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La pagina di Antonio Moscato

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Cuba: Riflettendo sullo “storico accordo”

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Servono a poco i commenti dei maggiori quotidiani italiani: la solita approssimazione, superficialità e scarse conoscenze dirette: di Cuba si parla a ogni visita di un papa, o poco più spesso, affidandosi alle solite presunte “grandi firme”. Difficile in questo modo capire la portata dello “storico accordo” e le sue conseguenze sul futuro dell’isola. Non vale nemmeno la pena di polemizzare…

Ma anche a Cuba il dibattito non aiuta molto, e la maggior parte dei commenti hanno ricalcato la tesi ufficiale, compiacendosi soprattutto per lo scambio dei prigionieri e la ripresa dei rapporti diplomatici.

In primo luogo pesa la consapevolezza che gli accenni di Obama all’inutilità di oltre cinquant’anni di embargo sono importanti sul piano morale, ma potrebbero essere resi vani da un atteggiamento negativo del Congresso, che non sembra affatto intenzionato ad abrogare la legge Helms-Burton che dal 1995 (quando l’URSS era crollata da un pezzo) ha inasprito il bloqueo. Non a caso l’annuncio dell’intesa fatto da Raúl Castro valorizzava soprattutto la liberazione degli ultimi tre dei “cinque eroi” su cui per anni si erano incentrate le mobilitazioni popolari più o meno spontanee, più che sui possibili sviluppi futuri delle relazioni tra i due paesi. E ovviamente concentrava sull’aspetto umanitario il ringraziamento al papa, mentre le possibili preoccupazioni per il futuro riguardano proprio il ruolo della Chiesa locale, che potrà tentare di capitalizzare sul terreno politico il prestigio di Bergoglio e il riconoscimento del suo ruolo di mediazione. La discussione sulle eventuali conseguenze negative di un accordo che potrebbe spalancare ulteriormente le porte ai capitali stranieri più di quanto abbiano già fatto i dispositivi per la creazione della zona franca del porto di Mariel, a Cuba non è neppure cominciata.

Anzi sono sorprendentemente poche finora le prese di posizione pubbliche che esprimono dubbi sulla portata dell’accordo. Finora solo un intellettuale sia pur importante come punto di riferimento, Armando Chaguaceda, si è dichiarato d’accordo con le preoccupazioni espresse da Guillermo Almeyra nel suo ottimo articolo Almeyra: una vittoria di Cuba, e i pericoli che nasconde. Altri come Pedro Campos o Esteban Morales, militanti che avevano sfidato i vertici e le commissioni di controllo del partito, rivendicando il loro diritto di esprimere critiche da sinistra, hanno scritto in questa occasione articoli poco incisivi, che hanno salutato il successo simbolico, ma tacendone le possibili conseguenze negative, in particolar modo per il ruolo che può avere la Chiesa nelle successive trattative con Washington, una volta indebolito per ragioni diverse il ruolo di Venezuela, Brasile e Argentina, che avevano offerto una sponda importante a Cuba.

Eppure appena nel marzo 2012, in occasione del viaggio di Benedetto XVI, nella rete informatica (ancora ridotta e osteggiata, ma in netta espansione) erano apparse numerose critiche al regime, in primo luogo per aver utilizzato le magre risorse disponibili per un’accoglienza spettacolare al papa.

Ad esempio sul sito Occuba (Observatorio desde Cuba) Yasmín Silvia Portales Machado aveva scritto polemicamente che “solo il 5% della popolazione di Cuba si dichiara cattolica e solo la metà di questo 5% si identifica con l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio, l’aborto e il controllo delle nascite (il 2,5% del paese), eppure siamo arrivati a due visite papali in meno di 15 anni. (…) E poiché a Cuba siamo molto collettivisti, il governo abbraccia senza esitare la gioia delle 550.000 persone di fede cattolica e assume come compito dell’intera nazione quello di accogliere in gran pompa e clamore il Pellegrino della carità”. Non si trattava solo di una rivendicazione laicista, ma di una concreta preoccupazione, bene espressa nelle conclusioni: “una cosa è dire che possiamo - e io credo che sia indispensabile cercare di farlo – dialogare per una migliore comprensione dei nostri punti di vista; altra, ben diversa, è trasformare la Chiesa Cattolica nell’unico interlocutore politico di fronte allo Stato, tornare a stravolgere la possibilità di dialogo sociale plurale a beneficio di un determinato gruppo con specifici interessi – gli interessi del 2,5% della popolazione.”

La stessa vivacissima area critica da sinistra (che era stata per anni prevalentemente “marxista non dogmatica”, guevarista o lussemburghiana) ha però rallentato le uscite pubbliche negli ultimi mesi, lasciando la parola quasi solo alla componente esplicitamente anarchica (il Taller libertario Alfredo López), che ha espresso una posizione piuttosto netta: il Laboratorio libertario si rallegra con quelli che sono usciti dalla reclusione, ma osserva che non si conoscono i termini del negoziato che ha portato alla loro liberazione, e quindi teme che si tratti di “un colpo ad effetto che contribuisce a una “attesa di miracoli, che ci lascia come spettatori passivi”. E soprattutto teme che si producano “nuove opportunità per lo sfruttamento capitalistico della gente e aumenti il conformismo dato che rimangono in piedi sia l’imperialismo nordamericano, che conserva anche la base di Guantanamo, sia l’autoritarismo cubano”.

 

La maggior parte degli autori che riempivano con i loro articoli la rassegna settimanale di Occuba (Observatorio desde Cuba) avevano segnalato da tempo i pericoli della creazione di una zona economica speciale a Mariel. Secondo la definizione della Camera di Commercio italo-cubana la zona speciale di sviluppo di Mariel rappresenta una testa di ponte per altre iniziative “in qualunque luogo del territorio alla quale vengono applicati regimi e politiche speciali, al fine di promuovere lo sviluppo economico sostenibile mediante gli investimenti esteri, l'innovazione tecnologica e la concentrazione industriale, al fine di aumentare le esportazioni, sostituzione le importazioni, creare nuove efficaci fonti di occupazione, in costante coordinamento con l'economia nazionale”. [Gli errori sono della traduzione ufficiale riportata sul sito, NdA]

Secondo Rodrigo Malmierca, ministro cubano per il Commercio estero e gli Investimenti, “quello che la zona di libero scambio è destinata a creare, è un clima speciale in cui il capitale straniero trovi condizioni migliori rispetto al resto del Paese”. Non solo quindi lo scalo adibito al traffico di container in una zona di libero scambio, ormai giunto alle ultime fasi di costruzione, e che avrà una capacità annua pari ad un milione di container quando sarà a regime - tre volte quella dell’attuale porto dell’Avana - con una banchina lunga 700 metri dove potranno ormeggiare alcune delle più grandi fullcontainers del mondo, ma la porta aperta alla penetrazione capitalistica non solo nell’area relativamente ristretta di 465,4 km²  occupata dal porto e dalle infrastrutture connesse, ma in tutta l’isola.

Ma chi utilizzerà questa porta? Le prime critiche da sinistra vedevano solo il ruolo della Cina, che stava sicuramente dietro ai capitali provenienti dal Brasile. Il porto è stato realizzato dalla società di costruzioni brasiliana Odebrecht, e non a caso all’inaugurazione era presente Dilma Roussef.

La zona di libero scambio si propone di attrarre a Cuba aziende internazionali alle quali offrire una bassa fiscalità ed altre agevolazioni per la manifattura di vari prodotti (maquiladoras), erispecchia lo sviluppo di analoghe zone di libero scambio, sorte negli ultimi dieci anni in altre nazioni con governi che si dicono “comunisti” come la Cina e il Vietnam. L’argomento è tabù sulla stampa ufficiale, ma sia il Brasile che la Cina sono invece considerati paesi capitalisti dai marxisti critici cubani.
Tuttavia il Brasile oggi conosce gravi difficoltà, in particolare per la spettacolare crisi della Petrobras, passata da un capitale di 737 miliardi di reais nel 2008 (200 miliardi di euro dell’epoca) ai 125 miliardi di reais di oggi, e minacciata oggi da decine di class action negli Stati Uniti e da gravissimi scandali in patria, che hanno già portato in carcere diversi ex direttori della multinazionale del petrolio ma stanno coinvolgendo anche ex ministri e dirigenti delle grandi imprese di costruzioni impegnate in tutto il continente e anche in Africa. Compresa la Odebrecht, che è stata accusata negli Stati Uniti perfino di utilizzare lavoro schiavistico. Probabilmente esagerando, ma molti hanno temuto che si volesse togliere di mezzo un’impresa in fase ascendente. In ogni caso, oltre al Congresso degli Stati Uniti, c’è da temere la giustizia di quel paese, come insegna il caso dell’Argentina messa sotto tiro dal giudice avvoltoio Thomas Griesa…

Il silenzio di diversi esponenti della sinistra marxista cubana, tuttavia, non si deve probabilmente al timore di apparire “gufi” o Cassandre segnalando la possibilità che della costruzione di questa importante infrastruttura benefici soprattutto il capitale nordamericano, anche per le difficoltà crescenti dell’economia cinese (vedi La Cina verso la crisi economica?), quanto a un difficile dibattito interno sul ruolo crescente della Gerarchia cattolica, che aveva offerto negli anni scorsi ospitalità a molti intellettuali semieretici di sinistra sulla sua rivista Espacio laical, ma negli ultimi mesi ha mutato in parte atteggiamento: ha per esempio “accettato le dimissioni” di due dei redattori che avevano tenuto le file del dibattito con la sinistra, Roberto Veiga e Lenier González, e sembra intenzionata a spendere il prestigio di papa Francesco e del cardinal Ortega per assumere “maggiori responsabilità” nella gestione dell’isola. Una prospettiva non rassicurante per chi vorrebbe un socialismo democratico: né la gerontocrazia castrista, né la gerarchia cattolica sono modelli di democrazia partecipativa e autogestionaria. E tanto meno andrebbero in tal senso, ovviamente, le pressioni dell’amministrazione statunitense… Ma le reticenze nel criticare gli accordi e nel segnalarne le implicazioni pericolose si devono anche al fatto che vecchi militanti critici come Pedro Campos temono di confondersi con le resistenze dello strato burocratico nostalgico dello stalinismo. (si veda ad esempio il su intervento su:  http://www.havanatimes.org/sp/?p=101875)

Eppure la Chiesa è all’attacco, e lo ha ribadito Orlando Márquez, direttore di “Palabra nueva” nonché portavoce del cardinale dell’Avana  Jaime Ortega y Alamino, che in un’intervista ha dichiarato: “credo nella funzione sociale della ricchezza, ma anche nel ruolo insostituibile dello Stato […] e nella necessità che i più avvantaggiati aiutino i meno avvantaggiati”. Fin qua, le solite cose della dottrina sociale della Chiesa. Ha poi detto che per garantire la salute e l’educazione di tutti occorrono risorse economiche, che si potrebbero trovare, soprattutto se, cessato l’embargo degli Stati Uniti che “aggiunge ostacoli ingiusti al commercio o agli investimenti”, il paese sapesse puntare “su altre varianti di mercato e di investimenti che potrebbe sfruttare meglio se lasciasse da parte il pregiudizio contro il mercato e la paura degli investitori, siano cubani o stranieri”. http://www.terredamerica.com/2013/12/18/francisco-visto-desde-cuba-entrevista-a-orlando-marquez-director-de-palabra-nueva-el-papa-el-futuro-las-reformas-los-muros-que-caen/

Inquietante anche una dichiarazione del Nunzio Apostolico a Cuba mons. Bruno Musarò che, secondo LecceNews24 che lo ha intervistato, “senza mai risparmiarsi ha sempre denunciato le condizioni di povertà, miseria e oppressione del popolo cubano”. E che pochi mesi fa aveva dichiarato addirittura, poco diplomaticamente, che a Cuba “tutto è controllato dallo Stato, perfino il latte e la carne” e quindi “l’unica speranza di vita per questa gente è la fuga dall’isola. La chiesa cattolica è lì per aiutare bambini, donne e anziani prigionieri della dittatura cubana, ma soprattutto per contrastare il regime figlio della Rivoluzione del gennaio 1959. Ancora oggi a distanza di più di mezzo secolo si parla della Rivoluzione, si inneggia ad essa, mentre la gente non ha lavoro e non sa come fare a sfamare i propri figli”, ha tuonato il Nunzio apostolico. “La gente muore di fame, non ha nulla e lo Stato celebra la Rivoluzione. Sono grato al Papa di avermi inviato in quell’isola ha concluso il vescovo, e spero di andar via, dopo che il regime socialista sia definitivamente scomparso.”
http://www.leccenews24.it/attualita/-a-cuba-si-muore-un-vescovo-salentino-lancia-il-grido-d-allarme.htm

Ovviamente mons. Musarò non rappresenta tutta la Chiesa, ma non è davvero un corpo estraneo, altrimenti ci sarebbe stata una mobilitazione del clero locale per chiedere la sua sostituzione. Anche durante la visita di Giovanni Paolo II era emersa una componente oltranzista e aggressiva della gerarchia, rappresentata dall’arcivescovo di Santiago, e durante il suo discorso fortemente provocatorio la maggior parte dei dirigenti cubani si alzarono e uscirono. L’ho segnalato per smentire il quadro idilliaco che presenta tutta la Chiesa cubana (e latinoamericana) come progressista e rinnovatrice. A mio parere per aver fiducia nel ruolo della Chiesa in quella che non a caso viene chiamata “transizione” (verso cosa?) bisogna bendarsi gli occhi.

Questo problema affonda le sue radici nella storia della Chiesa cubana, che si schierò sempre contro la rivoluzione, prima col potere coloniale spagnolo, poi con la repubblica dipendente e con le dittature di Machado e Batista, e che era così incapace di relazionarsi con la religiosità popolare sincretista della santeria, che ha sempre avuto una grave crisi di vocazioni locali. Alla vigilia della rivoluzione si suppliva importando preti spagnoli franchisti fanaticamente conservatori, che furono rispediti in patria da Fidel Castro senza che Giovanni XXIII interrompesse le relazioni diplomatiche. Oggi la componente reazionaria è stata ridimensionata e ha comunque scelto una tattica più prudente nel rivendicare la restituzione dei suoi beni espropriati nel quadro della riforma agraria o di quella urbana che distribuì ai senza tetto le abitazioni signorili e le sedi dei club e dei collegi di lusso. Ma esiste e si prepara.

Il silenzio del regime ha una spiegazione semplice: è debole e spera in una lunga collaborazione con la gerarchia cattolica che gli permetta di superare la crisi di credibilità dovuta tra l’altro all’incapacità di realizzare le riforme a lungo annunciate. Ma come si spiega l’attuale reticenza dei pochi ma finora combattivi oppositori marxisti? Probabilmente con la speranza che le correnti restauratrici che cominciano sempre più a venire allo scoperto nella Chiesa restino minoritarie, e che non venga a mancare l’ospitalità sulla stampa cattolica, che negli ultimi anni è stata l’unica non soffocata dall’autocensura e dalla retorica.

Ma forse pesa un altro fattore: la sottovalutazione del pericolo rappresentato da un’invasione di investitori cubani della diaspora, provenienti dagli Stati Uniti o dal Venezuela, portatori di dollari ma anche di un’ideologia liberista e di progetti di rivincita.

L’opposizione di sinistra ha sempre combattuto la demonizzazione della diaspora, dopo il 1980 in gran parte dovuta a cause economiche, e che effettivamente non era più da anni tutta controllata dai gusanos. Parlando di dialogo con la diaspora la sinistra pensava soprattutto a quella sua piccola parte rappresentata da intellettuali di varie discipline emigrati verso università centroamericane o spagnole, dove hanno trovato una relativa libertà di insegnamento e retribuzioni favolose rispetto all’isola che permettono loro di inviare rimesse consistenti alle famiglie, senza rinunciare alla cittadinanza cubana.

Ma il pericolo ora è che le condizioni richieste dagli Stati Uniti per ridurre ulteriormente il bloqueo (già intaccato dal 2001, al punto che gli USA sono oggi il terzo o quarto partner commerciale di Cuba), compresa la libertà di movimento per uomini e capitali, si possano saldare con le pressioni della Chiesa, e le aspirazioni di quei piccoli imprenditori rampanti alleati con i settori più corrotti della burocrazia, che vogliono porre fine alla diversità di Cuba.

(a.m.29/12/14)

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Si veda anche sul sito l’articolo Todos somos americanos… e altri articoli sullo stesso argomento, facilmente rintracciabi



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