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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Dilla: una transizione incerta

Dilla: una transizione incerta

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CUBA: IL PERCORSO DI UNA TRANSIZIONE INCERTA

di Haroldo Dilla Alfonso[1]

 

 

Haroldo Dilla Alfonso è un intellettuale cubano che, senza rinnegare le sue idee di fondo, vive da anni nella Repubblica Dominicana. Aveva lasciato Cuba verso la fine degli anni Novanta, che erano stati aperti da un duro attacco di Raúl Castro alla rivista Cuadernos de Nuestra América e al Centro di Studi sull’America (che peraltro era uno strumento di ricerca del Comitato Centrale del Partito comunista cubano). La pubblicazione di questo saggio su Socialist Register, nel 1998, era stata considerata da alcuni intellettuali vicini alle posizioni di Dilla come un abbandono della battaglia interna.

A suo tempo avevo fatto circolare questo testo in vario modo. Mi è tornato in mente ora leggendo la polemica tra Dilla e Carlos Alberto Montaner su Haiti (Haiti: Dilla y Montaner), che mi ha fatto constatare con piacere che Haroldo Dilla, che avevo conosciuto bene e apprezzato a Cuba, ha mantenuto il suo orientamento marxista più di dieci anni dopo il suo trasferimento all’estero. Alcuni cubani, amici comuni, avevano invece profetizzato – sbagliando - che si sarebbe adattato all’Occidente. Io stesso lo avevo temuto, avendo visto nei decenni precedenti l’involuzione progressiva, per sfiducia e disperazione, di tanti dissidenti sovietici e delle “democrazie popolari” che pure erano stati inizialmente impegnati nella ricerca di un’alternativa di sinistra alle società burocratiche.

Per questo ho deciso di riproporre sul sito questo testo in cui Dilla analizzava la realtà cubana senza reticenze ed eufemismi, Cuba: il percorso di una transizione incerta. Si veda in particolare il paragrafo Il riciclaggio delle élites, che suscitò molto scandalo perché descriveva quello di cui tutti parlavano, ma non osavano scrivere: il processo di formazione di un settore sociale che aspirava a diventare borghese. a.m.

[L’articolo è stato pubblicato originariamente in Socialist Register, 1998. La traduzione è di Titti Pierini.]

 

 

 

Con il plauso di tecnocrati e imprenditori, il governo cubano porta avanti come iniziativa prioritaria la cosiddetta riforma economica. Non si è trattato di una tra le tante scelte possibili. La disintegrazione del blocco economico dell’Europa dell’Est e poi dell’Urss ha rappresentato un duro colpo per la nostra economia: Tra il 1986 e il 1989, l’economia era rimasta stagnante e, a partire dal 1990, si è avviato un brusco declino, che fino al 1993 ha determinato una contrazione cumulativa del Prodotto interno lordo di quasi il 40%. La situazione del settore esterno era ancor più complicata, in quanto il paese aveva improvvisamente perso l’85% dei suoi mercati tradizionali (normalmente mercati preferenziali), la quasi totalità delle sue linee di credito a lunga e media scadenza, nonché le principali fonti di forniture di tecnologia. La capacità di importazione dell’economia nazionale si era ridotta a due terzi.

In una situazione del genere, il consueto atteggiamento antimercantile della direzione politica cubana ha cominciato a lasciare spazio alla pragmatica accettazione di tutta una serie di realtà: Cuba doveva inserirsi nel mercato mondiale capitalistico, e farlo su basi rigorosamente concorrenziali, per cui occorreva ristrutturare molte delle basi della propria organizzazione economica e sociale. In un discorso memorabile, il 26 luglio del 1993, il presidente di Cuba ammise esplicitamente gli elementi che avrebbero delimitato il programma immediato: mantenere le conquiste rivoluzionare e sperare in tempi migliori per proseguire la costruzione del socialismo.

Anche se disseminato di ostacoli burocratici e da non pochi arretramenti, il processo di liberalizzazione e di riassetto economico riesce a mostrare un ritmo sorprendente. Dal 987 si è cominciato a stimolare gli investimenti stranieri, che nel 1995 hanno ottenuto un’ampia copertura legale, grazie all’approvazione di una specifica legge che li regolamentava. Nel 1992 si è approvata una importante riforma costituzionale, che ha riconosciuto la proprietà privata dei mezzi di produzione, aprendo le porte al decentramento delle imprese statali, a partire dall’eliminazione del monopolio statale sul commercio estero. L’anno successivo, nel bel mezzo di un calo galoppante del PIL, ogni cubano ha avuto l’autorizzazione a detenere dollari e altre divise forti, spendibili in una rete di negozi fino ad allora riservati agli stranieri residenti nel paese, ai turisti e a una ristretta cerchia di persone del posto. In quello stesso periodo è avvenuto il trasferimento di una robusta percentuale di terre dello Stato in mano a cooperative e, in minor misura, a piccoli contadini. Il lavoro in proprio nei servizi è stato promosso grazie a una legislazione più favorevole.

Nel 1994 si è avviato il processo di riassetto del bilancio, aumento dei prezzi, applicazione di imposte e contributi, volto a ridurre una pesante sovrabbondanza di liquidità monetaria. Nella seconda metà di questo stesso anno, lo Stato autorizzava i mercati liberi di prodotti alimentari, la cui condanna aveva costituito il punto di partenza del processo di “rettifica” avviato nel 1986. Già allora, a mano a mano che il cosiddetto “canestro” dei prodotti di base forniti con sussidio statale subiva progressive riduzioni, una parte consistente del consumo popolare si svolgeva su un libero mercato in dollari, incompatibile con i salari. Le misure introdotte tra il 1996 e il 1997 consolidavano le tendenze appena accennate, grazie alla riorganizzazione della legislazione e delle istituzioni economiche: autorizzazione all’insediamento di zone franche in quattro località del paese, modifica della legge doganale, riorganizzazione del sistema bancario, ecc.

La direzione politica cubana ha proclamato più volte i successi della propria politica di apertura nell’ultima fase.

In primo luogo, è riuscita a contenere il catastrofico crollo dell’economia, raggiungendo dopo il 1995 alcuni livelli di crescita che, nel complesso, si stima ammontino a qualcosa di più del 12%. Si dovrebbe dunque riconoscere che in questo modo si è sbarrata la strada a quella che era l’aspirazione dell’ultradestra americana e degli alleati di Miami: un’avanzata restauratrice, sulla pelle di una rivoluzione economicamente al collasso. Se si tiene presente che questi risultati si sono ottenuti nel bel mezzo di un forte scontro con gli Stati Uniti, il cui blocco economico e la cui ingerenza politica hanno rappresentato i fattori di catalizzazione della crisi, si dovrebbe allora attribuire a questo risultato un significato storico di portata nazionale e internazionale.

In secondo luogo - si argomenta ufficialmente - il recupero si è ottenuto senza dovere ricorrere all’ortodossia neoliberista; senza sacrificare i programmi della sanità, dell’istruzione e dell’assistenza sociale - i cui bilanci sono rimasti stabili o sono aumentati (fino a comprendere insieme circa il 60% del bilancio nazionale) - e conservando allo Stato un ruolo preminente. Anche questo è un merito da riconoscere, che parla dell’impegno sociale del programma della rivoluzione.

Restano tuttavia evidentemente in piedi domande chiave per qualsiasi osservatore od osservatrice si collochi politicamente a sinistra e sia convinto/a dell’importanza del lascito della rivoluzione cubana. Il processo di liberalizzazione e ristrutturazione economica a Cuba differisce dai processi in corso in America Latina non solo per quanto detto, ma perché per Cuba non si tratta di una semplice modifica di un codice operativo capitalistico, ma della radicale ristrutturazione dell’economia politica, dei metodi di regolamentazione sociale e di produzione ideologico-culturale prevalenti nei decenni precedenti. Di qui un segnale di trasformazione qualitativa di grande rilevanza: la graduale colonizzazione mercantile dei terreni di intervento sociale, con il conseguenziale porsi di una serie di sfide a vari livelli, che attengono al tema centrale della politica: la distribuzione del potere. Se partiamo dalla verità assiomatica che il combinarsi di antimperialismo militante con servizi sociali gratuiti non coincide con socialismo, c’è però da interrogarsi sull’ampiezza dei cambiamenti del sistema, in un primo momento sul terreno sociale (più specificamente socialista), poi su quello della riarticolazione complessiva della politica.

Un’idea centrale che anima questo articolo è che la riforma stia producendo una ricomposizione sociale di classe in funzione di un blocco tecnocratico-imprenditoriale emergente e a detrimento della posizione dei settori popolari. Tale tendenza, che porta a una restaurazione capitalistica nel paese (in nome del socialismo e sotto l’amministrazione del Partito comunista) non è inesorabile. Perciò un’altra idea centrale è che esistano alternative per la comunità socialista, inseparabili dall’articolazione dell’agenda rivoluzionaria cubana con un progetto alternativo di sinistra su scala internazionale, cosa che implicherebbe un rinnovamento molto sostanzioso del sistema politico in funzione di un genuino potere popolare.

 

 

Lo scenario precedente: l’utopia sovvenzionata

 

La dinamica della società cubana tra il 1959 e il 1989 è stata dominata da tendenze contraddittorie: il livellamento e la mobilità sociali. La prima tendenza ha predominato nei primi anni e ha trovato il suo punto di partenza nella radicalità dell’evento rivoluzionario, che ha portato alla liquidazione virtuale dei settori borghesi e del ceto medio, emigrati o sottoposti a un processo di proletarizzazione. La società si è andata a poco a poco organizzando intorno al prevalere di forme sociali e statali di proprietà dei mezzi di produzione. Al tempo stesso, il livellamento sociale è stato accompagnato da un processo di mobilità in senso ascendente della maggioranza (particolarmente forte fin dalla metà degli anni Settanta), basato su programmi statali di offerta di posti di lavoro e servizi sociali. A mo’ di semplice illustrazione, nel 1953 il 57% della popolazione risiedeva in zone urbane, gli analfabeti erano circa un quarto della popolazione e soltanto l’11% di questa aveva un livello di istruzione media o superiore. Fino al 1989, l’ultimo anno in cui sono stati pubblicati gli annuari statistici, risultavano 10,5 milioni di abitanti, il 73% dei quali vivevano in zone urbane. Circa il 38% del totale della popolazione risiedeva in città di oltre 100.000 abitanti. A quella data l’analfabetismo era ormai un remoto ricordo, più della metà della popolazione aveva un livello d’istruzione superiore al sesto grado di insegnamento, il numero dei tecnici e dei professionisti si aggirava sul mezzo milione, e circa 140.000 persone erano iscritte a corsi di insegnamento superiore.[2]

L’intensa mobilità sociale, anche quando portava a un’oggettiva differenziazione dei soggetti, non ha proporzionalmente implicato l’autoriconoscimento delle identità settoriali, condizionato da diversi fattori tendenti ad enfatizzare il concetto di “popolo” come veicolo socio-politico della trasformazione sociale e della difesa nazionale. Il sistema politico ha dato conto della situazione ascrivendola al modello leninista di organizzazioni settoriali che operavano come “cinghie di trasmissione” tra popolazione nel suo insieme e “avanguardia” organizzata nel Partito comunista. Il risultato non poteva essere altro che un rigido concentrato dell’autorità politica.

Quest’ultimo dato si basava sulle capacità della classe politica rivoluzionaria di effettuare la regolamentazione sociale in condizioni semimonopolistiche perlomeno in tre sensi. Innanzitutto, effettuando l’assegnazione di risorse tramite una pianificazione centralizzata, orientata e singolare, che si è vista potenziata dall’ingresso di Cuba nel blocco economico sovietico agli inizi degli anni Settanta. Da allora (e fino al 1987) l’economia cubana ha conosciuto un processo di crescita estensiva, con risorse relativamente abbondanti e all’insegna di un’economia politica contrassegnata da una produzione non molto esigente, una distribuzione ugualitaria e un consumo sovvenzionato.

A un secondo livello, il modello leninista di organizzazione politica - lubrificato da un forte consenso sociale - si strutturava in un saldo meccanismo di controllo politico (non solo per quanto riguarda la repressione delle tendenze antisistema - effettivamente poco rilevanti fin dall’inizio degli anni Sessanta - ma anche la loro prevenzione), nella mobilitazione popolare e nella socializzazione dei valori e dei comportamenti politici.

In terzo luogo - nell’elencazione, ma non per importanza - ci sarebbe da sottolineare la capacità della direzione politica di promuovere un’ideologia credibile e legittimante, che funzionava come una sorta di paradigma ideologico rispetto ai suoi riferimenti sia interni sia esterni. Si trattava di un’ideologia salda, che lasciava scarso spazio all’incertezza sul triplice interrogativo sul presente, sul miglioramento e sulle possibilità; coerente, dato lo stretto legame tra le percezioni delle realtà quotidiane espresse dal tessuto sociale e il discorso ufficiale; ma anche accessibile al cittadino comune, in quanto condivideva valori molto cari alla cultura politica nazionale, che esaltavano i principi etici come guida della politica, il patriottismo, l’internazionalismo, la giustizia sociale, ecc. Il capitalismo, con tutte le sue categorie organiche (borghesia, consumismo, disuguaglianza, mercato, ecc.) è stato duramente condannato e considerato parte di un passato che non avrebbe più avuto un’occasione ulteriore.

Naturalmente, questo schema recava in sé serie contraddizioni, derivanti dalle sue dichiarate intenzioni di collettivizzazione del potere e dalla graduale appropriazione di questo ad opera di uno strato burocratico affiorante nel corso degli anni Sessanta e definitivamente consolidatosi nel decennio successivo all’ombra del cosiddetto “processo di istituzionalizzazione”. In termini di sistema, il rafforzamento del corpo burocratico si è potuto ottenere unicamente al prezzo dell’estendersi di rapporti clientelari-paternalistici, dell’arresto del processo di collettivizzazione del potere e quindi del congelamento dello sviluppo socialista del progetto.[3]

La storia si è preoccupata di dimostrare virtù e inconvenienti di questo tipo di ordinamento del funzionamento politico-sociale. Finché si è trattato di una società con un basso livello di ciò che Giddens chiama “universalizzazione e riflessività sociale”,[4] questo schema ha funzionato efficacemente: ha consentito di affrontare felicemente il pericolo esterno costituito realmente dall’aggressività nordamericana, ha facilitato la mobilitazione e un’equa distribuzione delle risorse disponibili, ha promosso una cultura politica solidale e un ampio tessuto di partecipazione e di mobilitazione popolare, tra le altre cose. Ma le sue stesse conquiste andavano producendone l’obsolescenza, soprattutto quando la mobilità e l’elevata qualificazione del soggetto sociale ha cominciato a scontrarsi con la rigidità dei meccanismi di controllo socio-politico, cosa che tendeva a provocare disfunzioni quali l’apatia e l’indifferenza politica.

La riforma economica ha fatto il resto. Il mercato, attore discreto nei decenni precedenti, ha preso a svolgere un ruolo più accentuato nell’allocazione delle risorse e nella distribuzione dello scarso surplus, e quindi nella rimodulazione dei rapporti di potere. E i comuni cittadini cubani hanno cominciato ad accorgersi con inquietudine che il futuro non era poi così sicuro come per anni si era detto nei discorsi ufficiali.

 

 

Tra compagni e investitori: società, politica e rapporti di potere

 

Una delle costanti del discorso ufficiale cubano è stata: da un lato, accettare l’utilità di rinnovare periodicamente le strutture politiche; dall’altro lato, circoscrivere le dimensioni di questi cambiamenti a una serie di elementi, che vanno dall’inviolabilità di alcuni precetti - ad esempio il monopartitismo - al rifiuto frontale di qualsiasi mutamento indotto da pressioni esterne; un dato, quest’ultimo, perfettamente comprensibile, se teniamo conto della pretesa nordamericana di modificare il sistema politico cubano, fino al punto di riuscire a recuperare un ruolo di protagonista decisivo rispetto ai problemi interni.

 

Fievoli echi di un dibattito

Il 1990 ha segnato un momento significativo nella dinamica del rinnovamento politico. Non si è trattato davvero di un “anno buono”. L’economia, dal 1987, aveva dimostrato una ostinata tendenza al declino, che non si è riusciti a invertire con il programma di “rettifica” proclamato dalla direzione rivoluzionaria. Le costruzioni ideologiche sull’irreversibilità del sistema socialista erano state colpite duramente, in primo luogo dalle ripercussioni della perestrojka, poi dal tutt’altro che edificante crollo del Muro di Berlino. Nella seconda metà del 1989, la società cubana è stata scossa dalla denuncia pubblica di episodi di corruzione da parte di alcuni membri degli alti gradi dell’esercito e della sicurezza, nonché dell’apparato civile.

L’esigenza di recuperare spazi di consenso e di consolidare la legittimità del regime è stata colta dalla classe politica come un compito non più rinviabile in vista del IV Congresso del Partito comunista, previsto per il 1991. Il Partito ha quindi promosso la convocazione di una discussione pubblica volta ad “[...] auspicare un consenso che abbia come base il riconoscimento della diversità di criteri che può esservi nel popolo e che possa rafforzarsi attraverso la discussione democratica all’insegna del Partito e della Rivoluzione, soprattutto nella ricerca di soluzioni, nell’esame di varianti per raggiungere concreti obiettivi economico-sociali, e in generale nella riflessione volta a perfezionare la società in cui viviamo”.[5] Per alcuni mesi la società cubana ha vissuto il dibattito più libero e democratico di tutta la sua storia. Milioni di persone in decine di migliaia di posti (scuole, luoghi di lavoro, comunità) hanno esercitato il loro diritto di critica, di proposta di soluzioni o semplicemente di scelta su temi che andavano dalla vita di ogni giorno fino alla politica ad alto livello. I risultati di questa discussione non sono mai stati resi pubblici, ma le informazioni varie o le osservazioni effettuate davano conto di un dibattito che faceva intuire un rinnovamento profondo del sistema, nel quadro di un impegno di fondo rispetto agli obiettivi socialisti e di indipendenza nazionale. La classe politica cubana aveva sotto gli occhi un insieme di informazioni sufficienti a tastare il polso sullo stato d’animo, le aspirazioni e le opinioni della maggior parte della popolazione.

Le trasformazioni politiche nel biennio successivo (1991-1992) hanno cercato di tenere presenti queste richieste, ma le iniziative intraprese sarebbero risultate una sorta di fievoli echi dell’intensità dei precedenti dibattiti.

Innanzitutto si è prodotta una consistente riforma costituzionale, che ha modificato circa il 60% del complesso degli articoli e, per quanto buona parte dei mutamenti si riferissero alla sfera economica (sistema proprietario, decentramento del commercio estero, ecc.), altri investivano - perlomeno al livello di dichiarazioni - quel che Azcuy[6] ha chiamato “i noccioli duri” della Costituzione del 1976: la proclamazione del carattere non confessionale dello Stato; il divieto di qualsiasi forma di discriminazione contro i credenti; la soppressione dei richiami al centralismo democratico e al potere unico; la soppressione della definizione rigidamente classista della base sociale dello Stato; l’introduzione di elezioni dirette dei membri del parlamento, ecc. La successiva Legge elettorale ha tenuto conto di quest’ultima proposta e, pur avendo avuto il pregio di reiterare la non ingerenza diretta del Partito comunista nella nomina dei candidati e nelle votazioni e di rafforzare il ruolo degli organismi sociali e di massa in queste funzioni, ha limitato il suo apporto democratico al fatto di restringere il principio della concorrenza, che aveva costituito il banco di prova della vitalità delle elezioni locali. Al tempo stesso si è dato vita a nuove strutture sotto-comunali - i Consigli popolari - che hanno svolto un ruolo molto importante nel mobilitare le risorse locali, nel prendere decisioni a questi livelli e in certi casi nell’elaborare progetti comunitari a forte vocazione partecipativa e ispirati all’autogestione.

Ciò che alcuni settori avevano intravisto come promettente avvio della costruzione di una democrazia pluralista e partecipativa in grado di fornire una risposta politica alle mutate condizioni sociali in funzione della continuità socialista, si è ridotto a una serie di mutamenti specifici, più interessati alla governabilità che non alla democrazia.

La questione è alquanto complessa e politicamente rischiosa. Non si tratta soltanto di valutare fino a che punto sono più o meno democratici i cambiamenti operati nel sistema politico formale, ma di soppesarne la qualità, a cominciare dall’ammissione del fatto che a Cuba la politica cambia a un ritmo vertiginoso anche quando non si manifesta sul piano formale, e che la governabilità che si pretende di garantire si riduce sempre più a una forte alterazione dei rapporti di potere organica al nuovo modello di accumulazione.

Detto in altri termini: se la politica non è soltanto - né principalmente - un problema istituzionale o normativo, ma soprattutto - per riprendere una definizione di Held[7] - l’inserimento dei protagonisti e dei soggetti nel controllo dell’assegnazione di risorse e valori, allora si può sostenere che a Cuba la politica stia cominciando a soffrire di un progressivo slittamento in funzione del nuovo modello di accumulazione, la cui manifestazione più nitida consiste nella rimodulazione delle diramazioni sociali del potere. Di conseguenza, i mutamenti formali che possono verificarsi oggi saranno molto diversi da quelli che si potranno verificare in futuro, una volta significativamente modificata la interconnessione di poteri.

Una sintetica analisi del processo di riassetto sociale mostrerebbe una duplice tendenza al rafforzamento di un blocco tecnocratico imprenditoriale vantaggiosamente legato al mercato e con possibilità di ergersi in blocco sociale egemone, e al tempo stesso alla frammentazione e all’indebolimento degli strati popolari.[8]

 

Il riciclaggio delle élites

Dal punto di vista che qui ci interessa, l’effetto socialmente più rilevante del processo di apertura e di riforma economica è stato l’incipiente delinearsi di un nuovo blocco sociale - che chiameremo “tecnocratico-imprenditoriale” - nel quale si possono distinguere tre componenti essenziali:

- Una prima componente di questo blocco emergente si colloca nell’ambito degli investimenti stranieri. Secondo i dati disponibili, nel 1990 il numero di investimenti stranieri non superava la ventina. Nel 1994 esistevano 176 società con partecipazione di capitale straniero, per un ammontare di circa 1.500 milioni di dollari. Contemporaneamente, si registrava la presenza di 400 aziende commerciali.[9] Alla fine del 1996 si registravano 260 investimenti stranieri, alcuni dei quali cominciavano a insediarsi nella zone franche industriali di recente creazione. Nello stesso anno si indicavano presenti circa 800 rappresentanze di imprese straniere.[10] Esattamente nella misura in cui si tratta regolarmente di società con partecipazione dello Stato, il settore è strettamente connesso a uno strato di imprenditori e gestori locali che condividono esperienze fondamentali, modi di vita e aspirazioni sostanzialmente diverse dal resto della popolazione.

- La seconda componente del blocco emergente sarebbe costituita dai dirigenti delle imprese statali che hanno acquisito posizioni vantaggiose sul mercato mondiale, e quindi livelli superiori di autonomia. Queste nuove attribuzioni sono incompatibili con la figura tradizionale dell’amministratore di beni pubblici nel quadro dell’economia centralmente pianificata, eternamente stretta nella morsa della tragica triade del “non so, non posso, non voglio”. Al suo posto affiora un nuovo tipo di imprenditore nazionale, più preoccupato dalla massimizzazione dei guadagni che non da altre considerazioni politiche. Anche il numero di questo tipo di imprese sarà per forza destinato ad accrescersi con l’avanzare della riforma.

- Una terza componente (potenziale) del blocco è rappresentata dalle persone (contadini agiati, mediatori commerciali, fornitori di servizi, ecc.) che hanno accumulato forti somme di denaro tramite la speculazione sul mercato nero, spesso a spese delle risorse statali. Dato che la maggior parte di questi patrimoni hanno origini illecite, è impossibile quantificarne il potenziale economico. Però possiamo avvicinarci alle sue dimensioni grazie all’analisi della struttura dei conti correnti, in cui si deposita circa il 60% del totale della liquidità monetaria e che negli ultimi anni hanno presentato un’inquietante tendenza alla concentrazione.

Stando alle informazioni fornite dal Banco Nacional de Cuba e da altre agenzie ufficiali, fino alla fine del 1994 il 14% del totale dei conti correnti controllava il 77,8% dell’ammontare complessivo del risparmio. Un anno dopo, il 13,1% dei conti contenevano l’83,7% dell’ammontare totale, e nel 1996 la concentrazione era cresciuta al punto che solo il 12,8% (poco più di 600.000 conti) deteneva l’84,7% del totale, per oltre 6,6 milioni di pesos. Più significativo è forse il dato che in quest’ultimo anno il 2,7% dei conti si accaparra il 43,8% del risparmio. Rispetto all’anno precedente, i depositi con un risparmio fino a 20.00 pesos hanno conosciuto un calo di circa 300 milioni di pesos, mentre quelli superiori a 20.000 hanno aumentato il loro ammontare per un valore di 74,1 milioni di pesos.[11]

Con le operazioni di liberalizzazione dei mercati agricoli e pastorizi e dei prodotti industriali, come con l’introduzione del lavoro in proprio, questo settore non solo ha incrementato e “riciclato” le sue ricchezze ma ha anche ottenuto un maggior controllo dei circuiti di circolazione e di vendita del mercato interno. In un futuro non lontano esso avrà una funzione di investimento nella piccola e media impresa e nelle contrattazioni con il settore formale dell’economia, ampliando con ciò le proprie possibilità di accumulazione.

Come il lettore potrà facilmente immaginare, questi gruppi, in particolare i primi due, provengono dalla stessa burocrazia tradizionale - civile e militare - e dai familiari di questa, o sono composti da giovani tecnocrati promossi dalle politiche vigenti. Anche nel terzo gruppo si può trovare un forte nesso tra i traffici privati più prosperosi - ristoranti e affitto di case a turisti - ed alti burocrati in pensione e loro familiari, dal momento che questi traffici richiedono, in ultima analisi, case confortevoli e ubicate in punti strategici, che lo Stato aveva assegnato in precedenza appunto a questo tipo di persone.

 

La frammentazione dei settori popolari

Prima del 1989, gli strati di lavoratori cubani costituivano una massa relativamente omogenea. In quest’ultimo anno, circa 3,5 milioni di persone, il 94% della forza lavoro occupata nel settore civile, erano salariati dell’economia di Stato, organizzati sindacalmente nella stragrande maggioranza e protetti da un codice del lavoro molto paternalista. I lavoratori in proprio erano poche migliaia, il settore contadino - indipendente o cooperativo - era numericamente esiguo e conosceva una progressiva riduzione. La crisi e il processo di “riaggiustamento” e di liberalizzazione sono andati sostanzialmente trasformando questo scenario.

In primo luogo, occorrerebbe considerarne la ripercussione sui settori salariati, in particolare sulla classe operaia. Questi settori subiscono un drastico ridimensionamento degli effettivi, in seguito al crearsi di nuove occasioni di lavoro più lucrative nel settore privato o cooperativo e dello stesso processo di riduzione dell’impiego in soprannumero nelle imprese statali. Nel 1996 questo settore occupava il 78% della popolazione attiva, un 16% in meno rispetto a otto anni prima.

Non meno rilevante, l’indebolimento economico conseguente alla dollarizzazione dei prezzi di una parte consistente dei beni di consumo e dei servizi e al persistere di salari concepiti per un consumo sovvenzionato. In questo senso, i settori dei salariati statali sono sottoposti a un regime di supersfruttamento, proprio nella misura in cui il prezzo della forza lavoro è inferiore al costo della sua riproduzione. Stando a calcoli ufficiosi,[12] una famiglia cubana di quattro persone, nella quale almeno due lavorino e percepiscano un salario medio, avrebbe bisogno del doppio di quanto possiede per garantirsi il consumo minimo di generi alimentari, prodotti igienici e servizi commerciali.

Nella vita reale, a questo stato di cose si rimedia in vari modi. Circa il 20% dei salariati, collocati in aree privilegiate grazie alla nuova dinamica economica (turismo, tecnologia di punta, industrie esportatrici), ottiene introiti in moneta o in natura addizionali rispetto al salario ufficiale, e questo starebbe creando una potenziale riconfigurazione della classe operaia e dei salariati in genere ad opera del capitale internazionale. In altri casi, questi stessi lavoratori sono riusciti a inserirsi in attività gestite in proprio, sia formalmente (un 26% circa di licenze concesse nel 1996 erano state assegnate a dipendenti statali) sia informalmente. Ma si ricorre spesso anche ad altri espedienti non connessi al lavoro, con il conseguente proliferare di attività anormale. Un caso del genere può essere quello degli aiuti economici da parte di familiari emigrati; un altro, non meno rilevante, è quello della corruzione. Non occorre soffermarsi a considerare le implicazioni etiche e ideologiche di questi metodi di sopravvivenza.

Un’altra significativa tendenza sociale è data dal proliferare di settori di produttori, in cooperative o privati, non salariati.

Vale la pena di sottolineare soprattutto la situazione dei piccoli contadini privati e dei produttori associati in cooperative che, per varie ragioni, non hanno raggiunto un elevato livello di risparmio. Come abbiamo accennato, questi settori avevano conosciuto una graduale diminuzione in assoluto dopo la vittoria della rivoluzione, cosicché se nel 1970 costituivano l’11% degli occupati nel settore civile, ne rappresentavano solo il 5% nel 1989. Con la creazione nel 1993 delle Unità di base di Produzione cooperativa (UBPC), questo stato di cose si è drammaticamente invertito e, pur non esistendo statistiche ufficiali, si calcola che circa 300.000 persone siano andate a ingrossare le file del settore della cooperative agricole, che interessa il 30% delle terre coltivate. Altre 50.000 persone avevano ottenuto terra in proprietà.[13]

Un altro settore che ha mostrato un’espansione considerevole è quello del lavoro in proprio, specie nelle aree urbane. Questo lavoro non era sconosciuto alla società cubana. Negli anni Settanta, questo tipo di attività aveva raggiunto un certo grado di espansione, ma venne boccato tra il 1986 e il 1989, quando il cosiddetto “processo di rettifica” lo considerò indesiderabile ai fini socialisti. Nell’estate del 1993 il lavoro in proprio è stato di nuovo riabilitato come occasione di nuovi posti di lavoro e per limitare la ripresa del mercato nero. Per quanto nel cosiddetto “lavoro in proprio” si nascondano veri e propri patrimoni che hanno ottenuto le posizioni migliori e sono riusciti ad affrontare con successo l’escalation fiscale del governo, la maggior parte dei traffici favoriti da questa legge rappresentano attività di singoli o familiari i cui introiti netti, pur superando quelli percepiti dalla maggior parte dei lavoratori del settore formale, non consentono una base per l’accumulazione.

Fino al febbraio del 1994 esistevano nel paese 142.000 gestori ufficiali di attività in proprio, una cifra che è salita a 160.000 nel giugno e a 208.346 nel gennaio 1996. Nel 1997 si registrava una significativa flessione fino a 160.000 persone. Le suddette cifre, ovviamente, non riflettono la vera dinamica di questo processo. Fino all’ultimo anno di cui si è detto, erano state presentate 401.847 richieste di licenze e avevano abbandonato l’attività 158.597 persone, il che dimostra un’elevata instabilità. Solo lo 0,9% del totale in attivo rientra nelle aree più lucrative, i ristoranti privati, e il 27% nelle piccole rivendite di alimentari e bevande analcoliche. All’epoca, il 26% di questi privati era costituito al tempo stesso da lavoratori del settore formale, il 30% era disoccupato, il 18% era composto di casalinghe (eufemismo che di solito sta a indicare donne disoccupate) e il resto erano pensionati. Per il 73%, i titolari di licenze erano uomini, il che fa pensare a un ruolo subordinato delle donne a sostegno dell’attività economica. Un dato interessante è che l’80% di chi è occupato in attività in proprio autorizzate legalmente aveva un livello di istruzione dal nono ngrado in su.[14]

Infine, la società cubana comincia a passare da una situazione di piena occupazione (legittimamente ritenuta una conquista rivoluzionaria, quand’anche fosse a prezzo di una notevole inefficienza economica) a un’altra in cui la disoccupazione diventa un elemento strutturale. Nel 1994 la disoccupazione dichiarata arrivava all’8,5% della popolazione attiva e nel 1997 ne rappresentava il 7%, cosa che taluni analisti hanno addirittura interpretato come un segnale positivo. Ma non si tratta di una irreversibile tendenza decrescente. Lo Stato è riuscito ad amministrare la disoccupazione grazie ad applicazioni molto graduali, anche ritardando in molti settori la razionalizzazione della pianta organica delle imprese statali. Nel quadro di tale gradualità, il mercato del lavoro ha fornito nuovi posti, in particolare nel settore privato emergente. Si calcola che il 70% della riduzione dell’occupazione nel settore statale sia stato riassorbito dal lavoro in proprio. È probabile che la futura autorizzazione della piccola e media impresa apra altre valvole di sfogo. Non si tratta però di un’occasione illimitata, per cui la popolazione disoccupata è destinata a continuare ad aumentare nei prossimi anni, anche nel caso in cui l’economia riesca a crescere effettivamente, proprio perché la condizione preliminare per la riproduzione economica nel nuovo modello di accumulazione è l’espulsione della manodopera eccedente.[15]

 

Ripensare il futuro da sinistra

 

Ripensare il futuro cubano da una prospettiva di sinistra è una necessità che va oltre il quadro nazionale. La resistenza del popolo cubano in difesa dell’indipendenza nazionale e delle sue conquiste suscita l’ammirazione del mondo intero e anima un movimento di solidarietà di grande valore morale e politico. L’intransigenza antimperialista della direzione storica cubana merita altrettanto di essere riconosciuta. Tutto questo però è importantissimo ma non è sufficiente.

Cuba rappresenta anche un’altra occasione: quella di costituire una componente di un progetto anticapitalista in formazione il quale, pur avendo varie concrezioni nazionali, è possibile solo su scala internazionale. Per questo, però, Cuba non deve solo salvaguardare le conquiste sociali e l’indipendenza, ma deve soprattutto proseguire nella gestazione di una nuova concezione dello sviluppo e della politica, e nell’instaurazione di un autentico potere popolare, democratico e pluralista. Alla società cubana non mancano le riserve: un forte tessuto di partecipazione popolare, una cultura politica permeata dal senso della solidarietà e della collaborazione, un soggetto sociale istruito e portatore di valori organici all’obiettivo socialista e importanti frammenti di una classe politica dotati di senso di responsabilità e di elevata sensibilità sociale. Non mancano neppure gli ostacoli, tra cui i più importanti sono proprio le condizioni particolarmente difficili che attraversa il paese per il recupero della propria economia e per il pesante divario nelle possibilità rispetto al mercato mondiale capitalista, il tutto acuito dalle ripercussioni dell’immorale embargo nordamericano, non solo sul piano economico ma anche su quello politico.

Scontata l’impraticabilità dell’autarchia, l’inserimento di Cuba nel mercato mondiale capitalista costituisce un’indispensabile condizione per la sopravvivenza nazionale. Questo però non implica l’accettazione fatalista delle regole del gioco della cosiddetta globalizzazione, e ancor meno che non si possano trovare strade alternative che modifichino sostanzialmente gli scenari esistenti. Comunque sia, un giudizio realistico non può impedire che, indipendentemente dalle misure preventive adottate, questo inserimento produca una drammatica trasformazione dei rapporti di potere e delle norme di comportamento statuali in funzione del processo di accumulazione.

Questa linea analitica non implica la necessità che si ridisegni la politica, che deve essere animata da tre principi sostanziali, contraddittori ma non si escludono l’un l’altro. In primo luogo, va garantita l’unità della nazione di fronte all’ingerenza imperialista. In secondo luogo, vanno rafforzati il soggetto popolare e le sue organizzazioni, cogliendone la crescente complessità. In terzo luogo, va riconosciuta la diversità sociale, ma sulla base dell’egemonia popolare e della subordinazione concordata dei settori emergenti non includibili in questa definizione. Si tratterebbe, in sintesi, di un paradigma della politica socialista che riconosca l’esistenza di contraddizioni e conflitti in una società complessa e che metta in atto meccanismi per risolverli democraticamente a vantaggio dell’egemonia popolare e dell’indipendenza nazionale.

 

Verso un nuovo associazionismo

Il rafforzamento del soggetto popolare passa inevitabilmente attraverso l’autonomia delle sue organizzazioni. Lo schema delle cinghie di trasmissione è risultato positivo ai fini rivoluzionari in condizioni storiche che ormai non esistono più. Nelle condizioni nuove, le organizzazioni popolari dovranno assumere spazi contrastanti, anche rispetto alle politiche dettate dallo Stato.

In primo luogo, occorrerebbe stimolare le organizzazioni settoriali che già esistono. Diciamo, ad esempio, che la Federazione delle Donne cubane, un’istituzione che ha agli atti un importante ruolo di difesa della mobilità sociale femminile, deve riacquistare la propria funzione a partire da un’ottica di sfida femminista alle strutture di oppressione di genere che permeano la società cubana e che potrebbero rafforzarsi ulteriormente in futuro, alla luce delle esigenze di un modello di accumulazione che ha uno dei suoi pilastri nel degrado della forza lavoro femminile.

Qualcosa di simile si potrebbe dire dei sindacati. Finché hanno operato in un’economia sovvenzionata e sono stati protetti da un codice del lavoro paternalista, essi sono riusciti a conservare la loro legittimità, pur esercitando ruoli modesti nella vita lavorativa. Nella misura in cui il nuovo modello di accumulazione impone lo sfruttamento intensivo della forza lavoro e ne innalza il costo della riproduzione, l’ambito lavorativo diventa un nuovo compendio di alienazione e contraddizioni, la cui rappresentanza potrà essere assunta soltanto da un sindacalismo militante che sia legalmente abilitato a usare qualsiasi mezzo di pressione, sciopero incluso.

Tutto questo ha un costo. Diciamo, ad esempio, che un sindacato più battagliero potrebbe suscitare riserve in un capitale straniero poco sofisticato, che cerca di massimizzare i profitti nel minor tempo possibile.[16] Ma si tratta di un costo imprescindibile, e comunque non è questo per forza il tipo di capitale che va attirato in un paese che dispone di elementi di “attrazione” economica più sofisticati di una manodopera docile e a basso costo.

In secondo luogo, il potenziale delle organizzazioni popolari nella Cuba di oggi non si esaurisce nelle organizzazioni sociali e in quelle di massa tradizionali. Da cinque anni in qua, la società cubana ha assistito al sorgere di numerose associazioni, alcune delle quali a forte vocazione politica, i cui denominatori comuni sono stati l’impegno a fondo per un socialismo rinnovato e per l’indipendenza nazionale. Tra queste, meritano di essere segnalate associazioni civili, organizzazioni non governative, istituti accademici, movimenti comunitari, ecc. In particolare, i movimenti comunitari hanno tentato in pratica di offrire un’alternativa di sviluppo e convivenza a partire dalla comunità, e di superare così la tradizionale antinomia mercato-Stato che ha riempito per anni il dibattito pubblico a Cuba.[17] Paradossalmente, tutti questi movimenti hanno patito limitazioni burocratiche, la cui principale manifestazione è stata la produzione da parte dell’alta gerarchia di partito di un documento in cui essa dichiarava la sua intenzione di amministrare la dinamica di queste associazioni, a partire dalla configurazione di una “società civile socialista”, i cui parametri di inserimento (od esclusione) non sono mai stati definiti, per cui restano soggetti all’arbitrio degli organi burocratici.[18] Gli argomenti ufficiali con cui si è giustificata questa operazione, al pari di altri atteggiamenti restrittivi nei confronti dell’autonomia delle organizzazioni, si sono basati sulla considerazione che la strategia di ingerenza statunitense aveva decisamente preso in esame di utilizzare a Cuba la società civile come la strada per scalzare il sistema, riproponendo qui le formule impiegate in alcuni paesi dell’Est europeo. E certamente, questa strategia di ingerenza ha costituito una costante fin dal 1980, dichiarata con la Legge Torricelli (1992) e con la Helms-Burton (1996), che hanno concepito un secondo canale di operazioni dirette alla cooptazione di specifici settori sociali e politici, comprese (anche se non esclusivamente) componenti della società civile.[19] È quindi perfettamente comprensibile che lo Stato cubano abbia cercato di salvaguardare la sovranità nazionale dalle intenzioni sovversive nordamericane, e che per farlo debba istituire filtri politici preventivi. Potrebbe però sembrare paradossale che lo faccia imponendo limitazioni e controlli burocratici a organizzazioni che hanno già espresso in dichiarazioni e nella pratica un completo rifiuto nei confronti delle pretese nordamericane di ingerenza, non inferiore a quello manifestato dallo Stato stesso.[20] Forse la reazione statale contro la “società civile” non sta solo manifestando lo zelo patriottico della classe politica o la tradizionale resistenza della burocrazia a riconoscere competenze legittime sul controllo sociale, ma anche la sua disponibilità a offrire al capitale internazionale “un paese ordinato”, incompatibile con l’esistenza di organizzazioni autonome e battagliere.

Infine, il rafforzamento del soggetto popolare non può ridursi alle revitalizzazione della organizzazioni esistenti, ma deve estendersi all’emergere di associazioni organiche rispetto ai nuovi protagonisti e strati sociali nel processo di accumulazione.

Un primo caso paradigmatico è quello delle migliaia di lavoratori in proprio. La posizione intermedia di questo settore nella struttura sociale emergente ne condiziona oggettivamente l’ambiguità politica rispetto alla continuità socialista. Come accennavo prima, la maggior parte di questi lavoratori dipendono fondamentalmente dai proventi del proprio lavoro e, anche se nell’attuale anomala congiuntura economica i loro introiti sono relativamente elevati, essi non sono tuttavia in condizioni di accumulare. La qualità della loro esistenza continua a dipendere in larga misura dalla fornitura di servizi sociali e dall’impegno statale rispetto al pubblico benessere. Ma, al tempo stesso, sempre più abituati a operare individualmente, essi tendono a limitare la propria visione del mondo al regno più meschino dei guadagni personali, frutto di quelli che oggettivamente sono “affari loro”. Essi quindi percepiscono i loro doveri sociali, ad esempio quello di versare le tasse, come ingiustificate esazioni che sbarrano loro la strada verso più elevati livelli di arricchimento. Il diniego dell’ultimo Congresso del Partito comunista (1997) di consentire il formarsi di piccole e medie imprese pone di fatto un freno a quel che avrebbe rappresentato un incentivo al passaggio di cooperative e altre associazioni di produttori di servizi appunto a piccolo-medie imprese.

Un caso analogo per le possibili implicazioni politiche è dato dai lavoratori delle cooperative agricole, soprattutto quelli che fanno parte delle UBPC. Come accennavamo, esse sono state create nel 1993 come risposta dello Stato per ottenere migliori rendimenti agricoli in maniera decentrata. Circa il 29% della terra dello Stato è stata ceduta in possesso a gruppi di lavoratori, cosa che ha rappresentato il passo più ardito della collettivizzazione da parte della Rivoluzione cubana negli ultimi lustri. Andrebbe ammesso, comunque, che l’insediamento delle UBPC ha mancato fin dall’inizio di una chiara percezione politica, cosa che a distanza di cinque anni le segna ancora di un’impronta utilitaristica e immediatista. Inizialmente le UBPC sono sorte con la costrizione burocratica di non poter avere libero accesso al mercato, ed erano soggette alle impalcature amministrative delle imprese statali. Dalla fine del 1994 è stato consentito l’accesso al mercato, cosa che ha indubbiamente prodotto una parziale ripresa dinamica di queste istituzioni.[21] Ma senza altre iniziative politiche, tale ripresa potrebbe assumere un corso particolare, a detrimento delle sue potenziali funzioni come riserva di proprietà socialista e dei suoi livelli di democrazia interna. Evitare questi elementi non dipenderà dal successo economico - anche se questo è indispensabile - ma dal disegno politico più generale in cui tali cooperative si inseriranno.

I lavoratori indipendenti - in proprio, in cooperativa o legati in futuro alla piccola e media impresa - si rivelano dunque una sfida per una classe politica abituata al controllo verticistico accentrato. Le politiche in atto sono consistite nell’inserire questi lavoratori nei sindacati esistenti, il che evidentemente non è funzionale sia per i sindacati sia per i lavoratori in proprio e per la cooperative, e di fatto l’appello ha avuto magri risultati. Tutto fa pensare che sarebbe più logico stimolare l’organizzazione di questi settori in apposite organizzazioni in grado di rappresentarne gli specifici interessi in seno al sistema, anche se questo implica un nuovo modo di concepire la politica e di farla.

Solo a partire da un simile potenziamento del soggetto popolare nelle varie sfere politico-sociali si può concepire un disegno economico alternativo, che coniughi forme di economica popolare[22] con meccanismi di cogestione e autogestione, a partire da un modello imprenditoriale decentrato, sia esso sotto l’etichetta della proprietà statale, di quella mista o di quella privata; e che al tempo stesso contenga altre forme organizzative di consumatori i quali, protetti da una legislazione coerente, riescano a contrastare l’effetto predatorio del mercato (sia questo controllato dal settore privato o da quello statale) sui livelli di consumo della popolazione.

Questo stesso disegno politico deve contemplare lo spazio - necessario ma subalterno - del settore tecnocratico imprenditoriale. La rilevanza di questi settori emergenti non dipende dalla loro consistenza quantitativa. In termini numerici, non parliamo che di poche migliaia di persone, la cui collocazione nella scala sociale è ancora instabile, che mancano di proprie strutture organizzative e che non hanno ancora sviluppato una coerente coscienza settoriale. L’importanza del settore attiene invece a parametri qualitativi, costituiti in primo luogo dal fatto che esso si posiziona nelle aree più dinamiche dell’economia, cosa che lo dota di “beni politici intercambiabili” rispetto alla classe politica e alla burocrazia tradizionali. Si tratta di una relazione biunivoca complementare, ancorché non priva di contraddizioni, in cui i settori emergenti forniscono alle élites tradizionali i surplus economici per la riproduzione del modello politico vigente, mentre queste garantiscono la pace sociale indispensabile al nuovo modello di accumulazione. Inoltre, in fondo, non dobbiamo dimenticare che i nuovi tecnocrati e imprenditori provengono dall’interno della burocrazia tradizionale, o sono stati formati a partire dalle politiche da essa applicate, il che li inserisce in una rete molto selettiva di rapporti personali e di accesso a varie risorse (informative, materiali, ecc.).

L’importanza qualitativa si manifesta anche nel possesso di un’elevata capacità di produzione ideologica e culturale, per la quale serve soltanto mostrarsi al cospetto della società come simboli del successo personale in rapporto al mercato. Questo si è ripercosso sugli atteggiamenti e sui comportamenti di segmenti significativi di settori popolari, che oggi considerano come misura del successo o semplicemente come una legittima resistenza ai fini della sopravvivenza ciò che prima percepivano come deviazione dalla norma (accomodamento, corruzione o emarginazione). Il paradigma altro non potrebbe essere che il modello cinese edulcorato, eloquente quanto alle sue acquisizioni economiche e consumiste e reticente quanto ai deprimenti effetti sociali, politici, culturali e ideologici.

Qui, e non negli insignificanti gruppi dissidenti - con i quali il sistema ha imparato a convivere senza troppi fastidi - sta l’effettiva base sociale di un termidoro cubano, nonché ciò che potrebbe in futuro costituire un problema di fondo: la radice di una mafia tropicale che già comincia a mostrare la propria influenza.

I principali argini al suo eventuale dispiegarsi come blocco egemone sono rappresentati dal persistere dell’alleanza delle classi popolari con la direzione politica emersa dalla rivoluzione. Come dicevamo sopra, i segnali di cautela mostrati dalla direzione politica (in particolare da quelle figure che ne costituiscono la guida storica) di fronte all’avanzare del mercato e della riforma, indipendentemente dalla valutazione tecnica che possano meritare, esprimono il permanere di questo impegno sociale di base, per i più indiscutibile data l’esigenza di conservare l’unità nazionale di fronte all’ostilità nordamericana. Di conseguenza, lo stato attuale della riforma economica a Cuba conserva ancora una forte compartimentazione dei settori economici e una situazione di mercati frammentati, il che rende difficili i rapporti orizzontali tra le varie componenti richiamate, nonché all’interno di ciascuna di esse. Non è difficile, tuttavia, avvertire che questo elemento strutturale determinante verrà diluito dalla forza del mercato se non implica il rinnovamento del proprio blocco popolare e la sua proiezione come forza autonoma e con proprie collocazioni politiche.

In termini formali, questo icomporterebbe trasformazioni strutturali, normative e procedurali, nessuna delle quali ha a che fare con le esigenze nordamericane in favore di una democratizzazione liberale del sistema.

 

L’istituzionalità e la costruzione democratica

Un primo anello della catena sarebbe un sottosistema municipale più capace e più partecipe, come spazio primario di concertazione di interessi e di contrattazione politica. Gli spazi locali cubani hanno smesso di essere semplici vettori di uno sviluppo regionale equilibrato centralmente pianificato. Essi cominciano invece a sperimentare sviluppi disuguali, a seconda della loro collocazione rispetto alle dinamiche tracciate dal mercato mondiale. Poli turistici, aree minerarie, zone franche industriali sono nuove variabili che frammentano lo spazio nazionale e diversificano quello locale.[23] Le stesse società locali si modificano con la comparsa di agenti economico-sociali generati da nuovi rapporti di potere. In un contesto del genere, resta scarso spazio per il modo tradizionale in cui si alimentano le prese di decisioni plasmate dal piano economico centralizzato: l’aggregazione di richieste da parte della popolazione e la trasmissione di queste tramite meccanismi verticali. In uno scenario di contrattazioni, il piano dovrebbe essere indicativo, decentrato e plurale. Lo spazio locale cubano deve costituire un primo momento nella pianificazione democratica.

A livello macro si impone la ridefinizione del modo in cui si costituiscono gli organi rappresentativi di governo ai vari livelli. Questo, finora, ha funzionato soltanto a partire dal voto popolare organizzato territorialmente, nel caso delle istanze provinciali e nazionali senza spazio per elezioni concorrenziali. Ciò ha inciso, da un lato, sull’assenza di rappresentanza nei governi locali di gruppi di lavoratori presenti nei territori, e nella sovrarappresentanza di settori emarginati, come le donne; da un altro lato, ha inciso sull’erosione della capacità di deliberare degli istituti rappresentativi o sul ricorso a finzioni legali onde garantire tale rappresentanza laddove indispensabile. Un nuovo progetto suggerirebbe di comporre questi istituti a partire da fonti diverse, che soddisfino le esigenze di rappresentanza territoriale, settoriale e di interessi. Sempre considerando, naturalmente, che il tutto passerebbe per la convalida concreta del precetto legale che conferisce agli organismi rappresentativi i principali poteri statali in ciascun territorio. Finora gli organismi rappresentativi hanno svolto la propria funzione legislativa, insieme a un magro calendario di riunioni che in genere non vanno oltre le quattro annuali e un inquietante voto unanime su tutti i temi in discussione.

Non meno rilevante è la creazione di uno scenario di libertà, diritti e doveri dei cittadini, chiaramente consacrati dalla legge e istituzionalmente sorretti. La società rivoluzionaria cubana si è dimostrata prodiga nell’elaborare una lista di diritti sociali ed economici che non possono diluirsi nella “magia del mercato” e vanno considerati genuine conquiste rivoluzionarie. Al tempo stesso, però, l’enunciazione dei diritti politici e civili è stata scarsa, vaga e soggetta a essere amministrata ad opera dello Stato. Questo ha prodotto deplorevoli arbitri ai danni dei diritti personali e collettivi, della discussione pubblica e delle idee dissonanti rispetto all’ansia di monolitismo della politica. Varrebbe qui la pena di ricordare come il marxismo classico descriveva la società alternativa al capitalismo: [...] una collettività in cui il libero sviluppo di ognuno costituirà la condizione del libero sviluppo di tutti”.[24]

Il Partito comunista cubano non potrebbe estraniarsi da tali cambiamenti e in realtà dovrebbe di fatto esserne protagonista. Solo il Partito, organizzazione centrale del sistema politico, con il suo oltre mezzo milione di membri politicamente educati a un impegno vitale con il socialismo, può procedere a sospingere i cambiamenti indispensabili con i minori rischi di scardinamento, al fine del consolidamento di un genuino potere popolare. Ma questo implicherebbe la trasformazione stessa del Partito. Al riguardo, occorrerebbe trovare la forma di organizzazione e di funzionamento più adeguata ai differenti interessi che andrebbero riconosciuti al livello sociale e politico. In un primo scenario ideale, questo porterebbe a un Partito più democratico, aperto al dibattito e che ammetta tendenze nel quadro dell’unità degli intenti strategici. Non è tuttavia avventurista sostenere che potrebbe portare anche a un sistema multipartitico, in particolare se il Partito comunista cessasse di assumere il ruolo di avanguardia. In questo senso, una dislocazione del sistema politico nella direzione suaccennata potrebbe agevolare il sorgere e lo svilupparsi di opzioni partitistiche responsabili e leali in termini di continuità del sistema.

Il popolo cubano ha pagato un prezzo elevato per circa un quarantennio per al colpa di volere avanzare un progetto alternativo a vocazione socialista e di indipendenza nazionale in quello che gli Stati Uniti hanno sempre considerato il patio dietro casa loro. Per vari lustri ha dovuto pagare un prezzo per gli innegabili vantaggi del sostegno sovietico. Oggi paga un costo doppio per voler continuare in questo impegno, ritornando con singolare crudezza alla tragedia storica del socialismo in un paese solo. La continuità socialista, di un socialismo rinnovato e incastonato in una strategia mondiale anticapitalista, non è un fatto in assoluto improbabile. Tuttavia, non lo garantiscono neppure le tanto invocate “leggi generali della storia”. Se in cambio Cuba è costretta ad affrontare una restaurazione capitalista, dovrà allora pensare che i costi pagati nell’ultimo quarantennio hanno costituito un investimento per la futura rinascita di un’alternativa di sinistra. E dovrà continuare ad andare avanti tenendo a mente l’avvertimento di Don Chisciotte al suo scudiero, anche se dovesse provocare i latrati di burocrati convertiti in imprenditori, di dogmatici trasformati in liberisti, o semplicemente di chi immagina che stiamo effettivamente approdando alla tante volte pronosticata fine della storia. L’Avana, 28 aprile 1998



[1] L’autore è ricercatore dell’Istituto di Filosofia dell’Avana. Le opinioni espresse in questo saggio sono di sua assoluta responsabilità e non coinvolgono l’istituto in cui lavora. [L’articolo è stato pubblicato originariamente in Socialist Register, 1998. La traduzione è di Titti Pierini.]

[2] Dati ripresi dall’annuario del 1989 del Comitato Statale di Statistiche e dal Comunicado acerca de los resultados del Censo de Población y viviendas de 1981 Comunicato sui risultati del Censimento della popolazione e delle abitazioni del 1981, L’Avana, agosto 1983.

[3] Ho trattato questa specifica forma di organizzazione sociale in “Cuba: ¿Cuál es la democracia deseable? [Qual’è la democrazia auspicabile?]”, in H. Dilla (a cura di) [La democrazia a Cuba e la differenza con gli Stati Uniti], Centro de Estudios sobre América, L’Avana, 1996.

[4] Anthony Giddens, Más allá de la izquierda y la derecha [Più in là della sinistra e della destra], Ediciones Cátedra, Madrid, 1996.

[5]Llamamiento al IV Congreso del Partido [Convocazione del IV Congresso del Partito]”, in Cuadernos de Nuestra América, luglio-dicembre 1990, L’Avana.

[6] Hugo Azcuy, “La reforma de la Costitución socialista de 1976 [La riforma della Costituzione del 1976]”, in La democracia en Cuba y el diferendo con los Estados Unidos, cit.

[7] David Held, Modelos de democracia [Modelli di democrazia], Alianza Editorial, México, 1992.

[8] Valga su questo una giustificazione: a Cuba non si pubblicano statistiche ufficiali sistematiche dal 1989, per cui le analisi che seguono si baseranno su studi parziali e osservazioni che riservano pur sempre un certo margine al dubbio.

[9] Sono dati forniti alla XII Feria [Fiera] Internacional de La Habana. L’inaugurazione della fiera è spettata a un alto dirigente politico, il quale ha garantito agli imprenditori presenti: “Vi offriamo un paese disciplinato. Una politica di apertura agli investimenti di capitale coerente e irreversibile. Un’infrastruttura economica coerente ed estesa. Un settore produttivo che sta cambiando e orientandosi verso l’efficienza. Un popolo laborioso e dedito, con un elevato livello di istruzione e conoscenza tecnica. Una società che ignora terrorismo e droga. Vi offriamo una nazione sovrana e un governo onorato e incorruttibile” (Cuba Foreign Trade, luglio-dicembre 1994).

[10] Granma, 14 dicembre 1996.

[11] I conti bancari privati in moneta forte erano circa 4.500 e raccoglievano circa 9,5 milioni di dollari. Alejandro Beruff, “Las finanzas internas de Cuba [Le finanze interne di Cuba]”, in CEEC, Balance de la economía cubana [Bilancio dell’economia cubana], testo mimeografato, L’Avana, 1967.

[12] Vivian Togoros, “Enfoque social del desempeño de la economía cubana en 1996 [Messa a fuoco sociale delle soluzioni dell’economia cubana nel 1996]”, in CEEC, op. cit.

[13] Juan Valdés, Procesos agrarios en Cuba [Sviluppi dell’agricoltura cubana], Editorial de Ciencias Sociales, L’Avana, 1997.

[14] Per un’analisi critica particolarmente stimolante si veda: Tania García, “¿Cuentapropismo o economía popular? [Attività in proprio o economia popolare?]”, relazione presentata al seminario “Municipios, Economía Local y Economía Popular [Municipi, economia locale ed economia popolare]”, CEA, 7-8 marzo 1996. I dati sulle persone arruolate nell’attività in proprio vanno presi con cautela. Come è abituale in questo frammento del mercato del lavoro, dietro a ciascun lavoratore legalmente iscritto e che assolve ai suoi doveri fiscali, esistono diverse persone che contribuiscono con il loro lavoro in modo più o meno stabile al commercio privato. Questo potrebbe moltiplicare per varie volte il numero reale delle persone i cui principali introiti provengono dal lavoro in proprio.

[15] V. Togoros, cit., in Granma, 26 novembre 1997. Le cifre ufficiali sull’occupazione sono sempre al disotto della dimensione effettiva del fenomeno, visto che si riferiscono alle persone che hanno cercato di essere assunte nelle fabbriche a questo destinate, e che costituiscono soltanto una parte della popolazione disoccupata. Peraltro, non esistono dati relativi alla sottoccupazione. La disoccupazione ha specialmente colpito i giovani al disotto dei trent’anni (il 60% dei disoccupati) e le donne.

[16] A mo’ di illustrazione, valga il seguente aneddoto: quando fu inaugurato il primo albergo della catena Meliá, i gestori spagnoli in un primo tempo si rifiutarono di accettare una presenza sindacale. Stando a un sottogestore cubano, alla fine gli spagnoli accettarono il sindacato, considerando che “[...] un sindacato ben strutturato costituisce il motore di qualsiasi attività” (Granma, 10 aprile 1991). Tale consenso è davvero inquietante. Comunque, andrebbe detto che i sindacati sono stati l’organizzazione settoriale cubana che ha dimostrato maggiore coraggio e originalità politica di fronte al riassetto e alla riforma. Ho in parte analizzato questo ruolo in “Comunidad, participación y socialismo: reinterpretando el socialismo cubano [Comunità, partecipazione e socialismo: reinterpretando il socialismo cubano]”, in H. Dilla (a cura di), La participación en Cuba y los retos del futuro [La partecipazione a Cuba e le sfide future], CEA, L’Avana, 1996.

[17] H. Dilla, A. Fernández, M. Castro, Movimientos barriales en Cuba [Movimenti di quartiere a Cuba], San Salvador, 1997.

[18] Granma, 27 marzo 1996.

[19] In realtà, non si trattava soltanto di una dichiarazione di intenti. Dall’inizio degli anni Novanta, varie fondazioni nordamericane di destra avevano cercato di rafforzare un fronte d’iniziativa verso Cuba, anche se andrebbe detto chiaro che non erano volte soltanto a incidere sulla società civile, ma anche in altri settori come: funzionari civili, militari e della sicurezza. Per un’analisi al riguardo, si veda Hugo Azcuy, “Estado y Sociedad Civil en Cuba [Stato e società civile a Cuba]”, in Temas, n.4, ottobre-dicembre 1995.

[20] CEE, Relatoría del seminario taller “Las ONG en el mundo [Raccolta delle relazioni al seminario sul “Le Organizzazioni non governative nel mondo” 93, L’Avana, 1995.

[21] Un’analisi delle UBPC su basi empiriche può trovarsi in Niurka Pérez, Cary Torres, “UBPC: hacia un nuevo projecto de participación [UBPC: verso un nuovo progetto di partecipazione]”, in La participación en Cuba cit.

[22] A fini assolutamente pratici, definisco qui economia popolare come l’insieme di attività produttive o fornitrici di servizi realizzate da agenti individuali o collettivi che dipendono (fondamentalmente) per la propria riproduzione dalla costante realizzazione di un proprio fondo lavorativo e il cui aspetto distintivo dovrebbe essere l’autoregolazione basata su principi solidaristici e associazionistici. Cfr. José Luis Corraggio, “De la economía informal a la economía popular [Dall’economia informale all’economia popolare]”, in Nueva Sociedad, n. 131, maggio-giugno 1994.

[23] H. Dilla, “Municipios y construcción democrática en Cuba [Municipi e costruzione democratica a Cuba]” in Perfiles Latinoamericanos [Profili latinoamericani], Flaxo-México, 1996.

[24] C. Marx, F. Hengels, Il manifesto del Partito comunista.

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