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CGIL: strategia israeliana

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La maggioranza Cgil sceglie la strategia israeliana

 

(di Giuliano Garavini)

Martedì 02 Marzo 2010 13:45

 

Nel 1967, con un attacco a sorpresa, l’esercito Israeliano occupò il Sinai, la Cisgiordania, Gerusalemme araba e le alture del Golan. Una schiacciante vittoria militare che sbaragliò gli avversari del mondo arabo ma non per questo risolse i problemi del popolo israeliano. Semmai li aggravò e li incancrenì, suscitando tra l’altro un movimento di resistenza sempre più combattivo nei territori occupati. E così la maggioranza della Cgil, al più importante appuntamento da decenni, quello nel quale si poteva discutere seriamente la strategia per il futuro di un’organizzazione che ha evidentemente commesso errori tali da permettere allo stesso tempo ai salari italiani di piombare al livello più basso fra quelli del mondo occidentale e al precariato di crescere a dismisura, ha messo tutte le sue truppe, la sua burocrazia e la logica creativa dell’apparato al servizio di una vittoria schiacciante della mozione del segretario generale Epifani. (...)

Essa viene accreditata dell’83 per cento dei consensi dopo i congressi. Vittoriosa, sebbene di stretta misura, anche in due categorie, come la Funzione pubblica e i Bancari, i cui segretari generali si erano schierati con la seconda mozione – e che dunque dopo il congresso non guideranno più le loro organizzazioni.

La maggioranza della Cgil ha perfezionato una tecnica di creativa manipolazione dei numeri che già era stata messa in pratica in occasione del disastroso (per la credibilità nei confronti dei precari) protocollo sul Welfare nel 2007: in quella occasione, con l’aiuto di Cisl e Uil che nel referendum non hanno mai creduto, i sindacati avevano dichiarato 5 milioni di sì all’accordo, dei quali almeno la metà inventati. La tecnica prevede numeri bulgari, la delegittimazione dell’avversario che contesta e la conquista di tutti gli spazi di potere. Così facendo, i guai della Cgil nella sua linea israeliana non sono finiti, sono anzi appena iniziati, e la necessità di cambiamenti resta più forte di prima. Questo si sta rivelando un congresso utile a smascherare tutti i limiti della pratica democratica all’interno della Cgil e la necessità dell’elaborazione di nuove normative interne. Secondo lo stesso presidente della commissione di Garanzia Ghezzi, che ha presentato alla stampa i risultati insieme ad una delle figure chiave della mozione 1 Panini (piuttosto irrituale no?), i votanti sarebbero stati circa 1milione e 800mila, con la mozione 2 presentata nel 50 per cento dei congressi. In pratica ci sarebbero stati in Cgil 600mila votanti in più rispetto al 2001 e 400mila votanti in più che nel 2006: cioè, come ha rimarcato Moccia nella successiva conferenza stampa della mozione 2, in un momento in cui il trend elettorale in tutte le elezioni locali, nazionali ed europee vede un deciso calo della partecipazione al voto, solo in Cgil gli iscritti si sarebbero recati massicciamente e appassionatamente a votare. Partecipazione al voto poi particolarmente massiccia in un congressi in cui la mozione 2 non era presente (circa il 50 per cento), e con incrementi dei votanti soprattutto nelle regioni meridionali e soprattutto in categorie che per loro natura sono più deboli. I numeri attualmente diffusi sui votanti sono totalmente fasulli, soprattutto nelle regioni meridionali dove in realtà il sindacato è tradizionalmente meno radicato e meno visibile. I numeri affidabili sono invece quelli dei congressi in cui erano presenti i rappresentanti di tutte e due le mozioni e in cui la partecipazione al voto è stata tendenzialmente in linea con i precedenti congressi: questi numeri sono attesi con ansia e si spera saranno forniti al più presto dalla commissione di Garanzia.

In conferenza stampa gli esponenti della mozione 2 hanno fatto sapere che ad oggi non hanno convalidato i risultati di congressi per circa un 40 per cento del totale e che, senza una revisione dei conti, i numeri del congresso, per la prima volta nella storia della Cgil, passeranno a maggioranza.

L’utilità di questi primi risultati è stata intanto quella di smentire il mito di una mozione ribelle, creata per brutali motivi di potere. Infatti Podda e Moccia avrebbero potuto con più facilità proseguire nella tradizionale linea moderata e rimanere a capo delle rispettive federazioni. I risultati annunciati sono stati invece accolti con sollievo sia dai giornali della borghesia, sia da autorevoli esponenti del centrodestra come Giuliano Cazzola, vice-presidente Pdl della commissione  Lavoro della Camera, che ieri ha acutamente commentato in un articolo di fondo su "il Giorno" che "Con questi risultati la Cgil è più libera". Contento lui...

Adesso è più chiaro che la mozione 2 rappresenta: la critica alla stagione della concertazione, la necessità di ripensare strutturalmente l’alleanza con gli altri sindacati che sono impegnati in una strategia di complicità con Confindustria e il Governo e con i quali non c’è nessuna possibilità di unità d’azione nel medio-lungo periodo, la volontà di incentivare democrazia e partecipazione attraverso referendum su tutti gli accordi fra gli iscritti e non al sindacato, la priorità di riunificare il mondo del lavoro sfoltendo contratti e forse anche categorie, la battaglia frontale e senza cedimenti contro le regole del nuovo modello contrattuale che alcune categorie che fanno parte della maggioranza, come i chimici, hanno di fatto già incluso nei loro contratti nazionali.

C’è ancora chi, non soddisfatto dell’invenzione dei numeri, grida al “non si può spaccare la Cgil alla vigilia dello sciopero generale”, “non si può spaccare la Cgil in piena crisi economica adesso che è l’unico baluardo contro la Destra”, “la mozione due è insieme per logiche di potere”. In primo luogo bisogna dire che ci sarà sempre un motivo per gridare alla necessità dell’unanimismo tipica delle organizzazioni quando in esse prevale la burocrazia: la Cgil apparirà alle volte troppo debole, e altre magari molto forte e quindi non va indebolita. E le critiche a chi propone una strategia diversa, che mette in discussione pratiche incancrenite, sono sempre state quelle di cavalcare interessi personali. Sono più facili le reazioni difensive che cambiamenti.

A questo punto a coloro che hanno messo insieme la mozione “la cgil che vogliamo”, e che vengono da storia personali profondamente differenti, alcuni dei quali hanno impiegato più tempo di altri a comprendere la deriva concertativa e burocratica che andava prendendo l’organizzazione, spetta l’onere della prova. L’onere della prova sarà quello di non spaccarsi prima, durante o dopo il congresso e di non cambiare casacca. Di mantenere un’alleanza salda fondata su circa 300mila voti comunque presi e certificati e di promuovere per il futuro una riorganizzazione delle regole democratiche all’interno, e allo stesso modo un diverso modo di vedere il sindacato che liquidi una volta per tutte il fallimentare modello concertativo e si ripensi facendo, con ciò stesso, più onore alla storia di lotte e di eguaglianza della Cgil.

 (Dal sito della Rete 28 aprile)



Tags: CGIL  congresso  referendum  truffa  Welfare  

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