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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> I fossili sul piede di guerra

I fossili sul piede di guerra

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di Daniel Tanuro

da LCR-La Gauche

Sinistra Anticapitalista

 

La questione della bolla del carbonio assume un’importanza crescente negli ambienti degli affari (Vedi sul sito: Da una bolla all’altra).

 

Per la cronaca, il campanello d’allarme è stato suonato dalla ONG Carbon Tracker: per non oltrepassare 2°C di riscaldamento in rapporto al periodo preindustriale, bisogna rinunciare a bruciare due terzi delle riserve conosciute di carbone, petrolio e gas naturale. Dato che queste riserve sono proprietà di qualcuno, il loro valore figura all’attivo dei gruppi che ne sono proprietari, cosicché rinunciare a sfruttarle equivale a distruggere capitale, o a considerarlo come fittizio. In altri termini, come una bolla.

 

28.000 miliardi di dollari

 

Una grossa, grossissima bolla: 28.000 miliardi di dollari. Questa cifra astronomica è proposta da Kepler Cheuvreux, una società di servizi finanziari specializzata nella mediazione e nei consigli agli investitori. Che un’impresa di questo tipo si sia occupata del problema mostra abbastanza l’inquietudine degli azionisti… In effetti, Carbon Tracker ha colto nel segno: la Banca Mondiale e l’Agenzia Internazionale per l’Energia hanno convalidato la stima dell’ONG e il G20 ha appena richiesto uno studio approfondito sulla bolla del carbonio al Consiglio di Stabilità Finanziaria (successore dell’omonimo Forum, creato nel 1999 dal G7).

 

Il Consiglio di Stabilità Finanziaria (CSF) è attualmente presieduto da Mark Carney. Direttore della Banca d’Inghilterra, Carney è molto sensibile al problema della bolla del carbonio. L’anno scorso ha preso il bastone da pellegrino per testimoniare davanti alla commissione per l’ambiente del Parlamento britannico, dopo di che ha sollevato la questione davanti all’importante riunione ministeriale informale che la Banca Mondiale organizza ogni anno sul tema del prezzo del carbonio. In parallelo, la Banca d’Inghilterra ha avviato uno studio sull’ampiezza della bolla. Il rapporto, che sarà reso noto il prossimo giugno, darà probabilmente il tono a quello che il CSF consegnerà al G20.

 

Parigi 2015

 

Tutto questo trambusto si deve evidentemente situare nel contesto della preparazione del vertice di Parigi sul clima della fine di quest’anno (COP 21[Conferenza delle Parti]). In questa occasione i governi del pianeta dovrebbero infine concretizzare l’impegno preso a Cancún (COP16, nel 2010) di prendere misure per non oltrepassare i 2°C di riscaldamento (e anche 1,5°C se necessario, secondo gli scienziati). È molto poco probabile che le decisioni della COP21 permettano di onorare questo contratto, ma uno scacco come quello di Copenaghen nel 2009 è altrettanto poco probabile. Salvo qualche sorpresa molto grossa «da Parigi uscirà qualche cosa».

 

Pertanto, il problema per le compagnie fossili è il seguente: più il «qualche cosa» sarà sostanziale, più la bolla si gonfierà e si avvicinerà ai 28.000 miliardi di dollari di Kepler Cheuvreux. Di conseguenza, nei consigli di amministrazione delle multinazionali del petrolio, del carbone, del gas e dei settori connessi c’è la chiamata alle armi. Tutti sono ai posti di combattimento. Obiettivi: 1°) limitare al massimo il volume delle riserve che non potranno essere sfruttate, e 2°) fare in modo che lo scoppio della bolla sia a carico della collettività, come è stato nel caso della crisi dei subprime, nel 2008. Tutti i mezzi sono buoni.

 

Arrabbiati

 

I padroni più arrabbiati si trovano tra quelli del settore carbonifero, quelli che sfruttano le sabbie bituminose del Canada e i gruppi petrolieri che hanno investito massicciamente nell’esplorazione petrolifera dell’Artico. Logico: se la COP21 prendesse decisioni coerenti con il limite dei 2°C, i giacimenti dell’Artico rimarrebbero intatti, il 95% delle riserve provate di carbone dovrebbe restare sotto terra, e si dovrebbe rinunciare al 75% degli idrocarburi contenuti nelle sabbie bituminose…

 

Exxonmobil è molto impegnata nell’Artico e nelle sabbie bituminose dell’Alberta. La sua direzione ha comunicato di recente agli azionisti un rapporto che afferma perentoriamente che «nessuna delle nostre riserve di idrocarburi è o sarà svalutata». Per sostenere questa affermazione, la più grande multinazionale mondiale del petrolio si basa su uno scenario di transizione energetica nel quale le emissioni di gas serra continuano a crescere fino al 2030 … Ricordiamo che il GIEC, valuta che queste avrebbero dovuto cominciare a diminuire al più tardi nel 2015.

 

Greg Boyce è il big boss [grande capo] di Peabody Energy, il più grande gruppo carbonifero privato su scala mondiale. In una recente conferenza sulle energie fossili, a Houston (Texas), ha dischiarato che il principale problema mondiale è «una crisi umana che noi abbiamo i mezzi per risolvere» – la garanzia di un’energia a basso prezzo – «e non la crisi ambientale prevista da modelli informatici merdosi». La povertà energetica che colpisce una frazione crescente della popolazione, viene dunque utilizzata per spazzare via la politica energetica che è necessaria, in particolare nell’interesse dei poveri. Puro cinismo!

 

Il padrone di Glencore Xstrata, un altro gigante del carbone, non è da meno. Ivan Glansenberg punta apertamente sullo scacco della COP21. Ha dichiarato che niente gli impedirà di vendere i 4,3 miliardi di tonnellate di carbone che ha in riserva, ma scaricando sui governi: «I governi non saranno capaci di prendere le misure per ridurre le emissioni di carbonio», ha dichiarato (idem) … Glansenberg ovviamente tralascia di precisare che lui e i suoi simili fanno di tutto perché i governi non prendano le misure in oggetto!

 

Alzare la posta

 

L’attualità recente ha dato un nuovo esempio della capacità di nuocere di questi fossili. Grazie a un dibattito sull’oleodotto Keystone XL, che deve portare gli idrocarburi dell’Alberta verso le raffinerie del Golfo del Messico, il Senato USA è stato portato a votare una mozione sul cambiamento climatico. L’emendamento che stipula che questo è dovuto «significativamente» all’attività umana non ha raccolto il numero sufficiente di voti. James Inhofe, presidente del comitato per l’ambiente del Senato (!), ha dichiarato che il riscaldamento provocato dalla combustione dei combustibili fossili è «la più grande bufala» mai inventata per nuocere all’umanità. La presidente del comitato per l’energia, Lisa Murkovski, lo ha appoggiato. I principali finanziatori delle campagne elettorali di Murkovski e Inhofe sono imprese del settore delle energie fossili o di settori connessi….

 

Una vittoria dei capitalisti che vogliono bruciare fino all’ultimo barile di petrolio, fino all’ultima tonnellata di carbone e fino all’ultimo metro cubo di gas naturale – con il rischio di provocare un aumento del livello degli oceani di più di dieci metri – non sembra lo scenario più probabile per la COP21. Però, il voto del Senato americano dimostra che non può essere escluso. Comunque sia, la lotta dei criminali fossili è tutt’altro che assurda o inutile dal loro punto di vista: in effetti, abbarbicandosi alle loro riserve, urlando che li si assassina, manipolando le paure di un’energia cara, facendo leva sul loro enorme potere politico, fanno alzare la posta in gioco. Così, nel caso che dovessero rinunciare a una parte delle loro riserve, questi avidi miliardari avrebbero creato le migliori condizioni affinché la collettività paghi per lo scoppio della bolla del carbonio, come ha pagato per quella dei subprime.

 

A buon intenditor … Un asino non inciampa mai due volte sulla stessa pietra ma noi, siamo forse asini noi?

 

Traduzione di Gigi Viglino



Tags: bolla  fossili  carbonio  Tanuro  ecologia  

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