale dalle grandi organizzazioni sindacali e politiche, ma che fu sufficiente a bloccare la partenza di un contingente per Valona. Quanto bastava, di fatto, per spingere Giolitti a cambiare posizione e a concludere che era impossibile, per il momento, pretendere quel protettorato italiano sull’Albania che pure era stato inserito tra i punti del Patto di Londra.

Anche durante la fase neutralista il governo italiano aveva puntato sull’Albania, inviandovi una “missione umanitaria” già nell’ottobre 1914, e poi occupandola il 28 dicembre 1914 (domani è il novantanovesimo anniversario, naturalmente ignorato dai più). Valona divenne subito una base importante per le operazioni militari nella penisola balcanica, e nelle trattative di pace seguite alla vittoria degli Alleati, l'Italia se ne fece riconoscere il possesso. Ma non teneva conto degli albanesi che tra l’aprile e il maggio del 1920 avevano costretto sulla difensiva i 20.000 uomini del corpo di spedizione italiano. La reazione indignata della popolazione era stata provocata dalla rivelazione, fatta per esigenze di politica interna dal capo del governo ellenico Eleftherios Venizelos, dell’accordo segreto per la spartizione dell’Albania stipulato a Parigi il 29 luglio 1919 con il ministro degli Esteri italiano Tommaso Tittoni (ho parlato finora sempre male dei nostri comandi militari, ma non c’è dubbio che la diplomazia italiana non scherza quanto a fallimenti).

E tutte e due insieme, diplomazia ed esercito, brillavano per scarsa fedeltà agli impegni presi: il 3 giugno 1917, evidentemente in un momento difficile, ma scegliendo come data simbolica la festa dello Statuto, il generale Giacinto Ferrero comandante generale del corpo di spedizione aveva solennemente promesso l’indipendenza dell’intera Albania unita, beninteso sotto protezione italiana. E sperando di esser lui il “protettore” si era fatta costruire, “servendosi della abbondante e gratuita manovalanza dei soldati” una villetta nei pressi di Valona, che finirà distrutta nel 1920, al momento della fuga delle truppe italiane. Tre anni dopo il suo successore, il generale Settimio Piacentini, aveva creduto di poter ignorare gli ultimatum del governo locale ed era stato costretto ad evacuare gran parte delle località occupate precedentemente, e ad asserragliarsi a Valona, sollecitando rinforzi.

L’episodio è stato descritto da un pregevole ed ampio studio di Ruggero Giacomini, che fu discepolo di Enzo Santarelli. Seguendo le tracce dei processi per la rivolta dei bersaglieri, e per le “giornate rosse” che si estesero a molte altre città delle Marche nei giorni seguenti, con barricate e una sistematica opera di disarmo di “Guardie Regie”, carabinieri e ufficiali, Giacomini ha ricostruito molto efficacemente, senza retorica e senza reticenze, un episodio indubbiamente emblematico[i]. Giacomini ha ricercato testimonianze dirette sulla memoria di quelle giornate, e sulla partecipazione cittadina alla rivolta. Interessante che tra i protagonisti della ribellione, che si sviluppò con intelligenza e tecnica militare (disarmo preventivo di ufficiali, ricerca di sostegni esterni, posti di blocco in strade e nodi ferroviari importanti) ci furono diversi bersaglieri che non erano tra i 400 che dovevano imbarcarsi la mattina dopo, ma che si unirono volentieri alla protesta. “Basta guerra, via da Valona!”

Colpì l’uso spregiudicato dell’unica autoblinda funzionante (su cinque!) per allontanare l’assedio di carabinieri e guardie regie. E impressionò l’estensione spontanea (cioè senza nessun contributo dei dirigenti) dei moti a città come Jesi, che costituì un corpo di Guardie rosse, o anche fuori regione, come Terni. Sintomatica, ma che certo non preannunciava una risposta sul piano nazionale all’ennesimo tentativo di prolungare la guerra per ritagliarsi qualche acquisizione territoriale. Oltre all’Albania, c’erano truppe in Libia, ma costrette alla difensiva dopo le batoste prese nel 1915, che costarono 2.500 morti italiani, 1.000 ascari eritrei e 1.500 prigionieri (batoste come sempre nascoste agli italiani). Era già tanto mantenere alcune teste di ponte nei principali porti.

Inoltre 30.000 uomini erano stati mandati nell’agosto 1916 sul fronte di Salonicco, per riaffermare l’interesse italiano alla nuova spartizione dei Balcani. Erano saliti a 52.000 nel 1918, nonostante gli 8.000 morti in combattimento e forse altrettanti dovuti a malaria, congelamenti, ed altre malattie. Altri uomini erano presenti sul territorio turco, provenienti dal Dodecanneso occupato e ormai annesso.

La risposta alla richiesta impellente di rinforzi per Valona (mascherati dal ministro Ivanoe Bonomi sotto l’eufemismo di uno spostamento “per esigenze organiche”) fu circoscritta ma così decisa da rivelare un forte disorientamento nelle forze destinate alla repressione, che subirono diverse perdite e rivelarono una certa inadeguatezza. Di fatto spinse il governo a chiudere senza eccessi la vicenda, rinviando la repressione a successivi processi sperando in un clima parzialmente mutato. Si cercò intanto di nascondere che l’insubordinazione era terminata perché l’unico ufficiale rispettato dalla truppa, il maggiore Efisio Tolu, era entrato nella caserma e aveva annunciato l’accoglimento della richiesta di non partire, e l’impegno a non fare entrare in caserma gli odiati carabinieri e guardie regie. Si disse che i bersaglieri avevano gridato “viva il re e viva l’Italia”, e avevano cacciato gli anarchici che li avevano sobillati, mentre si nascose che i “borghesi sobillatori” erano giovani e giovanissimi operai dei quartieri adiacenti, comprese molte donne che erano arrivate portando solidarietà accompagnate a volte dai loro bambini.

Ma i fatti pesano: non partirono quei quattrocento, ma non partì nessun altro. Giolitti dovette intervenire nel dibattito parlamentare, contraddicendosi sotto la pressione delle interruzioni di pur moderatissimi deputati socialisti. Disse infatti di aver già “dichiarato alla Camera che il governo ha deciso di non insistere sulla proclamazione del protettorato dell’Albania, e che per conseguenza intendiamo che l’Albania sia uno Stato completamente indipendente”, ma quando da destra qualcuno gli ricordò che “a Valona vi sono i nostri soldati”, Giolitti replicò: “a Valona i nostri soldati sono attaccati e si devono difendere!”. E aggiunse che sicuramente nessuno, anche dell’estrema sinistra, “lascerebbe trucidare i nostri soldati”. Evidentemente Giolitti pensava di rinunciare al protettorato o mandato sull’intera Albania, ma non alla base di Valona, premessa di successive conquiste in tempi migliori.

Il libro di Giacomini sottolinea più volte l’inconsistenza dell’opposizione socialista. Ma questo fa risaltare ancora di più il merito di quei pochi bersaglieri politicizzati, come il recanatese Monaldo Casagrande, considerato il maggiore responsabile della protesta, che con una piccola iniziativa svelarono e riuscirono a fermare un progetto governativo che avrebbe portato altri lutti al nostro paese.



[i] Ruggero Giacomini, La rivolta dei bersaglieri e le giornate rosse. I moti di Ancona dell’estate 1920 e l’indipendenza dell’Albania, Centro culturale “La città futura” – Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, Ancona, 2010.



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