Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Cuba e Venezuela – Sul partito unico

Cuba e Venezuela – Sul partito unico

E-mail Stampa PDF

 

di Samuel Farber*

http://www.havanatimes.org/

 

Ho inserito questo testo di Farber molto volentieri, perché lo trovo attualissimo: non tanto per Cuba, dove per il momento l’ipotesi di un pluralismo politico non è ancora realmente in discussione, almeno fino al 2018, che dovrebbe vedere un importante cambio della guardia alla testa del partito unico, quanto per il Venezuela, dove una componente interna del chavismo, Marea socialista¸ fin qui molto moderata nelle sue critiche e molto paziente nel subire insulti e attacchi pretestuosi, ha annunciato l’intenzione di presentarsi alle urne alle prossime legislative. Un esempio degli attacchi rivolti a questi compagni è apparsa sul “Manifesto” di oggi, nel quadro di un’intervista di Geraldina Colotti a Luis Salas Rodríguez, direttore del Centro studi di economia politica dell’Università bolivariana del Venezuela. Una domanda della Colotti accennava ad “alcune aree all’interno del chavismo fortemente critiche verso la politica del governo, e al tentativo di Marea socialista di “capitalizzare lo scontento” , senza esprimere tuttavia un giudizio nettamente negativo (Geraldina Colotti ormai conosce bene il Venezuela), ma la risposta del prof. Salas Rodríguez è stato durissima: “È difficile dare un giudizio secco su Marea socialista”, dice, ma poi parla di “un coacervo di velleità narcisiste non risolte”, e definisce questa componente del chavismo “un sacco pieno di gatti”. L’immagine è bizzarra e inverosimile, ma la spiega liquidandola come una “formazione eterogenea”, che “risponde a un amalgama di interessi e visioni la cui unica ragione sembra quella di opporsi alla leadership del presidente Maduro”.

“A  questo fine strumentalizza problemi che sono indubbiamente importanti. Tutti siamo d’accordocombattere la corruzione che si annida negli organismi dello stato, pensiamo tutti che debba esserci più dibattito in determinate aree. Però questo è una cosa, l’altra è piantare una tendaparte in un momento complesso come quello attuale. Come minimo è mancanza di chiarezza…”

In realtà per anni Marea socialista ha denunciato dall’interno, con pazienza ma con precisione, con nomi e cognomi, i responsabili di molti casi di corruzione, facendo appello al partito e allo stesso Chávez, che tuttavia ha sempre protetto il principale capofila della Boliburguesia”, Diosdado Cabello, regolarmente bocciato dagli elettori e recuperato poi dal presidente con nuovi importanti incarichi.

A conferma che gli argomenti di Salas Rodríguez sono calunniosi, c’è la banalizzazione delle critiche da sinistra, ridotte ad una presunta insoddisfazione per il socialismo di Chávez perché non “marxista-leninista”, o all’accusa - ridicolmente inventata - di non apprezzare Chávez considerandolo “un piccolo borghese romantico o peggio un demagogo”. Ancor più falso trasformare le concretissime critiche a Maduro per i molti accordi con settori dell’imprenditoria e della MUD, in una definizione di “socialdemocratico”, inapplicabile secondo Salas perché Maduro sarebbe di origine operaia, anche se “il suo profilo non corrisponde a quel che secondo alcuni dovrebbe essere quello del perfetto marxista-leninista”. Ovviamente Marea Socialista, di cui abbiamo riportato diversi contributi sul sito, non ha mai usato argomenti così meschini e banali, ma ha sempre criticato le concrete scelte interclassiste che non corrispondevano alla “seconda fase della rivoluzione”, preannunciata da Chávez negli ultimi mesi di vita: il Golpe de timón”, una sterzata cioè che doveva rilanciare le riforme, verso il controllo dal basso del commercio interno ed estero speculativo, e verso la democratizzazione dell’apparato produttivo monopolizzato, e pilotato dalle multinazionali.

Evidentemente la colpa di Marea socialista è quella di osare presentarsi agli elettori per difendere la propria linea di rilancio della rivoluzione chavista. Gli ortodossi che controllano il PSUV praticano una politica interclassista, ma pretendono una  rappresentanza politica monopartitica e monolitica… A tra poco la domanda: “ma chi vi paga”, che anche da noi in Italia il PCI rivolgeva a chiunque osasse organizzarsi alla sua sinistra… (a.m.7/6/15)

 

Quella del pluripartitismo, a Cuba, è una questione molto controversa, che soltanto pochi critici da sinistra del regime cubano hanno inteso affrontare. Mi sembra indispensabile approfondire questo tema per chiarire molta della confusione che esiste al riguardo. (s.f.)

Procediamo per parti: innanzitutto, l’abolizione del monopartitismo cubano non coincide con la questione del sistema politico che lo sostituirebbe, che esso contempli uno o più partiti politici. In realtà, il PCC non è un partitocosa che implicherebbe che ne esistessero altri – ma un monopolio politico, sociale ed economico della società cubana. Questo monopoliosancito dalla Costituzione del paesesi basa, tra gli altri strumenti autoritari, sul controllo della società tramite le cosiddette organizzazioni di massa, che fungono da cinghia di trasmissione delle decisioni prese dal PCC.

La CTC, ad esempio, è la cinghia di trasmissione che consente allo Stato di conservare il proprio monopolio dell’organizzazione dei lavoratori cubani. Gli operai (e il resto dei cittadini) devono aver diritto di organizzarsi indipendentemente dal PCC, per poter così lottare per i loro interessi, cosa che necessariamente comporta l’abolizione del sistema di partito unico e delle organizzazioni di massa come cinghia di trasmissione di quest’ultimo.

Sembra che, a Cuba, il sistema dominante sia in via di una trasformazione, che avrà probabilmente un’accelerazione, una volta scomparsi i leader storici della Rivoluzione, verso il modello capitalistico di Stato di stile sino-vietnamita sotto la direzione del PCC. Pur cambiando in maniera significativa le circostanze storiche, continuerà a permanere la necessità che venga abolito il monopolio monopartitico con le sue cinghie di trasmissione.

 

Che cosa sono i partiti politici?

 

I moderni partiti politici hanno preso l’avvio nel XIX secolo, via via che si estendeva il suffragio e che settori della classe dominante, sentendosi minacciati, si organizzarono politicamente per difendere i propri interessi di classe in partiti tipicamente liberali, conservatori e a volte cristiani. In determinate occasioni i partiti al governo rappresentarono un’unica intera classe sociale, come accadde in vari periodi con i Tories in Inghilterra. Storicamente, tuttavia, la cosa più frequente è che diversi partiti rappresentassero settori diversi di classe dominante. Liberali e conservatori non rappresentarono solamente conflitti materiali interni alla classe dominante, ad esempio quelli dei grandi proprietari terrieri contro i nuovi capitalisti industriali, ma anche conflitti ideologici di origine precapitalistica sul ruolo e sul potere della Chiesa cattolica nella società.

Oltre a rappresentare interessi di settori delle classi dominanti, questi stessi partiti incorporarono al proprio interno strati sociali intermedi, quali professionisti autonomi e piccoli commercianti, cercando di cooptare aspirazioni e lotte popolari così che non minacciassero gli interessi di fondo dei potenti.

In molte occasione, anche i cosiddetti strati e ceti medi organizzarono loro propri partiti politici, soprattutto in sistemi parlamentari a rappresentanza proporzionale che hanno favorito il formarsi di numerosi partiti.

Nella storia politica di Cuba, abbiamo il caso del Partido Ortodoxo fondato da Eduardo Chibás, un partito basato in prevalenza sulle classi medie, ma con un crescente sostegno multi-classista. Il fatto che quel partito accettasse implicitamente od esplicitamente il capitalismo cubano non significa che fosse un’espressione o avesse un rapporto organico con le classi dominanti.

Vale a dire che, storicamente parlando, il rapporto tra classe e partito non è stato univoco; la classe dominante non è un monolite e in genere non è stata rappresentata da un solo partito. Certamente, questo è accaduto anche per la classe operaia, la cui rappresentanza è stata assunta da partiti così diversi come quelli socialdemocratici, comunisti e cristiano-sociali.

Nel caso della socialdemocrazia nel suo periodo classico, allorché rappresentava la classe operaia tramite i suoi stretti legami con i sindacati, le sue crescenti tendenze conservatrici non erano di natura meramente ideologica ma esprimevano anche lo sviluppo della burocrazia sindacale, quando questa, in base al potere che avevano acquisito i sindacati, ebbe la possibilità di ricavare concessioni, a volte significative, dalle classi dominanti.

Tali concessioni contribuirono a smobilitare gli operai, consolidando così una burocrazia più preoccupata di proteggere i suoi copiosi investimenti nell’infrastruttura sindacale anziché rischiare tutto in una rottura rivoluzionaria (ad esempio nell’Europa del primo dopoguerra) o nella resistenza al bellicismo imperialista (1914). È stata questa la storia della potente e presunta marxista e rivoluzionaria Socialdemocrazia tedesca, il cui modello burocratico-oligarchico fu descritto dal sociologo italo-tedesco Roberto Michels nel suo classico Partiti politici.

Rispetto al Partito bolscevico russo - anche se sia lo stalinismo sia gli apologeti della Guerra fredda nel mondo occidentale conservarono il mito che non ci fosse differenza alcuna tra i bolscevichi e gli stalinistimoltissimi storici (Stephen Cohen, Alexander Rabinowitch e William Rosenberg tra gli altri) hanno dimostrato come quel partito rivoluzionario fosse, prima del processo di degenerazione burocratica avviato con la guerra civile del 1918-1920, abbastanza pluralista e democratico.

Tra tantissimi esempi, posso citare il fatto che anche se dei leader bolscevichi quali Kamenev e Zinov’ev si opposero alla Rivoluzione d’Ottobre, continuarono ad essere importanti capi del partito dopo di questa, e che anche se Bucharin assunse pubblicamente e fece agitazione per una linea radicalmente contrapposta a quella di Lenin sulla pace di Brest Litovsk nel 1918, rimase poi per molti anni nella direzione del partito. Ben lungi dalla “unità monolitica” sostenuta dai fratelli Castro, i bolscevichi si contraddistinsero non solo per la pluralità delle posizioni, ma per una cronica tendenza alla presenza di frazioni che in genere non ostacolò l’“unità d’azione”. Per tutti questi motivi, quasi ottant’anni or sono Lev Trockij criticò duramente nella Rivoluzione tradita la teoria stalinista sui partiti e le classi sociali che cercavano di giustificare il monopartitismo.

In realtà, le classi sono eterogenee; si lacerano per antagonismi intestini e riescono a risolvere i loro comuni problemi soltanto attraverso la lotta interna di tendenze, di gruppi o di partiti. È possibile riconoscere, con determinate riserve, che “un partito è parte di una classe”. Dato però che le classi hanno molte “parti”alcune guardano al futuro, altre al passatouna stessa classe può dar vita a vari partiti. Per la stessa ragione, un partito può basarsi su differenti parti di classe. In tutto il corso della storia politica non è dato reperire un solo esempio di un partito che corrisponda a una sola classe  - tranne ovviamente nel caso che qualcuno scambi l’apparenza poliziesca per la realtà.

Per quanto riguarda il pluripartitismo delle società capitalistiche, è indubbio che sia intervenuto un grave deterioramento della democrazia politica nel mondo, che si riflette nel fatto che i partiti politici abbiano sempre minor sostanza nei contenuti e siano subordinati alle imposizioni delle forme più superficiali delle tecniche politiche di mercato, una tendenza che è stata aggravata dallo straordinario costo, specie negli Stati Uniti, dell’impiego  di massicci mezzi di comunicazione nelle campagne politiche, cui non hanno accesso i nuovi movimenti sociali e i candidati che si oppongono al sistema. Al tempo stesso, le istituzioni parlamentari son andate declinando, con il potere esecutivo che è andato assumendo molte delle funzioni parlamentari, ricorrendo alla dottrina del segreto di Stato per ampliare e proteggere il proprio potere. Data un simile situazione, non stupisce che l’apatia, l’ignoranza politica e l’astensione siano divenute caratteristiche importanti della democrazia politica capitalistica. Caratteristiche che, se sono fatali per qualsiasi concezione della democrazia fondata sulla partecipazione e il controllo della cittadinanza attiva e informata, sono decisamente convenienti e particolarmente funzionali per un sistema capitalista che privilegia strutturalmente il potere economico e corporativo a spese della regolamentazione pubblica e del controllo democratico dal basso.

 

Dopo il monopartitismo

 

Supponiamo tuttavia, per il momento, che il sistema di partito unico a Cuba venga alla fine abolito. Lo si voglia o no, sorgeranno nuovi partiti, una volta cessati la repressione e gli ostacoli legali e costituzionali. Chiederemo che si eliminino questi nuovi partiti con la forza o piuttosto ci impegneremo a fondo nella lotta, nella propaganda e nell’agitazione politica e ideologica contro l’inevitabile ondata reazionaria e neoliberista che in genere ha fatto seguito in giro per il mondo al comunismo burocratico?

Date le circostanze, potremmo ad esempio batterci per una nuova Convenzione Costituente per discutere pubblicamente il problema critico di quel che deve essere la società che sostituisca il comunismo burocratico, discussioni che comprenderebbero, naturalmente, i nostri argomenti in favore della costruzione di un socialismo basato sulla democrazia e la libertà. Questo dibattito, inoltre, costituirebbe una strategia per evitare che si proceda immediatamente a campagne elettorali con le loro accurate tecniche di mercato e non su programmi politici ma su individui, molti dei quali finanziati, tra l’altro, dai ricchi cubani-americani di Miami.

Data tale disponibilità plutocratica, occorrerebbe anche dare battaglia per il finanziamento esclusivamente pubblico di tutta l’attività elettorale, includendovi il libero accesso ai mezzi di comunicazione di massa e la distribuzione di fondi pubblici commisurati al sostegno popolare di ciascun  gruppo politico.

Ipotizziamo, tuttavia, il caso ottimale – e purtroppo assai poco probabile date le attuali circostanzedi un ampio movimento di masse che sostituisse il monopartitismo burocratico con un socialismo rivoluzionario e democratico basato sulle più ampie libertà e sulla gestione operaia, contadina e popolare.

In tal caso, che cosa significherebbe l’unità cui tanti cubani hanno anelato? Nella misura in cui esistessero interessi comuni, sia materiali sia ideologici e politici, si dovrebbe cercare di conquistare l’unità attraverso iniziative politiche comuni e trattative, al fine di stringere alleanze basate su principi e interessi politici condivisi.

Questo però non deve essere l’“unità monolitica” promulgata da Raúl Castro e altri capi rivoluzionari che ha voluto dire la censura e la soppressione di punti di vista diversi nelle file del governo rivoluzionario.

Come ha ben detto Rosa Luxemburg, la libertà è per quelli che pensano in modo diverso. È sbagliato e pericoloso partire dal presupposto che non vi saranno divisioni rilevanti, sia di interessi sia di punti di vista tra le classi popolari, sotto un socialismo rivoluzionario e democratico.

Non vi è motivo di pensare che i conflitti di classe esauriscano potenziali conflitti sociali, inclusi quelli basati su questioni strettamente materiali. Ad esempio, uno dei problemi fondamentali di qualsiasi società, capitalista o socialista che sia, è il tasso di accumulazione, ossia in altri termini quale parte del prodotto economico vada immediatamente consumata e quale altra invece risparmiata per garantire la riproduzione della società e il miglioramento delle condizioni di vita.

Nel capitalismo, questo si stabilisce attraverso le decisioni della classe dirigente nel quadro dell’economia di mercato che ne favorisce e consolida il potere: Nel socialismo, la decisione riguarderebbe tutti i settori e gruppi sociali, visto che determinerebbe le risorse disponibili in ogni centro lavorativo e comunitario.

C’è quindi da aspettarsi che possano nascere differenziazioni tra, per esempio, coloro che sono favorevoli a passarsela bene ora e quelli preoccupati del tenore di vita delle future generazioni. Possiamo facilmente immaginare che questa non sarebbe l’unica fonte di divergenze e conflitto tra la gente. In tal caso come si organizzerebbero queste divergenze e conflitti in alternative coerenti e sistematiche perché le larghe maggioranze possano decidere democraticamente il futuro della nazione nelle sue linee più generali? Sarebbe questa la funzione critica dei partiti politici nel socialismo, educando e intervenendo per visioni alternative del corso che possa e debba prendere la società.

D’altro canto, sappiamo che i partiti politici, così come tante altre forme di organizzazione, hanno mostrato accentuate tendenze burocratiche ed oligarchiche. Ma esistono misure organizzative che possono compensare e combattere tali tendenze, come anche combattere l’apatia e l’astensionismo tra le basi tramite il dibattito democratico e il continuo esercizio del potere nella pratica. Una partecipazione militante attiva, informata e coinvolta negli impegni, sia della società sia dei partiti costituisce la miglior garanzia contro la burocratizzazione.

Questo, tuttavia, non è tutto. Vi sono anche misure organizzative che possono contribuire a tali scopi, ad esempio il controllo democratico locale, come pure nazionale, dei funzionari dei partiti e dei sindacati, e la massima trasparenza per quanto riguarda le loro politiche e il loro funzionamento interno, a parte il diritto della base di revocare qualsiasi leader tramite referendum nei partiti e nei sindacati.

Vi è gente che ha sostenuto il divieto di rielezione dei leader politici e sindacali. Pur essendo questa una proposta che merita discussione, credo sarebbe controproducente ed eventualmente antidemocratica, in ogni caso non preverrebbe la manipolazione da parte dei leader che sono stati ufficialmente rimpiazzati.

Ho esperienza sul fatto che questa discussione sul tema del partito unico si protrarrà, per chiarire le idee su un argomento di principio tanto importante quanto controverso.

 

[Il testo è stato ripreso da Correspondencia de Prensa - boletín informativo [email protected]. Traduzione di Titti Pierini]

 

 



*Samuel Farber è nato e cresciuto a Cuba per poi emigrare negli Stati Uniti prima del 1959. Ha scritto molti libri ed articoli su Cuba, tra cui “Cuba Since the Revolution of 1959. A Critical Assesment”, pubblicato in: http://observatoriocriticocuba.org/  il 27 maggio 2015.



Tags: Cuba  Venezuela  Farber  Maduro  Chavez  Castro  

You are here Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Cuba e Venezuela – Sul partito unico