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La pagina di Antonio Moscato

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Accordi e disaccordi

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Dopo una sola settimana lo “storico accordo” siglato a Losanna, che avrebbe dovuto definire i controlli sul nucleare pacifico iraniano, è già in pericolo. Prima di tutto, il testo su cui si è discusso così faticosamente risulta scritto in due versioni diverse, quella che sarà considerata autentica (in inglese) e quella in farsi. Niente da stupirsi, è sempre successo secondo le migliori tradizioni delle potenze coloniali. Nel suo piccolo anche l’Italia lo aveva fatto con l’Abissinia, col trattato di Uccialli del 1889, facendo figurare un rapporto di protettorato che Menelik non si sognava di accettare, (e il quel caso il prezzo della truffa lo avrebbero poi pagato nel 1896, ad Adua, gli arroganti ufficiali italiani ma anche i poveri soldatini analfabeti che non sapevano neppure dove stavano).

In questo caso invece nel testo inglese la fine delle sanzioni all’Iran è rinviata alle calende greche, dato che sarebbero da eliminare solo dopo i periodici controlli dell’AIEA, l’agenzia internazionale per l’energia atomica. Un processo lunghissimo. Difficile che sia accettabile.

Ma c’è di più: sotto la pressione israeliana, John Kerry ha intimato con arroganza all’Iran di non sostenere più i ribelli Houthi nello Yemen, e di non inviare un paio di navi verso Aden. Ovviamente è la condizione per provare il suo ravvedimento… Naturalmente Kerry non dice di fermare i bombardamenti delle città yemenite all’Arabia Saudita e ai suoi complici, tra cui diversi finanziatori del terrorismo integralista in diversi paesi. Ma lasciamo perdere, ognuno si sceglie gli amici che gli piacciono.

A questo punto vorrei semplicemente invitare chi legge questo articolo a prendere una carta del mondo e guardare, a spanne, quante decine di migliaia di chilometri separano Washington da Aden;  poi prendere una cartina della cosiddetta Asia Anteriore e scoprire che non solo la distanza via mare tra l’Iran e lo Yemen è al massimo di 2000 miglia, ma che Aden è praticamente una tappa obbligata per le navi provenienti dai porti iraniani e dirette verso l’Africa o l’Europa. È così assurdo che il governo iraniano si preoccupi se lo Yemen finisce in mano a una delle varianti – tutte sunnite - dello Stato islamico? E che si consideri interessato alle sorti di un paese così vicino? E che non riconosca il diritto degli USA di mettere il naso nelle vicende interne di decine di paesi in tutti i cinque continenti?

Che titoli ha il signor Kerry per decidere chi deve governare in paesi così lontani e su cui il suo paese non ha il minimo “diritto storico”? Se tirasse fuori il solito argomento della lotta al terrorismo, cadrebbe proprio male. Gli Houthi sono sciiti (e in quanto tali sgraditi ai sovrani feudali del golfo, tutti sunniti) ma sono nemici dell’ISIS, di al-Qaeda nello Yemen, e non stanno neppure “sovvertendo” quel paese, dato che appoggiano il presidente Ali Abdallah Saleh, che nel 2012 era stato deposto dal vicepresidente Abd al-Rab Mansur al Hadi, un fantoccio nelle mani dei sauditi. Qualora lo Yemen chiedesse aiuto all’Iran cosa ci sarebbe di male? Solo alcuni possono intervenire nelle vicende di altri paesi?

È vergognosa poi tutta la messa in scena che ha portato a questo pseudo accordo: di fronte all’Iran c’era non una trojka ma un quartetto formato da USA, Gran Bretagna, Francia, Germania, a cui erano benevolmente stati associati Russia e Cina. Ribattezzato 5+1, e di fatto formato dai membri permanenti del Consiglio di sicurezza + la Germania… Perché invece non c’era ad esempio l’India o l’Indonesia?

Di fatto si ribadiscono vecchie pretese di uno status privilegiato per alcuni paesi, con diritto di tutela su altri, e di “protezione” (con garanzia di impunità) su altri ancora, che erano assenti dal tavolo delle trattative di Losanna ma ben presenti nell’ombra: dall’Arabia Saudita a Israele, lo Stato canaglia per eccellenza che pontifica e pretende di dettare legge su chi ha diritto ad avere l’atomica, mentre ne ha centinaia.

Questa riflessione non ha lo scopo di esaltare l’Iran degli ayatollah, che si può criticare per molte valide ragioni, ma che non è affatto peggiore della maggior parte degli Stati dell’area alleati dell’Occidente. Ed è bene ricordare che è stata proprio l’ingerenza imperialista che ha aperto la strada agli ayatollah, che nei decenni Venti e Trenta c’erano ma contavano ben poco. Il colpo di Stato organizzato dalla CIA contro Mossadeq, il tentativo USA di trasformare lo Shah in super gendarme della regione, insieme alle oscillazioni opportunistiche dell’URSS e del suo partito Tudeh, hanno creato le condizioni per il trionfo di Komeini, che ha chiuso in una trappola mortale un paese civilissimo. L’attacco criminale da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, sponsorizzato dalle monarchie del Golfo e rifornito di armi letali dai loro protettori, appena un anno dopo la cacciata dello Shah, è costato milioni di morti alle due parti, ma ha finito per rafforzare e irrigidire il nuovo regime. Oggi l’Iran ha 75 milioni di abitanti, con una forte percentuale di donne attive e giovani colti ed aperti. Chiudere nell’angolo il governo riformista di Hassan Rohani, e creare di nuovo un clima di assedio, può bloccare tutti i processi di rinnovamento in corso.

E chi sono i giudici? Tutti i 5+1 sono potenze atomiche (a parte la Germania, che tuttavia anche senza atomiche di danni ne ha fatti parecchi) e tutti sono stati protettori dei vari Bokassa, Tchombé, Mobutu, Netanhiau, la dinastia saudita... Tutti pronti a intervenire negli affari interni di tanti paesi a nome dell’ONU o in proprio.

A chi si illude che la Russia e la Cina possano essere un punto di riferimento e una speranza per chi vuole cambiare il mondo, e non si preoccupa di come intervengono nei confronti di oppositori o minoranze etniche inquiete (dai ceceni ai tatari agli ujguri), raccomandiamo almeno di riflettere su come si adattano bene a un ruolo di reggicoda dei principali paesi imperialisti, avallando la finzione di una “comunità internazionale” di cui assumono la rappresentanza: la Russia si accontenta di esser lasciata sostanzialmente libera di recuperare pezzetti dell’antico impero; la Cina evita di prendere posizioni nette, mentre prosegue la sua conquista strisciante e discreta di potere economico in tutto il mondo.

Un’altra verifica sulla Russia: si è guardata bene dall’impegnarsi seriamente a fianco della Grecia. Putin se l’è cavata regalando a Tsipras un’icona greca, che era stata rubata dai tedeschi, e che i russi si erano presi poi come bottino di guerra. Se l’è cavata proprio con poco, e con niente di suo. Il risultato è che il governo greco ha intanto pagato puntualmente al FMI una rata di 450 milioni, con cui avrebbe potuto finanziare alcune delle misure umanitarie promesse all’elettorato…

Quanto agli Stati Uniti, dopo Losanna, vanno a Panama, al vertice delle Americhe, senza invitare altri partner esterni. La dottrina Monroe è sempre valida… Ma, dicono i giornali, finalmente faranno il gran passo: toglieranno Cuba dalla lista dei paesi che proteggono il terrorismo. Forse…

È assurdo. A Cuba si continuano a chiedere prove di democrazia e impegni per riforme interne, da parte di uno Stato che ha praticato assassinii mirati e stragi di massa in tutto il mondo, che protegge veri Stati terroristi come Israele e ha organizzato colpi di Stato in serie. E magari i commentatori considereranno Cuba non sufficientemente “matura” perché il miraggio del ristabilimento delle relazioni diplomatiche con gli USA non è sufficiente a spingerla a ignorare le minacce assurde che gravano oggi sul Venezuela, definito senza pudore un “pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti”. Come potrebbe ignorarle? Non solo la gratitudine per il grande aiuto ricevuto dal Venezuela di Chávez, ma lo stesso interesse di Cuba esclude che Raúl Castro possa accettare un’intesa con gli USA alle spalle del Venezuela.

Qualcuno teme che a questo punto l’accordo con Obama possa saltare. Può essere, ma non sarebbe tragico. Cuba ha resistito a un assedio feroce e immotivato portato avanti da 11 presidenti degli Stati Uniti, inaspritosi proprio dopo il crollo dell’URSS, e a lungo è stata sola. Oggi potrà resistere meglio se rimarrà forte la solidarietà del continente che José Martí chiamava Nuestra América, che si è espressa tra l’altro con manifestazioni imponenti in molti paesi e milioni di firme raccolte sotto un appello per difendere il Venezuela.

(a.m 10/4/15)



Tags: Venezuela  Iran  Cuba  Stati Uniti  Russia  

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