Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Alonso: Dove andiamo?

E-mail Stampa PDF

“dobbiamo creare una sorta di MONITORAGGIO permanente

DElle ripercussioni delle nostre decisioni SULLA SOCIETÀ”

 

Aurelio Alonso*

 

 

«Dobbiamo creare una sorta di monitoraggio permanente dell’andamento che le nostre decisioni provocano nella società, per non tornare ad accorgerci che ci muoviamo verso il socialismo e arriviamo invece da un’altra parte».

 

Mi concentrerò su quattro punti.

1. Il primo si riferisce al motivo di questa mia esposizione. […] Sinceramente, nel caso mio personale, mi è parso fin dall’inizio che il primo fantasma di cui liberarci, noi che non abbiamo esitato di fronte all’ideale socialista, sia quello della pressione esercitata dalle macerie del fallimento del progetto [sovietico]. Con il che, non credo di disprezzare in alcun modo questo stesso progetto fallito, al contrario ritengo indispensabile che la critica recuperi tutto quel che di positivo vi abbiamo visto e vissuto, ed è stato non poco.

Nonostante si siano scritte milioni di pagine, non credo che la critica dell’esperienza socialista del XXI secolo si sia esaurita. In realtà è tale la necessità di ripensarlo, che non si esaurirà mai. Inclusa una valutazione ponderata della conduzione di Stalin, che non può ridursi al bianco e nero. Mi risparmio il computo degli errori e non insisto sulle sue responsabilità nella deformazione e nel fallimento socialista sovietico. Ricordiamoci però della conduzione della resistenza all’aggressione mondiale del nazismo e della trasformazione della disfatta in offensiva, e ricordiamoci anche che nei momenti più critici della contesa non abbandonò la costruzione della metropolitana di Mosca, il che denota un profondo impegno nella realizzazione del suo progetto economico-sociale. Il suo, quello nel quale credeva.

Ma nessun parziale riconoscimento basterebbe a non farci capire che il modello sorto dalla vittoriosa rivoluzione bolscevica si è dimostrato, alla lunga, incapace di reggere, e questa incapacità va completamente sradicata nella costruzione di un modello valido. Siamo costretti, come nessun’altra generazione lo è stata, ad assumerci la storia senza manicheismo.

Concludo questo punto dicendo che per me conta di più la messa a fuoco effettiva del contenuto che sta dietro l’enunciazione, che non la precisione semantica delle proposte che avanziamo. Non trasformiamo il problema [il “Paradigma emancipatorio”], in una disputa medievale. Cerco quindi di evitare che questo aspetto diventi per me un argomento di polemica. In definitiva, stiamo appena giungendo alla fine del primo decennio del XXI secolo e restano novanta anni perché gli esperimenti socialisti in cui ci stiamo impegnando dimostrino, o meno, la propria validità. Per non ripetere i vecchi errori, e per correggere i nuovi che possiamo commettere. E, questo, se non moriremo prima di fame o di sete, o cucinati ben bene dal surriscaldamento globale, o per qualsiasi altra catastrofe connessa alla distruzione sfrenata dell’ambiente umano che ci minaccia.

 

2. Il secondo punto riguarda i dilemmi di oggi. Quando si parla di dilemmi non si può eludere il fatto che la storia ce li impone regolarmente attraverso una soluzione di continuità e una rottura, che, nella pratica, si può solo affrontare concretamente e in maniera differenziata. E le soluzioni dei dilemmi debbono sempre emergere dalle generazioni che li vivono (o, per meglio dire, di noi che li viviamo). Nessun precedente riferimento, per sensato che sia, può darci la risposta per quello che dobbiamo risolvere oggi. Ci aiuteranno a concepirla, ma la soluzione dobbiamo elaborarla di fronte alla realtà che viviamo, noi stessi che la viviamo.

Il dilemma principale, posto al massimo livello di astrazione, sarebbe quello che ci interroga sulla direzione verso la quale ci stiamo muovendo. Si manifesta di nuovo, sul piano sistemico, nella contrapposizione tra capitalismo e socialismo. Coloro che ritengono esaurito il progetto socialista, lo assumono come un dilemma tra capitalismo “dal volto umano” e qualunque altra opzione. A loro sfavore sta il fatto che i referenti storici capitalistici cui si dovrebbe assegnare “un volto umano” sono parecchio discutibili e, in ogni caso, scarsamente generalizzabili (il modello svedese, ad esempio), per non dire irripetibili.

Una visione più realistica ci induce a riproporre oggi questo dilemma centrale in termini di “socialismo o barbarie”, come ha fatto Rosa Luxemburg agli inizi del XX secolo, e torna oggi a fare Istvan Mészáros, ormai di fronte a un livello di aggravamento dei rapporti economico-sociali e politici su scala mondiale tale da poterlo ridurre a “socialismo o devastazione”.

«Barbarie – sostiene Mészáros – se abbiamo fortuna, nel senso che lo stermino dell’umanità costituirebbe il risultato finale del corso distruttivo dello sviluppo del capitale».

Il futuro dell’umanità dovrà, quindi, orientarsi progressivamente attraverso un processo di socializzazione (contraddittorio, a volte convulso, con svolte inattese, progressi e arretramenti, con scontri violenti, con la costante esigenza di riciclaggi che preservino la lucidità di direzione, approfondendo la democrazia), o non ci sarà nessun futuro per l’umanità. La tragedia sta nel fatto che anche il tempo storico perché l’umanità si renda conto dell’urgenza del cambiamento radicale e orienti i propri passi verso la ricerca concreta di una soluzione, si riduce radicalmente.

Non mi piace essere apocalittico, né amo sentirmi un pessimista di fondo. Ho sentito dire in un’occasione da Bonaventura de Souza Santos, dopo aver descritto la cupa situazione della realtà contemporanea, che si considerava un ottimista, per se un ottimista tragico.

 

3. Un terzo punto per il quale mi sono sentito motivato si collega alla riflessione sui paradigmi. Si tratta di un problema che, a mio avviso, presenta due prospettive metodologiche: una è la necessità di stabilire quali contenuti ci si presentano, per loro stessa natura, paradigmatici per l’ideazione di un nostro progetto; l’altra sarebbe il modo in cui avvicinarci criticamente, rivedere, prendere atto di concretizzazioni parziali, controllare e correggere le nostre impostazioni paradigmatiche. Una sorta di osservatorio permanente dell’andamento reale che le nostre decisioni determinano nella società. Per non tornare ad accorgerci che ci muoviamo verso il socialismo e invece arriviamo da un’altra parte.

In termini di paradigmi, possiamo oggi affermare che la salvezza dell’umanità si fonda sulla costruzione o ricostruzione sovrana di società basate su progetti di giustizia ed equità, con proposte di sviluppo economico volte a sostenere questi progetti nel mentre riproducono il prodotto sociale; che si orientino, praticamente, verso l’eliminazione dello sfruttamento del lavoro che il capitalismo ha trasformato in merce, con schemi di partecipazione al sistema decisionale - dalla comunità allo Stato centrale - in grado di imporre forme istituzionali democratiche senza precedenti («il socialismo è democrazia senza fine», ha detto a ragione de Souza Santos).

E, cosa più importante dato l’imminente pericolo di soccombere, società che cambino radicalmente l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura, nel senso della preservazione, restaurazione, comunicazione e assimilazione, in armonia con l’ambiente di cui fa parte. E il cambiamento della coscienza umana, che sembra essere stato grande se guardiamo addirittura ai sacrifici per la solidarietà, ma che lascia molto a desiderare se invece guardiamo all’estendersi di comportamenti individualistici lesivi del benessere comune. Anche l’ideale dell’uomo nuovo è una componente paradigmatica universale, ma non mi stanco di ripetere che non possiamo parlare di uomo nuovo finché non si sarà tolto dalla mente umana il desiderio dell’automobile.

 

4. Sia detto brevemente e senza tutta la precisione che meriterebbe il punto, questi sopra enunciati sono per me criteri paradigmatici perfettamente generalizzabili. Non dico che valgano a caratterizzare il socialismo del XXI secolo, ma servono ad abbozzare l’orizzonte della sua costruzione. E se vi riflettiamo con mente sgombra, senza perifrasi compiacenti, ci accorgiamo di quanto sia poco, a volte troppo poco, quanto potremmo già mettere nel conto delle realizzazioni rispetto ai tentativi nei quali ci siamo impegnati finora.

In quale misura si somiglino o divergano, tra una realtà nazionale e l’altra, i rapporti tra le classi sociali e come affrontarli nella responsabilità pratica di costruzione sociale; come si definirebbe, in termini di disegno, il complesso politico e giuridico corrispondente agli interessi del popolo; quali sarebbero, qua e là, le percentuali idonee di proprietà dei mezzi economici, dal settore statale fino a quello privato: sono questi, insieme ad altri, puntuali temi dilemmatici, che richiederebbero concretizzazioni specifiche nelle risposte che forniamo. Non confondere i paradigmi con le decisioni congiunturali, i meriti a breve scadenza con quelli a lunga scadenza, la mobilitazione con la partecipazione, l’indispensabile spontaneità con l’ingegno creativo con il rifiuto della leadership (non viceversa): queste ed altre saranno sempre (o perlomeno per un paio di secoli, se va bene) le sfide per conquistare l’irreversibilità del socialismo.

Se il socialismo che costruiamo non diventa definibile come democrazia, non sarà socialismo; ma neppure sarà socialismo se non diventa naturalmente irreversibile. Corro il rischio di essere accusato di velleitarismo dogmatico e lo accetto. Ma non ho abbandonato l’idea dell’irreversibilità. Anche se non credo assolutamente che l’abbiamo raggiunta votandone l’inserimento nel testo della Costituzione: abbiamo votato l’aspirazione, ma solo il corso storico potrà dire se il socialismo che abbiamo costruito sarà irreversibile, o se anch’esso cederà di fronte alle pressioni del mercato. E, soprattutto, di fronte all’immane deformazione egemone che ha imposto al pensiero il predominio dei mezzi di informazione di massa.  Torno a ricordare la brama dell’automobile come sindrome erosiva dei nostri tempi. Credo tuttavia che l’irreversibilità, quando avremo modo di dimostrare che sia stata raggiunta, sarà definitiva.

 

Non posso concludere senza soffermarmi un istante sull’attuale mappa latinoamericana. Un solo istante – non c’è tempo ora per dire di più – per ricordare che non stiamo discutendo a un livello strettamente teorico. Questi temi sono stati messi all’ordine del giorno dai bisogni, dalle sfide e dalle speranze che ci pone di fronte il cambiamento imposto dalle masse nello scenario latinoamericano. Per ricordare che, di fronte al devastante avanzare del modello neoliberista, si è imposta un’ondata di resistenza e di trasformazioni che hanno mutato la mappa politica, sociale ed economica dell’America Latina.

Il cambiamento latinoamericano, apertosi con la rivoluzione bolivariana in Venezuela, e che ha conosciuto un’ondata espansiva, trasforma il continente nel laboratorio politico-sociale ed economico per eccellenza del mondo periferico, per la trasformazione dell’ordine mondiale e la sussistenza del pianeta. Un laboratorio per il riscatto dei paradigmi e l’assunzione della possibilità – difficile e scabrosa, ma reale – che il dilemma “socialismo o devastazione” non si risolva imboccando la strada della tragedia. Certamente questo punto meriterebbe un maggiore approfondimento, ma per il momento sarebbe impossibile spingersi oltre.

(traduzione di Titti Pierini)

 

Da Rebelión, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=91776

 

Cfr. anche dello stesso autore, che è vicedirettore della Casa de las Américas: Alonso Una voce da Cuba



* Intervento all’VIII Laboratorio Internazionale su “Paradigmi emancipatori”, L’Avana 20/09/09.