Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Israele verso il fascismo

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di Michel Warschawski

htpp://www.lcr-lagauche/.org

 

 

Negli ultimi 45 anni ho preso parte a moltissime manifestazioni, da piccoli raduni di alcuni irriducibili a manifestazioni di massa di oltre 100.000 persone: manifestazioni tranquille, persino festose e manifestazioni in cui venivamo attaccati da gruppi di destra, o anche da semplici passanti. Mi hanno picchiato, ho ricambiato e mi è capitato, soprattutto se avevo responsabilità, di essere nervoso. Non ricordo, però, di avere avuto paura.

Richiamato in servizio – di fatto detenuto nella prigione militare per essermi rifiutato di raggiungere la mia unità che doveva recarsi in Libano - non ho partecipato, nel 1983, alla manifestazione in cui fu assassinato Emile Grunzweig. Sono stato, viceversa, responsabile della manifestazione che, un mese dopo, attraversava Gerusalemme per ricordare quell’assassinio. In quell’occasione conoscemmo l’ostilità e la brutalità della gente che incontravamo, ma anche in quel caso non mi spaventai, consapevole che quell’ostilità di una parte dei passanti non avrebbe superato un certo limite, come era invece accaduto un mese prima.

Questa volta ho avuto paura.

Qualche giorno fa, eravamo qualche centinaio a manifestare al centro della città contro l’aggressione a Gaza, convocati da “Combattenti per la pace”: a una trentina di metri, separati da un’impressionante cordone di polizia, alcune decine di fascisti vomitano il proprio odio, come pure slogan razzisti. Noi siamo diverse centinaia, mentre loro sono qualche decina, ma mi fanno sicuramente paura: al momento di sciogliersi, ancora protetti dalla polizia, torno a casa rasentando i muri, per non essere individuato come uno di quegli estremisti che aborriscono.

Rientrato a casa, cerco di definire questa paura che ci preoccupa, visto che sono ben lungi dall’essere il solo che la provi. Mi rendo conto che Israele, nel 2014, ormai non è più solo uno Stato coloniale che occupa e reprime i palestinesi, ma è anche uno Stato fascista, con un nemico interno contro cui si prova odio.

La violenza coloniale è passata a un livello superiore, come ha dimostrato l’assassinio di Muhammad Abu Khdeir, bruciato vivo (sic!) da tre coloni; a questa barbarie si aggiunge l’odio verso quegli israeliani che si rifiutano, appunto, di odiare l’altro. Se, per generazioni, il senso di un “noi” israeliani trascendeva i dibattiti politici e – salvo qualche rara eccezione, come gli assassini di Emile Grunzweig o poi di Yitzak Rabin – impedivano che le divergenze degenerassero in violenza criminale, siamo ormai entrati in una fase nuova, un nuovo Israele.

Non si tratta del risultato di un sol giorno e, così come l’assassinio del Primo ministro nel 1995 fu preceduto da una campagna d’odio e di delegittimazione guidata soprattutto da Benjamin Netanyahu, l’attuale violenza è il frutto di una fascistizzazione del discorso politico e degli atti da questo generati: sono ormai innumerevoli i raduni di pacifisti e di anticolonialisti israeliani aggrediti da picchiatori di destra.

I militanti sono ogni volta più intimoriti ed esitano ad esprimersi o a manifestare e che cos’altro è il fascismo se non seminare il terrore per disarmare coloro che essi ritengono illegittimi?

Sullo sfondo di un razzismo vigliacco e accettato, di una nuova legislazione discriminatoria nei confronti della minoranza palestinese di Israele e di un discorso politico guerrafondaio formattato dall’ideologia dello scontro di civiltà, lo Stato ebraico sta piombando nel fascismo. (m.w.)

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p.s. Per anni ho visto Micha Warschawski spiegare pazientemente ai compagni che usavano troppo facilmente il termine fascista per definire lo Stato di Israele che, pur essendoci una cospicua forza fascista in Parlamento e nel governo, lo Stato non era definibile fascista. Quelli come lui infatti erano stati arrestati più volte, impediti di parlare con le aggressioni fisiche, ma potevano continuare a protestare e a rifiutarsi di ubbidire agli ordini che ritenevano ingiusti. Così a Yes gvoul [C’è un limite] al momento della invasione del Libano nel 1982 aderirono centinaia di soldati, che non erano obiettori totali, ma rifiutavano l’ordine di andare a combattere in un altro paese. Oggi non c’è più traccia di questo rifiuto tra i giovani combattenti.

Una conclusione analoga ha ricavato Gideon Levy osservando i piloti militari di oggi: sono “i più educati, intelligenti e istruiti”, “studiano nelle migliori università” e sono “gli eroi di Israele, quelli che avranno successo nella vita, sposeranno le ragazze più belle, vivranno in un grazioso insediamento.”

Ma “commettono le azioni più crudeli che si possano immaginare. Comodamente seduti nelle loro cabine, armeggiano con pulsanti e con leve. È un gioco di guerra. Dall’alto decidono chi vive e chi muore. Osservano piccoli puntini neri che corrono in preda al panico, e scappano per sopravvivere”.

Descrivendo l’azione finale, Gideon Levy osserva che il cinismo con cui fanno partire il missile che annienta quei puntini neri che vedono sullo schermo, si spiega col fatto che “i piloti israeliani non sono mai stati attaccati da un aereo nemico. Ai tempi dell’ultima battaglia aerea sostenuta dall’aviazione israeliana, non erano ancora nati. E non hanno mai visto da vicino le loro vittime”.

Levy sottolinea che è vero che la colpa non è (solo) dei piloti, che eseguono gli ordini e “spingono il pulsante giusto al momento giusto”, ma dice anche che “lo fanno con un automatismo e una cecità che danno i brividi. Sono davvero convinti che eseguendo mille operazioni e sganciando mille tonnellate di bombe sulla striscia di Gaza stiano solo facendo il loro dovere?”. La conclusione è amara e conferma indirettamente l’opinione di Warschawski:

“Per quanto ne sappiamo, finora nessuno di loro si è ancora «ribellato». Nel 2003 27 piloti non eseguirono gli ordini. Fecero qualcosa di più coraggioso: in una lettera scrissero che si rifiutavano di partecipare a operazioni che mettessero in pericolo i civili. Stavolta non è successo niente di simile […] Nessuno si è rifiutato di far parte di uno squadrone della morte”.

È questo che fa la differenza tra l’Israele di oggi e quello di anni fa, in cui esistevano ancora alcuni “giusti” capaci di rifiutare un ordine criminale.

E questo Stato (armato anche con centinaia di atomiche) è un pericolo non per la sola Gaza, non per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. E il nostro compito è combattere i suoi cinici e ipocriti sostenitori in ciascun paese: coloro che coprono i crimini israeliani contro il popolo palestinese, colpevole solo di non essersi rassegnato alla spietata colonizzazione, si preparano a compierne essistessi in prima persona in altre parti del mondo. (a.m. 23/7/14)