Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Il senso delle celebrazioni del “maggio radioso”

Il senso delle celebrazioni del “maggio radioso”

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Mi scuso con i frequentatori più assidui del sito per i giorni in cui non ho inserito nessun articolo, senza preavvertire. La pausa era dovuta d’altra parte proprio a un lungo giro di dibattiti (da Trieste alla Val di Susa) sul centenario dell’entrata dell’Italia in guerra, giro abbastanza faticoso anche se gratificante. Rispetto ai primi dibattiti sul mio libro, ho trovato infatti ovunque compagni non solo attenti, ma informatissimi sugli orrori e sulle cause della prima grande guerra imperialista. Ma ho trovato tuttavia anche l’amarezza per lo scarso impegno su questo terreno di gran parte della sinistra organizzata rimasta sulla scena, anche se fortunatamente si moltiplicano le iniziative di collettivi locali e di singoli compagni che riempiono in parte i vuoti. Per varie ragioni, il Friuli-Venezia Giulia è particolarmente attivo su questo terreno, sia con iniziative militanti come quella che ha risposto alla provocazione di Casa Pound arrivata in forze da tutta l’Italia a Gorizia il 23 maggio, sia con un gran numero di ricostruzioni storiche come questa ultima apparsa in questi giorni sul bel sito del Friuli Occidentale (“La storia, le storie”) che segnalo, consigliando di esplorarlo dato che da lungo tempo dedica una particolare attenzione alle vicende della guerra: http://www.storiastoriepn.it/a-cento-anni-dallinizio-della-fase-italiana-dell-inutile-strage/

Dovunque ho trovato la comprensione del nesso tra quella guerra e gli orrori del secolo successivo, e con le lotte del presente. Naturalmente ancor più nettamente in Val di Susa, dove ho approfittato dell’invito per un giro tra i presìdi che circondano i lavori. Della mia emozione testimonia l’intervista fattami da Nicoletta Dosio, che inserisco volentieri: https://youtu.be/0ZQsSXoppIU

L’allusione ai fotografi dilettanti che faccio nell’intervista si riferisce alla ridicola concorrenza di diversi militari, in parte in divisa da carabiniere, o in anonime tute mimetiche, in parte in borghese, che uno dopo l’altro fotografavano per i rispettivi archivi noi e i nostri documenti, nonostante la maggior parte dei presenti fossero ben noti (un compagno si è dotato perfino di una maglia su cui ha riprodotto ingrandita la sua carta d’identità…). A richiamare il nesso con la guerra, che è stata anche sempre guerra contro il proprio popolo, c’era l’esibizione, nei cantieri recintati con filo spinato di provenienza israeliana (con lamette anziché con le tradizionali punte), di alcune autoblindo Lince…

Avrei voluto fare subito un’ampia rassegna delle sciocchezze e delle mistificazioni proposte nelle celebrazioni ufficiali e sulla grande stampa, ma l’ampiezza del materiale da esaminare (compresi alcuni nuovi libri inviati in edicola) mi costringe a rinviare ai prossimi giorni una parte del lavoro.

Comincio intanto da alcune perle: il Corriere, oltre a un libro, su cui ritornerò, ha pubblicato domenica un supplemento di 24 pagine dal titolo ingannatore di Lettere dal fronte. Ingannatore perché di lettere ce ne sono ben poche, e sempre come stralci parzialissimi, mentre molte pagine sono semplicemente dedicate alla pubblicità di Posteitaliane (con lo slogan: Nella storia di ieri, nella storia di domani”, e con molte fotografie che imitavano deliberatamente la retorica delle tavole di Achille Beltrame). Il grosso del fascicolo è riempito da vuote chiacchiere di tecnica e “scienza” delle comunicazioni.

Ma il senso complessivo dell’operazione emerge chiaramente dall’ultimo dei pezzi, firmato da Giovanni Montanaro: Caro soldato, vorrei chiederti cosa pensi. È dedicato a “tutti i nostri militari in missione nel mondo”, e dopo molta retorica (compresa la dubbia dichiarazione “non amo la retorica militare, le parate”) arriva al sodo:

La storia ci ha fatto capire chiaramente che gli eserciti sono un male necessario, speriamo non eterno, che la guerre sono tutte brutte, anche quando servono, quando danno la libertà. […] Certo il tuo mestiere ha qualcosa di più del nostro. Io ammiro di te la forza, il sacrificio. Tu mi insegni che ci sono persone che devono custodire le altre, non possono lasciarsi andare, perché se si lasciano andare tutto crolla.

La lettera prosegue con l’augurio che il nostro militare, immaginato “al fronte”, in Marocco o in Afghanistan, in Libano o in Pakistan, sul Sinai o in Albania o al largo della Somalia, non abbia paura.

Spero non sia troppo difficile. Ma sono certo che, qualsiasi cosa succeda, farai la cosa giusta. Mi auguro di non dover mai combattere una guerra in vita mia, anche per merito tuo. Ma, in tempi di terrorismo, mi è capitato di pensare alle cose da difendere. Mi sono sorpreso a trovarne tante. Sono le cose in cui credo. […] Credo siano cose difficili da mettere in pratica, , ma forti, più forti di ogni fanatismo e di ogni paura. Odio la retorica, ma mi sono sorpreso a dirmi che , sarei disposto a morire per questo, perché chi verrà dopo di me viva con gli stessi diritti che, nonostante tutto, ho avuto io, e magari con qualcuno in più. Sono certo che anche tu combatti per questo. Quindi, grazie.

E meno male che “odia la retorica”…

Dopo questa spudorata ammissione dello scopo reale dell’operazione celebrativa, vorrei segnalare (come esempio di come a sua volta la sinistra non sa e non vuole rispondere) l’articolo su La Grande guerra nell’Europa di oggi di Manfredi Alberti sul “manifesto” di ieri. L’autore riprende molte delle argomentazioni apologetiche in circolazione, scrivendo che “la ricerca di nuovi strumenti di consenso e tutela della popolazione” fece che “la stessa guerra che costrinse alla morte milioni di lavoratori […] contribuì per altro verso allo sviluppo dello Stato sociale europeo, profondamente condizionato dall’esperienza bellica.” Alberti sbaglia completamente il tiro, perché retrodata le misure di protezione sociale e le attribuisce alla guerra, mentre vanno ricondotte alla grande paura che la borghesia italiana ebbe della tentazione “di fare come la Russia”, come diceva una parola d’ordine diffusa tra lavoratori e soldati. Il colonnello Gatti, che fu stretto collaboratore di Cadorna durante tutta la guerra, ha descritto nel suo diario lo sconforto del comandante quando nel settembre 1917 ebbe notizia del fallimento del tentativo golpista di Kornilov, su cui tutte le potenze dell’Intesa avevano puntato per stroncare la rivoluzione russa. La guerra aveva anche la funzione di bloccare la dinamica della lotta di classe, e il fascisteggiante generale Kornilov appariva l’ultima salvezza.

Alberti scambia in sostanza per decisione autonoma della borghesia italiana ed europea, quella che fu una conseguenza indiretta della rivoluzione d’ottobre, che aveva colpito profondamente le masse lavoratici e i soldati. Secondo lui:

Nella sto­ria euro­pea la prima guerra mon­diale svolse infatti un ruolo cru­ciale nell’evoluzione dei rap­porti fra lo statol’economia, a tutto van­tag­gio del primo. Para­dos­sal­mente, pur fra mille con­trad­di­zioni e al prezzo di enormi sacri­fici umani, la prima guerra mon­diale acce­lerò lo svi­luppo dei sistemi di pro­te­zione socialeintro­dusse un nuovo cri­te­rio per l’azione poli­tica: prima lo stato, poi l’economia. Fu allora che ven­nero poste le basi per la filo­so­fia dell’economia mista, dello stato come attore fon­da­men­tale per otte­nere la cre­scita più veloce pos­si­bile dell’apparato produttivo. Il con­cetto di pia­ni­fi­ca­zione così come quello di piena occu­pa­zione entra­rono per­ma­nen­te­mente o quasi a far parte della rifles­sione eco­no­mica, socio­lo­gicapoli­tica dell’Europa. Que­sto cam­bia­mento fu con­so­li­dato dall’avvio dell’esperimento sovie­tico, anch’esso sca­tu­rito dalla guerra.

Secondo Alberti non contano nulla gli shock di Caporetto, dei movimenti di rivolta nelle truppe francesi nella primavera dello stesso 1917, i moti torinesi dell’agosto: altro che “accelerazione dei sistemi di protezione sociale”! L’orario di lavoro, che quasi in tutti i paesi belligeranti si era enormemente allungato, scese alle 8 ore solo dopo che la rivoluzione russa l’aveva imposto già prima dell’Ottobre.

Insomma anche nella rievocazione del manifesto, come nella maggior parte degli scritti confezionati per il centenario, la grande assente è la rivoluzione russa, che invece colpì allora profondamente le masse oppresse e sofferenti, indicando la strada per concludere la guerra, che per tutti gli altri paesi sarebbe durata ancora più di un lungo terribile anno.

Lo stesso accade con le rivoluzioni tedesca e austriaca, alle quali fu dovuta la ormai facile “vittoria” italiana e più in generale dell’Intesa, e che sono invece sistematicamente dimenticate o taciute da quasi tutti.

Insomma c’è ancora molto da dire e scrivere su questa campagna di mistificazione sulla “Grande Guerra”, tanto più allarmante in un contesto in cui nel mondo ci sono focolai di guerra non meno pericolosi dei Balcani nel 1914, e che possono estendersi, provocando il coinvolgimento del nostro paese, in mille modi diversi (come giustamente  osserva Cinzia Nachira a proposito di Abdel: http://anticapitalista.org/2015/05/22/scagionato-abdel-vittima-del-razzismo-di-stato/ ). Ci ritorneremo.

(a.m. 25/5/15)



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